The Voice of Blogger

The Voice of Blogger a cura di Stefano Franzoni che ci porterà nel mondo dei blogger del Vino coinvolgendoli in avvincenti storie da raccontare.

Un viaggio tra i personaggi del web che Stefano selezionerà di volta in volta e che quotidianamente con  immagini, stories e reel raccontano con passione e competenza il vino e le sue meravigliose storie.

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29 Dicembre, 2022

A Natale puoi...

A Natale Puoi, non è solo una storica pubblicità ma è proprio un modo di vivere delle ultime settimane di Dicembre e degli inizi di Gennaio aspettando il giorno della Befana del nuovo anno. Regole da rispettare: A Natale Puoi Riprendere le vecchie tradizioni insieme ai più saggi o a chi ricorda i tempi passati, stare insieme a familiari e amici per riempire le case di calore e colori. Le cucine si trasformano in vere orchestre che compongono opere di ogni tipo per soddisfare pomposità di adulti e bambini, inondando le tavole di colori, bicchieri e piatti di ogni tipo. A Natale Puoi Bere, ma bere bene, noi di Winetales Magazine, proviamo a sorprendere noi stessi per poi cercare di trasmettere le stesse emozioni e sensazioni ed è per questo che vi parlerò di alcune delle cantine scelte. La vera fonte di ispirazione e conoscenza di quest’anno ci riporta ad una delle mie avventure che mi ha visto protagonista, in una giornata di Ottobre, dedicata, alla presentazione della “36esima guida Vini d’Italia del Gambero Rosso” che si è svolta a Roma, al Palazzo dei Congressi, tra convegni, premiazioni e degustazioni. Geniale la scelta della location, Il Palazzo dei Congressi,  oltre alla sua imperiale posizione dispone di un terrazzo che al tramonto si trasforma in una vera festa di ispirazione per le foto di blogger e giornalisti che agitano i bicchieri affinché sia lui, il “Vino”, protagonista premiato di quest’evento e che vuole raccontare di se. Una giornata dedicata al riconoscimento delle eccellenze italiane, provenienti da tutte le parti d’Italia, accompagnate dalla presenza dei produttori felici di poter raccontare delle loro eccellenze. Tante le cantine presenti e premiate ma selezionate in numero ridotto rispetto ai precedenti anni, “Abbiamo ritenuto di alzare leggermente l’asticella per tutelare il valore del riconoscimento, che continua ad avere un peso importante sul mercato”, concetto ribadito da  Giuseppe Carrus, Gianni Fabrizio e Marco Sabellico che trovate qui . Beh, non mi resta che elencare alcune delle etichette scelte per il mio Natale: TITOLO di Elena Fucci, il cui vino prende il nome dall’omonima contrada e dalla cantina chiamata Torre Titolo nel nord della Basilicata, immersa fra vigneti ed uliveti che custodisce gelosamente da quattro generazioni la storia della famiglia. Elena Fucci, nel 2000 ha deciso di far riemergere la cantina continuando e migliorando l’attività di famiglia iniziata negli anni ’60. Lettera C, di Pasini San Giovanni, la cui azienda è stata fondata nel 1958, oggi alla terza generazione di vignaioli, un’altra bellissima e unica realtà che porta questa azienda ad essere premiata per passione e costanza con la creazione di un vino  il cui colore è il “rosè di Valtènesi” che fa proprie la freschezza ed il temperamento degli acini di Groppello, determinando il suo carattere. Il Valtènesi può nascere solo sul Lago di Garda, grazie all’armonia sostenuta dal microclima unico delle colline affacciate al sorgere del sole. Madonna della Scoperta, azienda Perla del Garda, un Lugana Superiore Doc. Un’altra eccellenza in cantina con una filosofia unica: “Il Vino Nasce in Vigna”, dove saggezza e tradizione contadina sono i fondamentale di produzione. Anteprima Tonda, azienda  Antonelli San Marco, di cui abbiamo avuto il piacere di parlare in altre occasioni su Winetales. Il Trebbiano Spoletino è una varietà tipica del territorio che si estende tra Montefalco, Trevi e Spoleto. Ritroviamo un prodotto unico nella sua completezza, l’uso di anfore di terracotta e ceramica per una fermentazione spontanea e senza controllo della temperatura, la conduzione biologica della vigna e la lunga macerazione sulle bucce fanno del Trebbiano Spoletino Anteprima Tonda un vino che esprime il territorio in modo naturale. Mi fermo qui per il momento, e voi??? Quali chicche avete aperto in questi giorni di festa?!? Buone Feste da Winetales e mi raccomando, Bevete Bene! A cura di Elisa Pesco   https://www.youtube.com/watch?v=RakajXgmc-E
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28 Dicembre, 2022

Ti aspetto da Arunda

“Ti aspetto da Arunda”. Così è iniziato il mio primo Merano Wine Festival. Un appuntamento con una cara amica, Franca Bertani, è stato il punto di incontro che mi avrebbe poi fatto scoprire un mondo nuovo e non solo, permettendomi di trascorrere una serata che rimarrà tra i miei più bei ricordi. Dopo essere state invitate da Joseph Reiterer a visitare la sua cantina, alla chiusura del festival siamo partite alla volta di Meltina, un piccolo paese immerso in uno scenario idilliaco ancora incontaminato tra montagna e boschi. Siamo a 1200 metri sul livello del mare e a una manciata di chilometri a nord del noto centro vinicolo di Terlano. Qui, abbiamo potuto girare liberamente tra le pupitre piene di bottiglie dormienti nella penombra e nell’aria limpida e pura, condizioni ideali per la maturazione ottimale dei vini. La serata è proseguita con l’apertura di bottiglie talmente speciali da lasciarmi estasiata. Ciò che mi ha particolarmente colpita è stata la freschezza delle bolle. Intatte e precise, questo è stato il denominatore comune di tutti gli assaggi, insieme a una grande armonia  che ha regnato su tutte le tipologie. Nell’ordine, abbiamo avuto l’onore di assaggiare: Chardonnay del 1985, Petit Verdot in purezza del 2000, sensazionale e dal colore dorato e brillante, Chardonnay del 2000 e Phineas V del 2015, un blend di Pinot Bianco e Riesling maturato in anfora. E così, tra risate, confronti, foto di rito e scoperte sublimi accompagnate da assaggi di un irresistibile Prosciutto di Parma dei F.lli Pelizziari (alla fine l’Emilia si ritrova sempre), siamo andati a cena nella bellissima baita Lanzenschuster, una delle meravigliose osterie storiche d’Italia. Ed è stato lì che, a 1700 metri d’altezza, abbiamo trovato la prima neve dell’anno, capace di emozionarmi ogni volta come fossi una bambina. Inutile dire che la cena è stata magnifica. Vini, anche di altri produttori, perfettamente abbinati a piatti della tradizione anch’essi eccellentemente eseguiti. Per dovere di cronaca, questi i vini serviti al tavolo: Lagrein aus Gries 2018, Kellerei Bozen, Weissburgunder Riserva 2019, Kellerei Saint Paul, Tradition Weissburgunder 2021, Kellerei Terlan e, per terminare magnificamente l’esperienza, Arunda Phineas, un blend di Pinot Bianco, Riesling e Kerner con affinamento al 100% in anfora, circa 60 mesi sui lieviti e assemblaggio di sei annate con metodo solera modificato per lo spumante. Un assoluto fuoriclasse! Per chi, come me fino a quella memorabile giornata, non conoscesse questa cantina, Arunda è dal 1979 pioniera della spumantizzazione nella provincia di Bolzano e vanta il primato di spumantificio più “alto” d’Europa. Non possiede vigneti, ma Josef Reiterer, in stretto contatto con i viticoltori conferitori e i capi cantina, segue personalmente passo passo tutti i passaggi di coltivazione e selezione delle uve, scegliendo come uno chef la materia prima per trasformarla con esperienza, intuizione e creatività in seducenti vini, uniti così da un’unica firma e prodotti in ben 12 tipologie. Alla domanda “Perché questo numero?”, Josef mi ha risposto di volere andare incontro alla più vasta varietà di pubblico possibile, senza escludere alcun gusto. Ogni anno Arunda produce 130.000 bottiglie di finissimo perlage in brillanti toni di giallo e rosa, mentre circa 400.000 riposano dormienti in attesa che venga il loro momento, una volta raggiunta la qualità ottimale, per essere commercializzate. Significativa la storia del nome al quale, quando iniziò la sua attività nel 1978, Joseph Reiterer pensò a lungo, per trovare qualcosa che si adattasse bene sia alla lingua tedesca che a quella italiana. Una sfida non facile, vinta scegliendo il nome in lingua ladina di una valle, Arunda appunto, che si trova tra il sud Tirolo e l’Engadina, associandola così a vini eccellenti, alle sue scelte imprenditoriali e produttive e a una certa magia che non manca di stupire all’assaggio. E voi, le avete mai assaggiate le magiche bolle di Arunda?   Claudia Riva di Sanseverino https://www.youtube.com/watch?v=RakajXgmc-E
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7 Dicembre, 2022

Mi sono innamorata dell'Irpinia, parte 2

Mi sono innamorata dell’Irpinia e continuerò questo racconto in questo secondo articolo. Cantine di Marzo Quante volte abbiamo bevuto il Greco di Tufo ma chi di voi è mai stato a Tufo? Il mio viaggio è proseguito con la visita a quella che sembra sia la più antica cantina della Campania e sicuramente a una delle più antiche del Sud Italia. Siamo a Tufo, dove nel 1647 Scipione di Marzo, capostipite della famiglia, si rifugiò per sfuggire alla peste che imperversava in Europa. La tradizione vuole che portò con sé le barbatelle di un antico vitigno diffuso sulla costa Campana, chiamato Greco di Nola. Nel corso dei secoli, l’uva si adattò perfettamente alle colline di Tufo costituite da un sottosuolo unico, ricco di minerali, in particolar modo di zolfo, che conferisce al vino la sua particolare mineralità. A noi oggi rimane degli antichi fasti della famiglia di Marzo, il Palazzo diroccato che ingloba l’antica cinta muraria del paese e le storiche cantine. La nostra guida d’eccezione è stata Angelo Muto (Cantine dell’Angelo) con cui abbiamo visitato il vecchio stabilimento dove si lavorava lo zolfo. La famiglia di Marzo durante la rivoluzione industriale diede il via a questo business. La leggenda vuole che Francesco di Marzo scoprì per caso durante una battuta di caccia un ricco giacimento di zolfo proprio lungo il fiume Sabato, osservando che i pastori bruciavano delle strane pietre per riscaldarsi. Tufo si trasformò in breve tempo in un importante polo industriale, grazie anche a investimenti statali, offrendo lavoro a più di 800 persone. Pensate che in cantina sono conservate le antiche fotografie in bianco e nero dei lavoratori tra cui molte donne. Erano loro che lavoravano la polvere da sparo in locali separati dagli uomini ma erano molto emancipate per l’epoca e potevano contare su un salario che veniva pagato con regolare busta paga. Una curiosità: la prima donna sindaco della Campania è stata eletta proprio a Tufo! Cantine dell’Angelo Angelo Muto rappresenta la terza generazione impegnata tra i filari e si dedica ai cinque ettari di vigna con cura maniacale a partire dalla raccolta a mano e dalla selezione dei grappoli. Sentendolo parlare si percepisce immediatamente una passione inesauribile e un amore viscerale per la propria terra. E’ stato lui a farci “pestare “il suolo irpino, ricco di zolfo e di gesso, in giro per vigne. Ci ha mostrato orgogliosamente una vecchia vigna che ha mantenuto “a raggiera avellinese” con cui intende preservare la biodiversità. Le sue vigne si trovano anche nella zona Campanaro e confinano con gli appezzamenti dei più famosi Feudi di San Gregorio. Dal 2014 ha iniziato a piantare la Coda di Volpe per lasciare un’identità territoriale. Non tutti sanno che questo è un vitigno a bacca bianca, tipicamente campano, diffuso solo in ambito regionale e che prende il nome dalla forma tipica del grappolo, che richiama la coda della volpe. Dal 2018 Angelo ha deciso di vinificare la Coda di Volpe in purezza e il risultato è veramente incredibile perché ha caratteristiche veramente uniche. Gli assaggi si sono concentrati “solo” su Greco di Tufo e Coda di Volpe ma vi assicuro che in me hanno suscitato molte emozioni. Tenuta Cavalier Pepe Angelo Pepe era l’ottavo di 10 fratelli: lasciò la sua terra a 19 anni per andare a costruirsi un futuro in Belgio dove si occupa ancora oggi di ristorazione. A soli 40 anni ha ricevuto l’onorificenza di Cavaliere della Repubblica per aver contribuito attraverso il lavoro a far conoscere la cultura italiana all’estero. Egli però non ha mai scordato la sua terra e trasferisce la passione ai suoi discendenti. Ora la Tenuta è costituita da 70 ettari di vigneti (tutti coltivati a vitigni autoctoni) e da 11 ettari di uliveti situati a Luogosano, Sant’Angelo all’Esca e Taurasi. E’ Milena, la figlia primogenita, che dopo la laurea in viticoltura ed enologia in Francia e in marketing in Belgio, decide giovanissima di prendere in mano le redini dell’Azienda e di vivere qui. E’ lei che ci ha accolto e intrattenuto portandoci in vigna e raccontandoci che la filosofia aziendale si basa su un concetto molto semplice: il vino si fa in vigna. Con questa convinzione negli anni si è arrivati a praticare un’agricoltura di precisione e nel 2019 la tenuta è stata dotata di centraline meteo per rilevare in tempo reale le condizioni climatiche. Questo permette di gestire l’attività agricola migliorandone la produttività, la qualità e la sostenibilità. Non ci sono quindi forzature grazie anche all’ottimo clima e al suolo prevalentemente d’argilla e calcare che conferisce la spalla minerale. Milena ci racconta che qui si attua “un sistema di qualità che non è marketing ma è know-how dell’identità della terra. In questo modo i bianchi possono addirittura invecchiare anche 30 anni e i rossi 70”. Milena è una donna molto carismatica, competente e desiderosa di raccontare la sua terra. Non è un caso che uno dei fiori all’occhiello della tenuta sia lo sviluppo dell’accoglienza a 360° (che da queste parti è ancora un po’ indietro). Tantissime infatti sono le proposte di enoturismo, percorsi, eventi, visite, assaggi oltre a un ristorante dedicato e un B&B. Vi ho fatto venire voglia di Irpinia? Claudia Riva di Sanseverino https://www.youtube.com/watch?v=RakajXgmc-E
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28 Ottobre, 2022

Mi sono innamorata dell'Irpinia, prima puntata

Mi sono innamorata dell’Irpinia e ve lo racconterò in due articoli che narrerranno le qualità di un territorio incredibile! Quindi adesso mettete comodi ed iniziate a leggere. Come prima cosa scordatevi quello che vi aspettereste di trovare al Sud! L’Irpinia è una terra fredda fatta di montagne e colline, attraversate da torrenti e fiumi, che si susseguono e si arrampicano fino a raggiungere i 1800 metri sul livello del mare. Una terra quindi mai uguale a se stessa, con esposizioni e altitudini che variano continuamente. Pensate che 6 milioni di anni fa il mare era qui! L’Irpinia, prima che la conoscessi attraverso il vino era nella mia testa una terra lontana e sconosciuta che associavo al terribile terremoto del 1980. Perdonatemi una piccola divagazione: durante il lockdown mi sono imbattuta su Instagram in Autoctono Campano. Ideato da un geniale ragazzo di Reggio Emilia, Stefano Franzoni, innamorato di questa regione, dei suoi vini variegati e diversi nelle loro espressioni grazie anche al fatto di contare oltre 100 vitigni autoctoni. Il “gioco” lanciato dal profilo IG consisteva nel dare ogni settimana spazio a una provincia diversa e nel ripostare chi si impegnava nella ricerca della bottiglia, raccontando nel post il vino prescelto e la sua storia. Un modo per evadere dalla prigione della pandemia, per socializzare e scambiarsi opinioni, una possibilità per viaggiare attraverso il gusto alla scoperta di vini che altrimenti non avrei mai acquistato. Si è costituita così una community che nel tempo, si è incontrata passando dal virtuale al reale. Si sono creati forti legami tuttora esistenti. E proprio uno di questi mi ha spinto a scoprire questa terra. Villa Raiano Il mio viaggio in Irpinia inizia con la visita a Federica, con cui ci eravamo ripromesse di incontrarci fin dai tempi della pandemia. Federica (@winesoul__) che cura l’accoglienza a Villa Raiano, rappresenta in modo perfetto la professionalità e la passione che ho trovato in questa terra. Mi ha dedicato un intero pomeriggio con il benestare della Proprietà che ringrazio ancora, per raccontare il clima, i vigneti, le particelle, la produzione e mostrarmi questa cantina dalla concezione moderna. E’ stata infatti completamente rinnovata secondo i più moderni criteri tecnologici e architettonici. Pensate che gli spazi sono pensati per accogliere fino a 200 persone per gli eventi, circondati da un panorama mozzafiato. Villa Raiano è nata nel 1996 nei vecchi opifici dell’oleificio della famiglia Basso (produttori d’olio da 3 generazioni). I Basso hanno fortemente creduto nel potenziale di un territorio straordinario, per cultura e tradizione vitivinicola e hanno avviato un ambizioso progetto, ad oggi direi pienamente realizzato. La Cantina è situata sulla cima di una collina a 600 m. sul livello del mare e deve il nome al piccolo borgo vicino a cui si trova. Attualmente può contare su 27 ettari di vigneti in vari areali. Si producono solo vitigni autoctoni campani, Greco di Tufo, Fiano di Avellino, Aglianico di Taurasi e Falanghina, vinificati tutti in purezza per conservare intatte le caratteristiche del singolo vitigno. Due le linee prodotte: la “classica” e i Cru, proprio a sottolineare le differenze degli areali irpini e di come clima, esposizione e suolo giochino ruoli determinanti nel risultato finale. Gianni Fiorentino E’ stato il caso che mi ha fatto conoscere Gianni Fiorentino. Avevo una mattina libera e l’ho contattato. Gentilissimo malgrado il poco preavviso, mi ha accolta nella sua cantina costruita secondo i principi di Bio-archittettura già nel 2012. Per il profondo rispetto che nutre nei confronti della sua terra e della sua storia, Gianni si è concentrato sui soli due vitigni autoctoni che coltivava il nonno, ovvero l’Aglianico e la Coda di Volpe. La Cantina è un vero gioiello. Gianni mi ha raccontato che il lavoro per una piccola cantina come la sua è artigianale e certosino. Per l’Aglianico la vendemmia è tardiva e manuale su vigneti a 450 mt. Il disciplinare del Taurasi richiede un grande sforzo economico per una piccola cantina come la sua, ma le vendite vanno fortunatamente bene. Gianni mi promette che la prossima volta mi farà da guida in questo suo mondo fatto di storie non raccontate e tramandate di generazione in generazione: mi cita l’Eneide, ma anche la storia di Carlo Gesualdo il principe assassino. “Il vino è anche un viaggio nelle storie di chi lo fa e di chi lo ama. Grazie a te per quanto farai, anche attraverso il tuo racconto”. Questo mi ha detto salutandomi. Quindi almeno questa storia ve la racconto! Il principe Carlo Gesualdo, tanto per inquadrare il periodo storico, era figlio di Fabrizio e Geronima Borromeo – sorella di quel San Carlo, arcivescovo di Milano, che troviamo nei Promessi Sposi. È stato un musicista raffinatissimo ed eccezionale precursore della musica moderna, amante delle lettere e noto mecenate e diventò uno dei più illustri madrigalisti di ogni tempo. Visse nel castello di Taurasi e sposò Maria d’Avalos, una delle donne più belle e sensuali di Napoli. Carlo aveva 20 anni e Maria 26. La differenza di età, gli interessi culturali diversi, il fascino inesistente del principe, il matrimonio imposto da interessi familiari, portarono ben presto la bella Maria fra le braccia di Fabrizio Carafa, duca d’Andria e conte di Ruvo, conosciuto ad un ballo e soprannominato per la sua bellezza “l’arcangelo”. La tresca durava da parecchio tempo ed era ormai risaputa. Il Principe decise di vendicarsi del tradimento e una notte finse di partire per una battuta di caccia mentre rimase appostato nelle cantine del suo palazzo con tre fidati sicari. Non dovette aspettare molto l’arrivo del duca d’Andria. Nonostante gli amanti avessero messo di guardia una giovane cameriera, furono sorpresi nel pieno della notte e atrocemente uccisi. Il principe non partecipò materialmente all’uccisione e rimase nell’anticamera; solo quando tutto fu compiuto si accanì col suo pugnale, prima sul cadavere del duca, quasi volesse cancellare la sua bellezza, e poi sul ventre della moglie. I corpi straziati e nudi degli amanti furono esposti al pubblico ludibrio sul portone di casa, per mostrare alla città che l’onore del principe di Venosa era salvo.   Feudi di San Gregorio Il mio viaggio è proseguito per Feudi di San Gregorio, una cantina impressionante di cui sarebbe banale parlare. Non si può però prescindere dal visitarla perché è veramente bellissima. Nasce nel 1986 e insieme a Mastrobernardino condivide il merito di far conoscere l’Irpinia nel mondo. Nel 2001 viene totalmente ristrutturata dal giapponese Hikaru Mori che disegna una cantina dalle linee essenziali, recuperando i fabbricati preesistenti e creando spazi di grande impatto sia all’interno, sia nei giardini esterni, trasformandola in una delle prime cantine d’autore. All’esterno troviamo un giardino di erbe aromatiche e un grande roseto anche se il suo sviluppo è per la maggior parte sotterraneo. E’ stata esposta per ben due volte alla Biennale di Venezia come eccellenza architettonica. Qualche numero: 4 milioni di bottiglie 300 ettari di cui 180 provenienti dai conferitori. Antonio Caggiano La Cantina di Antonio Caggiano è un altro luogo imprescindibile da visitare se si è da queste parti. Non mi dilungo troppo perché l’amico Ivan Vellucci ha scritto un bellissimo articolo che avrete sicuramente letto e non potrei scriverlo meglio. Qualche numero: 180 mila bottiglie, volutamente un numero basso 30% di prodotto esportato all’estero per la maggior parte nel mercato Americano, Giappone e resto del mondo 1994 primo vino che esce dalla cantina. 4 i livelli su cui si sviluppa la cantina. Una collina svuotata e riempita di materiali di recupero collezionati con amore e pazienza. Infatti dopo il terribile terremoto Antonio andava a prendere le pietre degli edifici crollati e le destinava a nuova vita. Ricorderò sempre il suo sorriso e i suoi occhi vivaci mentre ci raccontava le sue avventure in giro per il mondo. Una frase per tutte : La donna è un’opera d’arte E nel mio cuore la frase del suo brindisi “ai vostri sogni segreti”. Per ora mi fermo qui ma non perdetevi la seconda puntata di questo approfondimento irpino… Claudia Riva di Sanseverino
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13 Ottobre, 2022

OLTREPO’ PAVESE, DIMENSIONE PARALLELA

L’Oltrepò Pavese, dimensione parallela, un mondo a sé stante, per certi versi quasi fatato. Qui sembra che i ritmi, così come le persone, appartengano ad altri tempi, il che non deve essere visto come difetto: tutt’altro, si tratta di una realtà che va osservata, letta e capita con attenzione e dedizione. Il carattere di questa terra di Lombardia, inserita fra Piemonte ed Emilia Romagna, in provincia di Pavia, a cavallo fra il 45° parallelo, ha ammaliato negli anni tanti turisti. Persone che arrivavano da fuori trovavano qui facilmente una seconda casa, innescando, cosi, un mix di abitudini e culture differenti.  E, forse, è proprio perché il territorio ha queste svariate sfaccettature che, ancora oggi, non gli si riconosce una sua specifica identità. Certo è che il rapporto tra la gente dell’Oltrepò e il vino è qualcosa di magnificamente ancestrale, che solo visitando e vivendo la zona, si può comprendere. L’Oltrepò Pavese fino a ora è rimasto timido e chiuso in sé stesso, non riuscendo ad autopromuoversi come, invece, hanno fatto, già tempo addietro, molte altre zone di Italia. Infatti, questa terra solo ora sta facendo conoscere le proprie capacità e potenzialità nel mondo della spumantizzazione, quando invece ne vanta una lunga tradizione. Inoltre non ha mai fatto breccia con l’adeguata autostima, vitalità e prepotenza nell’universo del vino rosso, che annovera su tutti questo vitigno straordinario: il pinot nero.   Vinificato in rosso, principalmente nei terreni calcareo argillosi, qui in Oltrepò si presenta di color rubino cristallino, con unghia che vira al granato nelle versioni riserva o con qualche anno di invecchiamento. I profumi intensi conducono verso note di frutta macerata in alcol, confettura di ciliegia, spezie e sentori di sottobosco, a volte con una tendenza amarognola che definirei ammandorlata, finale. Questa tipologia si abbina ad arrosti e brasati di carne di manzo e selvaggina, piatti tradizionali del luogo. Vinificato in metodo classico, soprattutto nelle zone a carattere gessoso e nelle colline più elevate, il pinot nero acquista un colore giallo paglierino dorato, profumo intenso e persistente, con note di lieviti e crosta di pane e frutta esotica matura. Questi metodo classico di grande personalità e struttura, ben si adattano ai salumi e ai primi piatti della cucina locale.   L’Oltrepò Pavese, ora, si sta muovendo verso una nuova dimensione e lo dimostra l’evento “Terra di Pinot Nero”, giunto alla sua seconda edizione, voluto dai produttori della zona e sostenuto dal Consorzio di Tutela Vini Oltrepò Pavese, che si è svolto il giorno 26 Settembre, presso la splendida e antica Tenuta Pegazzera sita in Casteggio, rivolto esclusivamente a stampa e wineblogger di settore.   Iniziata con la conferenza stampa condotta dal direttore del suddetto Consorzio, Carlo Veronese, che ha evidenziato lo stato di crescita di questo lembo di terra a forma di grappolo, primo per estensione in Italia nella produzione di Pinot Nero e terzo nel mondo, la giornata si è svolta con la “walking around tasting” (ossia il “classico” assaggio al banco), con oltre 30 cantine presenti, contro le 20 dell’edizione precedente. Due le Masterclass tenutesi durante la giornata: “Il Pinot Nero vinificato in rosso” e “Pinot Nero Metodo Classico”, condotte rispettivamente da Filippo Bartolotta e Chiara Govoni, entrambi comunicatori del vino, sommelier ed esperti del vitigno in questione.   La scelta dei vini è stata mirata a mostrare, soprattutto, l’eclettismo del territorio. Svariati i terroir, differenti le vinificazioni o tempi di rifermentazione, diversa la scelta dell’invecchiamento o, riguardo al metodo classico, del residuo zuccherino. Insomma, una bella scelta, mirata, intrigante ed estremamente efficace, che ha mostrato le grandi potenzialità e sfaccettature di questo territorio. Stupefacente, la degustazione dell’annata “1988” dell’ azienda “Montelio” di Codevilla: colore vivo, profumi in evoluzione nel calice e gusto imponente. E unica nel suo genere la bolla “Farfalla Cave Privée”, millesimo “2013” dell’azienda “Ballabio” di Casteggio.   Ai banchi di degustazione molti i vini con note eccellenti ma ne ho individuati alcuni dalle caratteristiche peculiari: “Ca del Gè” Metodo Classico DOCG Brut millesimato 2016. 36 mesi sui lieviti. Prodotto a Montalto Pavese. Marcate le note di crosta di pane e di lievitazione. Spuma morbida al palato e finale elegante. Adatto ad aperitivi.     “Manuelina” Metodo Classico VSQ Dosaggio zero. Prodotto in una delle zone sicuramente più vocate alla spumantizzazione di Pinot Nero, Santa Maria della Versa. Al naso ha intense note fruttate e di crosta di pane e mi ha colpito per la pulizia, la sapidità e la finezza al palato. Adatto a primi piatti delicati o a carni bianche.   “Cantina Scuropasso” “Roccapietra Cruasé”. Cruasé, marchio che definisce lo spumante Metodo Classico rosé ottenuto dalle sole uve a bacca rossa Pinot Nero e racchiude in sé il significato di Cru: Cru-asé.   La cantina si trova a Pietra de Giorgi. Altra zona vocata per gli spumanti. Questo rosé si presenta brillante, il perlage è fine e persistente. Al naso note di frutti rossi, come la fragolina di bosco. Il palato è abbastanza caldo e avvolgente con note che ricordano i frutti rossi, la crosta di pane e note vegetali. Chiude con freschezza in note mentolate. Adatto a crostacei e salumi. Molti i prodotti, ampia la scelta e di gran qualità! Dunque, cosa manca a questo territorio per prendere il volo? Probabilmente la comunicazione e la spinta a uscire dai propri “confini”. Quindi, benissimo affidare a esperti la conduzione delle masterclass, ma perché non sceglierli fra persone che vivono la realtà oltrepadana quotidianamente o formarli sul campo per creare ambassador consapevoli e inseriti in questo contesto, in grado forse di trasmettere in maniera più viscerale la passione per questo vino? Una cosa è certa! Con questo evento si è dato il via ad un lungo viaggio che farà sognare chi avrà il piacere di bere Pinot Nero Oltrepò Pavese!   Valeria Valdata
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22 Settembre, 2022

Italia vs Francia finisce uno a zero

Non sono impazzita ora ve ne spiego il motivo. Ci troviamo nel comune di Sommacampagna vicino al paese di Custoza. Una zona ricca di testimonianze della coltura della vite che si deve probabilmente agli Etruschi e portata avanti poi da Veneti e Celti. Quando i Romani arrivarono in questo territorio trovarono coltivazioni ben avviate e non fecero altro che portare avanti e incrementarne la produzione. Si resero conto che era una zona particolarmente vocata grazie a un clima mite dovuto alla posizione tra il Lago di Garda e le colline moreniche dai terreni argillosi e calcarei, alcuni sabbiosi. Questo microclima favorevole, oggi lo sappiamo bene, regala ai vini prodotti, caratteristiche molto ricercate quali freschezza, leggera aromaticità, bevibilità e abbinabilità. San Michelin Torniamo al titolo: l’Azienda Gorgo, mette in produzione un vino Custoza che viene chiamato “Bianco di Custoza del Podere di San Michelin” anche come atto di devozione a San Michele la cui immagine è conservata appunto in una piccola Cappelletta vicino a un antico vigneto. Una precisazione: in dialetto veneto San Michele viene chiamato confidenzialmente Michelin. Azienda Gorgo 1- Michelin 0 Scoppia una bomba a colpi di carte bollate, cause e ricorsi durati anni, perché il famoso omonimo colosso Francese rivendica l’assoluto diritto di utilizzo di questo nome, senza considerare che non ci sono minimamente problemi di concorrenza e di eventuale confusione di marchio. Così Roberto Bricolo, titolare dell’azienda Gorgo, dopo ben 10 anni di battaglie legali, vince la causa e il Custoza può mantenere questo nome che ha conservato ancora oggi. Ammiro quest’uomo per aver “tenuto duro” e per aver combattuto per una causa in cui credeva. Mi auguro che stia ancora festeggiando di gusto per come si è conclusa la faccenda, ovviamente non a champagne! La visita La visita all’azienda se siete in zona è doverosa. Gli ambienti sono accoglienti e caldi e sembra di stare in un salotto di casa, merito anche di un recente intervento architettonico di ampliamento e ristrutturazione, dedicato sia alla cantina di vinificazione sia agli edifici riservati all’accoglienza degli ospiti. La degustazione è stata condotta con simpatia e competenza da Susy che ci ha spiegato che l’Azienda è nata nel 1975 per volontà di Roberto e di sua moglie Alberta, che hanno deciso di rinunciare completamente alle attività delle rispettive famiglie per inseguire insieme il sogno di far nascere un’azienda vinicola, investendo così anima e corpo in questa avventura. Sono infatti loro tra i primi che negli anni ’80, precorrendo i tempi, parallelamente alla vigna curano anche l’aspetto di quello che oggi chiamiamo enoturismo: accolgono in cantina ospiti, dando loro modo di incontrare personalmente chi lavora attivamente in azienda e attraverso la visita e la degustazione, fanno conoscere la loro visione di viticoltori. Ora Gorgo è guidata con determinazione e passione dalla figlia Roberta che, dopo aver completato gli studi classici a Verona e aver intrapreso una carriera da avvocato, decide che la cantina è il suo mondo. Sostenibilità Roberta non si è limitata solo a prendere in mano le redini dell’Azienda e a proseguire quanto creato dai suoi genitori, ma ha fatto un ulteriore passo avanti, convinta che il vigneto debba essere in equilibrio con l’ambiente che lo circonda. Ha infatti investito in nuove tecnologie convertendo a bio a partire dal 2014, tutti i vigneti dell’Azienda (53 ettari certificati) la cui prima annata risale al 2018. 17 le etichette prodotte e 3 le linee tutte biologiche (Classica – con cui si vuol mettere in risalto i vitigni autoctoni –  Superiore e Spumanti). Ho particolarmente apprezzato l’attenzione alla sostenibilità (anche attraverso l’utilizzo di bottiglie leggere) e il fatto che il “core” sia tutto al femminile.   La degustazione Con Susy abbiamo assaggiato le bottiglie che vedete nella foto e cioè: CUSTOZA D.O.C. Perlato – Spumante Brut Garganega (Cortese, Trebbiano Toscano, Durello) linea classica CUSTOZA D.O.C. Garganega (Bianca Ferranda, Trebbiano Toscano) linea classica CUSTOZA SUPERIORE D.O.C Summa (Garganega, Bianca Ferranda, altri) un Custoza ottenuto con uve raccolte in surmaturazione linea Superiore e non poteva ovviamente mancare il famoso: CUSTOZA D.O.C. San Michelin (Garganega, Cortese, Trebbiano) linea Superiore CHIARETTO DI BARDOLINO D.O.C. (Corvina, Rondinella, Molinara) linea classica BARDOLINO D.O.C. (Corvina, Rondinella, Molinara) linea classica Questa bella storia, era stata argomento di un mio post su Instagram con tanto di video della visita, mi sono accorta però che dal mio feed è misteriosamente scomparso, cancellato. Vediamo se questa volta qualcuno oscura l’articolo. Claudia Riva di Sanseverino @crivads   https://youtu.be/RakajXgmc-E
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14 Settembre, 2022

ROSSO MANDURIA

Rosso Manduria, ovvero pantone rosso rubino scuro, dalle mille sfumature brillanti, di ossidi di ferro, di sabbia, di calcare, di origine alluvionale  e argille. Tante sono le componenti del terreno della Doc Manduria, Doc storica e ben radicata, divisa in alcune zone che si potrebbero quasi delimitare come cru, proprio a dar vita al tradizionale concetto di terroir di questa denominazione. Un triangolo di Puglia Ed è da questo triangolo di Puglia fra le province di Taranto e Brindisi (e fino ai comuni di Avetrana e Maruggio), compreso fra lo Ionio e l’Adriatico, che ha luogo di vocazione il Primitivo di Manduria. Uva già esistente all’epoca greca e forse ancor prima portata dai Fenici. Dall’uva un vino antico che i pugliesi ancora oggi chiamano”Mjier o Mieru ” da Merum (vino schietto, di buona qualità e puro), in contrapposizione al “Vinum” composto da acqua, miele e resina.  Un vino che ha viaggiato fino a trovare una terra lontana dove mettere nuove radici. Questa terra è la California che chiama il Primitivo, col nome Zinfandel! La vera origine dello Zinfandel è stata smascherata da uno studio di ricerca voluto dall’ “Accademia dei Racemi”, associazione nata a fine anni ’90, con lo scopo di valorizzare e rivalutare il patrimonio enologico pugliese, soprattutto studiando le varietà autoctone Primitivo, Negroamaro e Malvasia Nera. Un Primitivo tutto da scoprire Perché il Primitivo trova la sua massima espressione in questo spazio di Puglia? E’ un vitigno che ama il mare, l’impianto di allevamento ad “alberello pugliese” basso, e ben si adatta al clima marino. In questo fazzoletto di terreno a circa 100mt sul livello del mare, il clima è caldo e con un’ escursione termica più elevata rispetto ad altre zone, che contribuisce ad una surmaturazione naturale delle uve. I terreni, prevalentemente argillosi e ricchi di ossidi di ferro, che si stendono su banchi di calcare di questa zona, donano le caratteristiche note di frutta rossa matura, note speziate e di erbe mediterranee, con un palato sontuoso ed alcolico ed un tannino morbido, di media acidità e con buona salinità, per un finale profondo ed elegante. Rosso Manduria, appunto. La vendemmia si svolge in un periodo variabile, a cominciare dalla prima settimana di settembre, sui terreni argillosi e con suolo calcareo con poca idratazione, fino ad arrivare all’ ultima di settimana di settembre , come nel caso dello Zinfandel dell’ azienda Vinicola “Le Felline”, immerso in un terreno molto fertile e paludoso. Ovviamente nella scelta del periodo di vendemmia non gioca ruolo solo il tipo di terroir e la vicinanza più o meno al mare ma, come per tutti, l’andamento climatico! La Cooperativa dei Produttori di Manduria La realtà di cui vi parlo, di un vino con precise caratteristiche di qualità, espressivo del territorio e con una sua dignità, è il risultato ottenuto grazie all’impegno della Cooperativa dei Produttori di Manduria: accortasi del grande potenziale del Primitivo ne ha ribaltato le sorti, affrancandola dall’uso come semplice uva da taglio per note cantine francesi e del nord Italia. Nasce quindi la doc Primitivo di Manduria nel 1974, che da disciplinare prevede la commercializzazione dopo il 31 marzo successivo alla vendemmia. Per la versione “Riserva”, sono 24 i mesi di invecchiamento ( di cui almeno 9 mesi di legno), entrambe composte al minimo 85% da uve Primitivo e il restante da uve a bacca nera non aromatiche. Successivamente nasce la DOCG Primitivo di Manduria Dolce Naturale, da 100% Primitivo ed estratto secco minimo 24g/l. Non solo Rosso Manduria Non solo Rosso Manduria: nello stesso territorio, troviamo anche ottimi vini bianchi da vitigni autoctoni. Il Bianco d’Alessano, con una buona struttura, fine e delicato, elegante con note floreali e di frutta bianca. La Verdeca, il mio bianco del cuore, prodotto anche inversione spumantizzata: è strutturata, intensa con note erbacee e dal sapore asciutto e fresco. Il Fiano dal color giallo paglierino, con frutti gialli e canditi e dalla spiccata acidità. Le realtà presenti hanno ognuna una propria storia, legata alla famiglia, al contesto e al territorio. I Produttori di Manduria sono la più antica azienda esistente dagli inizi del 900 che oggi conta 400 soci conferitori. Qualche indirizzo non guasta Luca Attanasio in Sava, a conduzione familiare, propone Primitivo in 4 versioni: Rosato fermo. Rosso giovane e rosso affinato in barrique ed un rosato con vinificazione in rifermentazione in bottiglia dalla particolare nota la di anguria che non ti aspetteresti in quest’uva, ma che è stata volutamente ricercata anche con la vendemmia precoce. Paolo Leo a San Donaci, da azienda conferitrice di uve e vino sfuso, oggi produce diverse linee di prodotti rivolte a differenti mercati. Della linea ho apprezzato molto il Bianco d’Alessano e il Primitivo “Passo del Cardinale”con le sue note di frutti neri, fresco, strutturato e persistente. Le Felline in Manduria, si presenta con il  grande Palmento (antica vasca larga e profonda, con pareti in mattone, adibita un tempo, alla fermentazione e maturazione dei mosti) utilizzato oggi per lo stoccaggio dello spumante di Vermentino e delle barrique per l’invecchiamento del Primitivo. Qui la diversificazione del territorio è precisa e per ogni appezzamento si può degustare il frutto della selezione del cru. Molto deciso e caratteristico il Primitivo Giravolta da terreni calcarei. Questa azienda è stata la prima a recuperare l’ antichissimo vitigno a bacca rossa Susumaniello.   E Gianfranco Fino. Fortunato ad aver conosciuto il nostro amato Luigi Veronelli, da agronomo diventa viticoltore e oggi produce uno dei Primitivo più conosciuti e piu’ premiati di Puglia: “Es”, il rubino nero dell’ azienda, frutto di passione, sole, studio, dedizione e terroir! In questo paradiso del palato e della vista, tutto il succo della tradizione si trasforma in nettare del futuro.  Nettare Rosso Manduria. Di Valeria Valdata @valery_and_the_wine
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25 Agosto, 2022

Medici Ermete e l'ambizioso progetto GENERAZIONE 2031

Il vino è cultura e su questo siamo ampiamente d’accordo, c’è però chi va oltre. E’ il caso di Medici Ermete e dell’ambizioso progetto GENERAZIONE 2031. C’e’ infatti anche chi, attraverso il vino genera valori e coltiva cultura sperando in un futuro migliore. Ne abbiamo parlato in altri articoli di questa stessa rubrica.
Un gradito invito quello dell’Azienda Medici Ermete, che in un assolato pomeriggio di giugno ha organizzato un evento presso la Tenuta La Rampata, luogo adattissimo per atmosfera e spazi. Condizione giovanile nell’età del nichilismo L’occasione è stata un incontro con il Professor Umberto Galimberti che ci ha intrattenuto sul tema della “Condizione giovanile nell’età del nichilismo”.
Il filosofo ha trattato un tema molto caldo, ovvero quello della condizione dei giovani in generale e in particolare dopo la pandemia. Uno sguardo assai preoccupato il suo, sulla loro situazione attuale e su come si potrebbe migliorare realisticamente la loro esistenza. Sentendo le parole del Professor Galimberti credo che ognuno dei presenti abbia sentito risuonare un campanello d’allarme dentro di sé.
I riflettori si sono accesi sulle difficoltà vissute dalle nuove generazioni e sul loro senso di inadeguatezza rispetto alla società moderna.
Siamo stati messi in guardia dal fatto che i nostri tempi hanno modificato profondamente le dinamiche di crescita dei nostri figli e il discorso si è sviluppato in questi punti:
– manca lo scopo
– il futuro non è più una promessa
– manca la risposta al perché
– la meritocrazia non esiste
– i giovani anestetizzano i loro sentimenti Inutile nascondersi dietro l’ormai abusata frase del “ai miei tempi”  perché quei tempi sono radicalmente diversi da quelli odierni. “Non possiamo riproporre il nostro vissuto ai nostri ragazzi ” prosegue il Professor Galimberti ” perché questa è la prima generazione che non può contare sull’esperienza dei genitori. Se vogliamo aiutare i nostri ragazzi dobbiamo porci in loro ascolto cercando di capire di più del loro mondo”. La bella notizia è che tutto è migliorabile purché se ne prenda coscienza. GENERAZIONE 2031 di Medici Ermete In questa ottica si fonde perfettamente il progetto GENERAZIONE 2031 di Medici Ermete. L’Azienda, presente da 5 generazioni sul territorio reggiano, ha voluto dare vita a questa ambiziosa rivoluzione, che si traduce in obiettivi precisi e concreti da portare a termine entro, appunto, il 2031.   L’albero simbolo di Generazione 2031 L’albero è il simbolo di Generazione 2031. È la metafora per trasmettere l’essenza della sostenibilità Medici Ermete: nelle radici della Medici Ermete si trovano i valori e la storia mentre salendo verso l’alto troviamo gli obiettivi che attraverso azioni virtuose, faranno crescere una chioma rigogliosa con tante foglie, proprio a rappresentare l’azienda che si sviluppa, migliora e investe in un futuro sempre più verde. Del resto questa è la filosofia lasciata in eredità dal fondatore della Medici Ermete, secondo il quale era indispensabile che “ogni generazione lasciasse a quelle successive i vigneti e l’azienda nello stesso stato di conservazione in cui li aveva trovati o addirittura in condizioni ambientali migliori”. Medici Ermete con la prima annata di Concerto (Lambrusco Salamino) certificato biologico 2020 dopo tre anni di conversione per tutte le cinque tenute, ha voluto scrivere un nuovo capitolo della sua storia, e se volete saperne di più vi invito a leggere questo link https://www.medici.it/2021/03/28/da-lotta-integrata-a-viticoltura-biologica/. Durante la serata abbiamo avuto inoltre il piacere di ammirare un’opera “prestata” dalla Fondazione Magnani Rocca del pittore Pompilio Mandelli. Un Omaggio a Duchamp del pittore reggiano, protagonista della pittura italiana ed europea del ‘900 (tra i suoi maestri Morandi e Guidi tanto per citarne alcuni) e naturalmente abbiamo assaggiato e brindato con i prodotti di punta. Insomma la cultura ci salverà, insieme alle persone che attivamente decidono di dedicarsi al miglioramento globale per la parte che gli compete. Non vedo l’ora di scoprire e rendervi partecipi delle nuove iniziative che verranno organizzate. Abbiamo quasi 10 anni per verificare la realizzabilità di Medici Ermete e dell’ambizioso progetto Generazione 2031. Claudia Riva di Sanseverino @crivads
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10 Agosto, 2022

Enotria Tellus: cuore, amore e fantasia

Cuore, amore e fantasia  Quando dai vita ad un progetto che già nel nome, Enotria Tellus, presenta originalità e legame con il passato, significa che lavori di cuore, amore e fantasia. Il significato è presto detto: così nell’antichità ci si riferiva all’Italia per denotare la grande vocazione vitivinicola del nostro territorio. Quando spendi gli anni della formazione tra California, Toscana e Valdobbiadene l’inizio non può che essere in discesa. Questo ha fatto Fabio, che ha fatto tesoro di queste esperienze vitivinicole e oggi produce i suoi innovativi vini Igt Marca Trevigiana nella sua azienda Enotria Tellus a San Polo di Piave. La partenza con 10 ha di proprietà, accresciuti di anno in anno fino ad arrivare a gestirne altri 20 ha. La zona di produzione si trova nella campagna veneta vicino al fiume Piave, nella provincia di Treviso dove è consentita la vinificazione di diversi vitigni fra cui Pinot Grigio, Pinot Bianco, Glera, Merlot e Raboso, quest’ultimo, autoctono della zona. Lo stile Enotria Tellus Lo stile dell’ azienda è unico e inconfondibile, frutto della commistione di intuizioni, sogni, fantasia, e lavoro fisico tanto di Fabio quanto della vulcanica Anisa. E’ Anisa che rende l’azienda un mondo pieno di colori. Con le sue creazioni racconta emozioni. Sceglie i nomi dei vini e ricerca un’estetica non convenzionale per le etichette. E’ di Anisa la voglia di raccontare quest’avventura sui social. E’ una wine front woman d’eccellenza.   Una grande idea è stata la voglia di creare un evento social che oggi è alla sua seconda edizione: “Beux, Bellussera User Experience”, incontro di wineblogger (con cui Wine Tales Magazine collabora felicemente), provenienti da tutta Italia, ospitati nella cornice di Cà di Rajo, cantina limitrofa ad Enotria Tellus, dove, le persone coinvolte hanno vissuto l’esperienza della “Belussera”, antico impianto di allevamento della vite, oggi in disuso, che proprio queste due cantine stanno cercando di riutilizzare e valorizzare, al fine di mantenere la tradizione con un occhio verso il moderno. Fabio e Anisa sono molto legati al loro territorio ed è per questo che cercano di promuoverlo e di esaltarne le caratteristiche salienti.   Vini unici, che parlano Da questo fantastico contesto nascono vini dall’ impronta decisa: freschi, precisi, con una forte identità territoriale. Identità forte impressa dai terreni principalmente sassosi e di medio impasto della zona. Il carattere unico e originale deriva ovviamente anche dalle tecniche di vinificazione scelte, come la vinificazione di Merlot e Raboso in orci di terracotta. Pionieri del Pinot Grigio spumantizzato, intraprendono questo lungo Viajo a dosaggio zero. Semplice e diretto è il Merlot Ombretta vinificato in acciaio. Al naso e al palato troviamo piccoli frutti rossi, pepe bianco. Un vino immediato, acidulo e sapido. Ha l’etichetta che preferisco, sia perché rappresenta uno dei piccoli cane Bassotto che “abitano” in azienda, sia per il significato. Bere un ombra de vin è un detto molto tipico in Veneto e la scelta di questo nome afferma decisamente le radici di Enotria Tellus. Si apre un mondo quando parliamo di Piradobis., il cui nome è un omaggio all’origine Georgiana dell’uso delle anfore per la vinificazione. Alla raccolta a mano e successiva surmaturazione di uve Merlot e Raboso segue la fermentazione di 30 giorni sulle bucce e l’affinamento nelle anfore. Ed infine l’ esplosione di profumi e sapori che rendono questo vino  fortemente rappresentativo di questo territorio. Il vino che mi ha colpito di più? Renovatio, Pinot Bianco in purezza. E’ un vino indomabile perché nato durante la pandemia,  e dal nome augurale: Renovatio infatti significa rinascita. L’ augurio che Fabio e Anisa hanno voluto esprimere con questa etichetta è di poter intraprendere un cammino verso la serenità. Il nostro invito è a recarvi a San Polo di Piave a conoscere Fabio e Anisa e ad assaggiare tutti i loro vini fatti di cuore, amore e fantasia! di Valeria Valdata @valery_and_the_wine https://youtu.be/NGRZPkni6f0
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