Suggestioni di Vino

Suggestioni di Vino è la rubrica che racconta le persone del vino. Della loro storia, dell’amore, della passione che inoculano nel vino. Perchè il vino è materia viva e le persone ne sono il nutrimento.

Le incursioni enoiche di Ivan Vellucci, ingegnere e manager per dovere, ma sopratutto Sommelier per passione e dedizione. Dirigente in una importante realtà del mondo automotive, Ivan racconta con passione e semplicità, territori e produttori d’eccezione.
WIA Ambassador, Ivan ci porta a conoscere realtà prima di tutto umane, dove il sorriso e l’ospitalità dei vignaioli sono lo specchio dei vini che producono. La rubrica Suggestioni di Vino, creata appositamente per lui, si arricchirà ogni settimana di suggestive esplorazioni e di scoperte enologiche, narrate con trasporto e partecipazione. Al lettore parrà di accompagnare Ivan in queste visite speciali e sarà stimolato a fare lo stesso: vivere il mondo del vino come un bambino, con lo stupore negli occhi e la magia nel bicchiere.
Seguiamolo in quest’avventura.

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14 Ottobre, 2022

Il Podere dell’Etna segreta

Il Podere dell’Etna segreta.  È proprio vero, mai credere agli stereotipi, mai credere che ciò che si pensa non possa mai accadere. Perché alle volte, invece, accade. L’Etna, Iddu, la Montagna, sovrasta tutta la Sicilia. È il luogo da dove tutto nasce e tutto può finire. Può donare la vita come può toglierla. Sulle sue pendici nascono paesi, vivono persone. La terra è nera per le continue colate. Il cielo da sereno può diventare cupo perché il vulcano emette fumo, lapilli, cenere. Custodisce in sé i minerali che dalle viscere della terra emergono e la rendono unica, speciale. Coltivare qui qualunque cosa è unico. Ma difficile. Difficile per le piogge di cenere che devastano ciò che incontrano. Difficile per i pendii scoscesi e poco riparati. Unico perché che la terra dona è ricco di qualcosa che solo qui si trova. I venti del mare poi portano il sale, quelli della montagna la freschezza.  Ma ciò che la montagna dona, la montagna si prende. Senza avvisare. Senza chiedere permesso. Senza poi scusarsi. Se non restituendo la quiete fino alla prossima eruzione. Su questi terreni scoscesi e impervi, nascono vini meravigliosi, minerali, ricchi, complessi. Unici. Questa è la terra del Carricante così chiamato perché generoso così da consentire di “caricare” gli asini. È la terra del Nerello Mascalese e del Nerello Cappuccio che solo qui trovano la loro essenza, la vera e unicità siciliana. Bere questi vini vuol dire trovare la mineralità, la salinità, la verticalità, il corpo. Esperienza. Pura esperienza che ritrovi nel bicchiere anche lontano da qui. Quando sei sull’Etna, al Rifugio Sapienza e fin su ai crateri attraverso la funivia, senti il vulcano sotto di te. Senti la potenza di Iddu, della Montagna. Vedi e tocchi con mano ciò che un gigante può fare senza che l’umo possa opporsi. Quella stessa potenza che trovi nei vini dell’Etna. Mai però ti aspetteresti di trovare qualcosa di altrettanto unico. Così, davvero per caso, trovo un ristorante che mi attrae per il nome: Il Podere dell’Etna segreta. Trovarlo non è semplice. Le strade che da Ragalna dobbiamo percorrere non sono per nulla banali. È quasi notte, perché la notte qui arriva presto. Il tramonto è già alle spalle goduto fino in fondo guardando il mare dalla Montagna. Strette trazzere larghe a malapena per una macchina. Poi il navigatore dice che siamo arrivati. Ma c’è solo un cancello chiuso. Un campanello da suonare e nient’altro. Suono e il cancello si apre. Una strada sterrata (ne sentivamo il bisogno) in completa discesa mette a dura prova l’auto (meno male che è un fuoristrada e al diavolo quelli che dicono che i fuoristrada sono inutili). Alla fine uno spiazzo anticipa una costruzione bassa che sembra un dammuso. L’entrata è stretta e si percorrono con timore piccole stanze che si aprono, alla fine, su un patio. Veniamo accolti in maniera gentile e condotti al tavolo che affaccia su un meraviglioso giardino, una vigna di alberelli che con le luci della notte assume una suggestività incredibile. È davvero un giardino segreto, un sogno che si materializza. Cenare con un tavolo direttamente sulle vigne è un sogno.  Scegliamo il menù degustazione e per il vino aspetto che mi si proponga qualcosa. Producono loro il vino ma non è quello che ti aspetti sull’Etna, dall’Etna.    Le Cùcchie ha una etichetta che svela il significato di questa parola sicula: due volti di donna con i menti in bella vista. Cùcchia vuol dire mento. L’illuminazione minimale del tavolo e la luce della luna che splende esaltano un colore rubino profondo come se arrivasse dalla gola del vulcano. I riflessi granata confermano che il vino ha anni sulle spalle (è del 2018). Il naso è ampio di frutti rossi, ciliegie, fragoline di bosco. Il tarocco siciliano non può mancare in questa terra. C’è il sottobosco, il tabacco e le spezie. Tante spezie La nota ematica chiude il bouquet. Bello, caldo, intenso. Così come il sorso che evidenza il calore del vulcano e la sua mineralità. Morbido, secco, con tannini delicati, quasi eleganti. Una persistenza financo lunga senza mai essere stucchevole, invadente. Insomma un vino che mi conquista specialmente quando lo degusto con il percorso gastronomico che unisce l’estrosità e l’innovatività dello chef ai prodotti dell’orto e di questa meravigliosa terra. Non riesco ad abbinarlo perfettamente con tutti i piatti del menù degustativo. Ma non importa. Non serve. Sorseggiarlo è un piacere. Dinanzi a questo spettacolo, una esperienza. Cosa ha di tanto particolare questo vino?  Il blend. Un blend che non ti aspetti fatto da vitigni piemontesi che mai ti saresti aspettato fossero stati costretti a solcare i mari per essere impiantati sulla terra vulcanica: Barbera e Grignolino in una versione che solo l’ingegno e la follia dell’uomo potevano generare. L’austerità sabauda che si fonde con la Sicilia. Un terreno vulcanico e un impianto ad alberello che mai questi due vitigni avrebbero mai sognato di trovare. Non certo in Piemonte. Eppure da oltre cinquanta anni sono qui. Si sono adattate, fuse tanto da consentire di trovare nel bicchiere i tratti caratteristici dell’Etna.  Un piemontese trapiantato in Sicilia non è più un piemontese specialmente se Iddu, la Montagna, lo accetta come figlio suo e lo trasporta nelle sue viscere. Così le radici della vite scavano nel profondo dove vengono accolte, coccolate, curate da Iddu. Che le nutre fino a che del Piemonte non sentono più la mancanza. Il segreto di un giardino, di un podere, di una cultura, di un vino. Ivan Vellucci @ivan_1969
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7 Ottobre, 2022

Inama: identità e sperimentazione. La nuova faccia del Soave

Sono reduce da una serata in una cantina sfarzosa del Soave. Di quelle molto sbrilluccicanti con il caveu fatto da barrique esposte in bella vista. C’è stata la visita guidata (ero ad una riunione di lavoro) e mi è sembrato di essere in un documentario. Ogni cosa a suo posto. Così troppo a posto tanto che quando ho assaggiato il vino ho capito. Meglio non aver capito mi dico.
Ecco, con questo spirito la mattina mi reco in una cantina di Soave trovata per caso. Inama. “Se mi portano a fare un giro nel caveau, giuro che me ne vado” dico a me stesso. Per fortuna, quando arrivo con la mia auto, capisco subito che sono in un posto diverso. Vero.  Mi accoglie Luca Inama, terzo figlio della terza generazione di vignaioli in quel di Soave. È un po’ diffidente o semplicemente è veneto e per sciogliersi deve sapere chi ha dinanzi. Comprensibile. Ciò che mi piace è che è in abiti da lavoro. Sono nel posto giusto! La prima cosa che fa è prendere una specie di opuscolo della cantina: non il solito opuscolo con i vini e le loro caratteristiche, ma una cartina geografica dove ci sono tutte le vigne Inama dislocate nel territorio. Davvero interessante e particolare. Ciò che balza più agli occhi è che Soave non è il centro del loro mondo. Si, certo, Luca ci tiene a ricordare che tutto è partito da li. Da quei colli di natura vulcanica che videro suo nonno Giuseppe, partito dalla Val di Non con una specializzazione in enologia, impegnarsi nelle cantine della zona fino poi a mettersi in proprio. Prima il nonno, poi il papà Stefano, poi il fratello Matteo, infine lui e il fratello Alessio. Luca è orgoglioso della sua famiglia. È orgoglioso della sua terra. È orgoglioso di ciò che fa. E di come lo fa. Di come la cantina, che un po’ è anche sua, lavora e interpreta i vini. Ecco, interpreta. Perché se c’è una cosa che contraddistingue Inama è proprio il modo di interpretare e sperimentare. Un modo che non accetta compromessi. Ne sconti. Rigore e capacità. Con un po’ di sana testardaggine tipica dei veneti. La cartina che Luca mi mostra reca macchie rossiccie. Sono le vigne che lavorano. Certo c’è il Soave con il monte Foscarino. Ma ci soprattutto i monti Berici dove Carmenere e Merlot la fanno da padrone. Per Inama ovviamente perché i colli Berici hanno radici antiche e sono patria del Tai (anche se nella DOC è comunque previsto il Carmenere e il Merlot). Noto come Luca abbia più propensione per i colli Berici. Mi racconta di come suo nonno sia rimasto stupito proprio dal Carmenere che sui colli Berici ha trovato il modo per sprigionare le note speziate. Un vitigno generalmente comprimario, mai solitario che però, se trattato bene e se ben impiantato, riesce a stupire. In fondo, penso io, il Carmenere ha dovuto difendersi dall’estinzione visto che i francesi di Bordeaux decisero di abbandonarlo per la sua scarsa produttività. Certo, forse Bordeaux non era il l’ideale. Bastava saperlo. O bastava portarlo sui colli Berici. Luca e tutta la cantina credono molto in questo vitigno e non posso certo dargli torto!  Facciamo il giro di rito. Non vedo, perché non ci sono strutture architettoniche predominanti: meno male! C’è sostanza e la si vede da ogni macchinario presente. Da come il processo viene seguito passo dopo passo. Da come le rigide regole dettate dall’amore per la vite e dal rispetto di chi dovrà poi bere il vino sono applicate. La manualità si unisce alla meccanizzazione in un mix ponderato, ricercato, utile. Mai banale. Luca ne parla con consapevolezza. Non sta recitando una parte. È lui stesso la parte. Ha solo trenta anni ma è come se stesse lì da sempre. Come se quella fosse stata la sua stanza dei giochi. Conosce ogni minimo dettaglio e vuole trasmetterlo. La passione si vede da come tocca i macchinari, le botti, i tini. Gli occhi gli brillano e il sorriso, ogni tanto, fa capolino. Quello è il suo di mondo. Finiamo il giro e ci tiene a farmi assaggiare quelli che secondo lui sono i vini rappresentativi della cantina: Carbonare, Foscarino, Vulcaia, Bradisismo. Bei nomi penso.      I primi tre sono bianchi: Carbonare e Foscarino da uve Garganega, Vulcaia da Sauvignon blanc. Prodotti sulle colline del Foscarino, sono davvero delle meravigliose interpretazioni del Soave: si va dalla semplicità del Carbonare al Foscarino che passa in botte; sperimentazione anticonvenzionale (per queste zone) del Sauvignon per il Vulcaia.   Ciò che mi piace di più del Carbonare è la freschezza e sapidità non banale. Molto verticale, diretto. Una lama che ti conquista. Foscarino invece è più ampio, complesso, aristocratico con la frutta tropicale e i fior con il finale mandorlato ma mai invasivo e fastidioso. Occorre aspettarlo ed abbinarlo bene perché impegnativo. Vulcaia ti conquista ancor di più per la sapidità spinta e la complessità dei sentori tropicali, la lunga persistenza. La mineralità dei colli del Soave c’è tutta, esaltata, spinta.  Bel biglietto da visita davvero. Bradisismo è il finale. Un rosso da Carmenere e Cabernet Franc coltivato in quel di Lonigo, sui colli Berici. Intenso, profumato di spezie. Croccante e voluminoso senza stancare. Ampio e di gran respiro. Ma diretto. Preciso. Un gran vino che deriva da vera sperimentazione del territorio con le contaminazioni bordolesi tanto amate dalla cantina. Identitario ma soprattutto pieno di voglia di innovare.  Penso sia ora di prendere del vino per portarlo con me ma Luca mi dice che dobbiamo necessariamente andare alla botte. Ormai è lanciatissimo e ci tiene farmi assaggiare quello che sarà il futuro dell’azienda. Non è un vino ancora pronto ma quando lo spilliamo ne capisco tutta la potenzialità. Il Carmenere qui si sente tutto. Gli aromi escono ancor di più e la verticalità di questo vino mi conquista. Non è piacione. Non è civettuolo. È sostanza. Quella sostanza che i veneti sanno dare senza vantarsene. Almeno con noi! Mi è piaciuta Inama. Mi sono piaciuti i vini e la maniacalità delle scelte che parte dall’esposizione dei terreni, dagli impianti, dalle barbatelle per poi continuare in cantina. Nel rispetto del singolo acino. C’è amore qui e c’è tanta consapevolezza. Quasi arroganza tutta tipica dei veneti. Ma una arroganza positiva perché mai ostentata, mai portata sugli scudi. C’è sostanza in questa arroganza. C’è consapevolezza di quanto e di come si fa. C’è la voglia di confrontarsi con la modernità, con le migliori esperienza francesi. Me lo conferma Luca quando ci tiene a dirmi che non gli interessano le denominazioni, le etichette. Ma ciò che riescono a produrre. Inama sperimenta e realizza prodotti che hanno una fisionomia ben precisa. Una identità che non rinnega le origini ma porta la sperimentazione e la contaminazione bordolese a distinguersi in un territorio che, spesso, non ha avuto la capacità di rendersi visibile al mondo. In un territorio dove i sacri mostri limitrofi in termini di qualità e storia (Amarone) e quantità (Prosecco) schiacciano tutto ciò che incontrano, distinguersi e sperimentare in maniera identitaria, forse, è davvero l’unica possibilità di crescere.  Bravi! Ivan Vellucci @ivan_1969
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Ivan Vellucci cantina sociale Nardò Arrow Right Top Bg

30 Settembre, 2022

Ah le cantine sociali di una volta: la Cantina Sociale di Nardò

Ah le cantine sociali di una volta. Che meraviglia. Quanto lavoro, quanta passione c’era in questi luoghi. Persone, agricoltori, che conferivano l’uva alla loro cantina, alla cantina sociale per produrre vino sincero, vero. Un luogo di aggregazione dove il vino era la ragione di unione, di sopravvivenza, di vita. Già nel 1891 a Oleggio (NO) si crea la prima struttura che viene seguita nel tempo da molte altre che svolgono anche funzione sociale. Nel dopoguerra sono spesso le artefici del mantenimento della cultura enologica e a loro si dive il risorgimento di alcuni distretti vinicoli d’Italia.  Quello di Nardò è uno di questi grazie alla Cantina Sociale di Nardò fondata nel 1937 Per trovarla ho dovuto chiedere una grande mano al navigatore. Anche se poi bastava trovare la stazione ferroviaria. Perché qui al sud, i trasporti sono complicati e costruire la cantina sociale proprio nei pressi della stazione poteva rivelarsi una mossa vincente.  Siamo a Nardò, nel profondo Salento. Dove il mare incontra la terra rossa carica di ferro e alluminio che il sole non fa fatica a scaldare. Tra muretti a secco e olivi secolari trovano posto, pochi davvero pochi, filari di uva. Così come pochi sono i produttori, dunque le cantine. Da qui la necessità di qualcosa di “sociale”. Non ci sono fronzoli ad attendermi ma una semplice costruzione tipica delle cantine sociali: un ampio cortile utile per la manovra dei mezzi, una piccola porta per gli uffici, un magazzino. Semplice e funzionale perché una cantina sociale deve avere solo l’essenziale: costi ridotti all’osso. Deve essere un luogo dove si produce vino lasciando le emozioni all’effimero.    Eppure nel vedere questa struttura mi emoziono davvero perché i ricordi corrono a quando papà mi portava con lui a comprare il vino. Non certo in bottiglie ma nelle classiche damigiane che dovevano essere riutilizzate. Le bottiglie erano cose per ricchi. Dopo le damigiane in vetro sono arrivate quelle in plastica ma sempre per poterle riempire direttamente spillando la grande botte. Si è persa un po’ di magia che magari ritorna. Papà fino all’ultimo sempre quelle ha voluto. Gli portavo qualche bottiglia di quelle buone ma lui, niente, voleva solo il vino della sua damigiana. Così dovevo andare a prendergli quella. Alla cantina sociale.  Chi mi accoglie è Carmen. Piccola, minuta, dalla pelle olivastra come una donna del sud deve avere. Energica e fiera. Come una donna del sud deve essere. Con un sorriso che ti mette subito a tuo agio. Come solo una donna del sud sa fare.    Mi guida all’interno della cantina tra le barrique (non si fa dunque solo vinello qui!), i contenitori in acciaio per la temperatura controllata e le grandi vasche in cemento. Sono sconfinate e ce ne sono altrettante anche al piano interrato mi dice Carmen, quasi a sottolineare come nel passato “quando ancora non ero nata” si affetta a sottolineare, la cantina era molto più importante. Oggi ci sono circa 25 conferitori per un totale di 48 ettari. Non molti ma di qualità.    Saliamo delle scale dove fanno bella mostra le immagini di una vita. Una ritrae perfino il Presidente Cossiga in visita alla cantina. In cima c’è la “sala del consiglio” ennesimo testimone di un fasto che fu. Carmen prova quasi invidia per quei tempi così diversi segno di grande ricchezza. Ma non si lamenta e non lo dà certo a vedere. Dal terrazzo la vista è ancora più suggestiva con la grande presa per l’uva, il cortile immenso, la stazione ferroviaria. Sembra vedere una di quelle foto degli anni a cavallo della guerra, un fotogramma che sembra aver resistito al tempo.  È tempo di provare qualche vino.     Nel piccolo ufficietto che accoglie i clienti le bottiglie sono messe su semplici scaffali in legno. Anche qui, niente fronzoli. Però c’è una specie di bancone da bar con i calici per la degustazione. Essenziale. Che bello penso: qui c’è il vino. Qui c’è la passione e la vita delle persone. Scorro gli scaffali e non posso che pensare come sia bella la loro produzione di tipico stampo salentino con solo tre, meravigliosi, vitigni: il Fiano per i bianchi; Negroamaro e Primitivo per Rossi e rosati. 8 tipologie di vino incluse anche linee di low cost per la Coop. Perfetto stile da cantina sociale.    Carmen è da sola a gestire i clienti oggi. Non entrano in molti e quelli che entrano sono spesso per la mescita, per riempire le damigiane. Ci tiene a farmi assaggiare qualcosa. Opto per il rosato Ambré. Bel corpo, odori deciso del Negroamaro, arancia sanguinella, fragoline. Bella freschezza e sapidità. Un ottimo equilibrio. Mi piace.  Prende dei taralli perché non è che si può bere il vino senza taralli. Pugliesi.  Scelgo le bottiglie da acquistare. Tutte tranne il bianco. Forse perché mi dico che il Fiano che ho da poco assaggiato in Irpinia non si batte.  Carmen però ci tiene, e lo dimostra con tutta la sua dolcezza, a farmi assaggiare il loro Fiano. Fa bene perché ne sono rapito. Fresco e profumato di frutta e fiori bianchi da farmi ricordare le serate al mare. Bell’equilibrio e spiccata sapidità. Mi chiede su cosa lo abbinerei e nella mente mi ritorna immediata la mozzarella di bufala. Sorridiamo del fatto che in una recente discussione qualcuno ha suggerito l’abbinamento con un cannolo con ricotta poco dolce. A trovarlo penso io!  Ridiamo ma è giunto il momento di andare via. È stata una bellissima chiaccherata che mi ha fatto scoprire una bella realtà del sud e una ragazza davvero in gamba come Carmen. Ma ha fatto anche riaffiorare alla memoria mio papà. Non posso che esserne contento.   La Cantina Sociale di Nardò è una di quelle realtà che dovrebbero essere tutelate per Regio Decreto ovvero quelle leggi così antiche che quando ci sono, da tempo immemore, pochi ne conoscono l’esistenza e nessuno si azzarda a cambiarle. Con il risultato che non è permesso il cambiamento. Ecco, questa cantina dovrebbe essere protetta da un Regio Decreto nonché lo stabile dalle Belle Arti per evitare che a qualche buontempone venga in mente di rinnovarlo.  Ivan Vellucci @ivan_1969 PS ovviamente non ho resistito a testare in maniera completa un vino della Cantina Sociale e non potevo non cominciare dal Fiano che mi aveva tanto sorpreso. La recensione completa a questo link!    https://youtu.be/RakajXgmc-E
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23 Settembre, 2022

L’Irpinia e le sue Radici

Radici vuol dire tornare alla terra. Alle origini dove tutto è nato e dove tutto torna.  Radici della vite che devono arrivare in profondità per il nutrimento della pianta. Più riescono a penetrare il terreno, più son forti, più il frutto assorbirà dalla terra le sostanze che caratterizzeranno il vino. Radici, le nostre radici. Quelle di un territorio, quelle della gente.  Radici è il resort di Mastroberardino, la famiglia che forse più di tutte rappresenta l’Irpinia nel vino. Grazie a Mastroberardino si sono valorizzati a pieno vitigni come Fiano, Greco e Aglianico. Tre mostri sacri della enologia italiana che il mondo ci invidia. Mastroberardino non solo li ha salvaguardati, li ha esaltati con tecniche moderne ed internazionali.  Siamo in Località Piano Pantano a Mirabella Eclano (Av), immersi nelle colline vitate tra le quali si snoda uno stupendo campo da golf a 18 buche. È qui che sorge il Resort Radici, un paradiso di tranquillità, di gastronomia, di enologia.   La reception già racconta del vino, delle origini, delle Radici di Mastroberardino: le barrique, i quadri, le bottiglie. Veniamo accolti nella sala del ristorante. Magari poco chic, ma fa nulla. Tutto intorno sa di vino in maniera soft, elegante, soffusa. Poche stanze di grande charme che si affacciano sulle colline dove ogni filare, ogni nuvola, ogni uccello, sembra parte di un affresco. Dalla terrazza della stanza sembra di essere in uno di quei documentari dove tutto è perfetto. Provo la spa del resort. Intima. Coccolosa. Una bottiglia di bollicine ben fredda aiuta il relax. La cena è servita in un ambiente che sembra una serra grazie alle imponenti superfici vetrate utili per osservare le opere d’arte offerte dalla natura e modellate dall’uomo.   Il menu è particolare. Materie prime del territorio interpretate in chiave moderna. Senza strafare. Senza voli pindarici. Con concretezza e tanta arte. Chiacchiero col cameriere, che in realtà è un po’ il tuttofare, scoprendo che è anche il sommelier. Non posso non scegliere il “percorso culinario” per il quale si offre di farmi assaggiare i loro migliori vini. Iniziamo con il Fiano che accompagna l’entree, un vol-au-vent con stracciata di bufala. Il matrimonio è perfetto. C’è un connubio di sapori che impreziosisce il piatto ed esalta i sapori.  Per l’antipasto, una sfera di melanzane, sarebbe previsto un vino diverso da quello che lui tiene a farmi assaggiare: il Nero a metà, Aglianico vinificato in bianco.   L’accostamento purtroppo è azzardato e lui lo sa ma è la voglia di farmi provare questo vino è tanta perché sa che il prodotto è di livello.  Il risultato è che la sfera di melanzane è ottima, il vino stupendo ma l’abbinamento non c’è: l’Aglianico, anche se vinificato in bianco non è così gentile e la sua persistenza è comunque importante. Ciò non mi impedisce di metterlo già nel carrello della spesa. Anche perché decido di non cambiarlo per accompagnare il primo piatto, spaghettoni all’acqua di pomodorini con stracciata di bufala. L’abbinamento diventa migliore. Non ottimo ma perlomeno accettabile. Grande vino davvero. Difficile da abbinare tanto che penso a qualche carne o a della pasta con sugo (in bianco o pomodorino leggero) di carne.    Il secondo, una tagliata in crosta accompagnata da scarola, non può che vedere vicino un Taurasi. Riserva ovviamente. Non si può che chiamare “Radici” perché il Taurasi è il vino che rappresenta a pieno il territorio, le origini, la storia, le radici. Ecco, qui non c’è partita e l’accoppiata risulta vincente. Il Taurasi è spettacolare già dal complesso corredo olfattivo. In bocca, tutta la sua grandiosità, la persistenza, l’armoniosità. Nel carrello senza dubbi. Sul dolce, un cremino al pistacchio, poi ci tiene a farmi assaggiare Melizie il loro passito da Fiano derivato da muffe nobili botrytis cinerea. Starebbe meglio su dei formaggi (nasce per questo scopo) ma comunque va bene. Anche questo nel carrello. Non è facile trovare Radici così come non è facile trovare le proprie radici. Percorrendo l’autostrada A16 da Napoli verso Bari, prima di Grottaminarda, se si guarda verso destra si notano le colline vitate ma non si può intuire che, aldilà della sommità si apre un paradiso. Radici dimostra come non mai quanto terre che sono lontane dal turismo di massa, lontane dall’immaginario collettivo, riservino invece sorprese stupende. Persone cordiali. Grande fierezza. Grande cura e rispetto dell’ospite.   Il tutto in un territorio che sembra nulla avere a vedere con il “sud”. Qui dove l’inverno è rigido e le estati non particolarmente calde. Qui dove le alture e le esposizioni sono quelle giuste per la vite.  Qualcuno ha definito il Taurasi come il Barolo del sud. Eppure potremmo sostenere il contrario visto che del Nebbiolo si iniziano ad avere notizie dal Duecento mentre l’Aglianico era già noto ai Greci e introdotto in Italia intorno al VII secolo AC. Non serve fare confronti tra vitigni. L’unica cosa che serve è non mancare di visitare questi luoghi, compenetrarsi nella cultura del territorio e vivere a pieno esperienze che, ne sono certo, rimarranno nel cuore. Ivan Vellucci @ivan_1969 https://youtu.be/RakajXgmc-E
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Ivan e Antonio Caggiano: il vino per brindare alla vita Arrow Right Top Bg

16 Settembre, 2022

Antonio Caggiano: cavaliere, geometra, fotografo, pittore, viaggiatore.

Antonio Caggiano: il vino per brindare alla vita. La vita del cavaliere Antonio Caggiano, del geometra Antonio Caggiano, del fotografo Antonio Caggiano, del pittore Antonio Caggiano, dell’artista Antonio Caggiano, del viaggiatore Antonio Caggiano. Il Taurasi, il Fiano, il Greco Antonio Caggiano. Il metodo Classico Antonio Caggiano.    Antonio Caggiano è tutto questo. Mi permetto di dargli del tu perché me lo ha chiesto lui chiacchierando della sua vita, con il vino quasi in secondo piano. Certo mi dice è lui che ha portato le tecniche giuste in questa zona, a Taurasi. Ma lo dice così, disinteressatamente. Ci tiene di più a farmi vedere le sue foto scattate tanti tanti anni fa nel deserto. Gli sia accendono gli occhi quando parla di quei tempi e della meravigliosa donna che ha immortalato. Delle forme, della fotografia. Perché la vita scorre mentre l’obiettivo di una macchina fotografica coglie, immortala nei ricordi. Rende fisso nel tempo un attimo. Antonio Caggiano, il viaggiatore Antonio Caggiano ha girato il mondo e, come dice lui, si è divertito. E tanto. Meraviglioso come gli occhi gli brillino quando allude all’essersela goduta la vita. Così mi dice Antonio. Del vino mi dice solo ha voluto dare al Fiano il nome di Bechar, città dell’Algeria, perché gli ricordava quegli anni passati in Africa. Il libro di foto la dice tutta.   L’ingresso della cantina è una galleria di un negozio di arte con foto, scattate da Antonio, il fotografo Antonio Caggiano e di quadri realizzati da Antonio, il pittore Antonio Caggiano. Antonio ci tiene a farmi vedere come tutto in quegli spazi sia realizzato da lui, a mano, recuperando quanto riesce a recuperare dalla produzione del vino. Così con le botti, che si devono cambiare dopo i tre anni di invecchiamento del Taurasi, realizza tavoli, sedie, armadi. Tutto. Davvero tutto.  Si sa che nell’osservare quanto ci circonda non ci si può fermare alla superficie perché il meglio è sotto. Mai come in questo caso si tratta di verità. Perché la cantina di Antonio deve essere visitata per capire bene. Occorre scendere, scendere e ancora scendere.  Antonio, il geometra Antonio Caggiano, ha letteralmente scavato la collina ricavando con materiali di recupero ambienti dove conserva non solo il vino ma anche tutta la sua vita. Ogni ambiente, ogni piano, ogni nicchia custodisce vino in bottiglia o in botti ma anche oggetti utili alla sua produzione.  La storia è qui. Un museo che affascina. Un misto di sacro e profano: nella grande sala scavata nella roccia, c’è una chiesa (non consacrata si affretta a dire) con l’altare e una grande croce incavata nel muro. Riempita di bottiglie di Taurasi.   Antonio ha fatto tutto ciò da solo, con le sue mani e con l’aiuto della sua gente.
Siamo a Taurasi, un piccolo gioiello dell’Irpina dove tutto è magico. Le vigne che circondano il paese sembrano tratte da un quadro per quanto sono belle, colorate, rigogliose. Bisognerebbe venire qui a vedere come l’eccellenza non sia prerogativa di zone più rinomate. L’Irpina, che da sola custodisce tre delle quattro DOCG della Campania, è terra verde, fertile, gentile. Come lo sono le persone. Schiette, genuine, buone. E il vino? Il vino passa quasi in secondo piano dinanzi a tanta passione, a tanta vita che vedi scorrere in ognuno degli ambienti che compongono la cantina, alla gentilezza delle persone.  Ma come fa a non essere eccellente un vino, anzi i vini di Antonio?    Un Taurasi (il Vigna Macchia dei Goti) che è prezioso, quasi invadente per la sua grandiosità e complessità. Le botti di rovere hanno fatto il loro dovere egregiamente. Il Fiano (Béhcar) e il Greco (Devon) vanto della enologia italiana non sono meno imponenti. Preferisco il Fiano a dirla tutta per la sua grande espressività e la grande sapidità. Oltre ai mostri sacri mi porto via una bottiglia di metodo Classico rosato da uve Aglianico pas dosè. Una chicca non ancora in commercio e che non vedo l’ora di stappare per apprezzarla al meglio. La cantina di Antonio Caggiano è la storia di Taurasi, del vino, dell’Irpina. È la storia e la passione di un uomo che sta passando il testimone al figlio ma con i piedi e la testa ben salda nella sua azienda. Uomini come Antonio, il cavaliere Antonio Caggiano, sono il vanto della nostra cultura che solo una terra meravigliosa come l’Irpina ci poteva regalare. Antonio Caggiano: il vino per brindare alla vita.   Ivan Vellucci @ivan_1969   
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Cantine Artese Costa degli Dei Arrow Right Top Bg

10 Settembre, 2022

Cantine Artese e lo Zibibbo della Costa degli Dei

Giovanna è una ragazza minuta che ispira tenerezza al primo sguardo. Gli occhi ti scrutano senza giudicarti. Non sono severi. Anzi nascondono tanta felicità e fierezza.  Quando l’ho chiamata per dirle che ero già arrivato in cantina, un po’ prima del previsto, al telefono era quasi imbarazzata. Sarà forse stato per le rimostranze di un pargoletto di pochi mesi che era con lei e che reclamava le attenzioni della madre. Oltre a gestire l’azienda insieme al marito e al fratello, Giovanna è anche mamma da pochi mesi. Quando si dice che le donne sono multitasking! Cantine Artese è un’altra delle giovani realtà (sette in totale) della Costa degli Dei artefici di un percorso di riscoperta e valorizzazione di un vitigno come lo Zibibbo (o moscato di Alessandria) che abbiamo sempre bevuto dolce, magri passito. Difficilmente secco. Si narra che lo Zibibbo venne portato dai Greci in questa meravigliosa terra dove gli Dei solevano passeggiare (da qui il nome “Costa degli Dei) e dove, grazie ai pendii con suolo di matrice vulcanica, riesce ad unire zucchero a sapidità e freschezza per renderlo così secco. La cantina è poco più di un garage. Posta in un centro abitato dietro un supermercato, non è ovviamente adiacente alle vigne. Trovarla, anche se ci sono le indicazioni, non è semplice.  Piccola ma sufficiente per dar vita alle circa 35000 bottiglie su 8 ettari vitati. Particolari questi ultimi perché divisi in porzioni da un ettaro come se fossero dei cru. Particolari ma complicati da gestire.  Le vigne sono a Zambrone, fronte mare. Fronte Costa degli Dei. Il mare lo sento tutto, forte, impervio sia negli odori sia nella sapidità dello Zibibbo che assaggio (nel mio post Zibibbo Aramini maggiori dettagli). Un assaggio che mi sorprende per la sua carica e piacevolezza. Per i sentori di zagare, di frutti tropicali di iodio. Una persistenza non invadente. Una personalità spiccata. Se chiudo gli occhi mi ritrovo in riva al mare cullato dal vento. La prima olfazione mi porta in luoghi dolci e le sensazioni sono quelle di un vino dolce e potente. In bocca però stupisce per la freschezza e sapidità. Oltre che per essere secco. È piacevole chiacchierare con Giovanna perché fa della sua timidezza un punto di forza. Mi parla delle difficoltà di questa terra e lo fa con la consueta dolcezza come a dire che la costanza e la voglia di fare, alla fine, paga.   Non vogliono sperimentare. Non hanno bisogno di creare prodotti particolari. Hanno vitigni antichi come Zibibbo, Magliocco, Greco nero, Mantonico, Calabrese, Malvasia nera. Perché sperimentare quando c’è ancora molto da fare per questi? Come darle torto? Mezzi pochi. Tanta diffidenza in giro. Difficile emergere in un mondo così spietato. Eppure Giovanna ci crede e crede all’impegno che lei e la sua famiglia perpetuano. Giorno dopo giorno. Con fatica ma con energia. Costante, continua, senza sosta. Appare stanca e sarà forse perché deve anche fare la mamma. Ma non si ferma perché l’amore per questa terra e per i vini vince anche la stanchezza.  Rispetto del territorio e delle tradizioni per trasmetterle attraverso i sentori del mare e della terra. Non c’è verso di voler fare cose diverse. Questa è la grande forza di una piccola cantina come Artese. Ma è vincente perché poi tutto risulta evidente nei vini.   Vini che rispecchiano e rispettano il territorio e la storia di una terra dal passato glorioso come la Calabria. Anche nei nomi. Lo Zibibbo infatti si chiama, Aramini, antico nome di Zambrone. Poi Limani, Esetra, Aurum, Deum, Non mi dilungo ma il sito internet contiene tutte le informazioni storiche (Vini Artese) Peccato davvero non avere la forza commerciale ed economica per promuovere lo Zibibbo secco ma anche il loro meraviglioso passito (sempre da Zibibbo) che pure di premi ne ha vinti. Giovanna mi dice che riuscire a vendere una bottiglia di passito a 22€ da quelle parti non è semplice. Forse perché non lo hanno ancora assaggiato penso io. Dovrebbero farlo invece. Mi è capitato di sorseggiare uno Zibibbo Artese in riva allo stupendo mare della Costa degli Dei, dinanzi ad un tramonto meraviglioso. Non posso che dire: wow!   La Calabria, le sue spiagge, la sua gente, i suoi vini, il mare. Amarli diventa facile non appena toccati con mano. Senza pregiudizi, solo aprendo il cuore e la mente. Ivan Vellucci @ivan_1969
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2 Settembre, 2022

La Costa degli Dei e la riscoperta dello Zibibbo

Gli occhi. Gli occhi e il sorriso di Giovanni Benvenuto. Questo è Cantine Benvenuto. Tutto si racchiude in due occhi che ti guardano felici e un sorriso che c’è sempre e comunque. Perché Giovanni è fiero della sua Calabria. Felice di quello che fa e dove lo fa. Ama questa terra, difficile e particolare, in maniera viscerale. Non se ne separerebbe mai e lo si capisce da come ne parla. E’ la Costa degli Dei. Già la terra. Quella da cui nasce tutto. Una terra ricca di quel ferro al quale il suo cuore, come se fosse una calamita, è stato attratto con potenza e forza. Forza, determinazione, capacità, volontà. Ma soprattutto gioia. Gioia di fare qualcosa per la propria terra, nella propria terra. La calamita dicevamo. Giovanni non nasce in Calabria ma lontano, a Tagliacozzo, in Abruzzo da mamma abruzzese che il papà conosce dopo aver lasciato la Calabria in cerca di fortuna. Lontano. Giovanni una volta adulto (ma manco tanto) sente il richiamo della terra, delle vigne del nonno, del sale del mare, del sole. E quando il cuore si ricongiunge con la terra scopre che lì c’è un vitigno, lo Zibibbo, che è diverso dalle più note versioni dolci perché secco, con il sapore dello iodio del mare. Scoprire qualcosa non dà però il diritto di pensare che sia tutto semplice. Né tantomeno breve.      Siamo nella Costa degli Dei, luogo scelto dagli dei dell’Olimpo per le proprie passeggiate e dai turisti oggi attratti dall’incantevole mare di Tropea. Più precisamente a Francavilla Angitola, poco lontano da Pizzo Calabro e Vibo Valentia. Qui il terreno è rosso, ricco di ferro e minerali con i venti carichi di iodio provenienti del mare e quelli freschi dalle colline che accarezzano le vigne tutte coltivate in maniera biologica. In questa costa ha trovato spazio e dignità l’antico vitigno Zibibbo in versione secca. Già, secca e non come pensano i più, dolce come a Pantelleria (o ad Alessandria con il Moscato). In fondo già l’etimologia del nome, zabib vuol dire uvetta o uva passa non lascia che pensare alla dolcezza. Persino su Wikipedia non c’è traccia di un vino secco. Così come sulla Costa degli Dei vengono spese solo pochissime righe. Impresa difficile per Giovanni che impiega undici anni (siamo in Calabria verrebbe da dire) solo per far riconoscere lo zibibbo come uva per vinificazione e non solo da tavola. Undici anni che utili per creare prodotti freschi, non impegnati e, soprattutto, fortemente legati al territorio come se vi fosse un vero cordone ombelicale Undici anni che non gli hanno fatto perdere, nemmeno per un istante, sorriso ed entusiasmo.  Niente barrique. Solo acciaio Niente barrique per i suoi vini. Solo acciaio e temperature controllate per esaltare ogni singolo aroma, ogni sensazione propria dei vitigni, della cantina, del sole, del mare, della terra. Con la musica di Mozart a fare compagnia al vino che si riposa nei tini di acciaio. Perché il vino ascolta e delle note si nutre.     Non solo Zibibbo per quanto questo sia il principale interprete della cantina. Non potevano mancare vitigni tipici della Calabria: Calabrese, Maglioppo, Greco nero, Malvasia. 7 ettari vitati per circa quarantamila bottiglie l’anno. Dimensione questa che consente, nelle volontà di Giovanni, di continuare ad essere una azienda piccola e di famiglia. Ecco la famiglia. Quella di Giovanni è prossima ad allargarsi e quando me ne parla, il suo sorriso aumenta. Aumenta e contagia tutti nella cantina. Come il papà che si presenta non solo sorridendo ma anche con una cassetta di fichi appena colti. Buonissimi! Con Giovanni discutiamo di vino, di Calabria, di vita sorseggiando i suoi vini accompagnati da prodotti locali all’ombra di alberi meravigliosi. Si vedono i vigneti tenuti come si tiene un oggetto prezioso. Si vede il mare e se ne sente l’odore. È proprio al mare che riporta lo Zibibbo che assaggio. Viaggiando attraverso la macchia mediterranea, le zagare. Il rosso da Maglioppo invece appare è così croccante, come se dovessi sentire un melograno che si spacca sporcandomi le mani di quel meraviglioso rosso vivo. Mi fa respirare la campagna che ho intorno. Vengo però rapito da Celeste, un rosato da Calabrese in purezza che sa di ribes e fragola che è così piacevole, fresco e sapido che mi ritrovo a pensare a mio nonno e alle passeggiate in campagna con lui. Già rivedo mio nonno con il bastone che usa per andare nei campi e che mi fa cogliere le pesche bianche e i fichi, quelli rossi fuori e neri dentro. Ne sento l’odore. Vorrei non andarmene mai. Forse perché sto benissimo. O forse perché i ricordi di mio nonno mi riempiono di gioia. Non posso andarmene via senza fare scorta dei vini soprattutto del rosato ma anche dell’Orange segno che qui si inizia anche a sperimentare. Devo provarli meglio a casa.     Giovanni non può invece mandarmi via senza regalarmi una bottiglia delle loro bollicine (ci vogliono sempre in cantina) ma soprattutto della t-shirt “in Zibibbo we trust”. Io ci credo davvero che questo vitigno e questa zona possa, speriamo a breve, poter dire la loro. Ci crede anche Giovanni che, insieme alle altre 6 cantine della Costa degli Dei stanno cercando di avere un riconoscimento di denominazione.  Speriamo solo che i tempi calabresi siano lunghi meno dei precedenti undici anni. Ivan Vellucci @ivan_1969
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6 Agosto, 2022

Matti per l’Asprinio

Matti per l’Asprinio. Matti con l’Asprinio. L’Asprinio di Vitematta Napoli, la pizza, il Vesuvio, la “costiera, Capri, la mozzarella di bufala. La camorra”. Ecco a voi la Campania nell’immaginario collettivo. Permettetemi la semplificazione fin troppo legata alla realtà (di chi non sa). Per troppo tempo i luoghi comuni si sono impossessati dei più e i social non aiutano. Certo, chi legge questo articolo dirà di no, che la Campania ha molto di più. Chi ama il vino penserà alle meravigliose eccellenze del territorio come l’Aglianico, il Fiano, il Greco o alle meraviglie della viticultura eroica della costiera amalfitana. Già quelle.La terra felix ha molto di più, anche se i luoghi comuni sono difficili da sconfiggere. Siamo a Casal di Principe in provincia di Caserta. C’è un paesino che per i più non esiste; per altri è meglio se non fosse esistito. Siamo a Casal di Principe in provincia di Caserta. Patria della Camorra, del clan dei Casalesi. Siamo al centro della terra dei fuochi, nel luogo dove fino a qualche anno fa neanche le forze dell’ordine si azzardavano ad entrare. L’agro aversano è una terra tanto piatta quanto fertile che i Borboni avevano saputo sfruttare a pieno. Anche con il vino rendendolo spumante poiché ricco di acidità. Con la particolarità delle viti maritate ovvero legate agli alberi di pioppo che si innalzavano fino a 20 metri dal suolo. In questo modo crescevano rigogliose e con grande qualità. Certo difficile da vendemmiare poiché lavoro esclusivamente manuale di abili equilibristi che salivano su precarie scale di legno per raccogliere i grossi grappoli. All’epoca come adesso. Non c’è altro modo in fondo. Con le difficoltà della raccolta (e non solo) e alla “particolarità” del territorio, le cantine che lavorano questa uva sono ovviamente poche. Una semplice ricerca su Google darà infatti scarsi risultati. Conoscete l’Asprinio? Di passaggio in quelle zone, dopo una pizza accompagnata dalla bottiglia fatale che mi ha fatto diventare matto per l’Asprinio, ho scelto a caso un produttore. Per arrivarci non è stato semplice anche con l’uso del navigatore. La cosa strana è che sono arrivato al centro di Casal di Principe. In un luogo insolito per una cantina, ho trovato qualcosa che mi ha aperto il cuore. Arrivo in un posto che sembra una corte. Si vedono i bancali con le bottiglie, uomini intenti a maneggiare attrezzi da cantina: sono nel posto giusto. Entro nello stabile e sulla sinistra vedo una serie di bottiglie esposte. Bancali di bottiglie, contenitori per la macerazione. Sono davvero in una cantina! Chiedo ad una bellissima signora se posso acquistare del vino. Mi risponde con entusiasmo di accomodarmi. Le chiedo così di parlarmi dei loro vini perché, come sommelier sono molto interessato all’Asprinio. Voglio conoscerlo meglio. Si chiama Paola e parla della azienda come se fosse sua. In realtà lo è ma non lo dà a vedere. Parla con voce pacata, sincera e, soprattutto, una grazia disarmante.   Vitematta e la cooperativa Eureka Onlus Mi racconta di come la loro sia una azienda e al tempo stesso una cooperativa (Eureka Onlus) che si occupa del recupero di ragazzi disagiati con problemi di salute mentale (abbiamo già raccontato di una cantina socialmente virtuosa, Selvanova, con Stefano Franzoni). Ci scherza su ricordando di come uno di essi abbia avuto problemi di alcolismo. Eppure lo hanno aiutato e recuperato nonostante siano una cantina. Il loro progetto è iniziato oltre dieci anni fa grazie ai beni confiscati alla Camorra: la cantina e le terre. Lo dice con orgoglio come a significare che ci sono anche persone per bene. Ci tiene a farmi conoscere il “direttore” come lo chiama lei. È Vincenzo, un ormone che arriva con un meraviglioso sorriso e mi stringe la mano come se mi conoscesse da una vita. È lui che mi racconta ancora della cantina, della loro storia. Mi parla dei suoi vini e soprattutto di lui, l’Asprinio. Ne parla con entusiasmo ed energia narrando di come occorra esaltare quanto di meglio e di buono il territorio offra. Ma è difficile, tutto maledettamente difficile. Mia madre era di un piccolo paese poco distante da qui, Camigliano. Quando glielo dico i suoi occhi si accendono ancora di più perché capisce che quella terra è nel mio cuore quanto nel suo. Parla con passione ed enfasi della vite maritata e delle difficoltà della vendemmia che quest’anno partirà tra pochissimo per via del caldo e della siccità. Ma sarà un buon anno. Ci piace da matti l’Asprinio Mi mostra con orgoglio le sue creazioni e si sofferma sul metodo classico. Perché l’Asprinio spumante è cosa seria. Lui è andato in Franciacorta a studiare come si produce un metodo classico ed ora lo fa qui. Non come altri che mandano le uve al nord… Non solo metodo classico tre le creazioni ma uno Charmat, un fermo, un rifermentato, un IGT che fa barrique e anche un passito. Ma anche altro. Tutte sue creature. Tutte sperimentazioni delle quali va fiero. Vitematta. Ecco il nome della cantina. Vitematta che produce Asprinio. Asprinio che è una eccellenza del territorio che però è difficile anche da far conoscere perché si scontra contro i mostri sacri del metodo classico. Un territorio che può tornare ad essere vivo e a dimostrare che qui, dove prima si scappava, ora si può vivere. Non conoscete l’Asprinio? Beh prendetene uno e abbinatelo con una mozzarella di bufala o una pizza. Poi ne riparliamo. Noi ormai siamo matti per l’Asprinio. Perché il territorio offre non solo prodotti ma anche abbinamenti unici. Sempre. Ivan Vellucci @ivan_1969 https://youtu.be/RakajXgmc-E
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