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13 Luglio, 2023
Paesaggio e Cura: il calice di vino a sublimazione dell’opera
“Coltivare il paesaggio con la cura e l’attenzione che si hanno per le cose più care. La vite al centro del nostro agire sul terroir e il calice di vino a sublimazione dell’opera.” Questo è Grosjean Vins.
L’intenzione della Famiglia Grosjean è quella di avvicinare sempre di più l’enoturista al mondo della vigna, per trasmetterne la vera identità: i nostri vigneti sono spettacolari tutto l’anno, in autunno come in primavera, perché si tratta di un ecosistema sano, pulito e biologico, in pieno equilibrio con l’ambiente, in cui passeggiare, svolgere delle cene a cielo aperto e trascorrere del tempo liberamente a contatto con la più viva e vera natura di montagna.
TraMonti diVini di Grosjean Vins tornano le iconiche degustazioni tra i vigneti della Valle d’Aosta le ormai celebri “Soirées Valdotâines” tra le vigne Tzeriat della Famiglia Grosjean sono “The Place to be” per l’estate 2023. Un solo spirito anima quest’inedita esperienza sensoriale: l’ambizione di condividere con gli amici una verticale di vini, della buona musica e un tramonto alpino immersi in un ecosistema che coniuga il legame tra gli elementi della natura e la memoria del territorio.
Sono sei le edizioni di queste passeggiate tra le vigne, nate nel 2018 per festeggiare i 50 anni di attività della cantina e per offrire un nuovo tipo di degustazione enogastronomica.
Questa nuova edizione vede tre novità protagoniste delle serate, i TraMonti diVini “Gourmand”, i TraMonti diVini “Dîner” e la possibilità di iscriversi all’esclusivo “Grosjean Wine Club”. Nel palcoscenico unico della vigna Tzeriat e nello splendore del tramonto si assaggiano etichette che sono espressione dell’identità del territorio e testimoni della qualità della vitivinicoltura valdostana.
Gli appuntamenti previsti per l’estate 2023 sono quattro:
Venerdì 28 luglio e venerdì 4 agosto si celebrano i TraMonti diVini “Gourmand”, due serate che prevedono l’Ukulele di Silvana Bruno in abbinamento alle specialità selezionate da Stefano Lunardi della boutique Antica Latteria Erbavoglio di Aosta.
Mercoledì 26 luglio e mercoledì 2 agosto si scoprono gli inediti TraMonti diVini “Dîner”, la novità del 2023 dove la musica della valdostana Katia Perret accompagna lo show cooking del Catering Le Vélo.
Le serate saranno accompagnate da Rudy Sandi, storico della viticoltura e sapiente ampellografo, e con la possibilità di iscriversi all’esclusivo “Grosjean Wine Club”.
La Famiglia Grosjean ha iniziato il 2023 con la premiazione alla Manifestazione Wine Venice come migliore cantina rappresentante della regione Valle D’Aosta per Etica, Sostenibilità e Innovazione e continua a sorprenderci con le sue innovative attività, valorizzando il Terroir per proteggerlo ed essere dei veri custodi di un motivo di vita.
A cura di Elisa Pesco
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12 Luglio, 2023
Bel sole a luglio spera buon vino
Bel sole a luglio spera buon vino
Luglio col bene che ti voglio, è uno dei mesi cruciali per le lavorazioni in vigna e per poter poi avere dei buoni raccolti sia per i bianchi, che si vendemmiano solitamente ad agosto, ultimamente anche prima, e per i rossi di settembre e ottobre.
Sono tanti i detti popolari legati al mese di luglio, al suo clima, e al vino che verrà. Ne cito di seguito alcuni, su cui si potrebbe dibattere poi molto:
A luglio il temporale dura poco e non fa male…
Bel sole a luglio spera buon vino
Nuvole di luglio fan presto tafferuglio
Se non pardon luglio e agosto dentro al tino poco mosto…
Gli editoriali di questo’anno li abbiamo voluti interpretare così, andando a scovare nella saggezza popolare i segni di un cambiamento climatico che ci porta a rivedere le conoscenze acquisite anche nel mondo del vino. La coltura dei campi e dei vigneti vive molto di conoscenze tramandate, di esperienze fatte e ripetute adattandole ogni anno, ogni raccolta, alle condizioni climatiche dell’annata.
Anche in questa stagione si gioca d’azzardo: un inverno secchissimo prima, che ha fatto temere il peggio perchè preceduto da un’altra annata molto siccitosa; una primavera estate molto piovosa che ora fa gridare ovunque all’allarme peronospora.
Sono tante le questioni che il cambiamento climatico pone a chi vive di vino, sono tanti i dubbi che attanagliano i viticoltori, a partire da una geografia climatica che spinge già molti a spostarsi verso nord. Verso nord non solo portando i vigneti, dove possibile, verso altezze più elevate, ma addirittura verso paesi europei con climi un tempo freddi, ora decisamente più miti e probabilmente più adatti per certi tipi di produzioni.
E’ sempre pertanto più necessario essere ricettivi e coraggiosi: ricettivi verso nuove soluzioni e coraggiosi nell’essere disposti a rischiare, anche tutto, pur di continuare a riempire i calici.
Impiantare vigneti in Inghilterra, in Olanda e oltre; impiantare vitigni Piwi con caratteristiche tali da dare risposte completamente diverse a malattie della pianta; accettare anche che alcune caratteristiche del vino possano cambiare, o accettare di sostituire la vite con altre colture.
Chissà che sarà, di sicuro l’uomo non rinuncerà al vino, non lo ha mai fatto né mai lo farà.
Non si arrenderà né a leggi di etichettatura allarmistiche, né a leggi di limitazioni di consumo, non lo farà davanti a difficoltà naturali. Troveremo sempre e comunque il modo per consentire alla vigna di vivere. Questa liana selvatica, forte e selvaggia, cha ha saputo attraversare i secoli e la storia, saprà con l’aiuto dell’umana scienza e incoscienza continuare a offrirci generosamente il suo frutto.
Semplicemente adatteremo il gusto, cambieremo le mode, coglieremo nuove opportunità.
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7 Luglio, 2023
Società Agricola Capriotti e la semplicità del Verdicchio
Società Agricola Capriotti e la semplicità del Verdicchio
Quando mi capita di parlare con una persona ho spesso la tendenza a posizionarla all’interno di una cornice ben precisa: un film, un libro, una canzone. Una sorta di raffigurazione schematica per inquadrarla in un contesto più ampio. Come se qualcuno prima di me abbia avuto la genialità di rendere “personaggio”, protagonista o meno, quella persona. Spesso rido perché il ricordo va ad un personaggio comico. Altre volte rimango intrigato. Qualche volta mi rattristo. Può succedere poi di non avere un appiglio sicuro e rassicurante. Di non riuscire capire dove e come incasellare l’interlocutore. Forse capisco di non aver letto il libro o guardato il film o ascoltato la canzone con quel personaggio.
Incontrando Mirko Capriotti della Società Agricola Capriotti la sensazione è di avere dinanzi qualcuno che ancora non ha trovato spazio nell’opera di un autore. Non fosse altro perché, quando pensi di inquadrarlo in un contesto, ti spiazza facendoti andare da tutt’altra parte.
Schietto, verace, diretto, ironico, perspicace, pragmatico. C’è una frase che emerge dalla conversazione con Mirko che dà il senso del prologo.
Qui tutti dicono che sono viticultori alla terza generazione. Potevo dirlo anche io perché nonno era viticultore, mio papà, anche se per un periodo breve, lo è stato. Ma vogliamo dare, anche continuando quello che faceva nonno, una impronta diversa con vini di facile bevuta senza che siano anonimi. Con un nostro vino se sei in tre, una bottiglia te la finisci bene.
Ecco. Ecco Mirko. Siamo a Castelplanio in provincia di Ancona, poco sopra Jesi, nel mezzo di quella Strada Statale 76 che collega il mare di Falconara Marittima a Jesi e Fabriano. Nelle Marche il Verdicchio la fa da padrone incontrastato dividendo equamente le gioie e i dolori dei produttori (gioie dal successo che sta avendo, dolori dal prezzo non certo elevato).
L’idea di costruire una azienda vinicola viene a Mirko e alla sorella Monia nel 2015. Mirko che lavora in una industria di mobili e Monia a girare il mondo lavorando nella ristorazione. Monia che si ferma per metter su famiglia e poi alla ricerca di un lavoro che non arriva. Ci sono i terreni del nonno però. Tre ettari coltivati come poteva coltivarli il nonno e non coltivarli il papà. Dal vigneto al seminativo. Un po’ di confusione. Ma se non è quella la tua attività, ci sta. Non dovrebbe starci ma ci sta.
Puoi startene con le mani in mano. Puoi continuare ad andare in giro cercando qualcosa che, forse, prima o poi arriverà. Oppure. Oppure puoi scegliere di avventurarti in qualcosa di complicato, difficile, faticoso. L’agricoltura e la vigna in particolare viene raccontata come qualcosa di meraviglioso. Solo chi la vive sa quanta fatica c’è dietro una singola bottiglia. Con il tempo che passa. La vita che ti passa dinanzi agli occhi. Un ticchettio che è nelle orecchie e ti fa capire che se hai una idea, non devi aspettare. Devi tirarti su le maniche e fare.
Monia e Mirko decidono di tirarsi su le maniche e fare. Investendo i pochi soldi che hanno, il tempo e il sudore.
La perdita in poco tempo di persone che avevano tanti progetti ci ha fatto capire che se hai una idea in testa devi portarla avanti. Non aspettare chissà quale occasione o quale evento favorevole. Se ce l’hai e ci credi devi andare. Nel giro di sei mesi abbiamo iniziato tutto. Piantando anche i vigneti. Era il gennaio 2015.
Prendi i tre ettari del nonno. Li lavori bene con le poche e malconce attrezzature. Pianti le barbatelle. Una per una. Con la voglia di fare qualcosa. Con la speranza di ottenere qualcosa. Con la necessità di produrre qualcosa.
Siamo partiti da zero impiantando le barbatelle che abbiamo messo noi e gli amici. I pali da una ditta e noi che aiutavamo. Il nonno essendo agricoltore aveva qualche mezzo. Qualche ferro vecchio che ho usato per le lavorazioni.
Messe le barbatelle, inizia il lavoro. Insieme all’attesa. Generalmente se si hanno i fondi a disposizione, il tempo di almeno due anni necessario alle barbatelle per produrre i primi grappoli accettabili, viene impiegato per realizzare la cantina. Se non li hai invece, oltre a non fare la cantina devi sbarcare il lunario. Pianti le barbatelle e poi vediamo.
Occorre dunque aspettare il 2017 per la prima vendemmia. Vendemmia che non può prevedere la vinificazione perché la cantina non c’è. Unica strada è farselo produrre da terzi.
In molti di quelli che parlano da profeti, e non è critica o invidia, hanno le spalle coperte. Noi no. Non potevamo fare l’investimento della cantina. Abbiamo fatto il vigneto con gli aiuti regionali e il 40% dei lavori in economia.
3000 bottiglie e qualcosa di sfuso. Null’altro si poteva ottenere in fin dei conti. Nel 2017 così come nel 2018 magari con un po’ di sfuso in più.
“Il nonno era produttore di vino ma la storia del vino del contadino che era buono è una stronzata pazzesca. Da noi si dice “non si strozzavano”. Se non aggiungevi acqua, era imbevibile.
Schiettezza. Mirko è così. Dice ciò che pensa. Dice quelle cose che tutti sanno e pensano ma si vergognano di dire.
Gli anni del covid portano a produrre le stesse quantità. L’aumento dello sfuso, la consegna a domicilio e soprattutto i bassi investimenti li aiutano a superare la bufera. Ma proprio nella bufera capitano le cose. E quando capitano puoi prendere o lasciare quello che il destino ti offre. Ogni cosa ha un prezzo. Economico o di impegno. Il prezzo comunque c’è.
Capita così che nel 2020 c’è l’occasione di prendere due ettari di un vigneto di Verdicchio impiantato negli anni 80. L’occasione è ghiotta ancorché impegnativa. Sempre in due, Monia e Mirko, sono. Pochi soldi e tanta voglia. Monica a tempo pieno, Mirko a metà.
Nel 2020 abbiamo ampliato l’azienda con un vigneto di due ettari dei primi anni 80. Ci siamo avvicinati ad un enologo emergente della zona che ci ha supportato nella gestione del vigneto. Il vigneto acquisito ci ha consentito di ottenere un discreto prodotto. Migliorando con enologo e cantina è uscita la seconda bottiglia. Con il vigneto del 2015 facciamo il Classico, con il vigneto acquisito, il Superiore.
La semplicità. Un vigneto, un vino. Niente di più, niente di meno. Nessuna lavorazione in cantina (solo acciaio a temperatura controllata, riposo sulle fecce fini e a febbraio imbottigliamento). Nessuna “costruzione” del vino: non se lo possono permettere e non piacerebbe a Mirko.
Io sono una persona che prima di produrre vini ne ho consumato tanto al bar, alle cene, con gli amici. Per me il vino è convivialità: aprire una bottiglia, tagliare una fetta di salame. Questi sono vini ideale per queste occasioni. Fatti bene nella loro semplicità. Non dico che sono unici ma non sono confondibili.
Se non è questa la vera semplicità e schiettezza non so cosa sia. Mirko è uno di quelli che pensa che riesci a vedere qualcosa in cui credi. Nel caso del vino meglio se pure consumato.
Stiamo iniziando ad impiantare le nuove barbatelle con cloni di vecchie piante. Quelle che stanno scomparendo. In zona stanno appiattendo il vino perché acquistano le barbatelle dallo stesso vivaista, hanno stesse esposizioni, le stesse tecniche in cantina.
Iniziare a fare il vignaiolo dal nulla fa capire quello che gira intorno al mondo del vino. Soprattutto ciò che serve per sostenere l’azienda, garantire la sopravvivenza. Partendo dalle dimensioni che non possono non prescindere dal territorio e da ciò che si produce. Su questo Mirko ha le idee chiare.
Il nostro obiettivo è arrivare a 7 ettari di vigneto rispetto ai 5 attuali. Produrre non cinque etichette perché è difficilissimo ma magari una bollicina e basta. Per ora, con la conoscenza del vino, e in cinque anni non sei nessuno, non so ancora bene cosa fare. Di certo non gradisco i vini passati in cemento. Su dieci vini che assaggio gradisco solo quelli che fanno acciaio. Perché non aggiunge ne toglie nulla. Cemento e legno tolgono territorio. Non è sbagliato farlo ma per una azienda di 6 ettari con 55/60000 bottiglie vorrei qualcosa di territorio.
E le idee chiare anche sul tipo di vino.
Adesso tutti ricercano i vini naturali. Ma i vini naturali fatti bene quanti sono? Alla fine, il vino è un passaggio temporale tra l’uva e l’aceto. L’uomo con le prove e lo studio ha allungato questo arco temporale. Molti sul mondo del vino raccontano la storiella strappalacrime o la favoletta. Alla fine, qui si combatte con le riba a fine mese, le buste paga dei collaboratori. Vendere il Verdicchio sopra i 10€ non è facile. La fascia media dei prezzi del classico è da 5 ai 7€. Il Superiore dagli 8.50 agli 11€. Non ci si può permettere di giocare. Ti raccontano quanto è bella la vita in campagna ma a Pasqua pensavo di stare a casa invece ero nel vigneto perché aveva grandinato.
Quanta verità in queste parole. Le storie inventate per dare un tono alla cantina sono frutto della ricerca di una qualsiasi narrazione con lo scopo di fornire spessore ai vini, blasone alla cantina. Darsi un tono e cercare nel passato la propria ragion d’essere. Vedere e comprendere invece il lavoro, il lavoro vero fatto di fatica e sudore, per necessità, passione o entrambe le cose, è bellissimo. Puoi raccontare la storia più bella del mondo ma poi, alla fine, il vino lo si beve. Se è buono. Se fornisce gioia attraverso sensazioni e convivialità. Ma quando capisci da dove viene, quanto lavoro c’è dietro, quante gocce di sudore oltre che di uva ci sono nella bottiglia, allora, il vino ha più gusto.
Mirko e Monia hanno iniziato questa avventura per un mix di necessità e passione. Al quale forse io aggiungerei la voglia di libertà di Mirko. Ma questa la lasciamo a latere. Anche perché poi Mirko, a parte alcune lavorazioni con i mezzi si occupa di amministrazione, vendita e quant’altro di burocratico c’è da fare.
In vigna le lavorazioni le fa esclusivamente mia sorella e non vuole che io ci entro. Potatura e legatura insieme a due baby pensionati.
Anche la gestione del vigneto evidenzia a pieno la filosofia di Mirko che deve essere anche quella di Monia
Per il vigneto, non siamo in biologico ma facciamo la lotta integrata. Non facciamo uso di erbicidi ma di concimazione organico e sovescio. La poesia è bella ma la realtà è altra. Non possiamo permetterci di perdere il 30% del prodotto o portare l’uva non sana in cantina. Utilizzando prodotti giusti al momento giusto, nel vino non riporto nulla. La solforosa è sotto il limite del biologico perché se l’uva è sana non me ne serve tanto. E questo ce lo dicono le analisi. Fino al 2019 i migliori clienti della cantina Capriotti erano gli stessi Capriotti.
Pragmatismo puro. Dettato certo dalla necessità di sostenibilità, ambientale, del prodotto, dell’azienda, ma anche dal carattere di Mirko (e Monia). Senza favolette. Senza prese in giro. Con convinzione e razionalità. Unico vero scopo, unica modalità per non fallire è portare l’uva bella e sana in cantina. Perché poi, non si può fare più nulla. Una filosofia meravigliosa che rende i vini semplici ma veri.
Due i figli di Monia, uno di Mirko. Il futuro sarà loro se lo vorranno. Di certo adesso occorre portare avanti l’azienda e ad una eventuale cantina, non ci si pensa.
Tutte le cantine che funzionano hanno due/tre generazioni all’interno. Tutte le altre o chiudono o fanno una vita grama. Siamo in due e se faccio una cantina devo mettere un operaio: non ce lo possiamo permettere.
Per adesso dunque il piano è pensare al turismo del vino che la Statale 76 in qualche modo agevola. Un agriturismo, la vendita al bicchiere, la vendita diretta. L’imperativo è bilanciare i minori margini derivanti dalla distribuzione.
Molti hanno fatto la cantina e poi hanno pensato a vendere. Io penso prima a vendere.
Mirko è simpaticissimo ed esplosivo. Con il suo intercalare marchigiano, il sorriso sempre pronto, le battute, gli aneddoti. È uno che vive e ha vissuto. Ma è pratico. Senza fronzoli. Essenziale.
Sente il peso delle vendite. La responsabilità del suo ruolo per le entrate della cantina. Lo fa con il sorriso e la leggerezza di chi ha confidenza del prodotto che offre.
Qui il barista guarda il prezzo ma io gli dico di non fossilizzarsi sui 30 centesimi in più rispetto alla concorrenza. “Vedi quanti ti chiedono il secondo bicchiere” gli dico. Perché chi inizia a provare il mio vino, se ne innamora.
Territorio nelle bottiglie e territorio nella distribuzione. Prima vengono le Marche poi il resto. Che comunque c’è.
Sono sempre convinto che se non sono padrone a casa mia non posso andare fuori. Andrò all’estero quando sarò ben conosciuto qui in zona. Stiamo coprendo bene le Marche. Facciamo qualcosina a Roma con un distributore e quest’anno mi devo mettere di impegno per trovare altre strade.
Partiti da 3000 bottiglie si è arrivati alle 11.000 bottiglie del 2022 puntando alle 16.000 del 2023. Tutte con due etichette: La Pietra, un Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico e Kàlamos, il superiore. Niente rossi in lista perché come dice Mirko
Il territorio non è vocato per il rosso. Non lo voglio fare a meno che il mercato non me lo chieda ma rischio di non farlo con uve mie. Le bollicine se le faccio, le faccio con le mie. Sto assaggiando tante bottiglie per capire in che fascia di prezzo potrò venderle. Occorre capire l’investimento. Quest’anno sicuramente una base la facciamo. Sto assaggiando anche qualcosina in anfora perché se esco col metodo classico esco tra 3 anni. L’anfora ha poca concorrenza.
Ho avuto modo di assaggiare entrambe i vini di Mirko e Monia: rappresentano a pieno il territorio, l’azienda, il carattere. Semplici e non ruffiani. Genuini e non edulcorati.
La Pietra, Verdicchio Classico, è un vino che offre una ottima pulizia di bocca grazie al retrogusto agrumato. Retrogusto pericoloso per il finale amarognolo che si accentua se lasciato scaldare. Munirsi dunque del secchiello per il ghiaccio nelle calde sere d’estate è d’obbligo anche se, confermando quanto diceva Mirko, il vino lo si finisce subito. Semplice e ottimo proprio per questa semplicità. Paglierino dai riflessi verdognoli con pochi sentori ma invitanti: agrumi, fiori di campo, fieno e un mango che inizia a percepirsi. Secco, caldo, fresco e soprattutto sapido, offre una persistenza buona ma non eccessiva insieme ad una bella chiusura di bocca. Perfetto anche per un aperitivo.
Kàlamos, è Superiore già dalla luminosità di quel color paglierino che rende evidente la provenienza dalle vigne più mature. I sentori diventano articolati con il cedro, il pompelmo, l’ananas, la banana, il lieve vegetale, i fiori di girasole, iodio, pietra focaia. Bella freschezza, secco e un calore non particolarmente evidente. Spicca invece ancora la sapidità. Un sorso molto armonico e persistente con ritorno di agrumi dovuto ad un bellissimo bilanciamento. Uno di quei vini per i quale un sorso invoglia l’altro, sia perché è buono sia perché la bocca viene lasciata in uno stato davvero interessante. Abbinamento direi con una pasta con zucchine o un pesce tipo scorfano.
Quanto al nome, Kàlamos, sarebbe stato facile imbastire una storia tipo: il nome Kàlamos è un omaggio ai miei genitori che ogni anno ci portavano in barca proprio a Kàlamos, l’isola greca dello Ionio tra la costa e Cefalonia. Li era la base delle nostre estati. Ecco sarebbe stato facile e bello. Ma i genitori di Mirko e Monia non penso avessero le possibilità di farsi una barca. Kàlamos è il calamo, la sottile canna usata per scrivere. Sottile come la strada, via Canneggie, che collega i due vigneti. Canneggiare poi vuol dire misurare. Anticamente lo si faceva con una canna. Da qui il nome, pratico, legato al territorio, senza fronzoli. Niente di più lontano da una favola. Come lo è Mirko.
Niente favole dunque per la Società Agricola Capriotti. Niente favole per Mirko e Monia. Solo cose concrete. Solo fatica, voglia, passione. Da questo nascono vini che sanno di tutto ciò. Difficile emergere in un mondo così complesso ma io glielo auguro di cuore.
Ivan Vellucci
Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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5 Luglio, 2023
Vini per l'Estate
Vini per l’Estate 2023 è stata la manifestazione organizzata da DoctorWine di Daniele Cernilli e tenutasi nella splendida cornice della terrazza dell’hotel Mama Shelter a Roma. Ambizione quella di proporre vini tipicamente estivi: grande freschezza e bevibilità senza rinunciare però alla complessità e finezza.
Tutto all’insegna della semplicità e della grande capacità organizzativa, la giornata di fine maggio (domenica 28 per la precisione) meravigliosamente assolata e calda a discapito del clima tropicale della Capitale, è stata ideale per testare i vini proposti.
Devo dire che le proposte sono state tutte azzeccate. Anche nei, giustamente pochi, vini rossi si è apprezzata la qualità estiva.
Proposta anche la guida Vini per l’Estate presentata in anteprima a Milano il 20 maggio.
NB I miei vini sono nelle stories “DoctorWine” del mio account Instagram (link sotto)
Ivan Vellucci
Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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30 Giugno, 2023
Diana e Giacomo: due cuori e una vigna
Diana e Giacomo: due cuori e una vigna
Ed è per questo che ti sto chiedendo
Di cercare sempre quelle cose vere
Che ci fanno stare bene
….
Superando quegli ostacoli
Che la vita non ci insegna
Solo per cercare di essere più veri
Per guardare ancora fuori
Per non sentirci soli
Quando parlo con Diana e Giacomo e li vedo insieme mi torna in mente la canzone “Due Destini” dei Tiromancino. Iniziamo il nostro incontro e gli dico di getto “Sembrate una coppia ben affiatata”
Dobbiamo esserlo. Per forza. Tra figli e lavoro insieme dobbiamo per forza andar d’accordo.
Una bimba di 4 anni e un bimbo di 1 anno.
Giacomo si occupa dell’azienda dal punto di vista fisico. Io della burocrazia.
Io ne sono ben felice.
Una coppia unita e solida. Con compiti divisi e una unione che non teme lo stress. Anche se di stress in queste zone non ce ne è traccia. Siamo a Brentonico, 4000 anime circa della provincia di Trento. Il monte Baldo e il Nago alle spalle e il lago di Garda dinanzi,con l’Ora, il vento che spira dal lago, a mitigarne il clima pur sempre alpino. Una zona tranquilla ed assolata dove il tempo scorre lento e le stagioni si susseguono senza particolari scossoni. Tutto sembra al proprio posto. Lo scenario che si presenta è incantato. Non c’è un granché da fare qui, eppure Diana e Giacomo scelgono di vivere proprio qui, a Brentonico ad occuparsi di poco più di tre ettari che furono del bisnonno di Giacomo.
In realtà era il mio trisnonno. Avevano iniziato avendo le viti, tabacco, poi classici campi per il sostentamento della famiglia.
Bisnonno e nonno di Giacomo iniziarono dopo la seconda guerra mondiale a produrre e vendere vino. Ma non solo, perché in quel periodo l’arte di arrangiarsi li condusse a produrre anche distillati di contrabbando.
Adesso si può dire
Diana sorride guardando teneramente Giacomo.
Siamo in una zona di confine in fondo. Qui passavano in tanti lasciando sul territorio i segni e una estrema povertà.
Le notti di luna piena, mio nonno, insieme alla sorella Ester, partivano con zaino in spalla portando grappa e vino rosso. Partivano, scendevano in valle, arrivavano ad Ala e proseguivano per la Lessinia dove c’erano le Malghe. Qui scambiavano vino e grappa con formaggi e mortadella e altro per poi tornare indietro.
Un percorso non proprio agevole ma necessario. Per la sopravvivenza.
Ho sposato Diana che era della Lessinia. In qualche modo è tutto collegato
Magari i nostri nonni erano insieme a fare business
Il nonno di Giacomo vinificava, come di consueto da queste parti, per conferire le uve alla cantina sociale. Quello che rimaneva era per il consumo della famiglia. Poi con il papà si perse la passione della vinificazione e le uve si conferivano tutte alla cantina sociale.
Ci tengo a precisare che mio suocero è astemio. È un grandissimo viticultore perché se non ci fosse lui avremmo tanti problemi.
Nel territorio del monte Baldo quasi tutti conferiscono alla cantina sociale. Nessuno ha avuto il coraggio, il genio, la pazzia di dire “inizio a vinificare” per valorizzare il territorio. Gran parte dell’uva qui va a finire a Ferrari per lo spumante
In fondo come si fa a non comprendere le persone di questa zona. Qui la viticultura è eroica. Le terrazze sono ripide e le lavorazioni non possono che essere manuali. Terrazze belle a vedersi e a visitare con gli estasianti paesaggi da offrire alla vista. Ma gestire le lavorazioni, qui è altra cosa.
Penso che tanti hanno fatto la scelta lasciar perdere la vinificazione perché dopo l’impegno in vigna non avevano voglia e soldi per la cantina.
Giacomo, con il bisnonno (anzi tris nonno), nonno e papà che si ritrova non può non aver sempre lavorato in campagna. Oltre che fare il consulente agronomo.
Adesso ho ancora qualche cliente che seguo in maniera tecnica però principalmente mi occupo dell’azienda agricola.
L’incontro con Diana segna la vita di entrambi.
La nostra scelta è nata dal momento in cui ci siamo conosciuti. Lei viveva più in città, io in campagna. Cosa facciamo? Vieni tu da me? Io da te? Abbiamo scelto di restare con tutte le difficoltà del caso ma con lo scopo di portare vita in un territorio che rischia l’abbandono. Siamo in montagna, ci sono i vigneti ma prevale il bosco e le spine.
La scelta di valorizzare il territorio è lodevole. Pochi gli ardimentosi impegnati a produrre vino in queste zone. Eppure il territorio è bellissimo e vocato. Mancano forse le possibilità. O la voglia di valorizzarlo fino in fondo.
Per Diana la scelta di passare dalla vita che scorre velocemente della città a quella di un luogo dove tutto scorre più lentamente non è stata difficile. L’amore? Per Giacomo sicuramente ma anche per questi paesaggi incantati dove si vive al passo delle stagioni, del canto degli uccellini.
Fino all’altro giorno non c’era nulla ora ti svegli al mattino e cantano tutti.
Diana e Giacomo con i loro figli, iniziano la loro avventura pochi anni fa con l’azienda unica fonte di sostentamento.
Siamo partiti nel 2020. Maggio 2020. Dopo diversi anni di prove per raggiungere il prodotto che volevamo avere e vendere. L’azienda esiste come vitigni dal bisnonno di Giacomo. C’era un’ottima base ma volevamo dare una identità all’azienda attraverso i prodotti.
Prove e controprove. Le classiche micro vinificazioni fatte in maniera casalinga. Gli amici che provano, qualche esperto e tanta allegria mista a passione. La sfortuna di essere pronti proprio nel 2020, anno nefasto. Ma quando parli con loro sembra non essere stato così. Anche perché non è che qui si stesse proprio “chiusi” in casa. In ogni modo il periodo è stato utile per pensare, provare, stare ancora più insieme.
Noi ci mettiamo la sera e facciamo tutto noi. Anche le etichette. Questo è merito del Giacomo. Qualche merito devo pure riconoscerlo.
Giacomo si occupa della vinificazione coadiuvato da un consulente esterno. L’azienda è piccola e i soldi sono pochi. La cantina non può che essere in affitto con tutta l’intenzione di ristrutturare parte della casa per dedicarla al vino.
E dire che il nonno di Giacomo la cantina l’aveva. Solo che non era a norma
Bisnonno contrabbandiere. Nonno con la cantina non a norma. Che miti!
Ogni tanto io aiuto lei nelle pratiche e allo stesso tempo lei mi aiuta in vigna nella potatura verde, la potatura normale in inverno e autunno e durante la vendemmia quando c’è la massima agitazione
Da quando ho sposato lui le unghie non sono più quelle di una volta. Io vengo da un ambito diverso, il marmo, e stare in campagna, nonostante la difficoltà, le emozioni che hai con il panorama, è impagabile
Quando chiedo loro il perché di un nome come Sondelaite, Diana dimostra la sua, condivisa con Giacomo, passione per la storia. La storia di questi luoghi, degli avvenimenti, della gente. È un fiume in piena ogni volta che c’è un riferimento da cogliere, da approfondire e studiare di più.
Sondelaite è una crasi di parole tedesche modificate nel tempo. Tano per non dimenticare che questa è zona di confine con l’influenza, presente e passata (nonché futura) dell’Austria. Sondelaite identifica i delaite, terrazzamenti, esposti costantemente al sole
Una parte del territorio si chiamava una volta Sondelaite e abbiamo deciso di usarlo per l’azienda. Anche la contrada della Lessinia dalla quale io provengo si chiamava Sondelaite.
Coincidenze? Casualità. Come non credere che due destini si possano in qualche modo unire.
In questo che sembra un paradiso, la vita è difficile e al tempo stesso meravigliosa. C’è grande attenzione perché l’azienda rimane pur sempre l’unica fonte di sostentamento della famiglia. E la partenza per via della pandemia non è stata delle più fortunate. Ma adesso che i magazzini si svuotano, i sorrisi diventano più aperti.
Tre vitigni e due vini in portafoglio più alcune idee per il futuro.
Anzitutto lo Chardonnay per la presenza di terreni calcarei. Ma anche perché c’era già. Come i rossi Lagrein e Rossara. Quest’ultimo in particolare grazie ad un terreno preso in affitto da un signore anziano dove ve ne erano alcuni filari.
Non c’è Rossara al monte Baldo e in Trentino è presente su pochi ettari. Abbiamo pensato di valorizzarla per valorizzare la zona. Solo che non potevano vinificare in purezza per le poche piante così che abbiamo usato il Lagrein realizzando un prodotto meno pieno e di facile beva con attenzione alla freschezza ed ai profumi.
Due soli vini abbiamo detto. Il primo è il Kronil da uve Chardonnay. Ecco, fermi tutti. Se provate a chiedere a Diana del perché del nome, parte in quarta (preparatevi anche per il rosso) con una spiegazione che è una favola sensuale. Diana ha un modo semplice di raccontare le cose che sembra essere quello del racconto di una avventura per i suoi figli. La sua voce riesce a portarti indietro nel tempo.
Quello che abbiamo voluto fare è produrre prodotti artigianali e di qualità ma soprattutto (perché siamo innamorati del territorio) raccontare la storia del territorio. Siamo appassionati di storia e delle nostre radici. Della popolazione di Brentonico. Ci siamo prefissati con ogni prodotto di raccontare una storia del vitigno e del paese. Cronil è una parete rocciosa a strapiombo sopra l’abitacolo di Santa Cecilia. Prossimo ai vigneti da dove proviene l’uva. Questo posto è stato molto importante perché nel 1703 vi si rifugiarono gli abitanti del borgo di Crosano per sfuggire dell’esercito francese del generale Vendôme (l’invasione del Trentino si inserisce nella Guerra di Secessione spagnola ndr).
Cronil è l’unico posto dove nasce e cresce spontaneamente il prezzemolo. Forse per via delle sementi che portarono quelle persone. L’ultima volta che l’abbiamo visitato, abbiamo deciso di mettere in etichetta la tria (il tris, ndr) perché incisa sulla roccia che da sullo strapiombo: le persone passavano le giornate a giocare alla tria. Ci è venuto in mente il periodo trascorso in casa nel 2020 e l’unico nostro svago era buttarsi sull’azienda agricola. Il collegamento con loro che erano in questo angusto spazio non avendo altro della tria per passare le giornate è stato immediato. Insomma, la tria come auspicio di ritorno alla libertà!
Sono dei geni. Davvero bravi. Se il lockdown ha generato queste idee, è servito a qualcosa!
La vendemmia, manco a dirla, manuale con rese sui 70 quintali. Due vigneti di 7 anni e 40 anni. Pre-vendemmia per base spumante (la novità in arrivo…). Poi massima maturazione e blend tra i due vigneti. Pressatura soffice. 70% in acciaio resto in barrique di secondo passaggio di media tostatura.
Utilizzamo un tappo di Nomacorc. Nuova tecnologia con barbabietola da zucchero. L’azienda non emette co2. Ha una microossigenazione controllata. Non saprà mai di tappo. Nessuna alterazione.
L’animo ambientalista anche nelle piccole cose.
Il risultato è un vino che recepisce la freschezza dal vigneto giovane e la complessità e struttura dal più vecchio.
Al naso ci sono certo frutta e fiori, ma ciò che piace di più è la sapidità. Una spiccatissima mineralità che si lega ai sentori di camomilla viranti verso il miele. Viene fuori la pera, la mela, la nota di pompelmo nonché la pietra focaia che emerge prepotente. Una grande finezza ancorché non particolarmente complesso, cosa questa che rende il prodotto estremamente bevibile.
Volevamo fare prodotti adatti a momenti conviviali. Bella beva, estivo, fresco. Come per il rosso. La semplicità fa la differenza.
Non è un vino né estremamente fresco né particolarmente verticale. È caldo e morbido, di quella morbidezza che solo le vecchie viti sanno dare. Ha un ritorno retro olfattivo tenue. Persistenza buona. Spicca anche in bocca la sapidità. Bocca che chiude decisamente bene. Risulta alla fine un vino facilmente abbinabile che si lascia bere anche da solo per la sua estrema piacevolezza. Il finale, che tende ad andare verso l’amaro senza mai arrivarci, lo rende ben abbinabile con un semplice pesce (di mare). Schietto, diretto. Bel prodotto. Bella immediatezza.
Proviamo il rosso 2021, Galee.
Anche questa è una storia straordinaria del nostro territorio raccontata attraverso l’ancora di galea veneziana in etichetta ritrovata al largo del Lago di Garda. È la storia della “Gales per montes”, una impresa compiuta da persone ed animali del territorio nel 1439 e voluta dalla Serenissima Venezia, con l’obiettivo di liberare Brescia dal dominio milanese: l’unica strada libera da Venezia per arrivare a Brescia era l’Adige!! Percorsero l’Adige per Verona risalendo fino all’abitato di Marco vicino Rovereto. Qui si fermarono per creare una strada che li conducesse aldilà dei monti fino al Garda. Abbatterono case e alberi per realizzare una via sulla quale far scivolare, su grossi tronchi, le imbarcazioni trainandole con tutto ciò che era possibile. Raggiunsero il Lago di Loppio (prosciugato negli anni 50), rimisero le imbarcazioni in acqua fino ad Nago. Da qui le Galee vennero trainate su per il monte per poi farle scendere verso il Lago di Garda spiegando le vele e usando l’Ora (il vento che spira da sud verso nord e che tanto bene fa alle vigne, ndr). Da Torbole salparono per Desenzano riuscendo a rifornire Brescia che riuscì così a resistere un altro anno. L’anno seguente, la Serenissima volle ripetere l’impresa smontando però stavolta le navi a Venezia per rimontarle nel porto di Torbole. Le successive battaglie condussero alla vittoria sul Ducato di Milano. C’è un dipinto (di Tintoretto, ndr) che raffigura questa battaglia all’interno di Palazzo Ducale a Venezia. Una impresa alla pari di quella di Annibale!
Bella la storia e bella l’idea di realizzare un “vino da sete” ovvero un prodotto che potesse in qualche modo somigliare al vino che bevevano le persone che trainarono le navi, il nettare per darsi forza. Insomma qualcosa di meno raffinato e “pesante” di un Lagrein.
Loro non potevano bere un vino pesante. Dovevano bere qualcosa di fresco che desse energia.
80% Lagrein, 20% Rossara. Blend in acciaio per il 60% ed il restante barrique di secondo/terzo passaggio per 9 mesi. Lagrein coltivato a 350metri di altitudine; la Rossara, che maturerebbe prima, a 470metri così da bilanciare le maturazioni. Terreni, profondi, calcaree con depositi sabbiosi. In bottiglia per almeno 4 mesi.
Nel calice i sentori appaiono vivi e schietti. Fiori e frutta la fanno da protagonisti esprimendo a pieno il territorio. La frutta nera ancora non matura come mora, ribes, prugna lo rendono quasi civettuolo. Non mi aspetto una estrema morbidezza al sorso. C’è una interessante nota mentolata e di liquirizia che fa capolino insieme a del balsamico, al sottobosco, alle spezie dolci e al pepe: complessità non eccessiva ma tanta immediatezza. Il colore rubino con riflesso porpora indica la possibilità di maggiore affinamento (in fondo è solo un 2021).
Al sorso è fresco, secco, non particolarmente caldo, sapido. Decisamente sapido! I tannini non sono aggressivi. Leggera punta di amaro verso la fine che aiuta l’abbinamento con piatti tipici tipo polenta e capriolo o una merenda con speck e formaggi.
È stato tutto studiato perché facciamo anche una piccola quantità di farina per la polenta. Farina super integrale. Molto saporita con sementi di mais antichi dei quali non sappiamo nemmeno la provenienza. Ce li ha tramandati il nonno. Li abbiamo sempre utilizzati per autoconsumo. Coltivati a dieci metri da qui
Qui tutto è artigianale. Poche bottiglie prodotte (1500 bottiglie di bianco e 2000 di rosso) con lo Chardonnay prodotto tramite lieviti selezionati, il rosso senza alcuna aggiunta.
Miracoli in cantina non si possono fare ma c’è cura nella vigna da parte di mio marito e mio suocero.
Diana e Giacomo non sono due persone che se ne stanno ferme. Dinamiche, molto attive. Hanno sempre qualcosa su cui ragionare.
Piano piano siamo cresciuti. Prossimi alla quarta vendemmia, vediamo che il magazzino si svuota. I feedback sono positivi. Adesso c’è una piccola novità
Adesso sembra che sono incinta
Il prossimo anno usciremo con il primo metodo classico. Abbiamo terminato da poco il luogo dove fa l’affinamento: una grotta in campagna che ha umidità e temperatura sempre costante. Farà tre anni di affinamento sui lieviti. Uve chardonnay
In questi luoghi dove camminando tra i vigneti si vedono paesaggi degni di un film, dove si trovano fossili resti di epoche geologiche passate, dove il terreno cambia metro dopo metro, Diana e Giacomo hanno trovato il loro luogo ideale. Un luogo che custodisce la loro vita e quella dei loro figli. Un luogo che vogliono e devono preservare e valorizzare.
Per noi l’agricoltura non può che essere sostenibile. Fa parte di noi.
Basta venire per vedere il numero di coccinelle che ci sono qui.
Continuereste a far vivere i figli qui?
Siamo contenti che i figli crescano qui perché qui abbiamo tutto. Qui è più difficile dunque danno più importanza alle cose. Domani vorremmo solo che diventino cittadini del mondo. Qui le radici poi chi lo sa.
Due destini che si sono uniti. Due destini diventati oggi quattro. Una famiglia. Il loro sogno. La voglia di emergere. La passione per il territorio. L’amore per le cose. Il senso di appartenenza. La necessità di fare bene. La ricerca della serenità. Lo sguardo sempre rivolto al futuro. Il sorriso. La positività. Due meravigliosi vini (che presto cresceranno come numero).
Ecco, questo è Sondelaite. Questo Diana, Giacomo e i loro figli. Una famiglia.
Un grande, immenso, in bocca al lupo.
Ivan Vellucci
Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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28 Giugno, 2023
Il vino Orgonico: la storia di Walter Vioni
Ancora una volta fuori dalla Toscana, ancora una volta in Emilia-Romagna, ancora una volta una cantina con qualcosa in più.
Siamo a Castell’Arquato, in provincia di Piacenza, in un territorio noto principalmente per vini di ‘pronta beva’, beverini e da tutto pasto.
Sono venuta fin qui per incontrare Walter Vioni, proprietario di Cantina La Pietra, un luogo particolare, a tratti strano, eclettico e sicuramente unico.
Da fuori sembra di essere sul set di un film di fantascienza, tra tubi di acciaio, marchingegni dalle forme più svariate e strutture architettoniche davvero insolite.
Dopo aver superato i controlli di Zeus, il cagnolone che ispeziona gli avventurieri, entriamo nel cuore della cantina, la stanzetta degustazioni, fatta di legno e pietra che scalda il cuore ancora prima di iniziare l’assaggio.
Nonostante sia da diverse generazioni che questa cantina produce vino, è solo con Walter che la produzione enologica ha preso il volo verso nuovi orizzonti; la storia che vi sto per raccontare ebbe inizio nel 2016, quando Walter si vide distruggere il raccolto da una violenta grandinata.
Incredulo da quanto avvenuto, e sentendosi completamente inerme, Walter iniziò a studiare soluzioni alternative, metodi per contrastare i danni ambientali, ed è così che cominciò la sua avventura nel mondo degli orgoni, tra cloudbuster e accumulatore orgonici.
Di cosa sto parlando?
Facciamo un passo indietro nel tempo, al 1897, anno di nascita di Wilhelm Reich, medico psicoanalista, allievo di Freud, che dedicò la sua vita allo studio della psicopatologia e alla cura di malattie gravi come il cancro. Che c’azzecca col clima e col vino? Reich inventò la teoria dell’orgone, una sorta di particella invisibile che compone ogni elemento del cosmo e che, di conseguenza, è incorporata in ogni essere vivente, sia esso pianta, animale o uomo. Il livello di questa particella, di questa energia, deve mantenersi alto per assicurare la salute del corpo; se per qualche motivo il livello scende oltre una determinata soglia, il corpo sviluppa patologie, dalle più leggere emicranie ai più seri tumori. E’ proprio al fine di ricaricare i corpi e bilanciare l’energia che Wilhelm inventò l’accumulatore di orgoni, un condensatore organico composto da strati di materia organica e acciaio (o ferro zincato), al cui interno viene appunto ‘condensata’ l’energia con la conseguente accelerazione del processo di guarigione del corpo ripristinando il relativo equilibrio biologico. Entrando in contatto con gli studi di Reich, Walter sviluppò dapprima un cloudbuster, un marchingegno composto da diversi tubi in grado di manipolare l’attività orgonica dell’atmosfera portando equilibrio fra le stagioni, e dopo, approfondendo sempre più la teoria, ha concepito la botte orgonica, un tonneau che segue gli stessi principi “stratificati” dell’accumulatore di orgoni, con materiale organico e acciaio. Non tutti i vini in produzione subiscono il passaggio in botte orgonica – non sarebbe nemmeno possibile dato lo spazio ridotto della cantina. La linea dell’azienda è incentrata principalmente su vini biologici, naturali e senza solfiti. Vini ‘semplici’ e di pronta beva, quasi tutti caratterizzati da quel abboccato amabile che decisamente non appartiene al mio gusto e che per tanto faccio fatica ad apprezzare pienamente. Qualitativamente molto validi, non come i classici vini naturali che appaiono gradevoli quando bevuti sul posto e risultano imbevibili quando li porti a casa. Il vino orgonico La star indiscussa della cantina è senza ombra di dubbio il Il Petra superiore orgonico: un vino rosso fermo, 60% Barbera e 40% Croatina, annata 2015, (unica ora in vendita), gradazione alcolica 15°, senza solfiti aggiunti, non filtrato e non chiarificato, fermentato a cappello sommerso con lieviti indigeni delle proprie bucce. L’etichetta in bronzo sbalzato a mano è davvero invitante, rende l’idea della particolarità di questo prodotto che non ha uguali… lo senti che è un vino d’annata, lo senti che ha fatto un lungo affinamento in botte, lo senti che ha un corpo strutturato, una persistenza decisa e un bouquet ampio, ma senti anche un vino “giovane”, un vino VIVO, spigoloso ma corposo al contempo. Si capisce che parliamo di un vino con un potenziale di invecchiamento indeterminato, un vino che non potrebbe che trarre beneficio dallo scorrere del tempo, eppure è già pronto, completo, appagante. Sicuramente raccomando una visita a cantina la Pietra, non fosse altro per dare uno sguardo ad un mondo che non siamo abituati a vedere ma che esiste e ci pervade. Walter è stato un ottimo cicerone, paziente, esaustivo e decisamente eclettico. Riguardo agli studi di Reich, online si trova diverso materiale per eventuali approfondimenti. Ad oggi, il principale centro di studi è presso il Wilhelm Reich Museum a Rangeley, nel Maine, Usa, un museo che fu ideato dalla primogenita Eva Reich. Non esistono vini buoni o cattivi: esistono persone non adatte alla condivisione! A cura di Ambra Sargentoni. Se vuoi sapere di più su di me scopri il mio sito
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Facciamo un passo indietro nel tempo, al 1897, anno di nascita di Wilhelm Reich, medico psicoanalista, allievo di Freud, che dedicò la sua vita allo studio della psicopatologia e alla cura di malattie gravi come il cancro. Che c’azzecca col clima e col vino? Reich inventò la teoria dell’orgone, una sorta di particella invisibile che compone ogni elemento del cosmo e che, di conseguenza, è incorporata in ogni essere vivente, sia esso pianta, animale o uomo. Il livello di questa particella, di questa energia, deve mantenersi alto per assicurare la salute del corpo; se per qualche motivo il livello scende oltre una determinata soglia, il corpo sviluppa patologie, dalle più leggere emicranie ai più seri tumori. E’ proprio al fine di ricaricare i corpi e bilanciare l’energia che Wilhelm inventò l’accumulatore di orgoni, un condensatore organico composto da strati di materia organica e acciaio (o ferro zincato), al cui interno viene appunto ‘condensata’ l’energia con la conseguente accelerazione del processo di guarigione del corpo ripristinando il relativo equilibrio biologico. Entrando in contatto con gli studi di Reich, Walter sviluppò dapprima un cloudbuster, un marchingegno composto da diversi tubi in grado di manipolare l’attività orgonica dell’atmosfera portando equilibrio fra le stagioni, e dopo, approfondendo sempre più la teoria, ha concepito la botte orgonica, un tonneau che segue gli stessi principi “stratificati” dell’accumulatore di orgoni, con materiale organico e acciaio. Non tutti i vini in produzione subiscono il passaggio in botte orgonica – non sarebbe nemmeno possibile dato lo spazio ridotto della cantina. La linea dell’azienda è incentrata principalmente su vini biologici, naturali e senza solfiti. Vini ‘semplici’ e di pronta beva, quasi tutti caratterizzati da quel abboccato amabile che decisamente non appartiene al mio gusto e che per tanto faccio fatica ad apprezzare pienamente. Qualitativamente molto validi, non come i classici vini naturali che appaiono gradevoli quando bevuti sul posto e risultano imbevibili quando li porti a casa. Il vino orgonico La star indiscussa della cantina è senza ombra di dubbio il Il Petra superiore orgonico: un vino rosso fermo, 60% Barbera e 40% Croatina, annata 2015, (unica ora in vendita), gradazione alcolica 15°, senza solfiti aggiunti, non filtrato e non chiarificato, fermentato a cappello sommerso con lieviti indigeni delle proprie bucce. L’etichetta in bronzo sbalzato a mano è davvero invitante, rende l’idea della particolarità di questo prodotto che non ha uguali… lo senti che è un vino d’annata, lo senti che ha fatto un lungo affinamento in botte, lo senti che ha un corpo strutturato, una persistenza decisa e un bouquet ampio, ma senti anche un vino “giovane”, un vino VIVO, spigoloso ma corposo al contempo. Si capisce che parliamo di un vino con un potenziale di invecchiamento indeterminato, un vino che non potrebbe che trarre beneficio dallo scorrere del tempo, eppure è già pronto, completo, appagante. Sicuramente raccomando una visita a cantina la Pietra, non fosse altro per dare uno sguardo ad un mondo che non siamo abituati a vedere ma che esiste e ci pervade. Walter è stato un ottimo cicerone, paziente, esaustivo e decisamente eclettico. Riguardo agli studi di Reich, online si trova diverso materiale per eventuali approfondimenti. Ad oggi, il principale centro di studi è presso il Wilhelm Reich Museum a Rangeley, nel Maine, Usa, un museo che fu ideato dalla primogenita Eva Reich. Non esistono vini buoni o cattivi: esistono persone non adatte alla condivisione! A cura di Ambra Sargentoni. Se vuoi sapere di più su di me scopri il mio sito
23 Giugno, 2023
Pomario, la nobiltà per il vino
Pomario, la nobiltà per il vino
La nobiltà e il vino. Antico connubio poi nemmeno tanto diffuso. Sarà che un tempo i nobili non prestavano tanto attenzione a queste cose. Il vino era uno dei tanti prodotti delle proprie terre. Uno di più, uno di meno, faceva poca differenza. Abituati a tutt’altro piuttosto che andar per campi a lavorare o a trasformare i prodotti della terra. C’era chi si occupava di questo. Le cose, mondane, da fare erano altre. La terra? Si certo c’era perché dalla terra nasce tutto e il valore di un nobile si calcolava anche in funzione della vastità delle sue proprietà. Ma se quel nobile producesse un vino buono o meno, forse, all’epoca, non interessava a nessuno. Contava il titolo, le proprietà, la rendita. Solo da relativamente pochi anni (quando si parla di nobiltà il “poco” ha una accezione di parecchie decine di anni) alcune casate nobiliari hanno prestato il proprio nome all’etichetta di un vino. C’è chi l’ha fatto per necessità (anche i ricchi piangono mi verrebbe da dire), chi per estro, chi per noia. Tutti, comunque, accomunati da un comune denominatore: le terre di proprietà. Vigne vecchie, tramandate di generazione in generazione. Nessun problema di disponibilità economica (anche se non sempre è così) utile per far decollare il business. Tanto marketing utile a scrivere storie, piò o meno vere, sull’interesse nel vino dei propri avi. Insomma, pochi, davvero pochi, i nobili che hanno inoculato nel vino un po’ di passione e cuore (interessante l’articolo della celebre rivista Forbes).
Certo, a dissertar di vino e nobiltà non può non venirmi in mente Alberto Sordi ne “Il Marchese del Grillo” e le sue vigne del Mascherone. Tralascio ovviamente una delle battute, da nobile, che ha reso celebre quel film ma ne cito solo l’inizio “Mi dispiace, ma io so io….”.
Comunque sia, si può nascere nobili così come si può esserlo di animo. Difficilmente si posseggono entrambe le doti (e qui la battuta di Alberto Sordi ci starebbe tutta). Quando però, in rarissimi casi, vi è una convivenza di nobiltà di sangue e d’animo, anzi quando quest’ultima prevale nettamente sulla prima, allora il risultato è senza pari. Il titolo nobiliare è importante. Non fosse altro perché se un merito va dato alla nobiltà è la storia “trasportata” tra i secoli anche attraverso le proprie dimore e quanto in esse contenuto. La nobiltà d’animo include la classe (non quella sociale) e le buone maniere, spesso proprie di quelle persone che non solo sorridono, ma lo fanno con naturalezza. Senza ostentare. Senza far pesare la storia, il casato, il titolo. Le buone maniere delle quali si circondano e a volte, non sempre, si trasmettono anche ai propri figli.
Incontro Giangiacomo Spalletti Trivelli ed il figlio Andrea. Ci conosciamo per caso ad una degustazione. Di entrambi mi conquista il sorriso e la loro sfrenata passione per il vino.
Giangiacomo ha un volto sorridente, non certo austero né tantomeno annoiato. Ha il sorriso e l’animo di un ragazzo che vede il suo futuro ancora da essere scritto e costruito. L’entusiasmo nel suo sguardo, nel tono di voce, nelle movenze, nei modi di fare. Solare lo definirei. Sarà che la sua azienda, la Pomario, non è solo il suo e della sua famiglia, angolo di mondo lontano dal mondo, ma rappresenta una creazione nata senza volerlo. Non solo da lui ma anche dalla moglie Susanna e dai figli Andrea e Raimonda.
L’attività principale di Giangiacomo e della famiglia intera è sempre stata all’insegna della ospitalità esercitata anche attraverso Villa Spalletti Trivelli, un gioiello dei primi del novecento, a due passi dal Quirinale, oggi annoverata tra le Dimore Storiche Italiane: un boutique hotel, un angolo nascosto di Roma, che vale la pena di visitare. L’ospitalità si fa anche nei modi con cui ci si pone. Nell’atteggiamento. Nelle movenze. Come quelle di Giangiacomo ed Andrea: si capisce immediatamente l’inclinazione verso la sacralità dell’ospite.
Comunque sia, la storia di Pomario, dunque della azienda vinicola, nasce per puro caso nel 2004. Vivere al centro di Roma può sembrare fantastico ma per certi versi devastante vista la caoticità che porta con sé. È per questo che Giangiacomo e sua moglie Susanna cercano uno sfogo in campagna ad una distanza da Roma accettabile: non più di un’ora e mezza. Cercano qualcosa che sia loro. Niente di preconfezionato. Hanno bisogno di una casa in campagna. Magari da rimettere a posto.
Le agenzie immobiliari fanno varie proposte ma nessuna di queste soddisfa le loro esigenze. Bei posti ma tutte case restaurate non proprio con buon gusto. Da rimetterci mano insomma.
Ma un bel rudere da rimettere a posto?”
L’agenzia propone una cosa vicino a Monteleone di Orvieto.
Ecco, prima di andare avanti vado direttamente alla fine ovvero ad un aneddoto che Giangiacomo, in chiusura della nostra chiaccherata ha ricordato. Parto dalla fine perché quell’aneddoto esprime esattamente tutta la storia di Pomario. Dell’amore e della passione di persone che, pur non avendo mai avuto a che fare con la campagna, dunque con la vite ed il vino, hanno profuso per oltre 17 anni. Senza la benché minima intenzione di smettere. Anzi.
Susanna ed io siamo andati una domenica ospiti da un amico di vecchia data che aveva acquistato una proprietà vicino Todi. Abbiamo mangiato e poi ci ha fatto visitare la proprietà. Era così bella che con mia moglie ci siamo guardati e lei ha detto “se quel giorno Fabio (l’agente immobiliare), ci avesse fatto vedere questa cosa, Pomario non sarebbe nata.
Eh già. Sarebbe stato difficile acquistare una proprietà come quella di Pomario che di bello, all’apparenza, non aveva nulla per un’altra pronta e vivibile.
Quello che infatti trovano Giangiacomo e Susanna è il nulla. Già, il nulla. Abbandonato da tempo. Lasciato alla mercè del tempo
Siamo arrivati qui in una giornata orrenda. Nebbia spaventosa. Non si vedeva nulla. Siamo entrati in un bosco avvolto nel surreale silenzio. Si vedeva solo una vigna e degli olivi fino a quando è emersa la casa che sembrava un po’ la casa che si disegna da bambini.
Insomma, non una bella impressione. Come la racconta, sembra una scena di un film horror. Fabio, l’agente immobiliare non sembrava avesse avuto una buona idea a portarli lì, in quel giorno. O forse no. Perché Giangiacomo e Susanna decidono di tornarci. Con il sole. Chissà, forse una scintilla era già scoccata senza saperlo. Vai a capire se il cuore riesce a vedere più degli occhi e oltre la nebbia. Fatto sta che il compromesso viene firmato subito dopo essere ritornati. Con il sole. Al cuor non si comanda. Anche se poi si arriva a comprendere come i lavori necessari per rendere abitabile una casa, senza neanche acqua e luce, con tutto da rifare, con le terre incolte, non siano proprio banali. Ma al cuor non si comanda. Punto.
Abbiamo anche conosciuto una persona che ha vissuto qui per pochi anni e fino agli anni 50. Dopo di che c’è stato l’abbandono. Il proprietario non curava né gli olivi né la vigna. Quando la abbiamo acquistata era in vendita da alcuni anni. Aveva anche il problema di far rivivere il posto poiché mancava l’acqua, la luce.
Casa a parte, che a chiunque darebbe dei grattacapi non dà sottovalutare, occorreva anche dar conto di una bella pertinenza di 50 ettari: quaranta di bosco (quello fitto dal quale emerse la casa disegnata) e il resto diviso tra ulivi, terreno seminativo e un misero ettaro di vigna vecchia.
Trebbiano, Sangiovese, l’uva era tutta mischiata come erano quelle dei contadini di un tempo.
Insomma, qui non può non intervenire il Marchese Onofrio del Grillo quando porta il francese Blanchard nella sua tenuta e questo gli chiede “Sono tue queste terre?”. “E qui è tutto mio” fa il Marchese. “Fino a dove?” rincalza Branchard. “Ma non lo so. Fino al mare”.
50 ettari sono tanti. Specialmente se non hai in mente nessuna intenzione di fare qualcosa di agricolo e l’idea di metter su una azienda. Il rischio è lasciarli incolti.
La terra c’era. Era bella così. Già ristrutturare la casa era cosa difficile. Così che l’uva raccolta si conferiva alla cantina sociale.
Giangiacomo non è uno che se ne sta con le mani in mano. Sogna. Perché il suo animo lo porta a questo. Immaginare il futuro come gli piacerebbe che fosse.
Un giorno dissi all’agronoma Federica De Santis “Ma se provassimo a fare una vinificazione qui con la vecchia vigna”?
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È qui che si apre l’atto enoico (non eroico!) di Pomario con attori che entrano in scena a costituire, da qui in poi, una parte fondamentale della storia. Una qualunque struttura, grande o piccola che sia, si basa sulle persone. Persone che, certo, lavorano e devono percepire il loro stipendio. Ma che quando riescono a costituire l’anima dell’azienda, diventano di questa parte integrante.
Federica non può che rivolgersi alla sua amica enologa Mery Ferrara, la quale coglie immediatamente le potenzialità del terreno, dell’esposizione, dell’influenza del bosco. Un unicum al quale non può non dedicare la sua attenzione.
Compriamo una pigiaderaspatrice usata, una pompa (entrambe stanno ancora lavorando), una barrique, un tonneau e partiamo.
Siamo nel 2009 e l’unica vigna è quella trovata e rimessa a posto col poco tempo a disposizione. Si ricava a malapena il quantitativo di uva atta a riempire un tonneau di rosso e una barrique di bianco.
È venuto un vino che ha risentito del tonneau e della barrique nuova. Già l’anno dopo era meglio. Ogni tanto apriamo una bottiglia ed ancora strepitoso.
È buona norma offrire del vino ai propri ospiti. Anche perché se lo produci a qualcuno lo devi pur far bere. Fatto sta che qualche ospite suggerisce a Giangiacomo di mandare alla rivista Decanter a Londra una bottiglia di Satriano, il rosso da Sangiovese in purezza.
Abbiamo vinto la medaglia d’argento! Così che abbiamo subito clonato le vecchie varietà di Sangiovese, Trebbiano e Malvasia coprendo le fallanze della vecchia vigna.
Fortuna del principiante? Ottime vigne? Brave enologa e agronoma? Sarà un mix magari, ma a fronte del risultato non si può non impiantare le nuove vigne. Il progetto del vino è ufficialmente avviato.
Eh già direte voi. Facile partire con un progetto del vino quando sei nobile e disponi di finanze necessarie all’opera.
Calcoli e business plan, non sono stati fatti all’inizio. Era solo passione e cuore. I calcoli cominciamo a farli adesso perché siamo alla conclusione del progetto. Ci stiamo arrivando. Tutto è stato fatto senza calcoli e con i mezzi per poterli fare. Un consulente ci ha fatto avere i fondi europei per fare le cose al meglio. Il 40% a fondo perduto ha aiutato.
Giangiacomo non si nasconde perché non ne ha bisogno. Ciò che traspare è il vero amore per questa avventura. Amore e passione che vanno aldilà dell’aspetto economico. In fondo, l’avventura, senza l’anima, il sorriso e l’amore per queste terre, avrebbe portato solo alla rovina. O neanche sarebbe iniziata.
E poi abbiamo, per colpa o per fortuna, mia moglie chiese a Mery: “ma un vino come il Calcaia, potremmo farlo qui”?
Sarà una coincidenza ma la cantina Barberani che produce il Calcaia, vino muffato da Grechetto e Trebbiano toscano, era (ed è) seguita da Maurizio Castelli con il quale Mery collaborava. Si individua subito un terrazzamento che degradava verso il bosco, lì dove le nebbioline possono consentire all’uva di vivere in simbiosi con i ceppi di Botrytis Cinerea. Solo 8000 mq sui quali vengono impiantati Sauvignon Blanc e Riesling. Et voilà il “Muffato delle streghe” è servito.
È un nome che ho voluto dare perché derivato dalle donne di Pomario. Lo ha voluto mia moglie, con una enologa, una agronoma, una cantiniera. E dire che mia moglie disse a Maurizio “Io non bevo vino perché sono astemia”. Maurizio le rispose “Signora lei è una potenziale alcolista”!
Sicuramente una scommessa vinta per un vino che ha dato grandi soddisfazioni all’azienda e che la connota in maniera identitaria nel panorama vinicolo. Ho avuto modo di assaggiarlo e non posso che dirne bene.
Completate e rimesse a posto le vigne con 4 ettari in totale, nel 2015 viene inaugurata la cantina per le degustazioni e l’enoturismo. Attività cardine per la famiglia vista la sua vocazione alla ospitalità.
In zona l’enoturismo sta crescendo molto e cantine come la nostra non ce ne sono.
Nel 2016 si coglie l’opportunità di rilevare dalle banche l’azienda vicina dell’allora Presidente della AS Roma Sensi. 170 ettari di cui 25 coltivabili.
Lì abbiamo piantato 5 ettari di vigna ed oliveto.
Ma a quel punto la cantina non bastava più e di nuovo giù a lavorare per l’ampliamento aggiungendo anche barricaia e bottaia.
Pensare a come sia nato tutto questo riporta Giangiacomo al passato. La filosofia che guida i vini, il perché siano nati in un certo modo. Cosa ha contraddistinto i prodotti di Pomario.
L’input credo di averlo dato io perché quando nemmeno si pensava che questa attività commerciale potesse diventare di un certo rilievo dissi a Mery Ferrara durante il primo incontro “a me interessa fare un vino di questo posto non qualcosa è più facile da vendere”.
Il legame con questo posto è viscerale ed è tangibile parlando con Giangiacomo ed Andrea. Sembra strano quando qualcosa la si acquista. Le impressioni che mi hanno trasmesso parlano invece di un luogo ricostruito mantenendone l’atmosfera primordiale. Come quando si lucida l’argenteria ormai ossidata.
Oggi è quasi difficile trovare un vino cattivo però si somigliano quasi tutti senza avere una identità precisa. L’identità invece rende un vino speciale. I nostri hanno una personalità che può piacere o meno ma ce l’hanno.
Mery Ferrara ha sicuramente dato gli indirizzi enologici ma poi solo il tempo e la sperimentazione hanno dato il corso giusto ai vini.
Sperimentando si è capito ad esempio sul Sariano quale potesse essere la botte migliore così che oggi ce le facciamo fare in Francia. Per l’Arale prima si faceva la fermentazione in acciaio, ora in barrique con le macerazioni in funzione dell’annata.
Da un punto di vista di gamma delle etichette?
Una lo abbiamo aggiunta da poco: il Ciliegiolo. Piccola produzione sperimentale. Ma penso che possa essere un buon prodotto perché proprio del territorio. Proviene da un nuovo vigneto. 900 bottiglie. Nel 2022 saranno 1500. Poi c’è un cru che vorremmo fare da una nuova vigna di due ettari e mezzo da un clone di Sangiovese, poi la Malvasia Nera, la Fogliatonda, l’Aleatico (Gamay). L’enologa ha decretato che è un vino da ceramica e abbiamo comprato un’anfora da dieci ettolitri. Il prossimo anno imbottiglieremo la prima annata. Da vendere prevalentemente in cantina. Probabilmente ad un prezzo più elevato.
Gli altri vini sono abbastanza collaudati.
Batticoda che è il bianco di ingresso da uve Grechetto.
Sta avendo tanto successo e migliora di anno in anno
Rubicola, un rosso che non fa legno realizzato con 70% Sangiovese e 30% Merlot.
L’annata 2021 ha fatto un altro bel salto di qualità
Rondirose, Sangiovese, Ciliegiolo e Merlot
Il rosé piace e ha un suo spazio
Arale, blend di Trebbiano e Malvasia in macerazione e affinamento in barrique.
Sariano, il meraviglioso Sangiovese in purezza realizzato con lieviti autoctoni ed affinamento in botte.
Sariano e Arale hanno il loro pubblico che si divide come accade tra tifosi. Chi ama Arale non ama Sariano e viceversa
Infine il Muffato delle Streghe da Riesliing e Sauvignon Blanc.
Non siamo partiti dall’idea che i nostri vini fossero i migliori al mondo e potevano dunque essere venduti ad un prezzo più alto. Abbiamo sempre cercato di essere onesti. La differenza di prezzo del muffato è dovuta alla lavorazione in biologico veramente difficile. Vendevamo una bottiglia di muffato ogni sei di Sariano. Ne avevamo davvero poche. Adesso abbiamo liberalizzato la vendita
E una Bollicina?
Il dibattito c’è. Le bollicine è bene farle nei posti più vocati anche se potremmo fare bollicine buonissime. Ma non credo ne valga la pena
Andrea sembra avere idee diverse. Almeno riguardo la bollicina. Sa però riconoscere i meriti. Del papà.
Dal punto di vista tecnico non mi posso ancora lanciare più di tanto perché il limite di gestire Villa Spalletti a Roma è non poter gestire la quotidianità della cantina. Magari con il tempo potrò presenziare quantomeno alle fasi più importanti della cantina. Creare una azienda come Pomario dove il vino non si era mai fatto, in una regione dove il vino si fa ma non ad altissimi livelli, e vedere i risultati raggiunti in 17 anni che per il vino sono niente, è fantastico. Pomario ha certamente qualcosa su cui si può lavorare. Come le etichette che mi piacciono da morire ma andrebbero aggiornate. La bollicina è uno degli argomenti dibattuti. Sono un appassionato di bollicine e come mamma per il muffato mi piacerebbe avere la nostra. Rischierei l’alcolismo con la bollicina a casa perché sarebbe difficile non berla. A livello commerciale avrebbe una cassa di risonanza e visibilità alla cantina. È comunque una moda che non passerà, dunque abbiamo il tempo di realizzarla.
Insomma, onore al merito da parte di Andrea. Grande passione per il vino ma poco tempo per fare il vignaiolo. Per il momento!
Mi è molto piaciuta l’idea della riserva/cru che servirà a far conoscere la cantina che oggi piace per il numero limitato di bottiglia e una famiglia che ci lavora. Si vede che non siamo vignaioli di tradizione ma una famiglia vocata all’ospitalità alla quale piace far sentire chi viene a visitare Pomario come parte di Pomario. Su questo credo di aver dato un mio minimo contributo e su questa linea vorrei continuare. Insomma, che dire, purtroppo so stati bravi!
Ecco che mi torna alla mente ancora li marchese Onofrio Del Grillo dinanzi al quale si presenta Aronne Piperno per essere pagato. “Aronne, tu lavori bene, bello l’armadio, bella ‘a cassapanca, bello tutto, bravo! grazie, adesso te ne poi annà!”. Non è questo il caso di Andrea. Sa riconoscere il merito e non saprebbe nemmeno cosa cambiare.
Onestamente non saprei cosa cambiare. Per la conoscenza che ho di questo mondo, si sono mossi bene. Abbiamo un team veramente speciale. Ad esempio, Stefania che nulla aveva a che fare con il vino, a sentirla parlare oggi sembra sia nata in mezzo alle vigne. È impressionante in un mondo dove “l’attaccamento alla maglia” sta sparendo, il senso di appartenenza del team. A Pomario, dall’ultimo arrivato a chi ci sta dal 2006, c’è un grande attaccamento. La settimana scorsa ho portato quattro albergatori per vedere il posto. È bastata una mezzora di Stefania per fargli acquistare 14 cartoni di vino. La squadra è fantastica. Unica. Da tutte le parti del mondo mi dicono che abbiamo delle persone incredibili che lavorano per voi.
È proprio vero che sono le persone a fare la differenza. Senza il tocco umano, possono essere posti bellissimi ma rimangono cose. Scatole vuote.
.Ho vissuto la storia di Pomario da ragazzino prima e vedendola a distanza, perché vivevo a Singapore, poi. Solo la passione può portare a creare una cosa così dal nulla nonostante non si avesse esperienza. Ricordo la preoccupazione di mia sorella per le finanze familiari.
Andrea sembra avere tutta la voglia di essere parte dell’evoluzione di Pomario. Quasi come se volesse essere li invece che a Roma. Non lo nasconde poi nemmeno più di tanto.
(Andrea) La mamma ha preteso per fortuna il muffato..
(Giangiacomo) Se fosse stato per me il muffato non ci sarebbe stato. Magari ci sarà la firma di Andrea sulle bollicine
(Andrea) 100 mesi sui lieviti perché o si fa bene o non si fa
Manca all’appello Raimonda in tutta questa storia.
Mia figlia ha un marito che ha un naso e un palato notevole. Assaggiare i vini con il marito è una esperienza notevole
(Andrea) Faceva i complimenti anche quando erano imbevibili. Ma lo faceva bene.
Raimonda ha meno passione di Andrea per il vino per quanto la diverta e le piaccia venire a Pomario. A modo suo con amici, conoscenti, ecc, qualche mano nelle vendite ce l’ha data. Avendo avuto tre figli in tre anni e dovendosi occupare anche della Villa ha meno possibilità di incidere. Magari in futuro troverà un ruolo in Pomario.
Cosa contraddistingue la Pomario?
Andrea risponde di impulso “la genuinità”.
In un mondo dove la qualità sta scomparendo
Giangiacomo gli fa eco con la naturalità dei prodotti.
Utilizzando anche un termine del quale non se ne può più, sostenibilità. Siamo partiti con l’idea che questo vino ce lo saremmo bevuti solo noi. L’idea della certificazione biologica è venuta dopo. Dovevamo fare il vino senza usare niente che potesse farci male. È stata molto importante la presenza di Federica, agronoma molto brava e incline.
Pomario non poteva non trasformarsi per Giangiacomo e Susanna, da residenza di campagna a casa. Lasciate le redini di Villa Spalletti Trivelli ad Andrea e Raimonda (mi sa che non vedevano l’ora di lasciale…), che fai, ti fai scappare l’opportunità di vivere lontano da Roma, in campagna, in una stupenda tenuta come quella di Pomario?
Mia moglie ed io siamo più a Pomario che a Roma perché Andrea e Raimonda hanno preso le redini della villa. Federica De Santis dirige le attività della terra e della cantina interfacciandosi con Mery. Abbiamo poi un gruppo di ragazzi fantastici. I ragazzi hanno sposato la filosofia di Pomario e il nostro amore per questo posto. Ciò che apprezzo di più è la loro versatilità.
Chi preferirebbe stare al posto dell’altro?
Io sto bene dove sto (Giangiacomo)
(Andrea) Io ho un piede e mezzo a Villa Spalletti e mezzo a Pomario. Non mi dispiacerebbe stare più là. L’idea di starmene in campagna non mi dispiace anche se per adesso sono felice di promuovere e far crescere Villa Spalletti. Il mondo del vino sta passando da passione sfrenata a lavoro.
Già la passione. Come si fa a non vedere la passione che, nobiltà e disponibilità economiche a parte, c’è in Giangiacomo ed Andrea. Non so francamente quanti anni abbia Giangiacomo. L’età non conta e, chiederla, mi sembra sempre scortese. Mi affascina però il suo animo che è proprio di chi guarda sempre al futuro in maniera positiva e costruttiva. Poi, di un tratto, dice una cosa, che spiega tutto.
Questo lavoro nasce da una passione. Che mi piace fare anche vista l’età raggiunta. Mi piace pensare che i prossimi anni potrò dedicarli al vino. Più si va avanti con l’età e più il tempo passa velocemente. Pensiamo sempre più al passato più che al futuro che ci sembra corto. Viviamo di ricordi. Questo però aumenta la velocità del tempo che passa. Un’attività come questa comporta che stai sempre ad aspettare qualcosa: il nuovo vino da mettere in bottiglia, la nuova vigna che finalmente produrrà, cosa ci riserverà la nuova annata. È un modo per essere, a qualsiasi età, proiettati verso il futuro.
Come fai a non essere d’accordo?
Chiudo citando ancora il Marchese Del Grillo quando, sempre parlando con Banchard, parla dell’essere nobile.
“Blanchard te credi che è facile nascere da ‘na famiglia come la mia, aho a Roma, col Papa i Cardinali. Da bambino sognavo de fa lo scienziato, l’esploratore, ma a chi le dicevo ‘ste cose? mi padre era un omo zitto, non me diceva mai gnente, studia e prega, mi madre me diceva: prega! così quanno è morto mi padre, mamma m’ha messo un precettore che m’ensegnava il catechismo, me dava certe bacchettate sul culo c’avevo due chiappe rosse come ‘n cocomero. Adesso faccio solo scherzi!…..perchè…. a Roma che voi fa? Che c’è? Chiese, Cupole, tetti, gatti mendicanti e…streghe…..”
Ecco, Giangiacomo è riuscito a dare sfogo alla sua passione. Trovando finanche le streghe. Con il Muffato.
Ivan Vellucci
Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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22 Giugno, 2023
Roma Hortus Vini 2023
È proprio vero che Roma nasconde angoli di paradiso. Passeggiando per la città è possibile voltare l’angolo e rimanere estasiati da ciò che si incontra. Opere d’arte, scorci, monumenti, chiese.
In ogni quartiere c’è la storia e la meraviglia che può emergere. Così, all’improvviso.
Trastevere è il quartiere della movida romana affollato soprattutto da stranieri che arrivano da ogni dove per un drink o un piatto di pasta. Eppure, gli scorci che offre possono essere unici. indimenticabili
Difficilmente dal quadrilatero della movida ci si sposta però verso il carcere di Regina Coeli lungo via della Lungara. Come se Porta di Settimiana fosse una sorta di colonna di Ercole a delimitare il perimetro della vita notturna.
Si, occorre un buon motivo per percorrere quella via e imboccare via Corsini per arrivare a Largo Cristina di Svezia. Magari per visitare l’Orto Botanico di Roma. Ma chi va all’Orto Botanico ai giorni d’oggi?
Forse scolaresche costrette ad imparare le piante. Appassionati. Sbadati. Appassionati di vino.
Come appassionati di vino?
Questo è il bello di Roma. Una location per degustare vini si può anche trovare lungo i suggestivi viali dell’Orto Botanico di Roma. Questo grazie a Luca Maroni che con il suo staff ha organizzato la quarta edizione del Roma Hortus Vini, il festival dei vitigni autoctoni del vigneto Italia tenutosi dal 16 al 18 giugno scorso.
Così, passeggiando per i viottoli dell’Orto Botanico, tra piante e fontane, allietati da una musica soave, si incontrano i tanti produttori con i loro interessantissimi vini i cui sentori si mischiano piacevolmente con ciò che la natura offre. Banchi di assaggio intervallati da food truck gestiti dallo chef Fabio Campoli e il suo staff di Azioni Gastronomiche per accompagnare degnamente i sorsi. Palcoscenici naturali che danno vita ad interpretazioni teatrali con il vino non sempre protagonista.
La mia personale passeggiata mi ha consentito non solo di scoprire ottimi vini e parlare con meravigliose persone, ma anche di spingermi verso un meraviglioso angolo dell’orto con le vigne in crescita: qui si coltivano, in maniera biodinamica ben 155 varietà di uve. Un vero patrimonio da preservare e tutelare.
Suggestivo, istruttivo, coinvolgente.
Un vero plauso all’organizzazione
Nelle mie stories di Instagram (Roma Hortus) tutti i vini
Ivan Vellucci
Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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20 Giugno, 2023
Castelfeder: la buona viticoltura richiede tempo.
Castelfeder: la buona viticoltura richiede tempo.
Lo scorso 12 e 13 marzo si è tenuto il Team’s day, evento organizzato dalla famosa agenzia di fornitura Horeca Macoratti a Roma nell’elegante cornice di Villa Appia Antica, per presentare agli addetti e agli appassionati le prestigiose etichette trattate dall’agenzia.
In occasione di questo evento ho avuto il piacere di avere, otre a tantissime conferme, anche tante piacevoli scoperte: una di quelle che mi ha colpito per qualità e fascino è stata Castelfeder.
Come tutti sappiamo la buona viticoltura richiede tempo: dalla fondazione della cantina Castelfeder nel 1969 ad opera di Alfons Giovanett ad oggi sono passati oltre 50 anni. Esperienza e disciplina accompagnati dall’energia della conduzione familiare sono alla base di questa storia unica e di successo. Il vino non è improvvisazione e l’esperienza di questa cantina nel tempo ne è testimone.
La cantina infatti, ormai giunta alla terza generazione, manifesta la sua essenza in una simbiosi di tradizione e spirito pionieristico: “Siamo ad un ottimo punto nella storia dell’industria vinicola altoatesina, ora tocca a noi aumentare la consapevolezza della nostra azienda, lavorare costantemente sulla qualità dei vini e non perdere di vista la tradizione“: affermano Ines e Ivan Giovanett, rappresentanti della giovane generazione della famiglia.
Una realtà completa, che ha visto nel tempo consolidare la qualità passando per il completamento dell’assortimento produttivo, la modernizzazione dei processi in cantina frutto di esperienza, e l’internazionalizzazione dei mercati. Ma l’occhio è anche rivolto al prossimo futuro, è doveroso infatti porre il proprio sguardo verso le generazioni a venire e, per questo, sono stati effettuati importanti investimenti nella sostenibilità di tutta la catena produttiva.
Alto Adige significa 300 giornate di sole con un territorio protetto dalle Alpi del Nord ma allo stesso tempo presidiato dal clima mediterraneo a Sud, grandi escursioni termiche che rendono vivace e dinamica la produzione.
In totale, oggi vengono lavorate dalla cantina altoatesina uve provenienti da 70 ettari di vigneti, di cui circa il 70% sono vitigni bianchi con focus su Chardonnay, Pinot Bianco, Pinot Grigio e Sauvignon. Il restante 30% è di uve rosse e qui il Pinot Nero è chiaramente in primo piano. Dal costante impegno di migliorare e voler produrre solo vino di alta qualità, nel 2018 è stato lanciato il nuovo progetto Pinot Nero che si concentra sui 3 vigneti Buchholz, Glen e Mazon, con ciascuna etichetta che valorizza le singolarità dei vari appezzamenti, ponendo l’accento su ciò che li accomuna, ciò che li contraddistingue e il modo con il quale da queste tre zone particolari si sviluppano tre vini autentici.
Nel 2022 la tenuta ha raggiunto altri due grandi traguardi: i 30 anni di produzione “Burgum Novum”, linea di eccellenza di Castelfeder fondata da Günther Giovanett nel 1989, e il lancio del nuovo vino “Kreuzweg” – uno Chardonnay Riserva “Family Reserve”, punta della piramide qualitativa Castelfeder che rappresenta al meglio il suo terroir ed è disponibile solo in edizione limitata di 1.400 bottiglie. La nuova “Family Reserve” aggiunge ulteriore unicità alla selezione di Castelfeder, e non solo, è espressione della storia di famiglia e la qualità che accompagna la cantina fin dall’anno della sua nascita.
Vi assicuro che Castelfeder rappresenta una storia di successo… una cantina che, con i suoi primi 50 anni di passione ed esperienza, di intenso lavoro e di vini con un carattere speciale è assolutamente da non perdere!
A cura di Giuseppe Petronio
Mi trovi su Instagram @peppetronio
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