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2 Ottobre, 2023
Badia di Morrona: tra storia, natura, qualità ed enoturismo
Badia di Morrona: tra storia, natura, qualità ed enoturismo
Cari amici lettori prendo spunto dalla meravigliosa visita in cantina di questa estate per parlarvi di Badia di Morrona, una realtà a dir poco sorprendente per diversi aspetti.
A colpirmi nella visita, tra le tante cose, è stata la grande attenzione posta dall’azienda nel raggiungere altissimi standard di qualità, con vocazione a creare vini ben riconoscibili e legati al territorio, ma anche per l’accoglienza e l’esperienza turistica, la lunga storia che la contraddistingue e l’amore per l’ambiente che la circonda.
Ci troviamo nello splendido contesto tra Pisa e Volterra, in particolare a Terriciola, dove Badia di Morrona può contare su una tenuta di 600 ettari, in cui boschi di cipressi, lecci e querce lasciano spazio a 40 ettari di uliveti e, soprattutto, a 110 ettari di vigne.
Nel 1939 la famiglia Gaslini Alberti acquisisce la tenuta con i primi vigneti storici, testimoni di una viticoltura radicata da tempo nel territorio. Negli anni ’90 Duccio Gaslini Alberti, padre degli attuali proprietari Filippo e Alessandra, dona una svolta qualitativa alla produzione vinicola avviando una grande opera di reimpianto, conservando le vigne più promettenti e studiando i cloni più adatti, la densità di impianto e i sistemi di allevamento ideali per creare espressioni del territorio autentiche e di alta qualità.
Nel cuore dell’azienda troviamo la millenaria Badia, splendido nucleo storico della tenuta e prima casa dei vini di Badia di Morrona, meraviglia in cui è possibile celebrare matrimoni, essendoci anche la chiesa consacrata, a cui si è affiancata successivamente una cantina moderna, progettata in chiave sostenibile, sfruttando tecnologia e gravità. Importante è il tema della sostenibilità che si declina sia nelle lavorazioni di cantina, con macchinari moderni ed efficienti, che nei comportamenti quotidiani di tutto il personale coinvolto, ma anche nella produzione di energia pulita da fonti rinnovabili con la presenza di un grande impianto fotovoltaico di circa 2 MW.
La vasta tenuta è dotata di grandi case coloniche sapientemente ristrutturate, tutte con piscina, immerse nel verde e suddivise in ville e appartamenti dal carattere elegante, riservato e accogliente. Fornite di ogni confort, queste strutture permettono di rilassarsi nell’incantevole panorama tipico della Toscana, nella vera pace del verde da dove non vorresti mai andar via.
Ma parliamo dei vitigni presenti in azienda: per quelli a bacca rossa a farla da padrone è, come è giusto che sia, il Sangiovese, che trova spazio tra le dolci colline per circa il 60% dell’intero parco vitato, mentre le restanti parcelle sono state destinate anche a Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc, Merlot e Syrah. Per quanto riguarda quelli a bacca bianca il Vermentino e lo Chardonnay sono i più significativi e presenti nelle vigne pianeggianti della tenuta.
Camminare tra i filari, in particolare di quelli da cui proviene il Vigna Alta, è stata l’occasione per incontrare suoli davvero preziosi e di antico fascino, con travertino e conchiglie fossili che accompagnano le viti in un viaggio ideale tra passato e presente.
I tre vini identitari:
N’Antia è il taglio bordolese nato nel 1992 che ha segnato in maniera importante l’esordio della tenuta. N’Antia rappresenta infatti la volontà di Duccio Gaslini Alberti di far parlare il territorio nella lingua di Bordeaux, ovvero tramite Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc e Merlot. Negli anni, le tecniche di vinificazione si sono evolute e oggi la “ricetta” per N’Antia prevede la fermentazione in acciaio, maturazione di 15 mesi in barrique, un passaggio in vasche di cemento e infine in bottiglia;
VignaAlta è la voce del Sangiovese più nobile della tenuta. Nato nel 1994 e fortemente voluto dalla proprietà per esaltare il valore del vitigno toscano per eccellenza, questo Terre di Pisa DOC fermenta in acciaio, matura 24 mesi in botti di rovere francese da 25 hl e riposa 3 mesi in cemento. Nel bicchiere si ritrova un Sangiovese di carattere e fresco che riesce ad essere davvero identitario;
Taneto, ha una vocazione transalpina, con il Syrah protagonista e giusto un tocco di Sangiovese e Merlot. Nasce in alcune delle parcelle più ricche di fossili della tenuta (tra cui la Vigna Disperato), che infatti contribuiscono a donargli un carattere minerale e speziato sui generis. Dopo la fermentazione in acciaio, 12 mesi è il tempo di affinamento previsto in barrique e solo la piccola percentuale di Sangiovese matura in botti grandi di rovere francese da 25 hl, cui segue poi una breve sosta in vasche di cemento.
A questi si affiancano i Chianti di Badia di Morrona: I Sodi del Paretaio e I Sodi del Paretaio Riserva che rappresentano la lettura orizzontale dei vigneti dell’azienda e in questo senso sono gli alfieri della gamma. Prodotti ogni anno in una tiratura ben più che considerevole dei precedenti vini, incarnano alla perfezione il concetto di piacevolezza e accessibilità. Nella versione annata il Sangiovese (85%) è affiancato da Cabernet Sauvignon, Merlot e Syrah, fermenta in acciaio e affina in vasche di cemento per 10 mesi; la versione Riserva è un Sangiovese in purezza, con un bel tannino morbido e maturo. Sosta 18 mesi in botti grandi di rovere francese da 44 hl e fa un breve passaggio in cemento prima dell’imbottigliamento.
Presenti, infine, le declinazioni floreali dell’azienda, ovvero le accattivanti espressioni in bianco e in rosa di Badia di Morrona: Felciaio, Vermentino toscano in purezza dalla bella sapidità, e Vivaja, Sangiovese rosato delicatamente fruttato, e il bianco La Suvera, cuvée dai tratti mediterranei e tropicali a base di Chardonnay e Viognier. La freschezza aromatica dei tre vini è ben preservata grazie alla vinificazione in acciaio, con l’unica eccezione dello Chardonnay, per cui è previsto un passaggio in barrique di 6 mesi.
Una visita che mi ha lasciato un ricordo stupendo ed indelebile sia per qualità dei prodotti che per la meravigliosa esperienza enoturistica, azienda che invito tutti a segnare nella lista di quelle da vivere e da scoprire!
A cura di Giuseppe Petronio
Mi trovi su Instagram @peppetronio
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29 Settembre, 2023
Tenute Santoro: come "Calabrisella" insegna
Tenute Santoro: come “Calabrisella” insegna
Jeu ti vitti ‘nsonnu e mi guardavi.
Se m’arrobbasti ‘u mègghiu muccaturi,
M’assasti ‘nta lu cori ‘u mègghiu hjuri.
Calabrisella mia, Calabrisella mia,
Calabrisella mia, rosa d’amuri.
Ora chi di la città jeu su’ tornatu,
Mi guardi e mi sorridi, malandrina:
Jeu dassarrìa ‘u meu dutturatu
Sulu pe’ avìri a ttia sempri vicina.
Se voi mu ‘nd’hai a mmia sempri vicina,
Non c’è bisognu ‘u dassi ‘u dutturatu:
Va’ e parla cu’ me’ patri e lu curatu,
Se no’ vattindi e non penzari a mmia.
Se chissu è amuri veru, se jè amuri puru,
Va’ e parla cu’ me’ patri e cu’ me’ mamma.
Jeu ti dugnu ‘u me’ cori e ‘a me’ fidi,
Jeu parlu cu’ to’ patri e cu’ to’ mamma
E tu ‘ngrata assai se no’ mi cridi
Calabrisella mia, chi canti e arridi.
Mègghiu ‘na contadina bona e fina,
Ca signurina bùrbara e sgarbata;
Mègghiu vedana bona e aggraziata
Ca ‘gnura superba e ‘mbelenata!
Calabrisella mia, Calabrisella mia,
Calabrisella mia, rosa d’amuri! Ogni volta che mi approccio alla Calabria enoica, quasi per riflesso condizionato, parte nella mia mente il ritornello della canzone Calabrisella. Calabrisella mia, Calabrisella mia,
Calabrisella mia, rosa d’amuri! Me la facevano cantare in terza elementare. Non che avessi un maestro di origini calabresi (il mitico maestro Testa era di Santi Cosma e Damiano, lo stesso paese di papà) ma era una delle tante canzoni popolari che si cantavano. C’era “Vitti ‘Na Crozza”, “Ciuri Ciuri”. Così come le tante altre, ognuna a rappresentare di una regione italiana. Insomma, quello c’era all’epoca per cantare (parlo del 1978 se la memoria non mi inganna). Mica si cantavano le canzoni dell’estate come ora! Mai come in questo caso però la trovo pertinente. Nella versione (ce ne sono tante…) cantata anche da Mino Reitano (all’anagrafe Beniamino da Fiumara, meno di 1000 anime a 20 km da Reggio Calabria) c’è un verso che racconta di come il ragazzo corteggiatore offre alla ragazza che sta corteggiando la rinuncia agli studi pur di starle vicino. Lei, immagino io con grande piglio, gli risponde che non serve abbandonare gli studi ma che vada dal prete e dal padre così da prenderla in sposa. Grande pragmatismo! Mi guardi e mi sorridi, malandrina:
Jeu dassarrìa ‘u meu dutturatu
Sulu pe’ avìri a ttia sempri vicina.
Se voi mu ‘nd’hai a mmia sempri vicina,
Non c’è bisognu ‘u dassi ‘u dutturatu:
Va’ e parla cu’ me’ patri e lu curatu,
Se no’ vattindi e non penzari a mmia.
Si può abbandonare gli studi per tanti motivi tanto che nella canzone lo si offre come pegno d’amore. In questa storia invece, il nostro protagonista, Giuseppe Santoro, lascia gli studi universitari, a detta sua perché non era portato. Dall’idea che mi sono fatto durante la nostra chiacchierata, per amore della terra. Della sua terra. Andiamo per ordine e cerchiamo di raccapezzarci un pochino. Siamo a Cirò. Tra le montagne della Sila ed il meraviglioso mare calabrese che dista in linea d’aria meno di 3 km. Qui il vino si fa da migliaia di anni. Dai tempi dei Greci che sbarcarono su queste coste nell’VIII secolo a.C. Per la cronaca e, tanto per capire come qui il vino fosse cosa seria, a Cirò Marina venne costruito (sempre dai Greci) il Tempio dedicato a Bacco, il Dio del vino. Ora, non per divagare ulteriormente, quando scrivo di queste cose e dei vini calabresi, oltre a Calabrisella mi prende anche un certo nervosismo. Si, proprio nervosismo perché la Calabria, oltre a poter vantare una storia vitivinicola millenaria, ha anche un territorio fantastico per la produzione dei vini. Vocato è dir poco. Eppure, è forse la regione italiana meno conosciuta in ambito vinicolo. Dubito che sia conosciuta anche a livello geografico perché voglio vedere chi saprebbe dirmi in che provincia è Cirò. Crotone! Anche se per omaggiare sempre gli antichi greci la provincia è Krotone, con la “K”. Poiché la storia (o leggenda) vuole che Eracle, avendo ucciso per errore il suo amico Kroton, decise di seppellirlo sulla sponda del torrente dove fece sorgere la città che prese proprio il nome dell’amico. Ho divagato anche troppo. Giuseppe Santoro è il titolare di Tenute Santoro, l’azienda di famiglia. Persona squisita e amabile. Di quelle che sanno quanto sia difficile fare questo mestiere ma che, nonostante ciò, non riescono a non sorridere e a capire che occorre far affidamento sulle proprie forze. Con la consapevolezza che ce la si può fare. Ecco, consapevolezza. La stessa che oggi fa dire a Giuseppe come occorra concentrarsi sulla promozione commerciale. Della sua azienda, dei suoi vini, del territorio. Saggezza e soprattutto voglia di guardare verso il futuro. Dietro, a far da solide fondamenta, c’è la storia. Quella che ha portato lui e la sua famiglia fin dove è ora. Base per il futuro. Mica da buttare via. Il mio bisnonno ha iniziato tutto. Prima di lui se c’era qualche altro questo non lo so. Nel 1850 lui è andato in America dove si facevano le ferrovie tutte a mano. Poi ha comprato 6 ettari qui e ha impiantato tutte vigne. Se andaste a leggere sul sito internet trovereste scritto che fu il trisavolo Giuseppe Santoro a cominciare tutto e che oggi sono alla quinta generazione. Ora, facendo un po’ di calcoli, io mi fermerei al bisnonno. Quinta generazione, non so. Ah però c’è la figlia di Giuseppe. Allora ci sta! Questo solo per dire quanto Giuseppe sia meravigliosamente spontaneo nelle sue cose. In fondo, non è importante se siamo alla quarta o alla quinta generazione. Ciò che conta è che Giuseppe ha preso il testimone dal padre e questi a sua volta dal padre fino ad arrivare al 1850. Lunga storia in Calabria. Storia di quando si emigrava in America a fare fortuna. E fortunati sono coloro che sono riusciti a tornare sani. O anche coloro che sono rimasti li a rappresentare la Patria. Nel 1850 si faceva solo vino. Per casa ovviamente. Non si vendevano le uve. Dal 1960 in poi si è cominciato a vendere le uve senza vinificare. Le famiglie si facevano il vino in casa e il resto se lo vendevano. Poi si è iniziato a vinificare. Le terre di famiglia passate attraverso i figli, i nipoti, gli zii. Un po’ di spezzatino come accade nelle famiglie. Specialmente quelle numerose. Fino a quando qualcuno non decide che è quello il mestiere che vuole fare. Vuole, non deve fare. “I terreni si dividevano così. A mio padre è rimasto un ettaro. Poi mio zio gli ha venduto i suoi. Capirai. Non a tutti va di gettare il sangue sulla terra. Per molti la terra non è né nobile né utile per vivere bene. È così che si svuotarono le campagne per riempire le città. Ho iniziato a vinificare non per esigenza. Mi piaceva creare una cantina. Una storia come tante altre si potrebbe dire. Il salto generazionale con qualcuno impegnato, volenteroso e soprattutto appassionato della terra, qualche altro no. Qualcuno dedito al business, qualche altro no. Mio nonno non è stato tanto imprenditore. Mio padre era appassionato e imprenditore. Appassionato dei vigneti. Non molto oculato magari. Giuseppe come gran parte dei figli in queste zone, frequenta la scuola agraria. Lavorando ovviamente in vigna quando ce ne era bisogno. In estate non avevo mai pace perché mi alzavo presto la mattina e andavamo in vigna. Avevano 6 ettari di vigna La vera vita inizia dopo la scuola. Le strade per i più si dividono tra chi cerca di distinguersi andando all’università e chi rimane nell’azienda di famiglia. Giuseppe, ci prova. Per poi capire che non è cosa per lui. Che lui ama la terra. Ama il lavoro dei campi. Ama vedere i risultati del suo lavoro. Mi sono iscritto a scienze agrarie ma non mi piaceva stare seduto a studiare. Ho lasciato l’università dopo sei mesi. Nemmeno sono stato tanto. Non mi sono ambientato. In fondo nemmeno mi volevo iscrivere. Mi sono iscritto perché ho due zii medici da parte di mia mamma e due zii professori da parte di papà. “Dato che sei un ragazzo intelligente perché non ti iscrivi e ti prendi una laurea? Così mi dissero. Non era per me. È questa una sconfitta o una presa di coscienza? Il seguire le proprie ambizioni e inclinazioni o assecondare quelle degli altri? Giuseppe lo ha capito prima che qualcuno glielo facesse notare. Ha avuto quella consapevolezza che solo in pochi hanno. Consapevolezza unita alla voglia di tornare alle proprie terre. Un po’ come la Calabrisella che dice che non si ha bisogno di prendere la laurea (in realtà era il dottorato). Non c’è bisognu ‘u dassi ‘u dutturatu:
Va’ e parla cu’ me’ patri e lu curatu, In questo caso patri e curatu non sono altro che la terra e vite alla quale professare il proprio amore e dedizione. Magari Giuseppe non era portato. Ma sarebbe potuto andare a lavorare la terra a malavoglia, oppure a fare un lavoro tanto per sbarcare il lunario. Invece ha scelto, consapevolmente, di lavorare la terra del padre per poter costruire qualcosa. Consapevolezza. Costruire. Che meraviglia! Ho zappato nelle vigne facendomi esperienza. Più allarghi l’esperienza più impari. Con il trattore dopo la vanga. Ho creato la cantina dove anche abitiamo. In mezzo ai vigneti. 40 ettari dei quali circa 20 vitati non sono pochi. Specialmente se devi costruire qualcosa come ha fatto Giuseppe. Potendo contare solo sulle proprie forze Ora mi sono fermato nel fare investimenti perché devo consolidare quello che ho. Essendo da solo. In famiglia ho due sorelle che non si occupano di questo. Poi io mia moglie e mia figlia. Mia moglie lavora da venti anni, ora in smart working. Si sta amalgamando nell’azienda. Mi figlia ha 11 anni. Piccolina ancora. Difficile fare azienda nel sud. In Calabria ancora più complicato. Occorre stare attenti ai costi certamente ma anche e soprattutto al clima che può giocare brutti scherzi. Avevo 4 operai. Ora ne ho solo due perché la resa non era molta. Gli altri li assumo saltuariamente per i lavori. In cantina ho Giuseppe che lavora un po’ in cantina e un po’ in vigna. Ho un enologo pugliese anche se mi sono fatto esperienza. In fondo non faccio un prodotto sofisticato. Magari di nicchia. Eppure, le basse rese hanno fatto bene alle vigne di Giuseppe (Santoro). Gli hanno dato l’opportunità di concentrarsi sulla qualità e non sulla quantità come sono stati abituati, male, al sud per molti anni. Coloro che al sud iniziarono a vinificare, non lo facevano nemmeno poi così tanto bene. O senza aggiungere qualcosa (anche perché era dal tempo dei greci che non lo facevano). Attenzione alla qualità dunque. Che qui non è mai scontato. Mi vinifico le mie uve e faccio un prodotto naturale. Non aggiungo prodotti esterni. Faccio un biologico in vigna. Potrei avere la certificazione ma ancora non l’ho fatto. Cinque le etichette in portafoglio, tre rossi, un rosato e un bianco per un totale di 30.000 bottiglia. Poco utilizzo della barrique e tanta territorialità. Anche perché, dico io, se dalla Calabria togli anche il profumo della terra, quello del mare, quello delle piante di liquirizia, che ne rimane? Il primo rosso è Caposerra, blend dei due vitigni autoctoni coma Gaglioppo e Magliocco. Un lieve passaggio in barrique (sei mesi) del blend (Giuseppe dice che in realtà è Gaglioppo in purezza) e nasce il Patris 42. Infine, quello che per me è davvero un vino “tutta una scoperta”, lo Zonaro con sempre blend ma Gaglioppo che raggiunte il 90%. Ho recensito sul mio blog proprio lo Zonaro 2015 e per capire il perché della definizione “tutta una scoperta” basta cliccare sul link @ivan_1969. Da Gaglioppo in purezza vinificato in bianco arriva il Noveno. Per finire, non potevano mancare i vitigni calabri Mantonico e Greco Bianco per dar vita ad Apice. Sono vini questi che andrebbero bevuti alla cieca. Senza guardare o sapere da dove arrivano. Così da superare tutte le diffidenze che ci sono sui vini calabresi. Spesso a ragion d’essere ma oggigiorno, ancora più spesso, infondate. Basta saper scegliere. Puntare sul territorio limitando al massimo i vini con l’utilizzo di barrique Il vero vino è quello che fa solo acciaio. Perché questo non le prende né le dà. Sicuramente vero. Quando infatti bevi uno Zonaro senti appieno il territorio con la sua frutta matura e il sole che le brucia e che si mischia ai delicati rametti di liquirizia. Senti quanto inutile e fuori luogo sarebbe la barrique. Per il futuro, Giuseppe ha le idee decisamente chiare. Sia per la necessità di concentrarsi sulla parte commerciale dell’azienda dunque non investendo in altri campi, sia sulla parte di prodotto. Ho in mente di fare un IGP Calabria di fascia alta. Durante la pandemia avevo fatto dei vini di fasica bassa per supermercati e banchettistica. Sempre con Tenuta Santoro. Bravo Giuseppe. Oltre ad essere orgoglioso di quello che hai fatto, devi, assolutamente devi andar fiero di averlo fatto in Calabria. Perché solo grazie a persone come te, questa terra, potrà tornare ai fasti che merita. Ivan Vellucci Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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Se m’arrobbasti ‘u mègghiu muccaturi,
M’assasti ‘nta lu cori ‘u mègghiu hjuri.
Calabrisella mia, Calabrisella mia,
Calabrisella mia, rosa d’amuri.
Ora chi di la città jeu su’ tornatu,
Mi guardi e mi sorridi, malandrina:
Jeu dassarrìa ‘u meu dutturatu
Sulu pe’ avìri a ttia sempri vicina.
Se voi mu ‘nd’hai a mmia sempri vicina,
Non c’è bisognu ‘u dassi ‘u dutturatu:
Va’ e parla cu’ me’ patri e lu curatu,
Se no’ vattindi e non penzari a mmia.
Se chissu è amuri veru, se jè amuri puru,
Va’ e parla cu’ me’ patri e cu’ me’ mamma.
Jeu ti dugnu ‘u me’ cori e ‘a me’ fidi,
Jeu parlu cu’ to’ patri e cu’ to’ mamma
E tu ‘ngrata assai se no’ mi cridi
Calabrisella mia, chi canti e arridi.
Mègghiu ‘na contadina bona e fina,
Ca signurina bùrbara e sgarbata;
Mègghiu vedana bona e aggraziata
Ca ‘gnura superba e ‘mbelenata!
Calabrisella mia, Calabrisella mia,
Calabrisella mia, rosa d’amuri! Ogni volta che mi approccio alla Calabria enoica, quasi per riflesso condizionato, parte nella mia mente il ritornello della canzone Calabrisella. Calabrisella mia, Calabrisella mia,
Calabrisella mia, rosa d’amuri! Me la facevano cantare in terza elementare. Non che avessi un maestro di origini calabresi (il mitico maestro Testa era di Santi Cosma e Damiano, lo stesso paese di papà) ma era una delle tante canzoni popolari che si cantavano. C’era “Vitti ‘Na Crozza”, “Ciuri Ciuri”. Così come le tante altre, ognuna a rappresentare di una regione italiana. Insomma, quello c’era all’epoca per cantare (parlo del 1978 se la memoria non mi inganna). Mica si cantavano le canzoni dell’estate come ora! Mai come in questo caso però la trovo pertinente. Nella versione (ce ne sono tante…) cantata anche da Mino Reitano (all’anagrafe Beniamino da Fiumara, meno di 1000 anime a 20 km da Reggio Calabria) c’è un verso che racconta di come il ragazzo corteggiatore offre alla ragazza che sta corteggiando la rinuncia agli studi pur di starle vicino. Lei, immagino io con grande piglio, gli risponde che non serve abbandonare gli studi ma che vada dal prete e dal padre così da prenderla in sposa. Grande pragmatismo! Mi guardi e mi sorridi, malandrina:
Jeu dassarrìa ‘u meu dutturatu
Sulu pe’ avìri a ttia sempri vicina.
Se voi mu ‘nd’hai a mmia sempri vicina,
Non c’è bisognu ‘u dassi ‘u dutturatu:
Va’ e parla cu’ me’ patri e lu curatu,
Se no’ vattindi e non penzari a mmia.
Si può abbandonare gli studi per tanti motivi tanto che nella canzone lo si offre come pegno d’amore. In questa storia invece, il nostro protagonista, Giuseppe Santoro, lascia gli studi universitari, a detta sua perché non era portato. Dall’idea che mi sono fatto durante la nostra chiacchierata, per amore della terra. Della sua terra. Andiamo per ordine e cerchiamo di raccapezzarci un pochino. Siamo a Cirò. Tra le montagne della Sila ed il meraviglioso mare calabrese che dista in linea d’aria meno di 3 km. Qui il vino si fa da migliaia di anni. Dai tempi dei Greci che sbarcarono su queste coste nell’VIII secolo a.C. Per la cronaca e, tanto per capire come qui il vino fosse cosa seria, a Cirò Marina venne costruito (sempre dai Greci) il Tempio dedicato a Bacco, il Dio del vino. Ora, non per divagare ulteriormente, quando scrivo di queste cose e dei vini calabresi, oltre a Calabrisella mi prende anche un certo nervosismo. Si, proprio nervosismo perché la Calabria, oltre a poter vantare una storia vitivinicola millenaria, ha anche un territorio fantastico per la produzione dei vini. Vocato è dir poco. Eppure, è forse la regione italiana meno conosciuta in ambito vinicolo. Dubito che sia conosciuta anche a livello geografico perché voglio vedere chi saprebbe dirmi in che provincia è Cirò. Crotone! Anche se per omaggiare sempre gli antichi greci la provincia è Krotone, con la “K”. Poiché la storia (o leggenda) vuole che Eracle, avendo ucciso per errore il suo amico Kroton, decise di seppellirlo sulla sponda del torrente dove fece sorgere la città che prese proprio il nome dell’amico. Ho divagato anche troppo. Giuseppe Santoro è il titolare di Tenute Santoro, l’azienda di famiglia. Persona squisita e amabile. Di quelle che sanno quanto sia difficile fare questo mestiere ma che, nonostante ciò, non riescono a non sorridere e a capire che occorre far affidamento sulle proprie forze. Con la consapevolezza che ce la si può fare. Ecco, consapevolezza. La stessa che oggi fa dire a Giuseppe come occorra concentrarsi sulla promozione commerciale. Della sua azienda, dei suoi vini, del territorio. Saggezza e soprattutto voglia di guardare verso il futuro. Dietro, a far da solide fondamenta, c’è la storia. Quella che ha portato lui e la sua famiglia fin dove è ora. Base per il futuro. Mica da buttare via. Il mio bisnonno ha iniziato tutto. Prima di lui se c’era qualche altro questo non lo so. Nel 1850 lui è andato in America dove si facevano le ferrovie tutte a mano. Poi ha comprato 6 ettari qui e ha impiantato tutte vigne. Se andaste a leggere sul sito internet trovereste scritto che fu il trisavolo Giuseppe Santoro a cominciare tutto e che oggi sono alla quinta generazione. Ora, facendo un po’ di calcoli, io mi fermerei al bisnonno. Quinta generazione, non so. Ah però c’è la figlia di Giuseppe. Allora ci sta! Questo solo per dire quanto Giuseppe sia meravigliosamente spontaneo nelle sue cose. In fondo, non è importante se siamo alla quarta o alla quinta generazione. Ciò che conta è che Giuseppe ha preso il testimone dal padre e questi a sua volta dal padre fino ad arrivare al 1850. Lunga storia in Calabria. Storia di quando si emigrava in America a fare fortuna. E fortunati sono coloro che sono riusciti a tornare sani. O anche coloro che sono rimasti li a rappresentare la Patria. Nel 1850 si faceva solo vino. Per casa ovviamente. Non si vendevano le uve. Dal 1960 in poi si è cominciato a vendere le uve senza vinificare. Le famiglie si facevano il vino in casa e il resto se lo vendevano. Poi si è iniziato a vinificare. Le terre di famiglia passate attraverso i figli, i nipoti, gli zii. Un po’ di spezzatino come accade nelle famiglie. Specialmente quelle numerose. Fino a quando qualcuno non decide che è quello il mestiere che vuole fare. Vuole, non deve fare. “I terreni si dividevano così. A mio padre è rimasto un ettaro. Poi mio zio gli ha venduto i suoi. Capirai. Non a tutti va di gettare il sangue sulla terra. Per molti la terra non è né nobile né utile per vivere bene. È così che si svuotarono le campagne per riempire le città. Ho iniziato a vinificare non per esigenza. Mi piaceva creare una cantina. Una storia come tante altre si potrebbe dire. Il salto generazionale con qualcuno impegnato, volenteroso e soprattutto appassionato della terra, qualche altro no. Qualcuno dedito al business, qualche altro no. Mio nonno non è stato tanto imprenditore. Mio padre era appassionato e imprenditore. Appassionato dei vigneti. Non molto oculato magari. Giuseppe come gran parte dei figli in queste zone, frequenta la scuola agraria. Lavorando ovviamente in vigna quando ce ne era bisogno. In estate non avevo mai pace perché mi alzavo presto la mattina e andavamo in vigna. Avevano 6 ettari di vigna La vera vita inizia dopo la scuola. Le strade per i più si dividono tra chi cerca di distinguersi andando all’università e chi rimane nell’azienda di famiglia. Giuseppe, ci prova. Per poi capire che non è cosa per lui. Che lui ama la terra. Ama il lavoro dei campi. Ama vedere i risultati del suo lavoro. Mi sono iscritto a scienze agrarie ma non mi piaceva stare seduto a studiare. Ho lasciato l’università dopo sei mesi. Nemmeno sono stato tanto. Non mi sono ambientato. In fondo nemmeno mi volevo iscrivere. Mi sono iscritto perché ho due zii medici da parte di mia mamma e due zii professori da parte di papà. “Dato che sei un ragazzo intelligente perché non ti iscrivi e ti prendi una laurea? Così mi dissero. Non era per me. È questa una sconfitta o una presa di coscienza? Il seguire le proprie ambizioni e inclinazioni o assecondare quelle degli altri? Giuseppe lo ha capito prima che qualcuno glielo facesse notare. Ha avuto quella consapevolezza che solo in pochi hanno. Consapevolezza unita alla voglia di tornare alle proprie terre. Un po’ come la Calabrisella che dice che non si ha bisogno di prendere la laurea (in realtà era il dottorato). Non c’è bisognu ‘u dassi ‘u dutturatu:
Va’ e parla cu’ me’ patri e lu curatu, In questo caso patri e curatu non sono altro che la terra e vite alla quale professare il proprio amore e dedizione. Magari Giuseppe non era portato. Ma sarebbe potuto andare a lavorare la terra a malavoglia, oppure a fare un lavoro tanto per sbarcare il lunario. Invece ha scelto, consapevolmente, di lavorare la terra del padre per poter costruire qualcosa. Consapevolezza. Costruire. Che meraviglia! Ho zappato nelle vigne facendomi esperienza. Più allarghi l’esperienza più impari. Con il trattore dopo la vanga. Ho creato la cantina dove anche abitiamo. In mezzo ai vigneti. 40 ettari dei quali circa 20 vitati non sono pochi. Specialmente se devi costruire qualcosa come ha fatto Giuseppe. Potendo contare solo sulle proprie forze Ora mi sono fermato nel fare investimenti perché devo consolidare quello che ho. Essendo da solo. In famiglia ho due sorelle che non si occupano di questo. Poi io mia moglie e mia figlia. Mia moglie lavora da venti anni, ora in smart working. Si sta amalgamando nell’azienda. Mi figlia ha 11 anni. Piccolina ancora. Difficile fare azienda nel sud. In Calabria ancora più complicato. Occorre stare attenti ai costi certamente ma anche e soprattutto al clima che può giocare brutti scherzi. Avevo 4 operai. Ora ne ho solo due perché la resa non era molta. Gli altri li assumo saltuariamente per i lavori. In cantina ho Giuseppe che lavora un po’ in cantina e un po’ in vigna. Ho un enologo pugliese anche se mi sono fatto esperienza. In fondo non faccio un prodotto sofisticato. Magari di nicchia. Eppure, le basse rese hanno fatto bene alle vigne di Giuseppe (Santoro). Gli hanno dato l’opportunità di concentrarsi sulla qualità e non sulla quantità come sono stati abituati, male, al sud per molti anni. Coloro che al sud iniziarono a vinificare, non lo facevano nemmeno poi così tanto bene. O senza aggiungere qualcosa (anche perché era dal tempo dei greci che non lo facevano). Attenzione alla qualità dunque. Che qui non è mai scontato. Mi vinifico le mie uve e faccio un prodotto naturale. Non aggiungo prodotti esterni. Faccio un biologico in vigna. Potrei avere la certificazione ma ancora non l’ho fatto. Cinque le etichette in portafoglio, tre rossi, un rosato e un bianco per un totale di 30.000 bottiglia. Poco utilizzo della barrique e tanta territorialità. Anche perché, dico io, se dalla Calabria togli anche il profumo della terra, quello del mare, quello delle piante di liquirizia, che ne rimane? Il primo rosso è Caposerra, blend dei due vitigni autoctoni coma Gaglioppo e Magliocco. Un lieve passaggio in barrique (sei mesi) del blend (Giuseppe dice che in realtà è Gaglioppo in purezza) e nasce il Patris 42. Infine, quello che per me è davvero un vino “tutta una scoperta”, lo Zonaro con sempre blend ma Gaglioppo che raggiunte il 90%. Ho recensito sul mio blog proprio lo Zonaro 2015 e per capire il perché della definizione “tutta una scoperta” basta cliccare sul link @ivan_1969. Da Gaglioppo in purezza vinificato in bianco arriva il Noveno. Per finire, non potevano mancare i vitigni calabri Mantonico e Greco Bianco per dar vita ad Apice. Sono vini questi che andrebbero bevuti alla cieca. Senza guardare o sapere da dove arrivano. Così da superare tutte le diffidenze che ci sono sui vini calabresi. Spesso a ragion d’essere ma oggigiorno, ancora più spesso, infondate. Basta saper scegliere. Puntare sul territorio limitando al massimo i vini con l’utilizzo di barrique Il vero vino è quello che fa solo acciaio. Perché questo non le prende né le dà. Sicuramente vero. Quando infatti bevi uno Zonaro senti appieno il territorio con la sua frutta matura e il sole che le brucia e che si mischia ai delicati rametti di liquirizia. Senti quanto inutile e fuori luogo sarebbe la barrique. Per il futuro, Giuseppe ha le idee decisamente chiare. Sia per la necessità di concentrarsi sulla parte commerciale dell’azienda dunque non investendo in altri campi, sia sulla parte di prodotto. Ho in mente di fare un IGP Calabria di fascia alta. Durante la pandemia avevo fatto dei vini di fasica bassa per supermercati e banchettistica. Sempre con Tenuta Santoro. Bravo Giuseppe. Oltre ad essere orgoglioso di quello che hai fatto, devi, assolutamente devi andar fiero di averlo fatto in Calabria. Perché solo grazie a persone come te, questa terra, potrà tornare ai fasti che merita. Ivan Vellucci Mi trovi su instagram : @ivan_1969
28 Settembre, 2023
Gianni Brunelli e Siro Pacenti, alla scoperta di realtà storiche
Era da un po’ che volevo dedicarmi alla zona di Montalcino ed a gennaio ho deciso di organizzare un giro di cantine che mi hanno incuriosito negli ultimi tempi.
Quindi al mattino presto mi trovo già davanti alla cantina Gianni Brunelli, dove mi accoglie Alessio, giovane molto preparato che mi mostra l’azienda mentre racconta la storia di Gianni e Laura, del grande contributo che Gianni ha dato a Montalcino e del duro lavoro che Laura ha dovuto portare avanti dopo la scomparsa di Gianni, ma che ha saputo fare brillantemente.
Nel 1989 acquistano la tenuta di 2 ettari a Le Chiuse di sotto e nel 97 quella di Pordenovone di altri 4,5 che verrà poi ristrutturata nel 2015.
6,5 ettari vitati divisi in 2 zone allevati a guyot e cordone su suoli ricchi di alberese, calcare e galestro per una produzione di circa 30.000 bottiglie l’anno tra tutte le loro etichette.
I vigneti variano dai 250 ai 500 mt di altezza piantati a Sangiovese grosso oltre ad una piccola vigna di Merlot.
Rese molto basse e potature verdi importanti per esprimere la migliore qualità possibile delle uve, che vengono vinificate separatamente in base alla parcella.
In cantina vengono utilizzati lieviti selezionati e botti di rovere di Slavonia con diverse tostature e curvature di dimensioni che variano dai 10 ai 30 hl.
Per concludere abbiamo assaggiato in anteprima il Brunello docg 2019(anche se l’etichetta è della 2018..l’abbiamo usate per prendere una campione dalla botte).
Rosso rubino vivo, limpido e trasparente.
Al naso la frutta rossa croccante arriva per prima per poi lasciare spazio a violette, note speziate, un leggero sottobosco e terziari appena percettibili come tabacco.
Sorso fresco, verticale, tannino nervoso ma piacevole, di corpo, con una soffusa mineralità che rimane, insieme alla nota fruttata, nella retrolfattiva.
Ancora giovane ma già con grande equilibrio e carattere.
Un vero gioiello!!🍷
SIRO PACENTI
Prossima tappa l’ azienda Siro Pacenti.
Non basterebbe un libro per esporre tutto quello che Giancarlo mi ha sapientemente spiegato (e per questo gli sono veramente grato), sia del lavoro in vigna sia di quello che avviene in cantina per creare i suoi iconici vini, ma cercherò di sintetizzare il più possibile.
La cantina Siro Pacenti nasce nel 1970 ma nel 1988 (data della prima uscita del rosso e del Brunello) la gestione passa a Giancarlo(figlio di Siro).
Ad oggi la cantina conta 25 ettari vitati, suddivisi tra Pelagrilli (a nord di Montalcino con suoli argillo-sabbiosi) e Piancornello (a sud, su suoli ricchi di minerali).
La continua ricerca di migliorie porta negli anni 90 ad una collaborazione con l’università di Bordeaux sulla maturazione fenolica e la selezione di cloni autoctoni, che darà vita dopo anni di ricerche a 6 cloni ufficiali registrati, di cui Giancarlo va molto fiero!
Mi spiega che una parte delle vigne è stata riconvertita ad alberello(di cui una porzione innestata su piede selvatico!) per fare fronte al cambiamento climatico, poiché fornisce alle piante maggior protezione dai raggi solari e una miglior maturazione.
Anche in cantina(ristrutturata dopo il 2006) l’attenzione al dettaglio è pazzesca, selezione chicco per chicco delle uve, dei legni per le barrique e dei sugheri…niente è lasciato al caso.
Ogni parcella viene vinificata separatamente e solo dopo un’attenta selezione vengono decise le percentuali per i blend.
Parlando con Giancarlo si capisce la sua convinzione del connubio tra tradizione e tecnologia, e la sua azienda ne è la prova tangibile.
Dopo la spiegazione arriviamo agli assaggi, e il 2012 mi ha semplicemente stregato.
– Brunello di Montalcino docg V.V. 2012 –
Rubino tendente al granato.
Al naso frutta rossa in confettura e potpourri di fiori secchi arrivano per primi, poi sottobosco, spezie dolci come cannella, note di smalto e infine tabacco scuro.
Vino deciso, pulito, aristocratico, diretto, di grande struttura ed equilibrio.
Il tannino è levigato ma ancora ruspante, anche l’acidità è ben sostenuta.
Lunga persistenza che torna sul frutto e invita nuovamente all’assaggio
Da urlo!
Un grazie alla gentilissima Barbara per avermi accompagnato nel tuor!
Acini Rari vi da appuntamento al prossimo tour.
Non perdetene nessuno e ripartite dall’inizio.
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25 Settembre, 2023
Guido Martinetti: dal gelato Grom al vino Mura Mura
Che i due enfants prodige di Grom abbiano, alla soglia dei cinquanta, raggiunto saggezza e maturità? Stando al nome che hanno dato ai loro vini, sì. Mura Mura (per puro gusto di suspence si rimanda a qualche riga sotto lo svelamento del significato), a Costigliole D’Asti, è un’azienda agricola a cavallo tra Langhe e Monferrato, di proprietà di Federico Grom e Guido Martinetti. Già, proprio gli artefici del brand sinonimo di gelato italiano del mondo: una case history per modello di marketing, storytelling e imprenditoria giovanile di fulmineo successo.
La cessione nel 2015 del marchio al colosso Unilever avrebbe consentito ai due di dormire sonni tranquilli per un bel po’. E invece no. Risorse ed energie si concentrano ora su Mura Mura, i cui frutteti sperimentali fornivano la materia prima per i celebri sorbetti. Oggi questi frutteti sono circondati da vigneti, perché l’eredità di Grom si riversa nel bicchiere, con un patrimonio unico di biodiversità e la coerenza di un “concetto di artigianalità proprio del mondo dell’agricoltura”.
L’azienda si estende per 30 ettari (di cui 10 vitati prevalentemente a Barbera e Grignolino) a Costigliole d’Asti, si completa di ulteriori 4 ettari vitati, a Barbaresco – nei cru di Roncaglie, Starderi, Currà e Serragrilli – e uno a Serralunga d’Alba, dove viene prodotto il Barolo nel cru di Sorano.
La nuova avventura nel mondo del vino conferma la continuità dei ruoli: Grom responsabile della parte commerciale e finanziaria, Martinetti, enologo, anima del prodotto. È lui a farmi da guida nella tenuta. Fisico asciutto e nervoso da atleta, parlata a fiume sospinta da passione e competenza (se è in grado di snocciolare nomi e sfumature gustative di una mezza dozzina di varietà di fragole, figuriamoci con l’uva), occhio vigile a ogni dettaglio che tradisce l’indole di chi ha le idee molto chiare e non transige sulla qualità. Esordisce prevenendo l’ovvia domanda sul nome della cantina: “Mura, Mura! è un’espressione che sentivamo sempre in Madagascar, dove andavamo per selezionare le migliori vaniglie per Grom. Significa vivere lentamente e con saggezza, avere la capacità di apprezzare le piccole cose. In più nel sud del Piemonte mura vuol dire matura”.
Nome esotico ma non troppo, insomma.
Rigore e Fantasia
In un certo senso Mura Mura è una cantina bipolare: i suoi vini raccontano l’eterno dilemma tra ragione e sentimento (ma cos’è il vino, se non armonia di entrambe le cose?), distinguendosi in due linee: Rigore e Fantasia. Ma riflettono anche l’identità duplice dei territori di confine. “I vini del Rigore sono quelli di Langa, sottoposti a un disciplinare più rigido e menzionano in etichetta le MGA. Si distinguono, anche per estetica, da quelli del Monferrato, che abbiamo chiamato i vini di Fantasia, e ci consentono maggiore libertà, visto il disciplinare meno restrittivo”.
I primi sono declinazioni di tre Barbareschi (Faset, Serragrilli, Starderi) fini, eleganti e consistenti che esaltano le specificità dei singoli cru. “Il mio concetto enologico parte ovviamente dal terroir, che vuol dire non avere deviazioni aromatiche. I miei sono vini non amari. Sono molto orgoglioso del mio Fasett, un Barbaresco fresco, pulito, mai ridondante”.
Capsula in gommalacca grigia per la linea del Rigore, rossa invece per i vini di Fantasia “perché sono quelli che nascono dalla mia passione. Come la mia prima etichetta, Romeo, dal nome del figlio del mio socio Federico: è il mio regalo come padrino, un blend di quattro vitigni piemontesi (Barbera, Nebbiolo, Grignolino e Ruchè). Ode al Monferrato, e sempre in un’ottica di esaltazione del cru, nella stessa linea troviamo due vini in purezza: la Barbera d’Asti Superiore DOCG Miolera e il Grignolino d’Asti DOC Garibaldi, per cui si apre un capitolo a parte.
Shakespeare in wine
Fantasia significa anche seguire le suggestioni dei propri miti, letterari e non. Martinetti parlando del proprio progetto enologico riesce a tirare in ballo fonti di ispirazione eterogenee, da Steve Jobs a Bruce Lee passando per Guccini. Ma se c’è un cantore assoluto del dualismo tra regola e passione, ovvero il dna di Mura Mura, quello è Shakespeare: “sono un ammiratore del Bardo, il più grande indagatore dell’animo umano”. Romeo è infatti il capostipite della linea dei vini di Fantasia che declina nomi shakespeariani. C’è così il Langhe DOC Mercuzio, un Nebbiolo di grande consistenza, ma si incontra anche la dolcezza del Piemonte DOC Ofelia. “Da un punto di vista formale è un moscato passito, ma tecnicamente è per metà botritizzato e per metà un icewine. Nessuna donna mi ha mai resistito… grazie al mio Ofelia”. In senso alcolico, precisa ridendo.
La rivalsa del Grignolino
Guido Martinetti (nato a Torino con nonni astigiani) si dichiara nettamente più monferrino che langarolo, sia per radici familiari sia per atteggiamento culturale all’insegna dell’understatement. affascinato dalla storia di povertà e di riscatto (invero trasversale alle Langhe) sull’onda di un’etica del lavoro volta a fare bene nel proprio piccolo. Anche per questo ha scelto di rilanciare il vino povero per eccellenza del Monferrato, il Grignolino.
“Oggi ci sono moltissimi vini buoni, ma sono pochi quelli con personalità aromatica che è la vera sfida per l’enologo, piuttosto che la struttura. Proprio il Grignolino ha una personalità aromatica molto rara, punto d’incontro tra la spezia e la frutta di bosco fresca: fragola, mirtillo, lampone, ribes, a seconda della connotazione del terroir. Più il terreno è sabbioso e più emerge la frutta, mentre l’argilla marca la spezia. Un po’ come nel Syrah. Ma la chiave, in un contesto molto moderno, è il vinacciolo, presente in gran quantità nell’acino del Grignolino. Grignolo vuol dire infatti seme. Noi vendemmiamo il Grignolino ‘a vinacciolo’, ovvero quando diventa marrone e croccante, per avere il giusto tannino e un completo corredo aromatico. Fino a qualche tempo fa la stampa specializzata premiava i vini ridondanti, di colore, densi. Il Grignolino ha un colore scarico, un rubino molto vicino al pinot nero, oggi molto attuale, espressione di eleganza.
Il Grignolino sarà il vino del futuro nel Monferrato nell’arco di 10 anni. La Barbera è voluttuosa, ma non fine. E non ha forza aromatica e complessità del Grignolino”.
Martinetti è talmente sicuro del suo Garibaldi che consiglia di degustarlo alla cieca, insieme con un Barbaresco o un Pinot Nero. “Io faccio i blind tasting col Barbaresco di Gaja. Se perdo ho già vinto”, spiega divertito dalla sua personalissima “prova del Gaja”.
La ceramicaia
La cantina, inaugurata nel 2019, è un bell’esempio di bioedilizia perfettamente integrata nel paesaggio, a prevalente sviluppo ipogeo. Anche spazialmente l’architettura sottolinea i due opposti punti cardinali del progetto vitivinicolo distinguendo le aree dedicate ai vini del Rigore e a quelli della Fantasia. Ma la vera sorpresa è un ambiente voltato in mattoni che accoglie non una tradizionale bottaia, ma una ceramicaia (rarità in Italia).
“Io faccio affinare i miei vini dal secondo anno di età in contenitori di ceramica, un composto di argilla all’80% più un 20% di quarzo e feldspati che cuoce a temperatura decisamente superiore all’argilla delle tradizionali anfore. Oltre al fatto che si puliscono e disinfettano perfettamente, apportano la microssigenazione per me ideale: 3 mg/l al mese, contro i 6 mg/l di una barrique nuova o i 10mg/l dell’anfora”.
Le file di botti in ceramica bianca e lucida trasformano la cantina in un luogo dal design quasi avveniristico, che rimanda alle suggestioni di un laboratorio. Un laboratorio che, a Mura Mura, è soprattutto di idee.
A cura di Katrin Cosseta
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24 Settembre, 2023
UN FIUME DI VINO
La favola inizia a Dolo, salendo sul battello di Deltatour navigazione, e durante una lenta navigazione nelle acque del fiume Brenta ci ritroviamo in una dimensione parallela datata fra il “400 ed il”900 Veneziano.
Lungo le rive, signorili vicissitudini si sono svolte nelle meravigliose ville costruite e decorate dai più grandi artisti dell’ epoca, come Palladio e Tiepolo e navigando in direzione “Wine in Venice”, ci siamo immersi nell’ atmosfera di quel periodo ed abbiamo visitato alcune fra le dimore che hanno fatto da scenario alla vita sociale e politica di quel periodo .
Con partenza a Dolo @deltatournavigazione fra ponti e chiuse ,ci ha accompagnati alla scoperta delle più belle ville della riviera del Brenta: Villa Valier e la Barchessa Villa Valmarana bellissime e perfette location per degustare i vini dell’ azienda veneta Fiorotto 1934, di Nervesa della Battaglia.
“UN FIUMEDI VINO” è la nuova idea dell’ event Planner Mauro Genovese, direttore artistico di “Wine in Venice”, e responsabile eventi dell’azienda vitivinicola Fiorotto. Un evento esperienziale unico realizzato con la collaborazione dell’ agenzia “2 Sports &Events”.
Il 6 Luglio si è svolta la prima crociera inaugurale, di presentazione di una lunga serie di altri eventi tutti creati su misura, alla riscoperta del territorio e delle ecellenze enogastronomiche venete, con la collaborazione di Do-Eat Ricevimenti, che con le sue pietanze e gli stuzzichini invitanti, ci ha deliziati , nelle varie tappe del tour.
Molti gli invitati presenti, giornalisti, guide turistiche, artisti e fotografi, Roberta Vianello consigliere della Regione Veneto, l’Assessore al traffico e Vice-Sindaco di Stra Mario Ferraresso, Assonautica , l’Associazione dei Cavalieri dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana APS – Riviera del Brenta che ha pubblicato 12 volumi su Luoghi e itinerari della Riviera del Brenta e del Miranese grazie all’instancabile opera dell’architetto Antonio Draghi, proseguita dall’architetto Mauro Manfrin, i Sommelier rappresentanti delle associazioni Fisar e A.I.S, il Movimento Turismo del vino, Coldiretti, la rete dei Circoli Wigwam di Efrem Tassinato, presidente e giornalista agronomo, che promuove le produzioni del nostro territorio o italiane attraverso Club di Progetto, VDV (Venezia da Vivere) network di web magazine, il canale televisivo Televenezia, social media ed eventi, Editori e Influencer del mondo enologico.
Fra una discesa ardita e una risalita di una chiusa in un cielo terso e aperto, abbiamo fatto un grande salto al di là di ponti e dislivelli, dove il paesaggio resta sospeso fra l’ eterno e l’istante, in quel sistema di vasi comunicanti che viene considerato come la prosecuzione del Canal Grande.
Protagonisti i Vini dell’ azienda Fiorotto di Nervesa della Battaglia, hanno accompagnano in tutto il nostro viaggio, nelle varie tappe e durante la navigazione, abbinandoosi perfettamente , condotte dalla attrice Marzia Bonaldo.
Prima tappa Villa Valier, splendido edificio del 1500, ora di proprietà privata, con le sue sale accoglie gli invitati di eventi e matrimoni e nel suo giardino si sono aperte le danze con la degustazione di “Florimonte ”Prosecco Doc Brut, da uve Glera, dal perlage fine e persistente, rappresenta perfettamente il “Galateo”, scritto qui a Nervesa, da Giovanni della Casa, in onore del monsignor Galeazzo Florimonte, dal latino Galatheus.
Il calice è stato accompagnato dagli amuse bouche di Do-Eat Ricevimenti e dalle parole di Marzia Bonaldo, coinvolgente attrice che con la sua magistrale messa in scena delle situazioni dell’ epoca, dedicate al vino “nostrano”, ci ha fatto rivivere in un tempo passato.
Seconda tappa la Barchessa di Villa Valmarana, del 1600, nome derivante dal fatto che le barche venivano messe a dimora sotto ai suoi archi. Imponente e maestosa con i suoi marmi ed affreschi ci ha accolti per la degustazione di “Florimonte” Millesimato, cuvèe brut, da uve Glera, Pinot Bianco e Chardonnay, metodo charmat lungo, 7 mesi. Per scelta aziendale si discosta dal disciplinare di produzione del Prosecco ed il risultato è uno spumante elegante, complesso e dal bouquet floreale e fruttato di agrume e mela, suadente al naso di camomilla e margherita, morbido al palato, che chiude con grande sapidità proprio come in un bacio.
E con questo spumante abbiamo onorato la giornata del bacio, sulle scene di Marzia dedicate alle movenze che si usavano a quel tempo per il corteggiamento.
Immersi nella calma e sensuale atmosfera del paesaggio della laguna, abbiamo degustato “Fiorosa” spumante da uve Pinot Nero Brut rosato, con il suo colore rosa tenue daii riflessi rosso tramonto, le caratteristiche note di fragolina di bosco e lampone, e dall piacevole freschezza finale. L’affinamento di 100 giorni in bottiglia, gli dona leggeri note di lievito, corpo e armonia, in un sorso adatto all’aperitivo o a tutto pasto.
In questo viaggio in attesa di rivederci a “Wine in Venice, preparandoci con il pensiero a quella che sarà la seconda edizione dell’ evento…in abbinamento alla cena preparata da Do Eat Ricevimenti…un brindisi con un calice di “Fervere”, Merlot in purezza.
Rosso rubino intenso con caratteristiche note di composta di frutta e prugna, dal tannino leggero e dal finale fresco e asciutto.
“Ribollire” è il significato di Fervere. Fare bolle quello dell’ azienda Fiorotto 1934!
Unire l’acqua del fiume al vino, quello di “Un Fiume di Vino”!
Atmosfera indimenticabile per questa giornata di navigazione e degustazione.
Un tour che consiglio vivamente se volete immergervi nella vera essenza di quei luoghi con tanta storia e per assaporare il territorio fra vini e paesaggi unici!
Di seguito il link alle nuove date!
www.deltatour.it
Di Valeria Valdata
@valery_and_the_wine
Valeria Valdata
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22 Settembre, 2023
Di Francesco Gasperi: la leggerezza del vino
Di Francesco Gasperi: la leggerezza del vino
Ogni qualvolta penso di averle viste tutte nel mondo del vino, ecco che qualcosa di nuovo mi si presenta, così da chiedermi se mai potrò stancarmi di parlare con chi il vino lo produce visto la moltitudine di storie da raccontare.
Non so in quanti avranno letto i libri di Diego Da Silva. Magari più facilmente avranno visto la fiction andata in onda su Rai 1. Protagonista dei romanzi, che preferisco di gran lunga alla fiction, è Vincenzo Malinconico, avvocato napoletano che di fare l’avvocato proprio non ha voglia. Lo deve necessariamente fare per sbarcare il lunario.
Personaggio divertente l’avvocato Malinconico. Per la sua schiettezza e per il modo di pensare ed approcciare alla vita. Tutto partenopeo.
Senza divagare e invitando alla lettura dei romanzi, il personaggio che incontro mi ricorda tanto Vincenzo Malinconico. Sarà per la sua avversione a fare, o continuare a fare l’avvocato o per la sua innata ironia. Eppure non siamo a Napoli ma all’estremo nord, in quel di Saint Pierre, piccolo paesino della Val d’Aosta. Chi incontro è Stefano Di Francesco, istrionico avvocato e, soprattutto, vignaiolo. Titolare dell’azienda vinicola di famiglia, la Di Francesco Gasperi Vino e Spiriti. Credetemi, per molti versi, il modo di pensare di Stefano è tutt’altro che nordico. Meraviglioso!
Io sono un avvocato, mio fratello è un medico e mio padre è un medico. La cupola è questa. Papà Eugenio e mio fratello Nicola.
La chiacchierata è di quelle che lasciano il segno. Stefano è un personaggio che merita di essere conosciuto per la sua esplosiva personalità ed il coinvolgente entusiasmo. Un entusiasmo vivo per la professione, anzi per l’hobby del vignaiolo. Un passatempo, come lui stesso lo definisce. Anche se si vede che nemmeno lui ci crede: in realtà, quella del vignaiolo è la sua vera professione mentre la pratica forense è relegata al compito di garantire un reddito.
Visto che l’azienda vinicola è piccola e la produzione raggiunge a malapena le 8000 bottiglie l’anno. Parte delle quali le beve lui con gli amici (sempre per sua stessa ammissione eh!).
L’azienda. Partiamo da qui, anzi dal come Stefano parla dell’azienda. Lo fa al plurale e non già per una questione di nobiltà scomodando il plurale maiestatis ma, unicamente, perché l’azienda è di famiglia.
Il titolare sono io. Il gioco è il mio e sono io che guido la barca. Sono però coadiuvato dalla famiglia. In primis da mio padre che è il pazzo che ha inventato tutto.
Papà Eugenio, classe 1938. Altra pasta anche se, come dice Stefano
ha qualche acciacco però è sempre stato, per dna, un idealista. Il padre era un orfanello e ha sempre avuto il senso del riscatto sociale. È diventato medico per riscatto sociale.
Stefano invece è diventato avocato per l’insistenza del padre che desiderava i figli avessero una posizione sociale. Già qui si spiegano molte cose magari.
Saint Pierre è un piccolo paese di 3000 anime a poco più di 8 km da Aosta. Non sembra ma la zona è vocata per il vino. I primi reperti sono dell’età del bronzo. Poi i romani, il medioevo e Napoleone. Qui si producevano vini con stile francese prima che le difficoltà delle coltivazioni sui terrazzamenti inducessero i produttori ad abbandonare le coltivazioni.
Avevamo un terreno abbandonato di poco più di 600 metri quadri. Dissi a papà “perché non facciamo il vino per casa?”
Altro elemento per capire come Stefano non avesse poi tutta questa voglia di continuare a fare l’avvocato. Sempre che l’avesse mai avuta.
Avevo un amico compagno di calcio, Michel Vallet, che ha una delle aziende più importanti della Val d’Aosta. Andavo ad aiutarlo in vigna, mi piaceva l’ambiente e ovviamente mi piace il vino.
Mio papà era ed è un malato di pomodori che pianta anche oggi ovunque. Gli dissi che era meglio la vigna così da farci il vino per casa. Mio padre colse in pieno la quesitone ma, non sapendo fare assolutamente niente, contattammo un vicino, Giorgio Anselmet (tra i più grandi produttori della valle): come si fa? Gli chiedemmo.
Non ci si improvvisa vignaioli. Specialmente se sei in Val d’Aosta dove non è che ci sono terreni facili da coltivare. Qui ci sono terrazze strappate con le unghie alla montagna. Ogni lavorazione la devi necessariamente fare a mano. Poi, sei un avvocato, con padre e fratello medico, saprai di tanto altro, ma di terra e vino, meno che zero.
Ci ha fatto fare un lavoro amatoriale che adesso non farei così. Abbiamo sbagliato tutto e potrei scrivere una enciclopedia su cosa non si fa una vigna.
Sul fazzoletto di terra terrazzato, piantano quindi 600 barbatelle.
Volevo solo vitigni autoctoni valdostani. Io amo il Fumin. Così impiantiamo 300 barbatelle di Fumin e 300 di Mayolet. I due autoctoni valdostani. Per piantare ci siamo fatti aiutare da un vicino di casa e caro amico di famiglia nonché dal figlio, i Gaspari. Erano assicuratori di professione. Abbiamo passato un bellissimo week end goliardico tra insulti e canzoni. Ci siamo divertiti.
Sporcarsi le mani per dei professionisti della penna, lascia il segno. Piace. Piace e coinvolge tutta la banda. Ma ve lo immaginate cinque stimati professionisti che passano un fine settimana chini sulla terra ad impiantare le barbatelle, governati da un vero vignaiolo che secondo me se la rideva sotto i baffi? Difficile, faticoso ma al tempo stesso divertente. Insomma una vera soddisfazione deve essere stata vedere la terrazza sistemata e con la barbatelle piantate.
Soddisfazione che per papà Eugenio, che è uno che non si accontenta facilmente, porta a guardare oltre. Magari animato dalla sua voglia di riscatto o colto da ulteriore entusiasmo, l’anno successivo compra un ulteriore pezzettino di terra dal vicino. Un’altra terrazza. Perché quello c’è in Val d’Aosta.
In Valle D’Aosta avere due ettari vicini è una impresa. Strappiamo il terreno alla montagna. Ci sono 500 ettari vitati quando nell’800 ce ne erano 3000. La viticoltura era cosa seria.
Anno dopo anno la pazzia dilaga fino ad arrivare a circa 8000 piante su 2 ettari di terrazzamenti abbandonati da tempo. Abbandonati perché ci vogliono dei pazzi per coltivare tutto a mano.
Non c’è nulla di imprenditoriale qui. Abbiamo trovato due pietre del 1792 che ho messo pure in etichetta. Rivoluzione francese. Qui eravamo Francia con cultura vitivinicola Borgognese.
La storia della viticoltura in Valle d’Aosta non è diversa da tante altre regioni. La fillossera, l’abbandono per le città, ecc. ecc. ecc. Solo che qui coltivare è sempre stato una vera impresa. Non si hanno le superfici di altre regioni alpine italiane ne tantomeno una tradizione particolarmente viva. Così, si perse tutto fino al secondo dopoguerra quando gli abati svizzeri portarono vitigni come la Petit Arvine, adesso considerato autoctono anche se non lo è.
Avevo scritto in etichetta che era autoctono ma l’ho cancellato perché da presidente della neonata DOC Valle d’Aosta mi hanno fatto le pulci.
Vedi tu a cosa porta la passione. Pure Presidente del Consorzio dei vini valdostani (carica che Stefano ha lasciato poco fa). Passione partita come un gioco diventato un vero secondo lavoro.
Il nome dell’azienda è Di Francesco Gasperi Vini e Spiriti dove Gasperi è un riconoscimento a Luigino Gasperi che ci ha dato una così grande mano e nonostante i sui 85 anni continua a darmi una mano. Lavora in maniera indefessa in vigna ed è un precisino. Conosce tutte le piante.
L’azienda è intestata a me. Commercialmente è un nome che fa schifo ma il cuore va oltre. Il nome di Luigino è come se fosse il Moët Chandon dei poveri. Ma è giusto dare merito a chi ha lavorato. Vino e Spiriti perché, in maniera abusiva, facciamo anche dei superalcolici.
Anche in questa ultima frase si vede la goliardia quasi ci trovassimo nel film “Amici miei”: scrivono sul loro nome una cosa che non si può fare. Grandissimi!
Ci piace il rischio!
Nessuno ha smesso di fare la professione. Tutti hanno continuato.
L’impegno dipende dal periodo dell’anno. Io adesso ho finito di impiantare la vigna nuova. Divido la giornata in due. Mi alzo alle 6 perché mi attivo presto. Passo le prime 3 ore di vigna. Alle 9.30 sono in studio fino alle 12.30. Poi alle 14.30 torno in studio e alle 16.30 ancora in vigna. Sono avvantaggiato perché non sono sposato e non ho figli. Ho dei pesci rossi. Tutti i giorni le mie 4 ore in vigna le passo.
“Io restai a chiedermi se l’imbecille ero io, che la vita la pigliavo tutta come un gioco, o se invece era lui che la pigliava come una condanna ai lavori forzati; o se lo eravamo tutti e due”
Così il Perozzi, alias Philppe Noiret, riflette sul senso della vita dopo che il figlio lo redarguisce nel primo grande Amici miei del 1975. Allo steso modo è la riflessione di Stefano.
Sono 25 anni che faccio l’avvocato e mi sono anche rotto. Mi dedico più a quello che mi piace. Per dare qualità al tempo. Non posso permettermi di lasciare l’avvocatura perché mi da da che vivere. Mio fratello quando può mi aiuta. La vigna è il mio secondo lavoro, il mio gioco. Mio fratello quando può viene. Giuridicamente non è mia ma è il mio passatempo.
Non ho mai visto Stefano come avvocato ma giurerei che non abbia la stessa verve. Quando parla della vigna senti che è qualcosa che gli scorre dentro e che, soprattuto, lo appaga. Gli da quella felicità che magari un tempo era nella giustizia. Forse l’avere a che fare con tante persone che riversano sulla sua scrivania solo problemi e contenzioni; processi, giudici, carte, tribunali, cancellerie, ricorsi, faldoni ecc ecc ecc, conduce alla nausea rendendo palese la voglia di scappare o di dare semplicemente un senso alla propria vita. Quando poi hai qualcosa di meraviglioso, ancorché difficile, come la terra, l’aria aperta e la produzione di un nettare quale è il vino, la scelta è fin troppo facile e scontata. Si certo, è una logica scappatoia ma non ti spaccheresti la schiena e non passeresti così tanto tempo in vigna lavorando come un matto se non ti scorresse dentro. Lo fai, e Stefano lo fa, solo quando ne ricavi felicità e appagamento.
Dal punto di vista della cantina, avremmo voluto far cantina dove c’è la terra. Per questioni economiche faremo degli appartamenti così che continuo a vinificare presso una cantina sovradimensionata per le vigne che hanno. Affittano gli spazi a piccole cantine come la mia. Pago gli spazi e pago il cantiniere. Li c’è un agronomo che il responsabile della cantina. Lui mi da una mano in vigna. Non c’è un enologo che mi segue. C’è il cantiniere che non hai l titolo ma ha l’esperienza. Mi fido più di questa.
La filosofia di Stefano è quella del buon senso. Quella che porta a credere che da bella uva non può che venire un buon vino.
Abbiamo una piccola azienda. Non ho problemi di produzione. Se faccio più o meno vino, non mi cambia la vita. Se c’è un grappolo che non mi piace, finisce per terra. Se ce ne sono troppi, finiscono per terra. Ho sempre voluto creare l’immagine di un cosa bella e pulita. Io non diserbo. Stavo decespugliando e vedevo il mio vicino che diserbava. Ho pensato che io ci sto 45 ore a decespugliare e mi faccio due coglioni con un attrezzo che mi fa vibrare anche il naso. Allora, se ci do un colpo di diserbo, risparmio. Ma l’idea di dare schifezze al mio terreno non mi va giù. Cerco di fare il meglio. Voglio molto bene alla mia vigna. È storica e devo darle il rispetto che merita. Ciò che arriva in cantina è bella. Prima di vendemmiare faccio le analisi, porto le uve in laboratorio. So che c’è un cantiniere attento e penso che uno più uno faccia due.
Non è calcolo questo. Non è filosofia. Ne tantomeno esperienza. È solo amore allo stato puro. Come se Stefano abbia la necessità di curare ciò che lo fa stare bene, così bene per continuare a star bene lui. Una sorta di do ut des.
Ci versiamo un calice di Petit Arvine 2021.
In valle la stanno facendo in tanti ma a me piace la secchezza nei vini. Vini che abbiano finito la fermentazione. La mineralità che si sente al naso è perché qui c’era il mare. Un vino molto alpino per la freschezza che c’è in bocca. Va dall’aperitivo ai primi piatti. In estate qui fa un caldo della madonna. Abbiamo pochissima piovosità. Si sciolgono le nevi. Abbiamo un clima mediterraneo.
La particolarità che si coglie in questo Petit Arvine è un mix di sapidità e mineralità con agli agrumi del mare che si uniscono alla balsamicità.
Non sono un sommelier ma un bevitore e ho il concetto di mi piace non mi piace. È un vino che è veramente interessante perché non stanca. Chiama sempre una beva.
La secchezza non lascia sensazioni di durezza in bocca che, grazie all’agrumato percepibile fino in gola, risulta splendidamente pulita. È un vino pericoloso perché una bottiglia basta a malapena.
Con qualche fanciulla lo chiamo scacciapensieri.
I 14 gradi non sono immediatamente percepibili. Il finale, con persistenza buona, tende ad andare verso l’amarognolo cosi che da renderlo ideale per un aperitivo o un semplice pesce.
Va anche benissimo con un caprino morbido poiché la pulizia di bocca è assicurata dagli agrumi e da una accentuata salivazione conseguenza della sapidità.
Un vino che mi è piaciuto sia per la semplicità dei sentori sia per le sensazioni gustative. Mi piacerebbe berlo tra qualche anno: il grado alcolico e la poderosa spalla gli garantiscono un sicuro invecchiamento.
Qui in valle ci sono due o meno tre produttori che hanno iniziato ad utilizzare tonneau, barrique e anfora. Sono ottimi ma non nel mio gusto poiché più morbidi. Perdono quella freschezza che adoro.
Unica accortezza per questo vino è la temperatura di servizio che, a mio parere, non deve eccedere gli 8/9 gradi altrimenti il finale, che vira verso l’amarognolo, potrebbe prevalere eccessivamente.
Io faccio poi due rossi. Il primo è il Planchettes che nasce sulla prima vigna che ho piantato il primo anno. È il mio primo bambino. Nasce da un errore. Anselmet mi fece piantare il Fumin e il Mayolet. Dopo tre anni scoprimmo che il Fumin non era Fumin ma Pinot Nero. Fregare un avvocato così l’ho visto davvero offensivo. Scherzo ovviamente. È che in serra si erano sbagliati!
Un vino che nasce da una provvida sventura. Per uno che voleva solo vitigni autoctoni valdostani, si trova in vigna il Pinot nero. Per giunta in quantità scarsa dunque non abbastanza per produrre un vino in purezza.
Avrei potuto pure chiamarlo Torrette come da disciplinare della DOC (75% Petit Rouge e il resto ciò che vuoi). Qui ho 90% Petit Rouge e 10% Pinot e l’ho chiamato Planchettes che vuol dire terrazzamenti. Ho voluto creare un vino molto valdostano a tutto pasto
Apriamo quindi il Planchettes. Colore porpora scarico, completamente trasparente. Si intravede la presenza del Pinot. La freschezza è immediatamente percepibile al naso.
Il vino valdostano deve sempre avere freschezza. Si deve sentire l’altitudine.
Evidente è la frutta tipica di queste parti come il ribes e il mirtillo. Qualche fiore alpino e tanta minerailtà. Un vino semplice e immediato. Non certo da meditazione!
Non cerchiamo complessità. È un vino di beva. Adesso nel faccio 2500 bottiglie. Sono sempre stato sulle 1000. Il rivenditore valdostano me l’ha preso tutto. Va nella ristorazione in Valle.
La particolarità che si coglie è la continuità con il precedente grazie alla mineralità ed al finale amarognolo. C’èin questo caso una interessante armonicità in bocca ed un tannino giustamente bilanciato.
Questo è quello che piace di più a mia mamma che è la regina di casa e se lo dice lei…
Non fa botte ed è meglio così perché mantiene tutto il suo carattere schiettamente alpino.
Il cantiniere voleva farci un pò di legno. Dare complessità. Ma io volevo semplicità per mantenere un vino valdostano, minerale e con un bel naso semplice e fruttato. Non impegnativo insomma.
Sic coglie una bella evoluzione tra i due vini. La continuità accennata precedentemente. Nel Planchettes un naso più maturo, passando dagli agrumi ai ribes, mirtilli, erbette selvatiche. Buona persistenza come per il bianco. Si abbia in maniera molto facile con un primo tipo dei pizzoccheri o un secondo di carne.
Faccio 8000 bottiglie in generale. Mi piacerebbe sperimentare l’anfora ma devo fare i conti con la realtà. Ogni anno vorrei impiantare qualcosina. Non posso smettere di fare lì avvocato altrimenti i contributi li perdo. Vorrei tutti i terreni qui vicino. Non sparsi. Il mio rivenditore mi dice che devo fare un quarto vino. Mi dice che devo comprare uva e farlo. Avrei pure qualcuno che lavora bene ma se non ci metto mano io ho paura di perdere la mia identità. Premesso che la mia identità è la buona volontà. Ho anche un rivenditore a New York e Boston tramite un ragazzo che ha studiato in Italia e ha scelto delle piccole aziende. Mi ha infilato in certi posti a New York, pazzeschi. Sono stato a New York ahimè con la mia ex. Me lo ricordo ancora perché mi ha lasciato li. Ma trovare il mio vino a 120 $ la bottiglia, vederlo li, mi ha emozionato.
Finiamo con il Fumin, un vitigno che ha una storia eterna e non finita. Autoctono valdostano usato nel passato per colorare e dare acidità agli altri vini. Negli anni 80 poi si inizia a vinificare in purezza con grandi discussioni per via del suo ruvido tannino. Ne parla per la prima volta Lorenzo Francesco Gatta, definendo il vino derivato dal Fumin quasi che fa male.
Io lo definisco dal punto di vista del naso come un nostro Syrah con una fastidiosa tannicità. L’ho fatto i primi anni in acciaio ed era imbevibile. Poi vado a fare una degustazione ONAV con i più grandi produttori della valle (e io non ero tra quelli). Tra tutti i produttori, uno era sopra tutti. Era il mio vicino di vigna, non produttore professionale, che aveva una botte di Fumin in purezza dimenticata da 3 anni. Un tonneau scarico. Il vino in tre anni si era migliorato tantissimo. “Voglio fare così” mi sono detto. Le cose belle si copiano. Non piace a tutti perché non è un vino facile ma è molto valdostano. Forse è considerato il più tipico. Molti lo fanno tagliandolo con Syrah o con surmaturazione delle uve ma l’unica mia scelta è l’attesa di 3 anni.
Il colore è un bellissimo rubino. Al naso ricorda molto la Syrah per la nota pepata ancorché più lieve. La frutta è quella di prima, alpina, ma molto più matura.
Sul nome Fumin c’è chi dice che è per via del colore, chi perché ci sente odore di bruciato. È più un discorso di colore secondo me. Non è un vino facile ma di sicuro, molto caratteristico.
La freschezza che si percepisce in bocca è estremamente importante per un vino rosso. La permanenza in botte per tre anni ha fatto il suo lavoro tanto che il tannino non è poi cosi spinoso e la sapidità si è affievolita. Si coglie ancora una volta la continuità con i due vini precedenti. Il maggior corpo si fa sentire mantenendo freschezza e finale lievemente amarognolo. La persistenza diminuisce leggermente. Un vino molto particolare che ha necessità assoluta di abbinamento: imbevibile da solo. La spiccata freschezza ha infatti bisogno di qualcosa che la stemperi: una bella e succulenta carne arrosto fa al caso suo.
La gamma dei vini così è fatta. Capisco il distributore che richiede qualcosa di maggiormente rotondo. Dopo tanti vini spigolosi forse ci vorrebbe. O forse no perché non è nella personalità di Stefano.
I vini devono piacere a te stesso, senza presunzione. Io assaggio tanto perché sono un amante del vino mondiale. Però sul mio, la mia impronta è questa. Non sono vini facili e pettinati. Ma non cerco di piacere a chiunque. Il nostro terroir è questo.
Ha ragione da vendere Stefano. Questa è la vera identità territoriale. Che non va affatto snaturata.
Io ho una sola certezza. Dal mio sito tu vedi le mie vigne. Quello è per me fondamentale. È un territorio tra i più vocati della Valle D’Aosta. Devo rispettare il mio terreno, la mia zona. Sono certo che è una zona bella. Prima o poi avrò un enologo. Non lo so. Ora è facile vendere 8000 bottiglie. Se ne hai 80000 è diverso. E nemmeno le vendo tutte perché ieri ho fatto i conti e ho scoperto che 700 bottiglie all’anno spariscono. E molte le bevo.
Ecco in finale la grandezza di un personaggio come Stefano. Prende le cose con leggerezza. Con trasporto certo. Con impegno e tanto lavoro ovviamente. Ma senza voler essere troppo impegnato. Non prendendosi, mai, troppo sul serio. In questo modo riesce non solo ad ottenere ottimi risultati ma anche a farlo con il sorriso.
Qui permettetemi di far ritornare il Perozzi di Amici miei.
“Ho già sulle spalle un bel fardello di cose passate. E quelle future? Che sia per questo, per non sentire tutto il peso di tutto questo che continuo a non prender nulla sul serio? Oppure che abbia ragione mio figlio?”
Grande Stefano!
Ivan Vellucci
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15 Settembre, 2023
Tenuta Corallo: lu sule, lu mare, lu ientu. E lu mieru
Tenuta Corallo: lu sule, lu mare, lu ientu. E lu mieru (il vino)
Frequento la Puglia e il Salento da tanti anni. Spiagge meravigliose fuse con la limitrofa macchia mediterranea. Gente meravigliosa e accogliente. Cibo fantastico. Città e borghi da cartolina. E il mare. Beh il mare del Salento. Che sia Adriatico o Ionio poco importa. Nel Salento il mare ha i colori del mare, quello vero. Respiri l’aria di mare, del mediterraneo. Qui senti di essere non solo al sud di Italia ma al sud del mondo. Dove le culture si mescolano armonicamente, senza contrasti, con tanta allegria. Qui si balla la Taranta, un ballo sensuale e ritmico che identifica la pazzia del singolo. Pazzia che si condivide con tutti gli altri. Per curarla, esorcizzarla.
Una pazzia che troviamo anche in questa storia fatta di mare, di sole e di vento. Proprio come u Salento!
Salento, Salento! Sapete che qui si parla anche una vera lingua? Il Griko salentino, mix di greco antico e chissà quante altre lingue. In fondo, il tacco d’Italia, si immerge nel Mediterraneo arrivando a lambire le coste dell’Albania, distante poco più di 60 km e della Grecia, separate solo dal canale d’Otranto.
Ecco, Otranto. Chi non c’è mai stato farebbe meglio ad organizzare una visita. Un borgo incantato che si staglia sul mare esaltando il bianco delle sue costruzioni. Un intreccio di vicoli nei quali perdersi è impossibile anche se non si vorrebbe altro.
A nord di Otranto la costa assume forme e colori uniche al mondo. Spiagge bianche incastonate all’interno di suggestive calette contornate da pini mediterranei. I venti di tramontana provenienti da nord e quelli di scirocco da sud, rendono piacevole ogni istante trascorso al mare. L’acqua assume colori diversi nei diversi momenti della giornata restituendo così sensazioni uniche. Indimenticabili.
Poco più a nord di Otranto in fazzoletto di terra racchiuso tra il mare della Baia dei Turchi, la macchia mediterranea e i laghi di Alimini, ho trovato Tenuta Corallo.
Francesco, il responsabile commerciale dell’azienda ci accoglie in cantina. Il vento che spira è quello di mare. Fa caldo anche se siamo e fine estate e un pò di pioggia c’è stata.
Sembra un fatto nuovo ma io ricordo sempre i giorni di fine agosto come quelli della pioggia che portavano via l’estate tanto che con i miei genitori ci traferivamo dalla casa al mare a quella di città. A poco importava poi se il primo fine settimana di settembre ritornasse il caldo e mio padre volesse tornare al mare. Per mia madre la stagione era finita e se ne sarebbe riparlato alla chiusura delle scuole l’anno successivo.
Il sale qui è nell’aria. Lo annusi. Ti entra dento. Come lo iodio. Senti gli schiamazzi della spiaggia e non ti capaciti come una tenuta dove si produce vino possa essere praticamente sull’arenile. Eppure il terreno non è sabbioso. Perché qui c’è alternanza di sabbia e roccia. Non è la pietra leccese ma di calcareo ce ne è tanto.
La macchia mediterranea che ci separa dal mare concede al vento di trasportare gli aghi dei pini.
La cantina è immersa nei vigneti insieme alle stanze che formano, insieme ad una piscina, il resort. Nulla di particolarmente vistoso ma proprio per questa sobrietà, assolutamente elegante.
Strano ed ambizioso costruire una cantina qui. Ci sono praticamente solo resort utili ad offrire posti letto e divertimento ai bagnanti. Cosa abbia portato Enzo Marti, imprenditore leccese ad acquistare 13 ettari di terreno con l’unico scopo di impiantare una vigna, non è dato sapere. È qui che mi viene in mente la Taranta e la Pizzica.
Chi era affetto da pazzia veniva curato con la musica: un gruppo di suonatori di tamburello cercavano la giusta melodia con il ritmo del tamburello così che parenti e amici potevano ballare la pizzica al fine di esorcizzare il malcapitato.
Da rito pagano la Taranta e la Pizzica sono diventate nel tempo allegria di festa popolare che vede il suo apice ne La notte della Taranta a Melpignano.
Quando si visita Tenuta Corallo non si può che pensare che chi ha avuto l’idea di farne una azienda vinicola fosse un pazzo o nel migliore dei casi un visionario.
Costruire un resort con tanto di alloggi avrebbe portato soldi e prosperità in tempi decisamente brevi. Invece Enzo ha fortemente voluto un vigneto, una cantina e solo pochi alloggi in ottica wine resort. Un investimento iniziato nel 2010. Partendo da zero.
Nel 2010 acquista infatti la tenuta che non può che chiamare Corallo a sintetizzare la vicinanza al mare. Ma anche al gioiello penso io. Perché incastonarsi così, non è da tutti. Ne per tutti.
Era terreno e non c’era nemmeno il seme di una vigna. Che viene impiantata per l’intuizione e la voglia di rappresentare e realizzare qualcosa di diverso e di unico in questa zona.
Per ottenere la prima bottiglia si deve attendere il 2018. Sei lunghi anni utili a far crescere le barbatelle, trovare un agronomo, un enologo, mettere su la cantina con tutte le attrezzature.
Negroamaro, Primitivo, Fiano, Aleatico. Questi i vitigni per poter generare 70/90 mila bottiglie di vino (mieru!). Facendo tutto in casa così da mantenere la filiera corta.
Cerchiamo di trasmettere la nostra identità nei calici. Sapidità, mineralità e note di macchia mediterranea. A nord e a sud di Tenuta Corallo ci sono poche aree coltivabili. A nord e a sud di Otranto ci sono terreni poco profondi. I venti che arricchiscono nord-nord est di tramontana e sud di scirocco.
Prima di fare un giro, saliamo sul tetto della cantina. Da qui si apprezza la vicinanza dal mare. Si sentono davvero gli schiamazzi della spiaggia. È davvero surreale trovarsi in una azienda vinicola, vedere il mare, sentirne non solo gli odori ma anche i rumori. Mi è capitato altre volte di visitare una cantina vicino al mare, mai così vicino. Le vigne si estendono intorno e mi colpisce il triangolo che si incunea nella macchia mediterranea arrivando a lambire la spiaggia.
I 20 appartamenti indipendenti sono posti intorno alla piscina nella quale, due bambini, giocano con la loro mamma.
Francesco ci porta all’interno della cantina nel cui ingresso sono poste in bella mostra le etichette prodotte.
Fino a pochi mesi fa erano 9 che sono diventate 11 da aprile con un rosato e un bianco.
Crusò. Metodo Classico salentino da Nergroamaro. Insomma un blanc de noire.
Chora. Bianco da Fiano
Matria rosato da Negramaro.
5 tipologie di vino rosso. Due prodotte da Negramaro e Primitivo con il 15% della massa in affinamento in legno per due mesi poi acciaio: Mesena (Negroamaro), Orterosse (Primitivo)
Poi Simera, Primitivo con uve in surmaturazione; Zoì, unico blend da Primitivo e Negramaro al 50% con sei mesi in barrique; Korafi Primitivo con affinamento di 16 mesi in legno per l’intera massa.
Drosia, Negroamaro vinificato in bianco.
Asteri è un rosato di primitivo
La chicca aziendale è Milìa il passito di Aleatico. Suggestivo per un vino dolce con sapidità.
Io la definisco una marmellata di amarena mescolata alla sapidità del mare.
I nomi dei vini sono in genere sempre suggestivi. Indicano ricordi, vigne, personaggi, ringraziamenti. Nel caso di Tenuta Corallo l’idea è quella di portare il Salento in giro per il mondo con parole evocative e tipicamente salentine. C’è il Griko, come si può non utilizzarlo?
Ed è così che su ogni bottiglia c’è un nome in Griko. Su tutte tranne che su Orterosse poiché un ringraziamento alle terre di provenienza occorreva pur farlo. Poco distante c’è infatti la cava di Bauxite con il suo rosso che abbaglia. Orterosse omaggia un luogo incantato che merita di essere visitato specialmente al tramonto dove si incontra il rosso della terra con quello del sole.
Ogni nome ha un significato.
Milìa significa parola.
Zoì significa vita.
Korafi significa campagna.
Mesena significa con te (in senso romantico).
Asteri è la storpiatura di asteria ovvero stella.
Drosia è rugiada.
Chora vuol dire origine.
Matria è la piazzetta del paese.
Simera è questa giornata.
Enologo è Giuseppe Pizzolante tra i più importanti della Puglia alla sua 45esima vendemmia. Dal 2018 segue l’azienda con continuità e costanza.
Assaggiamo tre vini partendo dal Fiano Chora.
Il colore è un paglierino quasi verdognolo. È giovane dunque ci sta. Il naso nel calice viene invaso dallo iodio. Se non bastasse quello che si respira, ce ne è anche a profusione dal vino. Pera Smith a profusione con pesca bianca, mango ananas, erba, resina. Semplice ma interessante per due aspetti: la iodicità ovviamente insieme una sorta di balsamicità. È come se il mare e la macchia mediterranea si siano alleate per coabitare nel calice.
In bocca è certamente secco forse anche tanto se non arrivasse in soccorso la spiccata sapidità che induce l’importante salivazione. Pazzesca e difficilmente replicabile è la punta di sale che rimane sulla punta della lingua dopo il sorso: esattamente come se un granello di sale fosse stato li depositato.
Si percepisce bene la nota agrumata che al naso sembrava poco evidente. Persistenza lunga e freschezza importante insieme ad un elegante equilibrio e ad un finale pulitissimo, fanno di questo Fiano un ottimo prodotto.
Grande attenzione alla temperatura di servizio per evitare che si possa percepire un velo di amarognolo finale.
Proseguiamo con il Rosato Matria da uve Negroamaro.
Nel calice si apprezza il colore cerasuolo luminoso, vivo, vigoroso. Altro che rosa pallido. Questo è di quel caldo che si ritrova anche nei sentori di melograno e anguria: siamo al sud!!
Ci sono ovviamente le fragoline di bosco e ciliegia, arancia rossa, fiori rossi tenui e sentori minerali. Ma melograno e anguria continuano a farla da padrone. Meraviglia!
In bocca c’è una bella e piacevole freschezza con un retrogusto caramelloso, non stucchevole, che ammalia. Secco, più secco del Fiano perché qui a sapidità non spinge con la stessa intensità. La sapidità c’è ma arriva molto dopo rispetto al bianco. È come se la freschezza avesse spazzolato via tutto per poi, a bocca pulita, riuscire a percepire la pur presente sapidità.
Si percepisce il tannino al quale si unisce l’agrume.
Persistenza abbastanza lunga e un bel finale erbaceo in perfetta continuità con il bianco: la macchia mediterranea e i venti del mare arrivano anche in questo calice.
C’è chi lo usa per la frittura di pesce.
Lo vedrei bene con una pasta con lo scorfano, un crostaceo o una insalata con il melograno.
La suggestione è una fresella con pomodorini e alici.
Concludiamo con Orterosse da uve Primitivo, 2018. È il primo imbottigliamento!
Il colore è un bel rubino che sta virando verso il granato.
L’incenso è l’odore che si percepisce immediatamente al naso. Anche con il bicchiere a distanza. Poi cannella, vaniglia, chiodi di garofano. Ci sono certamente i sentori fruttati, ma arrivano dopo. Con calma. Quasi a dire che loro, in questa zona, non sono così importanti. C’è da lasciare spazio alla macchia mediterranea, alla viola, alla peonia, alle erbette. Un vino che è decisamente particolare poiché con solo due mesi di affinamento è chiaro che i sentori arrivano quasi esclusivamente dall’uva e dal territorio. Sembra che sia stato in botte parecchio tempo e non certo per solo il 15% della massa.
Non è pastoso e non asfalta la bocca. È pulitissimo.
Si sente un gusto caramelloso che lo rende interessantissimo ancorché intrigante poiché non lo si associa immediatamente ad un Primitivo. Già nel calice si vede scarico di colore, non compatto. Si avvicina più ad un Negramaro.
Pian piano che si scalda arriva la ciliegia e l’arancia sanguinella.
Veramente un bel vino. Mi sembra un Pinot Nero del sud. Me lo ricorda per la colorazione scarica che va verso il granato ed il fine ed elegante olfatto. Un vino che non ti aspetti al sud: non corposo, non pastoso.
Vino ottimamente equilibrato. Bocca pulitissima. Lo vuoi riassaggiare. Persistenza non lunga. Più si scalda più ci sono sensazioni positive.
È con una zuppa di pesce che mi farebbe impazzire!
È stata la nostra prima etichetta che poi l’anno dopo ha vinto una medaglia d’oro.
Ecco, dopo aver assaggiato questi vini si capisce non solo la lungimiranza di Enzo ma anche capacità. Di circondarsi di validi collaboratori. Di investire in maniera prospettica. Di guardare al futuro per la valorizzazione del territorio.
Così che sarebbe da chiedersi chi fosse veramente il pazzo se lui o gli altri che lo consideravano tale.
Poco importa. Come in tutte le storie salentine, si balla comunque tutti insieme. Tarantolati di felicità. In questo caso, i vini consentono di fare festa perché oltre ad essere un tripudio di sentori e sapori esprimono al meglio l’origine salentina.
Soprattutto, una volta assaggiati vini come questi, sapendo e conoscendo la terra dalla quale provengono, non si può che cantare la canzone Non vivo più senza te di Biagio Antonacci dedicata proprio al Salento
Non vivo più senza te, anche se, anche se
Con la vacanza in Salento ho fatto un giro dentro me
Non vivo più senza te, anche se, anche se
La solitudine è nera e non è sera
La solitudine è sporca e ti divora
La solitudine è suono che si sente senza te
Ivan Vellucci
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8 Settembre, 2023
LasorteCuadra: un rifugio, un nido, una famiglia
Le apparenze ingannano.
L’abito non fa il monaco.
Non tutto ciò che appare è come sembra.
Che faccio continuo? Meglio di no altrimenti si va per le lunghe e non arrivo al punto.
Nelle manifestazioni dove si presentano i vini attraverso l’incontro con i produttori, quello che mi piace osservare è il comportamento degli ospiti. C’è una sorta di polarizzazione verso alcune cantine con la conseguenza che altre raccolgono poco interesse. Chissà, forse il partecipante medio stampa dal sito internet l’elenco degli espositori e traccia il proprio percorso degustativo basandosi su elementi diversi. Vallo a capire.
L’apparenza. Ah, l’apparenza!
Io vengo attratto dall’insolito. Deve esserci qualcosa di diverso a catturare la mia attenzione.
Come una coppia sorridente dietro il banchetto di degustazione e una sola etichetta di vino bianco esposta. Insolito. Solo all’apparenza.
Conoscere Stephanie e Roberto (la coppia dietro il banchetto) è stato come entrare in una casa marocchina. Cerco di spiegarmi.
Le case marocchine costruite all’interno della Medina (città vecchia) sono tutte uguali. Anonime le definirei. Anche l’ingresso è anonimo cosi che quando apri la porta a qualcuno, niente di ciò che è dentro casa deve essere immediatamente visibile. L’ospite, colui che è accolto in casa, per entrare percorre una sorta di percorso a zig zag alla cui fine si apre il paradiso. Ecco, questo è il Riad (paradiso) la cui bellezza diventa indescrivibile. Lascio al lettore la facoltà di visitare il Marocco e le case della Medina. Tanto per non rovinare la sorpresa.
Ah, dimenticavo, il Riad non ha finestre verso l’esterno poiché le stanze della famiglia (che vive insieme fino alla creazione di ulteriori famiglie) affacciano sul cortile interno. Che è cavo per consentire l’ingresso della luce.
Il Riad è il nido per la famiglia e solo per questa.
Semplicità verso l’esterno. Protezione della famiglia verso l’interno.
Stephanie e Roberto dunque. Una coppia di vita. Una complicità fatta di sguardi e sorrisi. Una evidente serenità. Due personalità pazzesche che si esaltano attraverso l’unione di coppia.
Inquadrare bene entrambi ci consentirà di dare maggiore dignità alla storia.
Stephanie Cuadra. Cinque figli, quattro dei quali da un precedente matrimonio. Uno, Aurelio, avuto poco più di sette anni fa con Roberto. Nata in California, laurea alla Georgetown University. Inizia la sua carriera di giornalista seguendo la campagna elettorale di Chavez in Venezuela. Giornalista freelance inizia a collaborare con l’Azienda Vinicola Querciabella. Fonda poi Terrestoria per importare vini di piccole cantine negli USA.
Roberto Lasorte. Romano, originario della Puglia. Sposato con Stephanie. Amministratore Delegato di Querciabella, storica realtà di Greve in Chianti.
Facile pensare che galeotta fu Querciabella a farli incontrare ed innamorare. Facile supporre abbiano sicuramente tanto da raccontare nel mondo del vino. Si, ma poi?
Stephanie e Roberto sembrano una di quelle coppie di teatro che recitano da una vita insieme: uno sguardo, un cenno, quanto basta perché uno dei due parta. Pausa al momento giusto, e la battuta passa magicamente all’altro. Complicità!
Prendiamola un pò alla larga però. Tanto per aumentare la suspense.
Stephanie.
Ci siamo incontrati nel 2010. La mia storia è tutt’altra. Se mi avessi intervistato dieci anni fa ti avrei detto che la mia strada era quella della carriera diplomatica. Partendo dal giornalismo. Scrivevo di politica internazionale. Ho studiato alla Georgetown, a Washington e sono andata in Venezuela a coprire la prima campagna presidenziale di Ugo Chavez. Il titolare di Querciabella, una persona un pò folle, uno che pensa fuori dagli schemi, aveva letto dei miei articoli e pensava che avesse bisogno di qualcuno che non fosse nel mondo del vino, che fosse brava nella comunicazione, che parlasse le lingue che diceva lui. Serviva qualcuno che non solo raccontasse la storia di Querciabella ma che seguisse anche altri progetti. “Il vino mi piace e lo bevo ma non ci capisco nulla” gli ho detto. “Devi parlare da persona esterna per avvicinare le persone normali al vino”. Così mi disse.
Roberto
A quell’epoca serviva un profilo internazionale con una rete internazionale fatta di giornalisti. Era il 2010 e il concetto di vino come lifestyle era molto in voga in quel momento. Si voleva un posizionamento di Querciabella che convergesse verso la diplomazia nel mondo del vino. Il vino in fondo è un veicolo diplomatico.
Stephanie.
Quando nacque Aurelio io lavoravo con Roberto e la squadra. Seguivo Querciabella e tanti altri progetti di Sebastiano (Castiglioni n.d.r.). Giravo l’Europa. Avevo quattro figli da un precedente matrimonio e sentivo di dovermi staccare da Querciabella perché non era più conciliabile. Però il vino era qualcosa dentro di me e così che ho fatto partire una mia attività di importazione negli Stati Uniti.
Roberto.
Senti come è andata. Mi dice, “voglio prendermi un attimo di pausa. Voglio staccare. Vado a fare il cammino di Santiago”. Quando partiamo? Le dico io. “Non hai capito voglio andare da sola”. Lei sceglie il cammino, portoghese perché era il meno battuto. Organizziamo tutto in modo che lei potesse arrivare a Santiago per il suo quarantesimo compleanno con noi, tutta la banda, li ad aspettarla. Diceva che voleva staccare dal vino.
Stephanie.
Tutto il cammino era in mezzo alle vigne. In uno di questi paesini meta di pellegrinaggio, conosco una coppia che aveva appena imbottigliato una annata di Albariño. Un vino pazzesco. Mi hanno chiesto se in qualche modo avessi potuto dargli una mano per la distribuzione. Li nacque il progetto “terra e storia” e adesso ho 17 cantine tra Spagna e Italia. Piccole cantine che farebbero fatica ad entrare nel mondo dell’export.
Più che suspense adesso ho creato confusione. Abbiamo un amministratore delegato di una importantissima realtà vinicola italiana conosciuta in tutto il mondo. Una giornalista internazionale che diventa specializzata nel vino tanto da fondare una sua azienda di import. Un amore che nasce tra i due. E? Tutto questo dove porta?
Porta in Puglia. Precisamente a Locorotondo, pochi km (6) a nord di Martina Franca.
Augusto Lasorte è originario di Martina Franca. Siamo in Valle d’Itria che i più ricorderanno per i Trulli di Alberobello. Magari non proprio per il vino.
Un momento. Ora chi è Augusto? Il papà di Roberto ovviamente.
Roberto è romano e Augusto pugliese. Infatti Augusto si trasferisce da giovanissimo a Roma per lavoro. Lo fa nel 1946 dove vive con sua moglie Maria. È dura però per un pugliese lasciare la propria terra. Duro come lo è per ogni persona i cui ricordi della propria terra, sono solchi che ti porti dentro.
Mio padre aveva sempre la voglia di tornare a Martina Franca. Quella voglia di tutti i Martinesi che hanno il legame con la terra. Lo spirito che prende le persone che vanno via. Ciò che nasce dalla terra ti da delle esperienze che ti rimangono dentro.
Augusto va finalmente in pensione. Sono i primi anni 90 e la scelta è se rimanere a Roma oppure, finalmente, tornare a Casa. Aveva regalato, già dagli anni 70, alla sua Maria un piccolo pezzo di terra, 7000 metri quadri di vigneto. Così, tanto per avere un punto di ancoraggio con la Puglia. Magari per quando la pensione sarebbe arrivata. Maria poi era irpina.
Mia mamma era irpina e si ricordava di come si produceva il vino. Mio padre curava la vigna in maniera maniacale e Maria stava in cantina.
In tempi non recenti la vigna era, specialmente in zone rurali dove il vino non rappresentava il vero sostentamento della famiglia, quasi un di più. Non poteva certo mancare il vino a casa. Ma era il famoso vino del contadino. Quello quasi imbevibile perché la solforosa era per pochi e le fermentazioni non potevano che essere spontanee (perché aggiungere qualcosa?). Soprattutto, proveniva da vigne impiantate con ciò che si trovava. Dunque non certo filari ben delineati e con vitigni uniformi. Un vero melting pot di uve. E che venisse quel che doveva venire tanto si sarebbe comunque bevuto.
Così la vigna di Augusto e Maria altro non era un miscuglio di vitigni diversi che poi, alla vendemmia si ritrovavano tutti insieme nel tino.
Augusto però invecchia e insieme a lui la vigna le cui piante raggiungono e superano i 70 anni. Non vuole lasciare grane ai figli che in Puglia magari ci tornano poco perché impegnati nella loro di vita. Cosa si può fare con 7000 metri quadri? Nulla, pensa. Tanto vale vendere.
Roberto ha un sussulto, quasi un colpo al cuore. Il solo pensiero di veder svanire il sogno del padre, quel regalo fatto alla madre, lo fa trasecolare. Un atto notarile vuol dire cancellare anni di storia della sua famiglia.
Se proprio vuoi vendere, compriamo noi. Quando ho detto a mio padre che avrei preso la vigna, si è emozionato e mi sono emozionato anche io. È qualcosa di intangibile. Le radici che legano le persone sono all’interno di un progetto reale e concreto.
Roberto ne parla con commozione. Quel sentimento che ti fa cadere qualunque tipo di infrastruttura. Lui, amministratore delegato di una importante cantina che acquista una piccola vigna in Puglia, a Locorotondo. Per farne cosa forse nemmeno lo immaginava. Eppure, sapeva che non si sarebbe mai perdonato il mollare quel sogno di famiglia.
È così che che Martina Franca e Locorotondo diventano il rifugio, il nido dove tornare per trovare un pò di casa. Siamo nel 2020, anno nefasto per il covid. Nefasto ma anche meraviglioso per una famiglia che sa di poter contare su un luogo sicuro. Anche per Stephanie.
La nostra casa è a Milano. E a Martina Franca avevamo un rifugio. Appena possibile andavamo giù. Riuscivamo a scappare. Lui come imprenditore agricolo poteva muoversi. Abbiamo visto la vigna di Augusto e Maria in uno stato di abbandono e l’idea di prenderci cura della terra è venuta spontaneamente.
È così che si cementa una famiglia. Da Milano, dalla California, dalla Toscana fin giù in Valle d’Itria.
Assaggiavamo questo vino che aveva sapore di vino naturale. Con volatile fuori controllo ma vero. Ci piaceva davvero l’idea di mantenere la tradizione, producendo un vino che potesse andare oltre i 6 km che da Martina Franca dividono Locorotorndo.
Quindi ricapitoliamo. Abbiamo Roberto che ha nel vino la sua professione dirigendo una grande cantina. Abbiamo Stephanie che del vino ha fatto la sua vita arrivando a creare una azienda di importazione negli USA. C’è un piccolo terreno con un mix di viti antiche nel cuore della Puglia. Sembra un bel caos!
Anche se comunque si riuscisse a produrre del vino, non ci sarebbero poi tutti questi problemi per venderlo. Mancherebbe dove trasformare l’uva in vino.
Ci siamo appoggiati alla cantina cooperativa di Cisternino (Upal) per vinificare con un nostro protocollo. Non avendo una nostra cantina abbiamo bussato a qualche altra azienda ma nessuna ci ha aperto. Solo Angelo Soleti, enologo dell’UPAL ha accettato la sfida e ci ha dato un silos. Ha sposato questo progetto perché ha visto la possibilità di andare oltre. Oltre il silos nel quale veniva stoccato il vino.
Nasce cosi Silos, il vino della cantina LasorteCuadra, Silos. Un nome semplice che richiama quel silos dato in concessione all’interno della cooperativa.
Le % all’interno del vino rispecchiano la composizione della vigna degli anni 50/60. Come si usava in Valle d’Itria. Quello che c’era si vinificava.
Verdeca, Bianco d’Alessano, Minutolo e Maresco. Et voilà.
Il vino è davvero fantastico per la sua particolarità, finezza ed equilibrio. Così come per i suoi sentori. Ma non è questo l’importante per la storia. Quello che Stephanie e Roberto sono riusciti a creare è un progetto di famiglia. Qualcosa che ha l’obiettivo di andare oltre il tempo e impiantare insieme alle viti, proprio li dove ci sono le radici della famiglia, le loro. Poco importa se, per adesso, è una attività marginale (termine che non piace proprio a Stephanie).
Noi ci pensiamo anche la notte a questo progetto. È la nostra fuga e anche il fatto che abbiamo i nostri due cognomi sull’etichetta ma anche quello del primo matrimonio di Stephanie è perché veramente il progetto è della famiglia ed è ciò che vogliamo lasciare come futuro. Nasce per portare avanti un discorso di tradizione generazionale. Aldilà del guadagno, trasmette i valori tra noi e le generazioni future.
La grandezza di questo progetto è tutta qui. Tutta in questa frase. Non ci sono divisioni ma unioni. Una famiglia che si ritrova per ritrovarsi. Stare insieme per vivere il futuro. Sulle basi del passato.
Cinque figli necessitano forse di una dimensione più grande.
Un filare a figlio! Quando siamo andati a fare la vendemmia sono venute le due ragazze. Aurelio (il più piccolo) si è svegliato tardi ma ci litigavamo i grappoli.
Magari avessimo il problema che interessa a tutti i figli. Diego, il quarto, che ha 18 anni, è l’unico che ha manifestato interesse in questa attività. Gli altri hanno un legame forte. Anche se fanno altro, sono ben contenti di venire fare la vendemmia
Volete rimanere con un solo vino?
Abbiamo sperimentato un rosato perché la Valle d’Itria si presta ai vini bianchi e ai rosato. Meno a vini rossi. Il rosato è un vino che abbiamo fatto con fermentazioni spontanee e senza aggiunta di solforosa. Lo abbiamo chiamato Sottobanco perché non sarà in vendita e ce lo portiamo alle fiere.
Non può che essere cosi avendone fatto meno di 150 litri.
Una quantità minima. Un tino e tre damigiane. Poi le abbiamo messe in bottiglie. Abbiamo unito delle uve che erano in vigne.
Mi hanno convinto a lasciarle in macerazione per trenta ore.
Il duetto tra Stephanie e Roberto continua. Si spalleggiano, si guardano, sorridono. Si vede che stanno bene insieme e sono felici. Quando parlano del loro progetto è come se le proprie attività passassero in secondo piano. Il nido è un’altra cosa.
Parlano come se lavorassero ancora insieme. Come se fossero in simbiosi anche quando sono a distanza. Pronti per tornare anzi, per fuggire verso la vigna. Quella loro.
C’è qualche commistione con la tua attività Roberto?
Sebastiano (Castiglioni, il proprietario di Querciabella) è il nostro primo fan. Non ci sono conflitti perché stiamo parlando d due dimensioni diverse. Querciabella è un colosso rappresentato in Italia da Sagna, negli USA da Maison Marques & Domaines. Ci confrontiamo su due mondi diversi e alla fine da entrambi posso raccogliere spunti di miglioramento.
Ricordo Slowine a Bologna. Allo stand di Querciabella c’era la fila di persone. Al nostro banchetto apparecchiato, le persone che passavano e ci riconoscevano, vedendoci nella zona Puglia, non capivano. Così ci chiedevano tutti! Abbiamo in fondo lavorato insieme prima di stare insieme e ora dobbiamo far capire che “siamo” un progetto che si chiama Lasortecuadra invece di Querciabella.
Metà della produzione, limitata, va negli USA grazie anche all’azienda di Stephanie che quando parla di questo si accende. Ma sempre meno di quando si tratta della Puglia.
Importo i vini nello Utah, a Salt Lake City. C’è un progetto per la California. Vengo da li dunque c’è tutta una comunità che sente il progetto. È parte di me poi. Mi interessano i mercati secondari dei quali nessuno parla mai come la Carolina del Nord. Stiamo sviluppando questi mercati secondari dove ci sono enormi potenzialità. Come lo Utah dove mi sono specializzata. Per la tipologia e dimensione questi mercati sono più attenti. Non sono saturi. Se arrivi dall’Italia e fai una cena con loro presentando il vino, non se lo dimenticano.
Parlare di espansione con una coppia così indaffarata non è semplice. L’impressione è che la voglia ci sia, l’entusiasmo anche. Manca forse il tempo. Anche quello per stare dietro a tutte le incombenze burocratiche proprie di un territorio bellissimo, in sviluppo, ma sempre difficile come è la Puglia.
Se dovesse crescere la richiesta magari raddoppieremo perché ci sono delle parcelle limitrofe alla nostra. Vinificano una parte per la famiglia e un’altra la conferiscono ai produttori della valle d’Itria. Il problema è che le pagano dopo un paio di anni.
Stephanie
Io personalmente sarei felicissima di un progetto più ampio. Il contesto però non è semplice. Siamo da oltre due anni in attesa dei permessi che non arrivano. Vogliamo creare uno spazio per le degustazioni. Cambierebbe tutto.
Ecco, se mai andaste ad una degustazione di vini trovando una coppia sorridente che sorseggia un calice di vino bianco, dell’unico vino bianco prodotto, provate a non passare oltre andando avanti. Lasciatevi contagiare dalla semplicità e simpatia di Stephanie e Roberto. Scoprirete come non solo le apparenze ingannano, ma come a cercar bene, si possa trovare un tesoro.
Loro lo hanno trovato in un fazzoletto di terra di 7000 metri quadri.
Un rifugio. Un nido. Una famiglia.
Sapete cosa tutto ciò mi fa venire in mente? Una canzone del grande Domenico Modugno re-interpretata da Emma Marrone: Volare!
Nella re-interpretazione (il video è la chiusura del film “Benvenuti al Nord“) Emma sfodera un coinvolgente sorriso che ricorda quello di Stephanie mentre le parole le immagino cantate da Roberto.
Penso che un sogno così non ritorni mai piùMi dipingevo le mani e la faccia di bluPoi d’improvviso venivo dal vento rapitoE incominciavo a volare nel cielo infinitoooooo
Ivan Vellucci
Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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7 Settembre, 2023
Tenuta Fertuna e il suo nuovo Vermentino Orange
Tenuta Fertuna e il suo nuovo Vermentino Orange
Cari lettori bentrovati! Dopo un breve pausa estiva si riparte, ma prima di parlarvi di Tenuta Fertuna e del loro nuovo vino, voglio iniziare questo articolo con il bellissimo ricordo che conservo della visita alla cantina fatta ormai nell’aprile 2019, dove ho scattato questa foto (link) a mia moglie Martina con il nostro piccolo primogenito Leonardo ancora in grembo, uno scatto avvenuto dopo la degustazione delle eccellenze di Fertuna effettuata insieme all’enologo Paolo Rivella.
Tenuta Fertuna, il cui nome rimanda alla fertilità della terra e alla fortuna degli uomini che la coltivano, nasce nel 1997 nel cuore della Maremma Toscana, terra in cui gli antichi etruschi avevano sviluppato la loro fiorente civiltà dedicandosi all’agricoltura già nei secoli passati. La tenuta sorge su un territorio estremamente vocato alla viticultura, in un luogo a farla da padrone è la natura, tra la vegetazione selvaggia e spontanea, la mano dell’uomo ha agito con delicata armonia, disegnando un anfiteatro di vigneti.
La tenuta si estende per 145 ettari, di cui 50 attualmente vitati. Tutte le vigne sono dotate di impianto d’irrigazione goccia a goccia, alimentato da un grande lago artificiale di circa 15.000 m2 che prende le sue acque da fonti locali. Una parte dell’azienda è dedicata per circa 5,5 ettari ad olivicoltura.
Il terreno ricco di Galestro (roccia scistosa) e di Alberese (substrato calcareo), la natura fertile ed incontaminata, il microclima mediterraneo con forte influenza marina ed una buona escursione termica giorno/notte, fanno della Maremma un terroir particolarmente votato alla coltivazione della vite. Nell’ultimo decennio qui si sono concentrati ingenti investimenti di settore: oltre all’autoctono Sangiovese, vitigno principe delle terre di Toscana, sono stati piantati i più rinomati vitigni internazionali, che sanno dare in Maremma un’espressione del tutto nuova, davvero di grande spessore
Come sapete ho sempre a cuore il tema della sostenibilità: Fertuna, a partire dal 2016 sceglie di convertire la produzione a biologico e, dopo un periodo transitorio di “epurazione” da quelle che sono le tecniche agronomiche convenzionali, raggiunge la certificazione biologica dall’annata 2020. Non ancora contenti e sempre attenti a quelli che sono i nuovi traguardi, viene raggiunto anche il traguardo di Cantina Sostenibile conseguendo la certificazione secondo lo standard di qualità Equalitas. L’attenzione viene posta a tutto il ciclo produttivo: dall’impianto alla raccolta fino allo smaltimento ed il riciclo dei sottoprodotti, facendo sì che l’azienda viva un clima etico e sociale positivo.
Due protocolli produttivi, biologico e sostenibile, che impreziosiscono il territorio permettendo di vivere integrati in quello che è il bellissimo habitat della Maremma e che concorrono al risultato finale che si rispecchia nei magnifici vini prodotti.
Come sappiamo, i vini cosiddetti “orange” che negli ultimi tempi stanno andando molto di moda non sono alto che vini provenienti da uve a bacca bianca che, nella vinificazione, restano a contatto per un tempo, più o meno lungo, con le bucce, andando quindi ad estrarre una colorazione più intensa e tipicamente tendente all’arancione (da qui il nome).
Il Vermentino Orange di Tenuta Fertuna è un vermentino 100% proveniente da vigneti di età di 20 anni, con esposizione a Sud-Est, frutto di una selezione manuale dei migliori grappoli. La fermentazione avviene a 20 ºC sulle bucce per 5 giorni e, dopo la separazione dalle bucce, la fermentazione continua a 18 ºC.
Il vino è prodotto senza uso di solfiti aggiunti, in ogni fase del processo di produzione. Segue poi la fermentazione malolattica con un successivo affinamento “sur lies” per 6 mesi in piccole vasche d’acciaio, con batonnage settimanale.
Ne viene fuori un vino giovane, divertente, al calice si distingue per il colore dorato brillante tendente all’arancio. Al naso spazia su un ventaglio di profumi che passano da ricordi fruttati di mela gialla, dolci di miele, ai ricordi di fiori secchi. Al palato sorprende per freschezza e mineralità, con piacevole gradevolezza di beva. Un sorso che invita l’altro dall’aperitivo alla cena, Vermentino Orange che rappresenta una vera bella sorpresa da provare!
A cura di Giuseppe Petronio
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