Suggestioni di Vino

Suggestioni di Vino è la rubrica che racconta le persone del vino. Della loro storia, dell’amore, della passione che inoculano nel vino. Perchè il vino è materia viva e le persone ne sono il nutrimento.

Le incursioni enoiche di Ivan Vellucci, ingegnere e manager per dovere, ma sopratutto Sommelier per passione e dedizione. Dirigente in una importante realtà del mondo automotive, Ivan racconta con passione e semplicità, territori e produttori d’eccezione.
WIA Ambassador, Ivan ci porta a conoscere realtà prima di tutto umane, dove il sorriso e l’ospitalità dei vignaioli sono lo specchio dei vini che producono. La rubrica Suggestioni di Vino, creata appositamente per lui, si arricchirà ogni settimana di suggestive esplorazioni e di scoperte enologiche, narrate con trasporto e partecipazione. Al lettore parrà di accompagnare Ivan in queste visite speciali e sarà stimolato a fare lo stesso: vivere il mondo del vino come un bambino, con lo stupore negli occhi e la magia nel bicchiere.
Seguiamolo in quest’avventura.

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16 Dicembre, 2022

Stefan Goldman e la Riserva del papà

C’è stato un periodo della nostra storia, erano gli anni ottanta, quando le campagne si svuotavano. Le luci della città o forse la miseria delle campagne attiravano, o spingevano, le persone fuori dalle terre. Così le case, le terre, i paesi si spopolavano. Pochi arditi intraprendevano invece il percorso inverso e la Toscana rappresentava la meta di riferimento. Il miraggio di una vita diversa a contatto con la natura. Pietralta sorge nel nulla. Letteralmente nel nulla tra San Gimignano e Volterra. Un luogo accogliente. Un agriturismo che accoglie i propri ospiti alla vecchia maniera. Con la schiettezza e la cordialità di una volta. Convivialità e gioia di riunirsi intorno ad un tavolo per mangiare cose genuine e bere i vini del territorio. A vederlo come è oggi viene difficile pensare come lo trovarono i genitori di Stefan. Quando parli con Stefan capisci che è un toscano. L’inflessione è chiara, inconfondibile. Eppure il nome non è propriamente toscano. Il cognome poi! Quando hai un papà tedesco (mamma di Milano), ci sta tutto.
Stefan è schietto, diretto, sincero. Deve averle prese dal papà, caratteristiche nordiche. Ma è anche modesto, riflessivo, emotivo. Non può che averle prese che dalla mamma. Un bel blend insomma! Arrivare dalla città, dove tutto è a portata di mano in questo lembo di Toscana n egli anni 80 quando tutto era (già) incolto ed abbandonato, non deve essere stata una passeggiata. I ricordi di Stefan sono ancora vivi. Certo, lui non c’era. Ha solo 31 anni. Ma le storie le ha sentite e storie di questo tipo rimangono dentro. Fanno parte di te perché sono della tua famiglia. Racconta con divertimento, pur sapendo che non è stato per nulla facile, di quando i suoi genitori si trovarono in un casale dove non c’era acqua corrente ed energia elettrica, circondata da undici ettari di terreno incolto, abbandonato. Difficile. Davvero difficile ricominciare. Anzi, cominciare da qualcosa che non c’era. La casa da sistemare. Il terreno da coltivare. Tutto. Tutto. Tutto. Tutto senza esperienza. Perché due cittadini milanesi cosa ne sanno di come si coltiva un campo. Di come si produce il vino, l’olio. Vuoi la vita di campagna? Eccola. Senza esperienza. Senza aiuti. Senza macchinari. Solo con la voglia di dedicarsi alla natura. Rispettandola ed amandola. Con questi principi è venuto su Stefan. Nel rispetto della natura. Quando Stefan parla del suo passato, l’emozione è palpabile. Sa da dove sono partiti. Sa dove sono. Soprattutto sa dove vorrebbe arrivare. Trovarsi a venti anni a dover gestire l’azienda del papà, non è semplice. Ma è la sua azienda. Sua è la responsabilità. Sa di essere sulla strada giusta. Sa di metterci tutto del suo. Ma vuole fare di più. Il papà ne sarebbe orgoglioso. Forse non avrebbe apprezzato le nuove sperimentazioni ma i tempi sono cambiati e fare qualcosa di diverso è un obbligo. Senza perdere l’identità di quella Toscana che ormai è nel DNA. “Il vino? Eh il vino si faceva per la casa mica per venderlo”. Fino a quando Stefan ed il papà non decidono che si può fare qualcosa di diverso. Con il Sangiovese ad esempio. Ci sono le vecchie vigne che però non sono idonee perché da troppo tempo abbandonate. O forse non lo erano al tempo, senza esperienza. Capiscono che hanno bisogno dell’enologo, dell’agronomo. Di braccia per la vendemmia. Insomma di qualcuno che li supporti. Cinque ettari sono comunque tanti. Erano undici gli ettari sì ma difficili da gestire per due venuti da Milano. Stefan ha una idea ben precisa del vino. Non è che uno solo perché ha 31 anni non deve avere le idee chiare. Lo vuole biologico, nel rispetto delle tradizioni. Lo vuole che rappresenti il territorio. Lo vuole vivo. Senza fronzoli. Come è la sua natura. Nel tempo hanno impiantato ovviamente il Sangiovese perché il Chianti e il Riserva non possono certo mancare in questo territorio. Ma anche Merlot, Syrah, Trebbiano, Malvasia. Poi Teroldego e Manzoni bianco. Per sperimentare però. Per capire le potenzialità della terra (o delle tecniche con i vini naturali che “è un’altra società però”). Argillosa, ricca ma con basse rese. “Nel futuro ci sarà un ritorno alle origini con Mammolo e Ciliegiolo. Papà ne sarebbe stato contento”. Il territorio. La terra. La vita. Stefan non si ferma. Si è dovuto fermare quando il papà se n’è andato. Ma non ora. Studia. Perché sa che portare avanti una azienda senza sapere non si può. Non possiamo non assaggiare qualcosa. Cosa se non i tre vini che rappresentano al meglio l’azienda? Partiamo con un Chianti DOCG. È un bel chianti che nel bicchiere esprime tutta la sua “chiantitudine”. I sentori ci sono tutti anche grazie ad un processo ben controllato ed un passaggio rapido in tonneau grande. Bella freschezza in bocca. In fondo è un vino giovane, che va bevuto così anche se in bottiglia ci starebbe bene altri anni. Generoso e con quei tannini poderosi, quasi aggressivi. Secco, sapido, equilibrato ma nervoso. Persistente e con un finale lievemente mandorlato. Mi convince. Facciamo un salto in avanti con la Riserva 2017. Quando Stefan parla di questo vino lo dipinge, lo incensa ma soprattutto si sente che lo adora. Si, certo, è decisamente più equilibrato del Classico. È più ricercato del Classico grazie alla selezione dei vigneti che cambia ogni anno. È più complesso con i sentori che tra un po’ si arricchiranno anche di etereo. È balsamico. È la Riserva che in bocca è uno di quei vini che non smetteresti mai di bere. Ma non è questo che lo fa adorare a Stefan. Questo vino è viscerale. È passione. È nostalgia. Forse perché ne parlava con il papà con il quale discuteva di come si dovesse fare il vino. Questo vino. Insomma, sembra un omaggio al papà. Come se fosse un albero che cresce con le forti radici impresse nel passato. Infine proviamo il blend da Syrah e Merlot. Un 2018 che riposa un anno intero in barrique. Un vino che è una pennellata. Fa contenti tutti. Ruffiano sì ma ben fatto Questa è Pietralta e le sue 20.000 bottiglie. Questo è Stefan. Un ragazzo che sa da dove viene e sa dove vuole andare. Un ragazzo che ha nel cuore la sua terra ma ancor di più vorrebbe che il papà lo vedesse ora, mentre assaggia orgoglioso il suo Riserva. Sono sicuro che la prima cosa che penserebbe è “abbiamo fatto bene a lasciare Milano per la campagna”. Non mollare Stefan. Non guardare in faccia nessuno se non i clienti del tuo agriturismo mentre bevono il tuo vino. Ivan Vellucci Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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9 Dicembre, 2022

Cantina La Stradina: da zero a cento, in cinque

Cosa possono avere in comune un elettricista, un Dirigente postale di filiale, un dipendente della Lavazza, un Amministratore Delegato di una azienda di imballaggi di cartone e un Fisico ricercatore universitario? Magari appartenere ad una banda? Può essere. Di certo, l’amicizia, quella con la A maiuscola. Una amicizia che parte da quando si è bambini e che in un comune con poco più di 7000 abitanti come è Gattinara, si può fare. Perché si cresce insieme anche se poi si prendono strade diverse. Per quanto le radici, quelle, non si dimenticano. Sono quelle che ti fanno rimanere con l’anima ed il cuore legato alla tua terra. L’amicizia chiede di più: va coltivata. Come la terra, come le piante. Coltivata, accudita, gestita. “Perché non ci compriamo un pezzo di terra e ci facciamo il vino?”. Nasce tutto così. Come un gioco. Una battuta, messa sul tavolo da Roberto quando, alla soglia dei 40 anni c’è ancora tanta voglia di stare insieme. Le serate, le cene, le bevute. In fondo siamo a Gattinara nel Vercellese, dove il vino è cosa seria. Sarà perché qui si beve il nebbiolo, anzi il Nebbiolo e perché l’interpretazione di questo ha dato vita nel 1990 alla DOCG. Cosa c’è oltre il Nebbiolo se non il Nebbiolo? Invece di comprarcelo, ce lo facciamo noi. Come viene viene. Un modo per stare insieme. Un modo per continuare ad unire cinque amici forse un po’ annoiati dalla monotonia di un piccolo paesino ma con l’animo dei ragazzini che erano e che in fondo sono ancora. Sempre pronti a divertirsi e far baldoria. Siamo come Ancelotti e se va bene, si vince la Champion. Comprano mezzo ettaro, si solo mezzo ettaro sul quale ci sono delle piante di nebbiolo. “Non sapevamo come fare” mi dice Roberto. “io faccio l’operaio e di vino da uno a cento ci capisco venti. Gli altri anche meno”. Insomma, nel 2004 la banda dei 5 fa la prima vendemmia senza sapere nulla di vino. Vendemmiano il misero mezzo ettaro e chiedono consigli in giro su come fare il vino. “Abbiamo fatto le media delle cose che ci dicevano”.  Svegli i ragazzi. Volenterosi e con la voglia di divertirsi. Prendono in prestito tutto il materiale che serve per fare il vino. Fanno tutte le operazioni così come gli hanno detto di fare financo la macerazione per 12 giorni. Allo svinamento sentono buoni profumi ma non tutti sono convinti. È prima di mettere il tutto dentro una barrique (comprata usata ovviamente) che inizia la discussione sulla qualità del prodotto. Ecco, vorrei fermarmi qui. Perché quando Roberto mi racconta questa cosa io scoppio a ridere. Ma tanto. La scena che ho dinanzi agli occhi sembra uscita da un episodio del Muppet Show dove i personaggi litigano. Una sana litigata tra amici. Insulti nel dialetto locale. Improperi che vengono erogati come se piovesse e soprattutto pareri contrari tra chi dice che fa schifo e chi invece che è bevibile; tra chi che è meglio buttare via tutto tanto abbiamo scherzato e chi invece pensa che ormai la barrique c’è dunque va riempita. Una parola però echeggia ad un certo punto nella discussione. Una parola che è diventata un intercalare piemontese (me ne sono accorto la prima volta che ero a Torino in tram diretto verso il primo giorno di lavoro in Fiat): minchia! Ecco, minchia è la parola che Roberto pronuncia quando ha assaggia il vino. Quella parola è stata lo spartiacque della banda. Minchia quanto è buono. Ecco, è buono. Non è spettacolare. Non si parla di sentori, percezioni, sensazioni. È buono. È semplicemente buono. Tutto qui. Schietto. Preciso. Sincero. È buono e ce lo possiamo bere. Abbiamo raggiunto lo scopo. Ah ovviamente i lieviti erano quelli in polvere e la malolattica era partita senza che lo volessero. ça va san dire. L’anno dopo non è che gli venga così bene però. Ma chi se ne frega. Tanto hanno prodotto qualche centinaia di bottiglie nel 2004 che basteranno per un po’ di cene. Scherza scherza che negli anni cominciano a comprare un po’ di barrique. Di seconda vita però. Basta che dentro sia passato il Nebbiolo. Quelle grandi non si possono prendere perché non entrerebbero in cantina. “Occorrerebbe costruirle dentro ma chi ha i soldi!” Nel frattempo Giorgio, il fisico, quello che fa il ricercatore, si laurea (pure) in enologia così che l a banda possa autogestirsi. Almeno uno intelligente ci vuole nel gruppo no? Giorgio è uno che va al CERN di Ginevra. Una testa! 2000 bottiglie l’anno. Non di più. “All’inizio di agosto andiamo in vigna (quando abbiamo tempo) e tiriamo via un po’ di grappoli per aumentare la qualità”. Le piccole quantità consentono micro vinificaizoni. Quel fazzoletto di terra in realtà ha diverse esposizioni e diversi terreni così da far emergere le differenze. Quasi come se fossero dei mini cru. “però poi la vendemmi la dobbiamo fare nel fine settimana che noi lavoriamo”. L’anno scorso ci hanno invitato ad un concorso. Ma noi ci andiamo solo se la degustazione è alla cieca altrimenti chi ci crede a cinque come noi? Tutta la meraviglia, la schiettezza di Roberto e della banda sta in queste parole. Nemmeno loro ci credevano e non so se, anche ora che uno dei vini ha preso 100, ci credono ancora. Per loro è come se fosse ancora tutto un gioco. Un passatempo. Un modo per autoprodursi il divertimento. Anche se hanno capito che qualcosa di diverso va fatto. A cominciare dalla cantina.   Perché prima la cantina era sotto casa di Giorgio, uno scantinato. Ora che con il mio lavoro ho fatto le cose per gli architetti, ce la siamo aggiustata bene Non ci credono ancora. Perché ogni annata è diversa, perché ogni anno c’è qualcosa di nuovo. Non vogliono essere omologati. Loro, la banda dei 5, fa le cose come vengono. Come la natura concede. E va bene così. Perché tanto, dopo tanti anni, stanno ancora insieme. A divertirsi. A bere vino. A prendersi in giro l’un l’altro. Anche a Gattinara. PS il vino è davvero notevole. In un mio post la recensione. Da non perdere! Ivan Vellucci Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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2 Dicembre, 2022

Don Ottorino, il professore della vigna

Don Ottorino, il professore della vigna. Dalla cattedra dell’università alla vigna il passo non è così breve. Sì certo, quando uno è ingegnere è preciso, metodico, attento ai processi sembra sulla strada giusta ma poi, all’atto pratico, la vita del vignaiolo è un “pochino” diversa. Anche perché cinquantaquattro anni passati a Pisa a studiare prima e a insegnare ai giovani aspiranti ingegneri dopo, non sono pochi. Ti segnano. Ti forgiano.
Eppure Ottorino, l’ingegner Ottorino, torna nella sua Calabria quando la vita gli sbatte con forza e prepotenza la porta in faccia, per ricominciare tutto. Per dare un nuovo senso alla sua esistenza. Lo fa con quella forza che solo un uomo della sua determinazione e cultura può avere. Non dimenticando, mai, sia le sue origini sia la sua formazione: ingegnere e calabrese a divinis insomma. Se fai una domanda ad Ottorino è come stappare una bottiglia di bollicine dopo averla agitata. È un fiume in piena. È una forza della natura nonostante abbia passato gli ottanta. Ci tiene a inondarti della sua passione che è fuoco, lava incandescente. Che lo alimenta in maniera forte, prepotente. Senza però portarlo ad eccedere. Umiltà e gentilezza. Questo traspare.  Non va fermato. Perché la sua passione per il vino è cosa sana. Che lo ha stimolato, forse tormentato per tutti gli anni nei quali si è sentito, come lui stesso dice, un esule. Lontano dalla sua Calabria, lontano dalla sua terra. Lontano dalla sua famiglia. Diviso tra la passione per l’insegnamento e quella per il vino.   La vita spesso ti offre una opportunità. Altre, ti costringe a fare delle scelte. Ad Ottorino capita questa seconda strada. Perdere la moglie e rimanere solo, come un esule, non è più possibile. Questo, proprio questo è il momento per dedicarsi alla sua passione.   In Calabria, nelle terre del padre non trova più nulla e non può fare altro che mettersi alla ricerca di quelle viti che dalla Grecia sono arrivate in Calabria nel corso dei secoli.    “Ho ritrovato cinque vitigni sconosciuti. L’esame del DNA da esito “sconosciuto”. Probabili imparentati con qualcun altro ma sostenzialmente sconosciuti”.  “La Calabria è piena di Magliocco e Greco Nero ma non hanno nulla a che vedere con quelli miei!”. Magliocco e Greco Nero hanno in effetti tanti cloni. Vujnu e Duraca sono invece molto meno noti e diffusi. Tutti e quattro costituiscono la base dei vini di Boccafolle, l’azienda nata dalla lucida follia di Ottorino nel paesino di Monttafollone (poco più di 1000 anime ai piedi del Pollino).   Studia, si informa. Legge. Va in cerca delle origini perché da lì parte tutto. Non può e non vuole fare solo vino. Deve, saperne di più. Così è fatto Ottorino. Chissà come deve essere stato come professore. Severo? Cattivo? Me lo immagino giusto. Uno di quelli che pretendono sì, ma giusto. Buono penso io.   In Calabria, nella vita numero due, è come se Ottorino avesse riversato su di sé e sulla sua attività di vignaiolo ognuno di quei dettagli che pretendeva dagli studenti. Così vendemmia in maniera naturale. Pretende grande attenzione in vigna così come in cantina. Segue lui in prima persona tutto il processo. Ci tiene. Non delega. È un carico che si mette sulle spalle per un solo obiettivo: produrre un vino eccellente come gli antichi greci facevano in quelle zone.  Spesso la passione e l’abnegazione non bastano. Serve la dedizione e lui, ora, ce l’ha. Servono le attrezzature che però mancano. Serve la passione e questa c’è. Serve però anche l’arte della vinificazione. Che non ha. Ancora. Ottorino si rimbocca le maniche e la apprende. Con il tempo. Con la fatica. Con l’umiltà di chi deve imparare. Ma ci arriva. Arriva finalmente a produrre i suoi vini. L’orgoglio di Ottorino si realizza e si specchia nei vini che produce così nelle storie che narra. Sono la sua vita. Gli aneddoti si susseguono e seguono quel fiume inarrestabile. Così mi parla del suo Vujnu, vitigno assai particolare che in bottiglia profuma di Alysso. Le sue uve hanno fatto vincere ad un’altra cantina importanti premi. Racconta di come il suo vino vada negli USA dove le bottiglie di Riserva vengono vendute, in California, a 84$. Racconta di come si sentiva quando il suo vino viene giudicato in maniera eccellente. “L’Amarone non dico scompare ma sicuramente il mio vino affianco all’Amarone non fa brutta figura”.  “Chiunque abbia bevuto questi vini non ha trovato difetti”. Queste affermazioni che ai più possono sembrare bestemmie sono sì parole di Ottorino ma in qualche modo “relata refero”. Tutto ciò che le persone aldilà e aldiquà dell’oceano dicono dei suoi vini. Verità? Per ora ho assaggiato il suo Magliocco 2018 e devo dire che mi ha notevolmente convinto (recensione sul @ivan_1969).  Ottorino poi parla di Francesco, suo fido collaboratore, e lo fa con orgoglio ed entusiasmo: “ha assorbito tutto quello che gli ho detto come una carta assorbente”. Sa che deve appoggiarsi a qualcuno e ha scelto Francesco come suo studente modello. L’animo del docente non può certo eclissarsi in così poche vendemmie.   Non puoi non voler bene ad una persona come Ottorino. Ti fa tenerezza quando ti guarda con quegli occhi carichi di vigore ma anche teneri e luccicanti. Senti che porta dentro di sé la storia di un esule e l’orgoglio di essere tornato in terra natia. Senti che ha la forza di un ragazzo che sperimenta e che vuole diventare grande. Anche se, in cuor suo, sa che l’età non è più quella che gli permette di progettare. “Ma chi se ne frega” sembra dire (anche se non lo dice perché gentile e raffinato). Ecco, Ottorino, l’ingegner Bruno Ottorino, il Professore Ottorino Bruno è una di quelle anime pure che si rispecchiano a pieno nel calice quando assaggi uno dei suoi vini. Bevendo il suo Magliocco e pensando a lui, pensavo ai miei nonni, alle loro difficoltà, all’attaccamento al territorio. Pensavo a come sia difficile andar via dalla propria terra e tornarci sì perché dove te ne sei andato ora è diventato quasi inospitale e con la sensazione di una vita inutile. Pensavo a tutto questo che può certo essere triste. Fino a quando non ricordi il sorriso e lo sguardo di Ottorino che sembrano dirti: c’è ancora tanto da fare. Grazie Ottorino Ivan Vellucci @ivan_1969
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25 Novembre, 2022

Il Poggio degli Stenti: aldiquà il Montecucco, aldilà il Brunello.

Brunello? Sua Maestà il Brunello di Montalcino: ma perché c’è dell’altro? Voglio vedere chi, una volta arrivato a Montalcino patria del sacro Brunello sceglie di proseguire verso Grosseto. Giammai! Quando si è provato il Brunello o il meno impegnativo Rosso di Montalcino, li si sta. Eppure…. Eppure…. L’Orcia è il fiume che scorre in mezzo alla valle che da esso prende il nome. Dolci colline che da Montalcino scendono verso il fiume per poi risalire. Quelle colline che ogni essere umano ha imparato ad amare grazie a qualche foto o per una visita in queste zone. Verdi in primavera, gialle in estate, marroni in inverno. Per il vino però ci si ferma a Montalcino dove il Sangiovese ha trovato la sua patria di adozione. Chi invece, animato da spirito di avventura, attraverserà l’Orcia risalendo la collina, si troverà nella zona del Montecucco DOCG assaggiato il quale il mondo sembrerà differente. In questa zona la vita è sempre stata difficile. Pochi paesini, mai rinomati come Montalcino. Piccoli borghi con la loro storia certo ma poco blasone. Il terreno è buono per l’allevamento dei bovini e per il foraggio ad essi dedicati. La difficoltà della vita in queste zone era tale che una fattoria ha scelto di chiamarsi Poggio Stenti: invece del cognome dei proprietari, un nome evocativo della miseria che regnava. Perché ricordare la fame, le sofferenze, gli stenti, aiuta a tenere viva la propria storia. L’azienda è di papà Carlo Pieri che l’ha ereditata dal suo di papà. Dedito all’allevamento dei bovini tanto che la macelleria poco distante è sempre piena per via della ottima qualità della carne. Vigna? Mah, poca, giusto quella che serviva per produrre il vino di casa, per casa. Poi ad un certo punto l’illuminazione. Del papà di Carlo? No, della mamma. Erano i tempi nei quali lavorare i campi non bastava. Troppe incertezze ma anche tanto lavoro per poi nemmeno sbarcare il lunario. Eppure, aldilà dell’Orcia gli americani avevano iniziato ad investire nel Brunello determinandone il grande successo. Come i fratelli Mariani dell’azienda Banfi che decisero di costruire la propria cantina alla stazione di Sant’Angelo Cinigiano, poco dopo l’Orcia, poco distante dal poggio e proprio a pochi passi dalla bottega di macelleria della famiglia. Ecco che non ci si può far scappare l’occasione di uno stipendio fisso. Così che la mamma di Carlo va a lavorare dai Mariani e lì, proprio lì capisce che il futuro è, anche, nel vino. Perché da lì a poco sarebbero arrivati gli americani e vedere la Toscana e a bere il buon Sangiovese. Ah la saggezza delle donne di un tempo! Quelle che spingevano i mariti ad andare oltreoceano in cerca di fortuna e quelle che la fortuna avevano intuito si potesse trovare sotto casa. Non trasformando l’azienda. Perché in fondo bisognava sempre campare delle bestie. Ma ampliandola nel suo raggio di azione con il vino. Ma non un Brunello perché di quello non c’era verso stando aldiquà dell’Orcia. Qualcosa di diverso.   Fare vino e farlo bene. Un imperativo per i Pieri ma anche per tutte le aziende adliquà dell’Orcia. Tanta fatica per diventare DOCG solo nel 2011. A Poggio Stenti ci accoglie Eleonora. Figlia di Carlo (dal quale sono stato già per prendermi una bella fiorentina!). È lei che si prende cura del vino adesso. Sta finendo una degustazione con una coppia americana: “delicious”. Così si esprime la turista americana che scopro essere californiana. Le chiedo come ha saputo del Montecucco e mi risponde “surfing on the web”. Potenza del web dico io. Non credo che molti italiani ne sappiano dell’esistenza (del Montecucco non del web…). Eleonora è toscana e si sente. Ma non di quelle con la puzza sotto il naso. No, lei è affabile e gentile come una persona che sa il valore delle cose che fa la sua terra, sa il valore del lavoro, sa la fatica che deve fare una azienda come Poggio Stenti stando aldiquà del fiume Orcia quando aldilà c’è sua Maestà Brunello. “Non c’è un paesino qui. Non ci sono posti da visitare. Un turista qui arriva solo per il vino. Di passaggio.” È un bel passaggio penso io. Dalla terrazza dove ci accomodiamo si vede tutta la valle. Poche vigne è vero ma il paesaggio merita.   “Ora si dovrà pure bere” fa lei. Abbiamo visto la cantina dove ho apprezzato la perfezione, la pulizia. Le botti, quelle grandi. Hanno ancora qualche tonneau piccolo ma sono passati a quelli grandi. Perché così il Sangiovese ha tutto il tempo per riposarsi e fare il suo lavoro di affinamento. Qui, sul poggio e sulle vigne intorno, il sole batte forte. Adesso, in una domenica di fine ottobre quando il caldo è anomalo. Figuriamoci in estate. Certo, c’è il fiume Orcia a mitigare. Ci sono i venti dell’Amiata. Tutto sembra far presagire vini di un certo livello, identitari Partiamo con un bianco. Perché non è che non si possa avere un bianco in Toscana. Cosa se non un Vermentino? “è un po’ caldo” mi dice Eleonora. Mica tanto penso io. E poi, così vengono fuori i sentori, quelli veri. Quelli di pera, quelli della salvia. Quelli del minerale regalo dell’Amiata. Bella rotondità penso io. C’è una piscina con delle sdraio. MI immagino già li sdraiato in una sera d’estate. È poi il turno del rosso di ingresso, il Rosso Poggio Stenti, blend di Sangiovese e Cabernet Sauvignon. Molto diretto, molto verticale. Tanta frutta matura. Un vino che è da tutti i giorni ma di quelli che lasciano presagire come i fratelli maggiori siano di altra pasta. Infatti il Tribulo e il Pian di Staffa, i due vini storici dell’azienda, quelli che li rappresentano perché DOCG (il secondo è una riserva) sono un vero spettacolo. Abbiamo fatto tanta strada per arrivare qui e ne è valsa la pena. Nel Tribulo le note speziate e balsamiche ci sono tutte. Le spezie sono quelle dolci, tali da rendere tutto rotondo, pieno, voluttuoso, sensuale. I tannini sono morbidi e avvolgenti come una sciarpa di cachemire. Il Pian di Staffa ha anche dell’etereo e la persistenza si fa più lunga mantenendo una gradevolezza impressionante. Nessuna asperità, nessuna ruvidità. È tutto un abbraccio avvolgente che sa di sessuale. Lo guardo nel bellissimo calice che Eleonora mi ha messo a disposizione e non posso che rimanere estasiato. Punto il calice verso l’altra parte dell’Orcia e vi viene da pensare al Brunello, a come chi si ferma da quella parte non riesca a godere in questo modo. Peccato che un vino così memorabile sia per pochi. Ricordo quando sono stato alla presentazione dei Tre bicchieri Gambero Rosso allorquando i due Montecucco erano affogati tra i 98 vini toscani 16 dei quali Brunello. Io ero lì tra la folla che degustava i vini toscani, quasi isolato dinanzi ai Montecucco pensando a quanto si stavano perdendo. Assaggiando i due maschi adulti di Poggio Stenti, guardando i colli del Brunello, ho avuto la medesima sensazione. Non so se sia meglio tenersi nascosto un tesoro del genere oppure farlo conoscere…. Ivan Vellucci @ivan_1969     CANDIDA QUI LA TUA CANTINA ALLA PRIMA EDIZIONE DI WINE IN VENICE!
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18 Novembre, 2022

L’Etna all’improvviso

L’Etna all’improvviso.  Può capitare nella vita che qualcosa, qualcosa del quale non sai, non percepisci il valore, si materializzi così, all’improvviso. Cosa farne davvero non lo sai. È sempre stata li, l’hai vista da quando eri piccolo. Ma mai avresti pensato che un giorno potesse diventare tua. Chi è stato sull’Etna, sulla Montagna che domina la Sicilia, su quel Dio che è placido e dormiente ma quando si sveglia sa farsi sentire, ecco, chi vi è stato ed è salito fino in cima, sa quanto il terreno sia brullo. Difficile. Impervio. Le colate laviche sono ovunque. Il paesaggio che si osserva, respira, tocca con mano, è lunare. La terra non esiste oltre una certa altitudine. C’è “petra lavica”. Nera come la pece. Dura come solo la pietra lavica sa essere.  Eppure qui, la vita c’è.  Giacomo Foti ha ereditato una vecchia vigna di famiglia. Poco più di un ettaro a Nicolosi, sul versante sud dell’Etna. 900 metri di altezza. Un versante che si affaccia direttamente sul golfo di Catania. Un pezzo di terra brullo. Coperto di sabbia lavica dal quale si può vedere il mare. Caldissimo durante il giorno per via del sole cocente ancorché mitigato dalle brezze marine che risalendo il “canalone” (frutto di una antichissima eruzione) arrivano fin qui; freddissimo la notte quando le correnti di aria gelida scendono dalla vetta della Montagna.   Un pezzo di terra sul quale Giacomo ha trovato le piante che i suoi nonni avevano piantato. Un ciliegio che produce materie prime per una ottima confettura. Un pero. Un castagno. Un albero di noci. Alberi di pistacchi. E anche una vigna di Nerello Mascalese vecchia di oltre 80 anni.  Ecco, quando ti trovi qualcosa del genere non puoi non chiederti cosa farne.  L’Etna si sa è posto difficile. La vita che Idda dona può riprendersela quando vuole. Lavorare la terra qui non è semplice. Devi farlo con le tue mani, “carricarti” tutto sulle spalle e lasciare che la Montagna ne decida il destino. Giacomo decide di valorizzare la vigna dando vita a una piccola realtà, Tenute Foti Randazzese, con tre etichette per appena 10.000 bottiglie: un rosso da Nerello Mascalese in purezza; un rosato sempre da Nerello; un bianco da Carricante in purezza.  “Conduciamo tutto in famiglia” mi dice Giacomo. “è una passione diventata secondo lavoro”.    Si, perché Giacomo ha un altro lavoro. Non è che con la cantina ci si guadagni ancora. Poche bottiglie e tanta fatica. Ma si diverte e il suo sorriso la dice lunga quanto. Ma anche su quanto lo appassioni. Perché ciò che ha ricevuto sa essere una responsabilità, una sfida, un onore. Ecco, il suo sorriso e la sua voglia racchiudono proprio l’onore. Quello di un siciliano vero che dal basso, da un piccolo pezzo di terra brullo, sa di poter ottenere prodotti fantastici. h “io non sono biologico ma può venire oggi stesso un controllo…noi qui usiamo rame e zolfo quando serve (ma solo quando serve ah!) e la zappa. Anche perché sulla sabbia lavica come ci vai!” Parlare con Giacomo ti fa sorridere perché usa la sua schiettezza siciliana con una seraficità che ti lascia senza parole. Decidiamo di assaggiare due vini: il rosato e il bianco. “Ho solo tre etichette ma stiamo già lavorando alla quarta”.  Il 2022 è stata l’annata che ha voluto dire siccità per quasi tutti i viticoltori italiani. Non per quelli etnei. Perché nel pomeriggio, come fosse un appuntamento fisso, arrivava la pioggia. Così che i raccolti sono stati più generosi pur mantenendo la qualità dell’Etna. “Grazie alle condizioni che l’Etna ci ha offerto abbiamo fatto maturare di più le uve Carricante creando acini surmaturi. Da qui poi in barrique per realizzare 500 bottiglie di un nuovo prodotto”. Ecco l’Etna penso io. Idda, ha creato qualcosa di diverso quest’anno. Come si fa a non amare un posto che “cangia” così da un giorno all’altro. L’assaggio dicevamo. Partiamo dal rosato Aita. Quando lo guardi nel bicchiere non puoi neanche immaginare che hai per le mani un vino che non ha avuto un passaggio sulle bucce. Eppure è così. Altro miracolo dell’Etna. La carica polifenolica degli acini è stata così forte che non è servita. “ho dovuto fare un video per far vedere che non facevo nulla che spremere” mi dice Giacomo. Quando ho messo il naso nel bicchiere mi è venuto in mente mio papà che amava tagliare la pesca e metterla a mollo nel vino rosso della cantina sociale. Ecco, lo stesso odore lo trovo in questo vino. Solo che la pesca è la tabacchera. Quella brutta e schiacciata che, dopo averla sbucciata con fatica, restituisce solo piccoli pezzi di polpa. Ma che buoni! Poi i frutti virano sull’arancia sanguinella. Da un rosato? Eh sì. Ecco poi che arriva lo iodio del mare. In bocca è fresco, secco, caldo e tanto minerale come solo i vini dell’Etna sanno essere. C’è tanta rotondità con anche un piccolo accenno di tannini. Me lo immagino con una parmigiana di melanzane ma soprattutto con una bella pizza napoletana con bufala e pomodorini pachino. Spettacolo!  Gagà, il bianco da Carricante non è da meno. Al naso sento un incontro del mare con i fiori di ginestra dell’Etna. È come se mi trovassi in un giardino di sabbia lavica con i fiori di ginestra intorno e la brezza salina del mare a rinfrescare. Si certo ci sono i frutti esotici come il mango, poi la pera, la mela verde. Ma c’è anche una scorsa di limone candito. Ma quella ginestra e la brezza del mare…. In bocca sempre la sapidità mi colpisce. Con un retrogusto di frutta importante e la capacità di scaldare quasi più del rosato. Il rosso ancora non è pronto dunque mi toccherà aspettare per assaggiarlo. Ma già da questi due vini e dalla chiaccherata con Giacomo ho capito molto di una azienda a cui voglio augurare tutto il bene del mondo. Perché per fare qualcosa in Sicilia ci vuole coraggio. Per farlo sull’Etna occorre essere eroi. È vero che poi i frutti sono meravigliosi, ma provate voi a sgobbare per tanto tempo e poi vedere tutto distrutto da Idda. Il sorriso di Giacomo la dice lunga sulla capacità della gente dell’Etna di convivere con la Montagna. Rispetto prima di tutto ma poi tanto duro lavoro. Manuale e di famiglia. Ora che Giacomo sa davvero cosa ha per le mani, sono certo che niente potrà abbatterlo. Nemmeno Idda. Ivan Vellucci @ivan_1969
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11 Novembre, 2022

Pazzi per le bolle. Pazzi con le bolle

Pazzi per le bolle. Pazzi con le bolle Cosa è il Genio? È fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità d’esecuzione. E la Pazzia allora? Cosa se non un genio che va anche oltre? Si deve essere giovani per essere geni e pensare al futuro? Oppure si può sempre coronare il proprio sogno? Rosa è astigiana. Antonio pugliese. Una vita a lavorare, una vita a parlare di vino. Già solo parlare, assaggiare, divertirsi con il vino e tutto ciò che gli gira intorno. Un hobby meraviglioso. Ma niente di più.  Però la vita ti riserva sempre una sorpresa. Anche se non te la vai a cercare. Antonio e Rosa cercavano un oliveto vicino Roma dove vivono. Quello di Antonio, nella sua Puglia è troppo lontano. Troppo faticoso. Ne volevano uno vicino. Tanto per ammazzare il tempo e farsi un po’ di olio che a casa fa sempre comodo. Rosa in pensione e Antonio tra un po’. Non è che le agenzie immobiliari siano proprio esperte di oliveti e quelli che fanno vedere a Rosa e Antonio non fanno scattare nulla. Poi, un giorno, in quel di Farnese (meraviglioso paesino nel viterbese) vedono un bel terreno con olivi e una vigna malconcia. Ecco, li arriva la fantasia, l’intuizione, il colpo di fulmine. Ma anche la vera pazzia. Rosa guarda Antonio e Antonio guarda Rosa: la scintilla scoppia. Ci mettono un attimo a pensare al futuro e a vedere lì un vigneto. Su quel terreno vulcanico non può essere un vigneto qualsiasi. Se poi vogliono un vigneto di Pinot nero e Chardonnay che possa produrre bollicine con il metodo classico, allora siamo in presenza di pura, semplice, totale pazzia? O forse di più. Molto di più.  A chi può venire in mente se non a due pazzi di produrre un metodo classico da Pinot Nero e Chardonnay a Farnese? Eppure a guardare Rosa e Antonio tutto diresti tranne che sono due persone animate da lucida follia.   Arrivare alla loro cantina, Vigne del Patrimonio in fondo è facile anche perché Rosa mi ha mandato le coordinate. La struttura sembra quella di un consorzio agrario. E infatti era quello di Farnese. Già Farnese. Siamo a pochi km dal lago di Bolsena ovvero su un terreno di matrice vulcanica e fondo tufaceo. Come non innamorarsi di un posto del genere per fare vini? Quando entro mi sembra di entrare nella casa di mia nonna al paese. Un grande tavolo con le sedie intorno. La cristalliera con piatti e bicchieri. Poi una grande credenza con il piano in marmo.  Mi accoglie Antonio che nonostante la calda giornata ha un piumino smanicato e la camicia a maniche lunghe a scacchi. Poi Rosa che ti ammalia subito con quel suo sorriso gentile e i capelli bianchi candidi. Mi ricorda la zia Tina, slanciata, sorridente, affabile.   Sei a casa. Senti l’odore e il calore di casa. Senti che chi ti parla non è un estraneo ma due persone che ti parlano come se fossi uno di famiglia.  Non sono due esperti di vigna. Lo sono diventati piano piano. Perché partire da zero, letteralmente da zero, non è semplice se non sei umile. Per realizzare il proprio sogno sono andati a rompere le scatole anche all’università della Tuscia. Avevano bisogno di un enologo e chi meglio del professore in quella università? Dubito che abbia avuto modo di dire di no alla gentilezza di Rosa e alla determinazione di Antonio. Sono molto diversi i due. Anche in fatto di gusti e di vini. Se li senti parlare ti sembrano quasi George e Mildred che discutono. Ma poi si guardano e la scintilla scatta ancora.   Pochi ettari da coltivare (2.5) con tanto amore, tanta determinazione. Quando andiamo all’interno della struttura vediamo tutte le pupitre colme di bottiglie. “In fondo per girare 3000 bottiglie ci metto 45 minuti. Dunque non mi serve un macchinario”. Così mi dice Rosa. Assisto ad una bella discussione tra loro due. Da una parte Rosa che sostiene che girare le bottiglie a mano sia non solo poetico ma anche importante perché l’energia dell’essere si tramette alle bottiglie. Dall’altra Antonio che dice che sarebbe meglio un macchinario che tanto è la stessa cosa. Devono fare i conti con le finanze e non è possibile investire. Già le finanze. Perché mica è semplice fare metodo classico a Farnese ed avere successo. Eppure a loro due non interessa. Va bene così. Girano le bottiglie sulle pupitre a mano. Etichettano a mano. Va bene così.   Non si può non assaggiare nulla.  Ecco allora le loro creazioni: Alarosa Rosè brut (Pinot Nero e Chardonnay), Aladoro Brut (Chardonnay), Alanera Brut (Pinot Nero). Tutte con almeno 40 mesi di lieviti (il che la dice lunga sulla voglia di Rosa e Antonio di produrre qualcosa di unico). È un crescendo di sensazioni. Un crescendo di sentori e sapori. Nonostante il lungo periodo di affinamento sono ancora giovani. Quando li annuso, quando li degusto ci guardiamo negli occhi e vedo nei loro felicità, appagamento. Non posso che esserne ammirato perché ciò che sento nel bicchiere, dal bicchiere mi entusiasma. Mi conquista.  Il rosato è morbido, confettoso, sinuoso, ricco di quelle fragoline e frutti di bosco tipici del Pinot nero. Fresco, deciso e soprattutto sapido come un vulcano sa donare. Insieme alla persistenza che è importante. Il brut è più deciso grazie ad uno Chardonnay che dona la vena pasticcera di una crostata di agrumi. Lo definirei croccantissimo, fresco di cedro e pompelmo. Verticalissimo, persistente, minerale. Infine sua maestà il Pinot Nero con l’Alanera. Sembra un cardinale nero con il suo perlage ancora più fine e intrigante dei precedenti. La crosta di pane, la piccola pasticceria, la frutta secca, la grafite, il gesso. In bocca è una esplosione di sapidità e di eleganza. Non ci credo ma è così. Antonio ci tiene poi a farmi assaggiare il Vepre un rosso da Cabernet Franc che fa due anni di barrique. Apre un 2016 che è dir poco nobile. Lo apprezzo molto per la sua morbidezza e freschezza. Ma non si accontenta, vuole che assaggi il 2015 dicendo che l’anno è stato mitico. Ha ragione, mi stupisce ancor di più. La nobiltà è ancor più presente. Ancor più viva anche se più complicato del precedente. Più aristocratico.   Ma come si fa a non voler bene a questi due pazzi? Hanno una certa età. Quella età che non li fa anziani ma certamente idonei a prendersi cura del loro e solo del loro tempo. E invece cosa fanno? Si mettono a produrre vino da un difficilissimo Cabernet Franc e spumante metodo classico da Chardonnay e Pinot Nero. Vini che vanno aspettati per anni e anni. Pazzi. Adorabili pazzi. Meravigliosi pazzi.  Parlare con loro non solo mi riempie il cuore di gioia ma mi fa capire come i sogni son desideri e prima o poi, quando meno te lo aspetti, si realizzano. E che, soprattutto, non hanno età. Grazie per questa splendida lezione di vita.   Ps spero di fare cosa gradita ad Antonio riportando ciò che è presente sulle loro bottiglie tratto dal “Sonetto al vino” di Jorge Luis Borges (Antonio sostiene che tutti dovrebbero leggere e non posso che dargli ragione) In quale regno o secolo e sotto quale tacita
congiunzione di astri, in che giorno segreto
non segnato dal marmo, nacque la fortunata
e singolare idea di inventare l’allegria? Ivan Vellucci @ivan_1969
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4 Novembre, 2022

Lu Colbu, la Gallura, la Sardegna: il Cannonau di mare.

Lu Colbu, la Gallura, la Sardegna: il Cannonau di mare. Cosa è una favola se non una proiezione dei nostri desideri? Ce le leggevano i genitori da piccoli. Le ascoltavamo dai nostri nonni. E noi li a sognare e a sperare che prima o poi, qualcosa del genere ci sarebbe capitato.  Così, quando da adulti ci capita di andare in vacanza in posti meravigliosi, angoli paradisiaci del pianeta, ce ne innamoriamo perdutamente. È lì che sogniamo di ritirarci a vita privata fosse anche per una fuga di pochi giorni. Anche se poi però si torna alla realtà e tutto si dimentica.  Ecco, questo capita alle persone normali. Non ai visionari. A quelle persone che vedono il futuro e hanno la pazienza di aspettare.   Dieci anni fa in Costa Paradiso, un luogo incantato a pochi km da Sassari, due brianzoli si innamorano non solo del mare ma di questa meravigliosa terra con i vigneti che si affacciano sul mare. Sanno poco di come si fa il vino ma decidono comunque di comprare un po’ di terra per produrre Cannonau e Vermentino, i mostri sacri della Gallura. Un hobby certo, perché la vita è altrove mentre qui, in Sardegna, ci si viene solo in estate. È una scommessa, un gioco. O forse una vera visione.    Devono affidarsi a qualcuno e trovano, quasi per caso, Alessandro Oggiano. Non è che pure lui ne sappia tanto di vigne, di tecniche di cantina e di tutto ciò che serve per produrre vini di qualità. Certo, lavora nel campo dell’agricoltura perché vende prodotti ad essa dedicati con particolare attenzione alla vigna, ma di esperienza, poca. Alessandro ha in sé una dote, spesso tipica dei sardi: la determinazione.  Alessandro sa che la sua missione non è solo quella di produrre vino. Vuole, deve produrre qualcosa di speciale. Eccellente. Sa, Alessandro lo sa, che per arrivare ad ottenere qualcosa di eccezionale, deve faticare e tanto. Lu Colbu è l’azienda e Alessandro il suo interprete.   Ha dalla sua un terreno magnifico con l’esposizione verso il mare. Il sole qui c’è e si fa sentire, ma quello che più rende unica la Gallura è il vento e la terra. Il vento, le brezze, arrivano dal mare carichi di sale e donano alle piante non solo mineralità ma anche salubrità. Un suolo granitico con la sabbia in superficie. Insomma c’è tutto per produrre ottimi vini. Anzi, eccellenti. Cosa si può produrre se non Vermentino di Gallura e Cannonau? Già, ma, come dice Alessandro, il Vermentino è facile. Lo è perché siamo in Gallura e qui il Vermentino rappresenta la unica DOCG della Sardegna. È facile perché in estate tutti i ristoranti della zona se lo contendono. E il Cannonau? Ecco, quello è difficile perché particolare, che sa di terra e chi viene qui in estate vuole solo mare.    Non ci dorme la notte Alessandro e il vigneto diventa la sua missione. Lo cura come fosse un essere vivente sapendo che può contare solo sull’aiuto del mare. Proprio grazie al mare riesce a portare in vigna pochi trattamenti (nessuno chimico) e tanto amore. Con Alessandro parliamo del suo Cannonau Ruju e decidiamo di assaggiarne due di due annate diverse: 2019 e 2021. E il 2020? No, quello non lo abbiamo prodotto mi dice Alessandro. Non mi piaceva.   Io sono fatto così continua. Quando una cosa non mi piace glielo dico e meno male che mi stanno a sentire. Pensa che una volta sono venuti in vigna i proprietari e hanno trovato a terra i grappoli che avevo reciso per donare più qualità in pianta. Sono rimasti sbalorditi e allora ho detto: dobbiamo decidere se fare dieci kg di uva che valgono dieci euro o un kg di uva che vale dieci euro. Mi hanno detto di fare come credessi. La testardaggine e la determinazione di Alessandro sta tutta qui. Tutta nel suo modo sardo di dire, vedere, fare le cose. Perché in fondo la vigna l’ha impiantata lui dieci anni fa e da dieci anni se la cura. Quasi le parla. Dicevamo del Cannonau. Voglio assaggiare prima il 2021. Mi piace anche se è giovane ma lo sapevamo. Ha gli odori di frutta nera e rossa non ancora matura. Ha la macchia mediterranea di un mattino di primavera. Ha i tannini presenti e ampi ma non aggressivi anche se si sente che deve evolversi ancora. Non fa barrique ed è giusto che sia così. Solo in questo modo la macchia mediterranea, i frutti neri e rossi, la mineralità si esaltano. È un vino da aspettare anche se puoi berlo già così.    Poi arriva il 2019 ed è un’altra musica. Qui i tannini cominciano ad arrotondarsi, il gusto, così come gli odori, diventano più rotondi. Mai banali. Mai civettuoli. Sempre mantenendo l’impronta sarda, dura ma carezzevole. Qui la frutta è più matura e la macchia mediterranea ricorda quella dei pomeriggi estivi. La persistenza è importante e ci piace che sia così perché in bocca è poesia. Tutta la Sardegna è in questi vini. La cosa che più rilassa Alessandro è quando gli dico che in questi due vini vedo una sola cantina. Vedo, sento, tocco con mano il lavoro, l’attesa, la determinazione, la caparbietà di una azienda che lui, in questo momento, rappresenta con me. C’è una impronta. Lo vedo sorridere e rilassarsi come un bambino che ha appena passato un esame. Questo gli interessava sentire. L’ho colto e l’ho detto ma non certo perché voleva sentirselo dire. È bellissimo, entusiasmante, unico quando in vini diversi, di diverse annate trovi una impronta. Trovi il dna di una azienda negli odori e soprattutto nel gusto. Una evoluzione di un lavoro.    Le vigne hanno solo dieci anni. Giovani, troppo giovani. Se questo è l’inizio allora ciò che ho bevuto è un miracolo. O solo frutto di amore e duro lavoro. Sono certo che sentiremo parlare di Lu Colbu. Fino ad allora dovremo solo sentirne parlare perché se si vogliono bere i loro vini, sia esso il Vermentino, sia esso il Cannonau, occorre farlo in Sardegna (o nella brianza…) perché la distribuzione è limitata. Alla Sardegna. Quasi come se si trattasse di vini di lusso la cui introvabilità diventa vanto, ragione di essere. Alessandro sorride. È rilassato. Lo sa in cuor suo di aver fatto un buon lavoro. Ma non si accontenta né si rilassa. La strada è lunga e lui vuole percorrerla tutta.  Vai Alessandro. Non ti fermare! Ivan Vellucci @ivan_1969 https://youtu.be/RakajXgmc-E
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29 Ottobre, 2022

Vignanica: piccoli piccoli, grandi grandi.

Vignanica: piccoli piccoli, grandi grandi. Ca fari cu ‘na vigna accussì nica. Mancu u vino pi casa to. Immagino proprio così abbiano detto a Maria quando disse a casa che avrebbe voluto usare quel pezzetto di terra del nonno per produrre vino.  Eppoi, chi ni sai tu ri vinu? Maria, Maria, Maria.  Maria Genovese da Barcellona Pozzo di Gotto. Una laurea in Scienze della Comunicazione in tasca insieme a tante belle speranze di conquistare il mondo. Papà architetto impegnato a Barcellona (Pozzo di Gotto eh!), nonno che si è fatto da solo andando a vendere i suoi limoni fino in Germania. Famiglia bene di Barcellona (sempre Pozzo di Gotto!). Troppo stretto per Maria e le sue belle speranze. Speranze di trovare una sua sistemazione nel mondo. Perché il mondo è tanto grande e la Sicilia troppo stretta per una come lei. È facile dire di volersene andare. È facile dire di voler lasciare quella terra baciata dal sole. Facile a dirsi ma non a farsi.  Maria, Maria, Maria.  Maria non è che non riesce nel suo intento. È che non resite a stare lontano e al ritornare alla sua terra di origine. Si ma a fare cosa? Cosa può fare una ragazza intelligente, capace, dinamica, determinata. Viva? Le origini. Si ricorda delle sue origini e di suo nonno che amava la terra perché è “la nostra vera ricchezza” le diceva. Già ma la terra è piccola, nica. Nica e incolta. Con solo quel piccolo vigneto che nonno utilizzava per produrre il vino di casa.
Ecco allora l’illuminazione. Maria decide senza pensarci due volte di voler produrre vino. Ma non un vino qualunque. Un vino che possa essere rappresentativo della terra, della sua terra. E non in una maniera qualunque né “semplicemente” in biologico. Lei lo vuole in biodinamico perché la terra è cosa seria e non può certo deludere il nonno così come non può e non vuole alterare i sapori della sua terra. Certo, qui non siamo come sull’Etna dove ogni cosa che si tocca diventa oro.  Vero, Maria non ha la fortuna di stare su quella montagna baciata da Dio. Difficile ma generosa. Eppure le terre di Barcellona (Pozzo di Gotto) è come si trovassero nel mezzo di due fuochi, i due vulcani attivi della Sicilia: Idda, la montagna, l’Enta; Iddu, Stromboli il vulcano delle Eolie. Simili nei nomi, con la speranza che nessuno dei due “Idda” se la prenda.   Tra due Iddu la terra non può che essere ancora generosa. Come in ogni parte della Sicilia in fondo.  La Sicilia è infatti terra magica e ovunque si pianti qualcosa, li, cresce rigoglioso il frutto. Ricordo ancora quando la nonna di Sebastiano, un mio caro amico, ci offrì dell’anguria fresca dicendo: questo è frutto del mio orto. E Sebastiano: ma nonna, tu non hai mai avuto angurie. Lei, seraficamente rispose: figghiu miu, tuo fratello Roberto sputò i semi nell’orto e ora ci sono le angurie! Ecco, così è la Sicilia. Generosa.   La terra di Maria affaccia sulle Eolie, a nord dell’Isola. All’ombra serale di Idda, quello grande, dietro il quale il sole tramonta. Di sole appunto ne prende tanto così come di vento che arriva dal mare carico di sale e iodio. E questo non può che far bene all’uva! Ma mer ti no. Sillabandolo si capisce meglio quanto è bello questo nome. Nome che Maria fa subito suo. Mamertini erano gli antichi abitanti della provincia di Messina. Antichi greci qui insediatisi. Cultori di Marte, Dio della terra. Qui iniziarono, come nelle migliori delle tradizioni greche, a produrre vino arrivato fino a noi passando finanche per Giulio Cesare. Oddio, fino a noi proprio no perché se non fosse stato per una manciata di produttori locali sarebbe andato perso nei tempi. Eppure Ma mer ti no è oggi una DOC piccola ma significativa che grazie all’utilizzo di Nero d’Avola (che qui, anche perché siamo veramente vicino, viene chiamato ancora Calabrese), Nocera (simile a Nerello Mascalese e Cappuccio) per i rossi; Ansonica e Catarratto (normale e lucido) per i bianchi, sta cercando una difficile rinascita.   Si va bene tutto. Va bene la terra generosa. Va bene il clima. Vanno bene i Mamertini. Ma sempre su un fazzoletto di terra Maria può disporre. Tanto che la prima vendemmia, quasi dieci anni fa, le concede a malapena due ettolitri. Niente. Ma non abbiamo a che fare con una qualsiasi. Maria è caparbia e determinata. Maria non si ferma. Lei studia, osserva, impara. E agisce.  Usa il biodinamico come propulsione. Investe in qualità cercando le rese giuste in vigna. Usa la natura per contrastare i problemi che il tempo le pone dinanzi. Come questa estate dove per contrastare il grande caldo cosparge le piante di zeolite e riduce la produzione per far arrivare nutrimento ai grappoli più resistenti. Chi facisti? Ogni rappa tagliato, ‘na buttigghi ri vinu pirduto. Maria sa però che è l’unico modo per far funzionare le cose in una terra come questa. È l’unico modo per realizzare qualcosa di unico e speciale come devono essere i suoi vini. Il disciplinare consente 75 quintali per ettaro? E lei ne fa 45. Perché la qualità non può essere compromessa.  Gli ettari intanto sono cresciuti così come la produzione. Da quei due ettolitri che le hanno regalato meno di 300 bottiglie il primo anno è passata ad averne ora 11.000. Niente male per una ragazza partita da zero. Maria, Maria, Maria. Che cuore. Un cuore che troviamo nei suoi vini. Ho avuto il piacere e l’onore di assaggiare il suo Mamertino del 2018 (qui il mi post), blend di Nero D’avola, Nocella e Nerello Mascalese. Un vino che fa solo acciaio e per 24 mesi così da ricordare la sua terra, i suoi odori, i suoi sapori. Nel bicchiere il vino è ancora giovane e lo si vede dal colore sì rubino ma con riflessi porpora. Non è un vino carico e profondo come ci si aspetterebbe da un vino del sud. Ma così fine da essere addirittura trasparente. Degli effluvi mi colpisce l’immediatezza, la balsamicità e lo iodio. Il gusto poi è fresco segno di ancor giovinezza con tannini che non infastidiscono. Non è impetuoso come Iddu (grande o nico) ma deciso senza essere civettuolo.  Ora capisco perché Giulio Cesare lo ha voluto bere.   Non ti fermare ora. Anche se sei nica. Ah già nica. Dalla debolezza, dalla inesperienza, dalla esiguità dei mezzi, la sua grande forza. Nica, vigna, Vignanica. Piccola vigna ma grande cuore. Il suo, quello di Maria. Ivan Vellucci @ivan_1969
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Vigne Bocale Arrow Right Top Bg

21 Ottobre, 2022

Bocale. Un soprannome, una storia di famiglia.

Papà posso andare a giocare a pallone nel pomeriggio? No Vittorio, oggi c’è la vendemmia. Lo sai. Papà Valentino lo dice con tono dolce ma deciso e Vittorio sa che non può ribattere: la vendemmia è il momento più importante per la sua famiglia. Non si può non esserci e dare una mano. Anche lui. Ecco, la famiglia. Unita. Siamo a Montefalco, in Umbria. La patria di quel gioiello che è il Sagrantino. È qui che trovo l’intera famiglia Valentini dell’azienda Bocale intenta a lavorare l’uva Trebbiano appena raccolta.  È una domenica mattina e la giornata è già iniziata da un pezzo. Mi accoglie Valentino, colui che quindici anni fa ha deciso di dare una svolta alla vecchia azienda di papà Ennio che amava produrre e vendere il vino fatto con le sue mani. Ovviamente nelle damigiane come aveva sempre fatto. Valentino no. Lui capì come quel territorio fosse vocato al Sagrantino. Oltre che al Sangiovese, al Colorino e al Merlot di papà Ennio.   Valentino sembra più che una pila, una biglia di un flipper. Dopo avermi salutato comincia infatti ad andare da tutte parti. Ma non senza senso. Ogni movimento, ogni gesto, ha un preciso scopo e vuole ottenere un preciso risultato. Come un meccanismo che per funzionare ha bisogno di un impulso. Che lui ha il dovere di fornire.  Faccio amicizia anche con Achille, uno splendido cagnolino che mi saltella intorno.  Hanno appena passato nella deraspatrice il primo carico di uve Trebbiano Spoletino e il secondo sta per arrivare. Mentre Valentino va alla pesa poco lontano da lì io rimango con papà Ennio e zio Claudio a chiaccherare di quanto sia difficile oggi produrre vino. Trovare chi vendemmia, quando lo dice l’enologo (perché questo ti dice che devi farlo oggi e mica puoi ritardare), non è semplice. E meno male che ci sono i pakistani. Brava gente che arriva anche di domenica e con rapidità e professionalità fanno tutto. A mano eh! Qui non si usano macchinari.    Eh difficile trovare ragazzi che vogliono lavorare. Specialmente nei campi. Mio padre (è Ennio che parla), diceva che nei campi ci sono solo tre giorni di festa: Natale, Pasqua e quando piove.  Saggezza popolare. Ennio e Claudio sono uniti e si vede. Lavorano insieme in sintonia. Si, magari avranno pure qualche screzio, ma quando c’è da fare il vino, non è il caso. Il carico di Trebbiano (bello nei sui grappoli e nei colori vivi) arriva con il trattore e la pigiaderaspatrice viene messa di nuovo in funzione. C’è un’altra montagna di uva da lavorare. La squadra deve scendere in campo con una formazione collaudata. Valentino è sulla scala a smuovere il carico (anche se l’effetto biglia non si placa perché scende, sale, prende il badile, aziona i macchinari come da fantasista di centrocampo). Zio Claudio è al ghiaccio secco e a controllare che tutti fili per il verso giusto. Papà Ennio ai macchinari e quando tenta di salire sulla scatola il regista Valentino lo riporta al suo posto: mica vorrai farti male papà. Vittorio, con tanto di forca in mano, a eliminare i raspi. Cinzia, la moglie di Valentino, a pulire il pulibile e badare che Vittorio non faccia nulla di strano. Antonello, fratello, è a manovrare il trattore e svuotare i cestoni dell’uva nella deraspatrice. Manca all’appello solo mamma Luciana che sarà sicuramente in cucina a preparare il pranzo.   Formazione vincente, non si cambia.  È una squadra che non si ferma. Non molla. Attenta e precisa. Soprattutto, ogni membro della stessa mostra il sorriso e la gioia di star facendo qualcosa di bello. Per loro. Per la famiglia. Perché la terra è la loro vita e si vede in ogni gesto. Bella l’armonia. Bello lo spirito di squadra. Bella ciò che vedo e leggo nei loro occhi. Non sono né mi sento un estraneo perché per loro sono come un amico venuto a vedere la vendemmia. Per me è un onore e un piacere vedere quello che sembra un bel quadro in movimento. Anzi, sono anche io parte del quadro. Con Valentino scendiamo giù nella cantina a vedere come il tino si riempie. Mi giro e me lo ritrovo sulla scala prima, appollaiato sul tino dopo. Una biglia impazzita insomma.  In cantina apprezzo la pulizia e la precisione di tutto ciò che vedo. Poche attrezzature ma essenziali: le grandi botti di affinamento, le barrique, i tini. Tutto in perfetto ordine. La biglia arriva anche qui penso. L’azienda non è grande. Poco meno di sei ettari per quasi 40.000 bottiglie prodotte, molte delle quali vanno all’estero. Valentino cita di slancio e con orgoglio tutti i paesi dove esporta. “Posso definirmi Export manager?”. Non solo Export manager dico io. Anche Marketing, CFO, CEO. Perché davvero Valentino è l’anima di questa azienda e, come la biglia, lui fa un po’ tutto. Anche se quando si tratta di vendemmiare, diventa uno della squadra.  Il vanto è ovviamente il Sagrantino che qui c’è in due versioni. Una DOCG e la Ennio, ovviamente dedicata al papà. Poi il Montefalco Rosso come blend di Sangiovese, Colorino e Merlot. Non può mancare il Passito e una grappa (fatta in una distilleria locale così sono sicuro che le faccia con le mie vinacce, si affretta a dire Valentino). Ah, ovviamente il Trebbiano Spoletino!  Tutti prodotti con lieviti locali ad eccezione di Ennio che di lieviti non ne usa proprio. Perché papà Ennio non ha bisogno di nulla che non sia lui stesso!   Valentino non ha giustamente il tempo per farmi provare i vini ed è dispiaciuto. Non ce la fa fisicamente dovendo star dietro a tutto. A me francamente importa poco perché quello che ho visto mi basta per apprezzare ciò che viene prodotto dal lavoro della squadra. I vini che porto con me non potranno che essere fantastici perché nati dalla passione che vedo non solo in Valentino ma in tutta la sua famiglia. Quando Valentino me li descrive ha gli occhi che gli brillano. È come se, fermandosi un attimo e tenendo per le mani quelle bottiglie, capisse dove è arrivato e quanta strada ha ancora da fare. Quando prende in mano Ennio, il Sagrantino dedicato al papà e chiuso in una scatola di legno, gli occhi sono ancora più luccicanti. La famiglia Valentini, questo il loro cognome, è una bella famiglia che ha capitalizzato il lavoro di papà Ennio. Dopo quindici anni di ulteriore duro lavoro, i frutti si vedono. Una famiglia e una squadra. Vincente!  Magari tra qualche settimana Vittorio potrà andare a giocare a calcio. Non oggi, né nei prossimi giorni perché sarà tempo di vendemmiare il Sagrantino. Ma non mollare Vittorio! Ovviamente non ho resistito e la sera ho aperto sua maestà il Sagrantino appena arrivato a casa: bottiglia 1301 di 5420 prodotte nel 2017 (Valentino ci tiene così tanto alle bottiglie che non può fare a meno di numerarle). Avevo solo una costata bella alta e ho provato a capire il paring. Qui il link della prova.  Un vino regale, sontuoso, già da quel colore rubino intenso che quando inclini il calice mostra una lama violacea quasi a rivelare la sua natura cardinalizia. Bella luminosità anche nella sua compattezza.   Il bouquet al naso non è particolarmente ampio e la frutta nera ancora da maturare c’è tutta. Cosi come le note dolci di vaniglia, noce moscata, tabacco, fori di campo. Una leggera nota ematica e di sottobosco completano il quadro. In bocca è unico. Immediatamente secco. Immediatamente caldo. Immediatamente fresco e soprattutto tannico. Di quella freschezza che indica quanto ancora sia giovane. Un tannino che è aggressivo sì ma che degrada dolcemente lasciando che la frutta, adesso matura, rimanga a chiudere in maniera precisa, quasi elegante, la bocca. La sapidità aiuta ulteriormente. Mai come per questo vino, questo in particolare, vale il proverbio “Amico e vino vogliono essere vecchi”: il Sagrantino di Valentino devi aspettarlo. Ah, con la costata si è rivelato ottimo! Ps per chi si stesse chiedendo il perché del nome Bocale, sappiate che era il soprannome usato per indicare la famiglia Valentini. In dialetto umbro è il boccale da due litri usato per servire il vino. Meglio di così! Ivan Vellucci @ivan_1969
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