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16 Giugno, 2023

Cesidio Di Ciacca, uno scozzese in Ciociaria

Cesidio Di Ciacca, uno scozzese in Ciociaria La vita è fatta di speranza e sofferenza. Di gioie, di dolori. Di lavoro, di fatica. Di litigi e riappacificazioni. DI viaggi, di scoperte. Di luoghi. Di ambizioni e sperimentazioni. Di figli, nipoti. Di nonni e genitori. Di famiglia. Di ricordi. Ogni pezzo della nostra vita produce ricordi. Che poi, prima o poi, riaffiorano. Possono esserci ricordi di vita vissuta o di narrazioni. Se così e se la curiosità è in noi, se c’è la voglia di capire le proprie origini, allora, si scava. Non solo dentro la propria memoria per trovare agganci, ma nelle carte, nei documenti, nelle foto. Perché? Perché le proprie origini sono le fondamenta della propria vita. Si può fuggire a tutto ma non alle origini. Da dove nasce tutto e dove tutto ha una spiegazione. Picinisco e Cockenzie. Picinisco è un piccolo paese in provincia di Frosinone: una terra di mezzo tra Lazio, Abruzzo e Molise. Immerso nel verde del Parco Nazionale d’Abruzzo. Oggi conta circa 1200 abitanti che erano tre volte tanto nel 1921. Fermiamoci ora proprio qui e cerchiamo di ritornare a quei tempi. Siamo alla fine della Grande Guerra. L’Italia ne usciva devastata e la povertà imperversava ovunque. Figuriamoci in un piccolo paesino del frusinate dove l’unica fonte di reddito poteva essere l’agricoltura e la pastorizia. Di uomini ne erano rimasti pochi. Decimati dalla Grande Guerra prima, dalla Spagnola poi. A Picinisco così come nei paesi limitrofi. Unico possibile modo di sopravvivere era andare via, emigrare verso lidi migliori. Verso luoghi mai sentiti ma che potevano offrire speranza. Fu così qualcuno prese l’iniziativa andando in luoghi più o meno lontani e, si sa come è nel paese, parte uno, poi parte la famiglia, poi qualche parente si accoda, poi qualche amico. Si creano le cordate di persone che da quel paese vanno nello stesso stato, paesino lontano di chi ha avuto il coraggio di partire per prima. Alle volte si perde anche la cognizione di chi sia stato il primo. Da Atina partirono alla volta della Francia; da Casalvieri per l’Irlanda; da Alvito e San Donato per l’America; da Settefrati per il Canada; da San Biagio per la Svezia. Da Picinisco partirono invece per la Scozia. Ecco, così iniziano i ricordi di Cesidio Di Ciacca. Un omone che è tanto alto quanto tenero (ed è molto alto Cesidio!) che ti conquista con quel suo accento misto tra britannico e italiano. Cesidio non è nato in Italia ma a Cokenzie, in Scozia. Nella vita è stato un importante avvocato, consulente e consigliere per varie società private impegnate in ambito alberghiero, finanziario, commerciale. Un personaggio che sembrerebbe lontano anni luce dal mondo del vino. Ma non dalle sue origini. Siamo tornati a Picisnisco per le vacanze ogni anno. I miei genitori dopo il matrimonio non sono tornati spesso perché avevano 8 figli e una gelateria. In Italia non c’era nessuno. I nonni materni nati a Picinisco, il nonno paterno in un paesino vicino, la nonna paterna nata a Londra e poi riportata a Picinisco a 6 anni. Dopo sposati, entrambe le famiglie seguirono la cordata di Picinisco verso la Scozia. Tante delle famiglie di Picinisco sono andate in Scozia. Quasi tutti i paesi della valle sono emigrati. La catena è iniziata con qualche persona. I ricordi di Cesidio sono come un fiume in piena. Ricordi frutto della memoria certo ma anche dell’attento studio della propria storia tramite l’analisi delle carte, delle foto, dei documenti. Così come della narrazione dei parenti. Quando ne parla c’è un misto tra orgoglio e tristezza: i fatti possono essere tragici ma rappresentano comunque il passato. Che non si può cambiare. All’inizio della seconda guerra mondiale, il 10 giugno 1940 l’Italia entra in guerra. Lo stesso giorno ogni maschio civile italiano presente sul territorio della Gran Bretagna viene arrestato. Nonno Cesidio è tra questi. Arrestato e deportato tramite una nave, l’Arandora Star, verso il Canada. È il primo luglio 1940. Il due luglio, dopo un solo giorno di navigazione, la nave affonda. Muoiono 800 persone, 446 dei quali, italiani. Circa 100 provenivano dalle valli del frusinate. 23 da Picinisco. Una tragedia come questa, per quanto grave, potrebbe non avere influenze sui flussi della storia. Li ha su un paesino piccolo come Picinisco. Decimato dalle guerre e dai flussi migratori, 23 persone, con tutti i parenti che si sono portati dietro, fanno un discreto numero. Un numero tale da comportare il mancato ritorno di tutti a Picinisco. Anche perché la guerra qui fu veramente dura. La linea Gustav a difesa di Cassino passava proprio per queste parti così che i bombardamenti non fecero altro che alimentare la fuga di chi poteva. Eppure, prima delle tragedie, qui si tornava ogni tanto. Alle origini si torna sempre. Dalle foto che ho trovato, quasi ogni anno, i miei nonni Di Ciacca tornavano per la vendemmia. Non venivano tutti ma a turno. I Di Ciacca abitavano a Picinisco, in un piccolo borgo chiamato proprio “I Ciacca”. Li c’era la casa di famiglia dove la nonna di Cesidio, continuava a venire ogni tanto con qualche nipote. Prima che il borgo si svuotasse. Era il 1969 quando l’ultima abitante del borgo, una prozia di Cesidio, morì. Anche gli ultimi cugini di Picinisco da lì a pochi anni morirono portando così il borgo alla desolazione. Un borgo lasciato all’abbandono, disabitato e senza nessuno che se ne prendesse cura. Così stupisce che il comune di Picinisco, a seguito del terremoto del 1984, ricostruì parte del borgo in cemento. Il comune rifece i tetti in cemento rovinando tutto. Le case del borgo non erano danneggiate perché costruite sulla roccia che a sua volta poggiava su terreno argilloso. Le radici di Cesidio sembrano cancellarsi da una vita che scorre in direzioni diverse. Proprio quella apparente cancellazione indica a Cesidio la necessità di ritrovarle. Ritornando lì dove tutto era iniziato. Dove lui andava l’estate con la nonna. Dove i Di Ciacca avevano il proprio borgo oramai devastato. Disabitato. Inesistente. Ogni anno tornavamo in Italia per le vacanze. Quando la casa di nonna era in vendita, verso il 2000, decisi di non acquistarla per via di litigi in famiglia. Comprammo invece casa ad Ischia per dimostrare che non avevamo interessi a Picinisco. Tornammo a Picinisco in occasione di un matrimonio e chiesi a mia moglie di poter comprare una casa al borgo. Volevo fare un bed and breakfast di livello. Non solo per noi ma anche per permettere alla famiglia di utilizzarlo. Nessuno vuole andare in vacanza per stare peggio. Abbiamo così creato piccoli appartamenti per noi e per affittarli. Da lì l’idea di recuperare il borgo con l’albergo che sarebbe servito per accogliere e dimostrare al territorio che siamo una famiglia seria con l’interesse del paese. Nelle parole di Cesidio c’è tanto rispetto per la sua terra. Per Picinisco, per la Ciociaria, per il borgo dove i suoi nonni nacquero. Rispetto ma anche sensibilità per non essere visto come colui che arriva dalla Scozia per comprarsi tutto. Lo fa in punta di piedi, quasi sussurrando. Perché le persone in queste zone ci sono rimaste invece di partire. Qui hanno trascorso la loro esistenza e vedere qualcuno che arriva da lontano per comprare credendo di poter risollevare le sorti del paese, di rimettere tutto a posto in poco tempo e solo grazie ai soldi, non può che generare critiche. Quello che Cesidio non vuole. Per rispetto. Quando ho venduto le quote delle società con le quali ho lavorato, decisi di dividere gli investimenti in Gran Bretagna e in Italia. Ho lavorato con le borse e con il found management e capii che sarebbe stato meglio gestire i nostri fondi direttamente trovando qualcosa in Italia economicamente sostenibile. Fare il vino sembrava una buona opportunità. Anche se trovare il mercato si è rivelato più difficile di quanto mi aspettassi. Cesidio che porta il nome del nonno paterno. Di quel nonno mai conosciuto e tragicamente morto per colpe che non aveva. Cesidio che decider di trascorrere qui i suoi giorni dopo aver lavorato tanto tempo in Scozia. Cesidio che torna alle origini. Cesidio che vuole qualcosa da lasciare ai suoi figli. Come il vino che rappresenta le radici di questa terra. Ho bevuto vino. Ho sempre bevuto vino. Forse per conoscere mio nonno e la sua vita. Non sono riuscito a conoscerlo perché morto 15 anni prima della mia nascita. Mamma decise di battezzarmi con il nome di nonno. In Gran Bretagna gli italiani erano battezzati con i nomi inglesi. Per integrarsi o forse per confondersi. Infatti il mio secondo nome è Martin. Mamma però, all’ultimo momento e per rispetto del padre mi battezzò con il nome di Cesidio. Insolito per la Gran Bretagna (anche per l’Italia). Sono andato a scuola negli anni 60 e c’era risentimento verso gli italiani ma ero alto e abbastanza grande così da difendermi. Posso però dire che il nome ha avuto un impatto nella decisione di fare vino. Finito il bed and breakfast generando un vero albero diffuso, Cesidio inizia a comprare i terreni attorno al borgo ormai parcellizzati dalle eredità, diffusi tra parenti litigiosi. Tutti intorno al borgo Di Ciacca, dove la sua famiglia ha avuto origine. In punta di piedi e senza voler arrecare danno alla comunità. Anzi dimostrando che l’albergo diffuso potesse essere di aiuto all’economia locale e che le terre potevano dare qualcosa utile a valorizzare il territorio. C’erano 140 persone che avevano le loro particelle. Pezzi di terra abbandonati da persone emigrate. Una casa, un pezzo di pascolo, un pezzo di bosco, divisi per dividere l’eredità della famiglia. Un puzzle di proprietà e tanti litigi. Era tutto abbandonato. Un deserto. Cosa impiantare? Vitigni internazionali come fanno in molti da queste parti? Perché no? Buona resa, guadagno meno complicato. Già. Ma non identitario. Cesidio studia e dallo studio apprende come in queste zone si sia celebrato dall’antichità il vitigno Maturano. Un vitigno della collettività. Non c’era nulla. Il borgo non c’era. Le vigne non c’erano. Ho preso tralci dai contadini a un km da qui. La scelta del vitigno Maturano fu semplice perché volevo riprodurre ciò che c’era prima. Se le cose stanno bene prima deve esserci un motivo per cambiarle. Volevo fare Cabernet o Sangiovese come tutti gli altri. Il Sangiovese mi piace perché il Chianti Rufina era l’unico vino che si poteva comprare in Scozia. Mio cognato che aveva un negozio di vino, mi disse che era meglio qualcosa di autoctono. Il Maturano era un vitigno celebrato in paese come vino di una certa importanza con un legame forte con il territorio. C’erano in giro piccoli vigneti con filari di Maturano e ho fatto una ricerca per identificarli. C’erano in ogni parte del paese mentre fuori c’erano produttori ad Alvito, Pescosolido, Arce. I Presi i tralci dai vicini per evitare chiacchere e chiesi al vivaio del paese i consigli su come utilizzarli. “Il paese è piccolo e la gente mormora” diceva Giorgio Faletti a “Drive in”. Come dargli torto. Dover fare le cose, per il paese, ma senza attirarsi le di queste malelingue. Lo “straniero” che arriva chissà che vuole Acquistare i terreni può sembrare un’opera di speculazione. Ma qui, a Picinisco, le terre che acquista Cesidio, sono lembi di terra incolti da anni. Luoghi dove neanche un pascolo verrebbe bene. Eppure deve stare attento. Le acquista e le rimette a posto. Come si deve. Pezzo dopo pezzo. Centimetro dopo centimetro. Facendo i drenaggi. Estirpando l’erba che aveva ormai invaso tutto. Cesidio ha il sogno di impiantare le viti di Maturano, solo quelle. Perché quelle rappresentano il territorio. Solo quelle. Niente altro. Ma non ha esperienza per quanto sia uno che studia e si documenta. Allora non gli rimane altro da fare che rivolgersi ad un enologo. Ma viene dalla Scozia e non ha armi se non quelle date dalle sue capacità di documentarsi, chiedere. Lo scozzese cerca e trova Alberto Antonini. Uno di quelli che si è guadagnato la stima di grandi brand e che lavora con i più importanti produttori. Un personaggio celebrato. Ciò nonostante non sa nulla del Lazio. Figuriamoci del Maturana. Ha assaggiato il suolo e mi ha detto che era pulitissimo e riposato. Ci ha consigliato di non fare irrigazione. Bisognava sistemare tutte le fosse. Abbiamo impiantato tutto a mano perché le piccole radici con terra friabile potevano entrare bene e vivere di più nel tempo. Volevamo replicare i sistemi di una volta mettendo i pali di castagno invece che di cemento. Dopo anni di fatiche il 2016 sembra l’anno buono per far sì che il vigneto desse i primi frutti. Siamo nel bel mezzo di un parco e i cinghiali entrano rovinando tutto. Era necessaria una recinsione. Ho trovato un fornitore in Gran Bretagna che faceva recinsioni per gli zoo e l’ho chiamato per chiedere consiglio sull’altezza della recinsione ecc. Mi ha risposto “Cosa c’è in quella zona? Cinghiali, lupi, istrici, cervi, camosci, orsi. Orsi? Ma dove vivi in uno zoo? Messa la recinsione il 2017 è l’anno della prima vendemmia. Finalmente. L’anno comunque si è sfruttato per imparare dell’altro. Come sulla muffa nera presente in cantina. Si capisce che non è muffa ma i batteri amici, lieviti. Vivono sulla pietra. Quella pietra che è la montagna. Non certo sull’acciaio o sul legno. Magari sulla terracotta ma questa non è tradizione di questi luoghi. Il cemento allora sembra la soluzione ideale ma per fare ciò che ha in mente Cesidio serve qualcosa di particolare: delle vasche ovali. Anche qui ricerca e studio (ricordiamoci che Cesidio è sempre uno scozzese in Italia) per approdare alla Nico Velo di Padova specializzata nella produzione innovativa di tini. Abbiamo comprato varie tipologie di botti perché nessuno sapeva il protocollo per realizzare il Maturano. Dovevamo sperimentare. Il primo anno 2017 la cantina non era pronta. Abbiamo fatto la fermentazione nella cantina di un’altra persona nella valle. Metà solo pressatura, metà macerato per quattro giorni. La fermentazione si bloccò a dicembre per poi riprendere a marzo. Decidemmo di non aggiungere nulla per capire l’evoluzione. I due vini che preparammo non erano piacevole. Ma decidemmo di fare un blend nominato “Matrimonio” servito al matrimonio di mia figlia. Nessuno era molto convinto del vino durante il matrimonio dove c’erano anche produttori di vino. L’anno scorso tutti cambiarono idea perché il vino si è arrotondato e ammorbidito. Evoluzione. Questa è la parola chiave. C’è l’evoluzione di una storia. Quella della vita. Quella di tante altre cose. Anche quella del vino, materia viva. Il Maturano è uno di quei vitigni che evolve, si trasforma, assume forme e significati diversi grazie al tempo e alla conservazione. Quando lo si mette nel calice si capisce il perché venisse celebrato almeno in queste zone (forse anche così custodito da non essere portato fuori): il colore è d’oro! Oggi Cesidio produce tre tipologie di vini (in realtà c’è anche un Cabernet di Atina, Riserva) oltre ad un passito. Sempre ed esclusivamente da Maturano. Ho trovato alcune ricette di nonna che usava l’uva passa e ho pensato che un passito ci stesse bene! Nostalgia, con macerazione dei grappoli interi per tre giorni. Poi, senza lieviti, fermentazione del mosto pressato a temperatura controllata (18°) per 20 giorni. Sulle fecce fini per 9 mesi in cemento e in bottiglia per 12. Matrimonio, due masse diverse unite poi in matrimonio. La prima pigiata sofficemente a bassa temperatura, la seconda diraspate e lasciate a macerare sulle bucce. Affinamento in cemento e infine in bottiglia per 24 mesi. Sotto le stelle, prima macerazione a grappoli interi a 3° per 3 giorni. Pressatura soffice con stabilizzazione per 3 giorni, fermentazione per 25 giorni senza lieviti aggiunti. 12 mesi sulle fecce e 36 mesi in bottiglia. Preparazioni complicate. Tanto per non farsi mancare nulla ma utili a raggiungere le 30.000 bottiglie. Qualche ragionamento per il futuro con il nuovo enologo Andrea Barbato che dovrà vedersela con Cesidio se vorrà innovare e utilizzare il legno. Non sono convinto porti il sapore giusto per ricordare il passato” Anche perché Cesidio sa che ora deve iniziare a vendere con continuità prodotti meravigliosi ma poco noti. Ora abbiamo la possibilità di distribuzione in Scozia, Canada, Cina, india. In Italia è più difficile perché dicono che il prezzo è troppo alto: non c’è l’esperienza di pagare per la qualità. Cesidio non è solo in questa avventura. A casa, la moglie Selina. Anche lei di origini italiane. Poi i due figli Giovanni e Sofia (per ora in Scozia con la sua famiglia, gestendo a distanza già molte cose, ma presto in Italia a supportare fattivamente Cesidio). Una famiglia, quella dei Di Ciacca, che grazie all’impegno di Cesidio ha trovato le proprie origini costruendo da queste una vera ripartenza. Cercata, voluta, agognata. Soprattutto realizzata con un progetto ampio e ben delineato che richiede ora lo slancio finale. C’è tutto per avere successo. Vai Cesidio! Ivan Vellucci Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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13 Giugno, 2023

Berebianco 2023

Si può e si deve Berebianco. Non solo in estate ma tutto l’anno. Basta farlo bene, con i prodotti giusti, le cantine giuste. È quello che, con successo, ha provato a proporre Cucina e Vini la nota rivista nelle stupende sale dell’Hotel Quirinale di via Nazionale a Roma lo scorso 31 maggio e 1 giugno. Ho avuto modo di visitare i banchi di assaggio ricavandone una ottima sensazione. Cantine assolutamente giuste e qualità dei prodotti di livello. Di grande livello anche la Masterclass sui grandi vini italiani di invecchiamento. I Favati per la Campania con un Fiano di Avellino Docg 2008 Livon, Friuli Venezia Giulia – Braide Alte Venezia Giulia Igt 2017 Umani Ronchi, Marche Plenio Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore Doc 2008 Le Crêtes, Valle d’Aosta – Cuvée Bois Valle d’Aosta Chardonnay Doc 2018 Feudi di San Gregorio, Campania – Cutizzi Greco di Tufo Docg 2013 Tenute Bosco, Sicilia -Piano dei Daini Etna Bianco Doc 2016 Casale del Giglio, Lazio – Radix Bellone Igt 2018 Ecco, questi vini sono l’esatta rappresentazione, ognuno con le proprie sfumature e peculiarità, di come un vino bianco possa essere definito un “Grande” vino. Veramente bravi agli organizzatori per aver racchiuso in due giornate il meglio dei vini bianchi d’Italia. Nelle mie stories di Instagram (Berebianco) tutti i vini Ivan Vellucci Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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9 Giugno, 2023

I Chicchi, dove l’amore c’è

I Chicchi, dove l’amore c’è La Pontina, Strada Statale 148, collega Roma a Latina e prosegue poi per le località balneari di Sabaudia, San Felice Circeo, Terracina. Ogni mattina è percorsa dai pendolari che dalla pianura pontina vanno a Roma e dai romani che fanno il percorso contrario. L’avrò percorsa centinaia di volte in entrambe le direzioni, spesso, per evitare il tremendo traffico mattutino e del fine settimana, costretto ad uscire in quel di Ardea, piccolo paesino a pochi km da Roma. Questo per dire che non ho mai nutrito una grande stima per Ardea. Almeno fino a quando il caso non mi ha portato ad incontrare Enrico e Federica dell’azienda I Chicchi. Di Ardea appunto. È proprio vero che “l’essenziale è invisibile agli occhi”. Pur percorrendo quella strada così tante volte non mi sono mai spinto un pelo più in là, quel tanto che sarebbe bastato per incontrare non solo due splendide persone ma anche per comprendere come qualcosa di buono, di tremendamente buono si possa fare anche in un luogo inaspettato. Ardea dunque. La leggenda dice che venne fondata da Ardeas, figlio di Odisseo e Circe. La certezza invece è che da essa prese il nome la mitica vettura Lancia. Va beh sto divagando. Qui il suolo è un incontro di argille marine e materiali eruttivi: siamo proprio a metà strada dal mare e dai vulcani spenti dei colli albani oggi laghi (Albano e Nemi). Colline non troppo impervie ed esposizioni giuste. Ecco, allora c’è da chiedersi: cosa c’è di meglio per produrre vino? Enrico e Federica sono una di quelle coppie che quando le vedi capisci subito la sintonia che c’è tra loro. Sono due persone miti, di animo meraviglioso che quando li incontro la sensazione immediata è quella di conoscerli da sempre. Ci sono anche due cani che sembrano usciti da un cartone animato della Warner Bros chiamato “Pappy’s Puppy” dove Ettore, cane mastodontico, riceve dalla cicogna un piccolino che non fa altro che gironzolargli intorno. Qui tutto è semplice e all’insegna della semplicità e della schiettezza. Ogni cosa è realizzata senza fronzoli, con la essenzialità di chi non ama sovrastrutture e artificiosità. Guardi Federica, guardi Enrico e capisci che hanno tutto ciò che serve. Amore incluso. La loro è una storia non semplice. Enrico è nato qui vicino. Con i nonni che e la passione per la terra come per il vino. Nonno Umberto aveva una sensibilità particolare per la terra e le piante. Possedeva un pescheto e coltivava la terra per vendere i suoi prodotti. Principalmente frutta. Ricordo che quando ero piccolo aveva la vigna rossa ma lasciò solo un filaro di Malvasia e Cacchione per fasse il vino per casa. Nonno Fausto aveva pure una bella cantina ma gli mancava la sensibilità di Umberto. Stava sempre a smucinare il vino. Nonna gli diceva “che stai a fa co sto vino? Lo stai sempre a toccà. Così se snerva”. “Ma non me rompe li cojoni” rispondeva Fausto. Il vino comunque diventava imbevibile. Nonno Umberto invece, con la sensibilità che si ritrovava faceva poco più di 300 litri di vino. Ed erano buoni nonostante li tenesse nello scantinato in mezzo all’olio del trattore e alle cose che gli servivano per lavorare Veniva il vino perché lui era dolce. Come il suo vino. Federica invece viene da una famiglia del nord trasferitasi qui in zona negli anni 70. Il papà che lavorava nelle acciaierie financo in Germania dove lei ha imparato il tedesco. Persone semplici. Vere. Di quelle che sanno cosa voglia dire sacrificio e lavoro. La loro avventura enoica inizia nel 2011 quando comprano il terreno che impiantano nel 2013. Immediatamente biodinamico. Ecco, biodinamico. Chi pensa che quello del biodinamico sia un mondo di persone esaltate, sbaglia di grosso. Tantomeno chi dice che si diventa biodinamici per scelta commerciale. Quando conoscerete Enrico e Federica vi renderete conto che non è così. Si può essere biodinamici per il semplice pensare che la terra ci dà già tutto per produrre qualcosa di magico come il vino. Senza aggiungere null’altro. Così come non si ricercano certificazioni. Perché i timbri e la burocrazia servono per chi li vuole vendere non per chi ha la coscienza a posto. Enrico ha fatto la scuola agraria. Non con tanta convinzione. Al terzo e quarto mi hanno dato due materie. Forse perché quando si cominciava a parlare di concimi e veleni mi sono storto. In terzo iniziano le materie tecniche con i concimi, gli insetti e come ammazzarli. Mi sono disturbato e disamorato. Al quinto mi hanno dato sto 39, mi sono diplomato e poi mi sono laureato in scienze antropologiche. “Mettece ‘na pezza” come dicono a Roma. Enrico, pur da laureato, deve sbarcare il lunario. Lavora come giardiniere e anche così prova disturbo nel dare il veleno per le piante. Nel 2006 poi, l’illuminazione. Sulla rivista Porthos n.26 c’era una intervista a Carlo Noro e lì mi si è accesa la lampadina. L’articolo mi fece nascere l’idea che qualcosa mi avevano nascosto durante gli studi. Ciò che balena per la testa di Enrico è per lui dirompente. Come se nel corso degli studi gli avessero raccontato solo una parte della storia. Nel 2009/2010 segue i corsi di Carlo Noro e diventano amici. È l’inizio dell’avventura. Faccio biodinamico da 13 anni. Non certifico nulla perché mi sono rotto le scatole della burocrazia. Ispettori biologici e Demeter. Non c’è bisogno di certificare. Venite a fare le analisi al terreno e all’uva. Federica è sempre presente. Con il suo sorriso. La sua semplicità. Supporta Enrico in tutto. Si vede che non è solo una spalla. Gli sguardi sono quelli di due persone che sono una cosa sola. Mandano avanti loro l’azienda anche se Federica ha un lavoro. Perché le spese sono tante e non riescono altrimenti. Si percepisce un’aria meravigliosa come se ci fosse in giro tanto amore. Amici e parenti che li supportano nella vendemmia come se fosse una grande famiglia. In cantina poi li supporta Michele Lorenzetti della scuola di Carlo. Assaggiamo i vini. Siamo noi tre e i due cani. Il più piccolo mi salta continuamente sulla gamba. Vuole giocare e giocare ancora. È tutto così meraviglioso. Partiamo da Dimà, un bianco da Malvasia di Candia per un 95% e Trebbiano Toscano. Serviva una etichetta di uve bianche per generare un po’ di cash. Ma qui le uve devono essere quelle giuste e di giusta provenienza. Enrico ci tiene ed è inflessibile in questa. 23 giorni di fermentazione in cemento con le bucce più il 15% di grappoli interi. Torchiato e messo in vasca per tre/quattro travasi. Imbottigliato a metà giugno. I sentori sono davvero interessanti tanto che appena si scalda un po’ il vino nel bicchiere, virano sul miele. Un vino tranquillo e semplice con fiori e frutta e sentori iodati che si beve bene anche senza aspettare che si raffreddi bene in frigo (anche perché tenderebbe ad appiattirsi). Secco, fresco, pulito. Con una bella pulizia di bocca e un finale lievemente ammandorlato. Da aperitivo con i suoi 11.5 gradi ma anche da “carbonara”: si sposa benissimo. Proviamo Maros un rosato di Grenache che fa solo acciaio così da mantenere inalterati i sentori delle fragoline croccanti e delle ciliegie. C’è la rosa e la mineralità del suolo ma anche dell’influenza marina. Il sorso non può che rappresentare a pieno i sentori: c’è la freschezza, c’è la sapidità. È secco e caldo quanto basta ma soprattutto è avvolgente e pieno. Mi piace e già lo vedo per un aperitivo o per accompagnare un piatto di crostacei. Enrico e Federica amano i rossi. Quando ne parlano gli occhi sono ancora più brillanti del solito. Due etichette con lo stesso uvaggio: Cabernet Franc e Sauvignon. Come in Borgogna. Anche per le rese visto che qui al massimo si arriva a 60 quintali per ettaro. Quando va bene. Altrimenti si è intorno ai 40! Il primo dei due è l’Incastro 2021. Fermentazione in cemento con il 20% di grappoli interi: con il raspo insomma. Non ricorda la Borgona? Un vino giovane già dal colore e dai semplici e croccanti sentori vinosi così da essere piacevole anche in estate. Non è impegnativo neanche alla beva ancorché da abbinare per la presenza di tannini maturi ma decisi. Secco, caldo, sapido e dalla persistenza non elevatissima. Enrico e Federica producono anche l’olio. Biodinamico ovviamente. Con delle bruschette i vini si accompagnano meglio. I vini cambiano con l’annata. Ogni anno è diverso dall’altro e non sai come debba essere interpretata. Il bagaglio ci serve per interpretare le annate. Piano piano riusciremo ad andare da soli. Con questa premessa non possiamo non assaggiare due annate del gioiello di casa: il Torrebruna. Quando hai a che fare con una viticultura biodinamica che non ti permette alcun “aggiustamento”, le annate sono quelle che sono. La meraviglia è proprio questa: il vino rispecchia la natura e le caratteristiche che il tempo (meteorologico) dona. Le uniche licenze che ci si può permettere sono delle macerazioni più o meno lunghe o l’utilizzo di raspi. Poco altro. Nel 2018 la fermentazione in cemento è durata 17/18 giorni con bucce e raspi. Poi dopo essere stato torchiato e ripulito è stato rimesso in cemento per dieci mesi e sei tra tonneau e barrique di secondo passaggio. Avevo tonneau e barrique e li ho messi li. Il colore è rubino impenetrabile e al naso si affaccia un ampio bouquet che fornisce una sensazione di morbidezza. Ed è strano visto che non l’annata non calda. La ciliegia che viene fuori prepotente, sembra quella che si sente quando si apre il vasetto della confettura: avvolgente. Sentori dolci come tabacco, vaniglia, chiodi di garofano arrivano puntuali. La bocca è coerente con l’olfatto. Secco, caldo, sapido con i tannini maturi e quasi eleganti. Si può quasi bersi senza accompagnamento poiché morbido ma non troppo. Un gran vino nonostante che si abbina bene anche con una pasta. Il pubblico alle fiere si divide a metà tra la 17 e la 18. Nel 18 le piante erano inchiodate perché la peronospora bruciava i getti verdi e non si riuscivano a sintetizzare gli zuccheri. Abbiamo fatto la pre-vendemmia e ci abbiamo fatto un rosato Assaggiamo quindi il Torrebruna 2017. L’annata calda, otto mesi di cemento e dieci di legno hanno donato a questo vino una profondità ed una intensità pazzesche. Al naso i sentori sono scuri e penetranti come se nel calice ci fosse tutta l’immensità del mare. Le differenze climatiche risultano particolarmente evidenti anche ai meno esperti. Vengono fuori le spezie, e le tostature, la macchia mediterranea, la frutta in confettura, i fiori in potpurri. Tutti i sentori sono corposi, masticabili. Anche al sorso c’è avvolgenza e armonicità con un tannino presente ma non aggressivo, particolare. La persistenza è lunga. Secco e caldo ovviamente. Fresco il giusto. Un vino che è viscerale, da camino e meditazione. Veramente interessante. Lo mangi con una carne arrosto, magari con prugne, ciliegie, castagne. Andiamo in cantina ad assaggiare l’annata 2020 direttamente dalla botte: promette bene e va tenuta d’occhio. I vini del Lazio sono stati a lungo derisi e bistrattati per motivi storici ma anche per una qualità oggettivamente non eccelsa. Tanta quantità, poca qualità. Tranne rari casi nel passato, più frequenti oggi. Realtà come I Chicchi rappresentano esempi da seguire per l’utilizzo di tecniche volte al rispetto dell’ecosistema nonché di vitigni nobili e complicati ma esemplificativi di come si possano produrre grandi vini in zone considerate non vocate. Tutto questo però non sarebbe assolutamente possibile senza l’amore di persone come Enrico e Federica che vedono tutto ciò che è loro intorno con il cuore. Perché “Si vede bene solo con il cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”. Ivan Vellucci Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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8 Giugno, 2023

Vini d'Abbazia

L’Abbazia di Fossanova è uno di quei posti mistici che sembrano apparire dal nulla quando si percorre una semplice strada alberata. Chissà come deve essere stato questo luogo prima del 1163 allorquando iniziarono i lavori dell’Abbazia (ci vollero circa 45 anni per finirla..). Intorno all’Abbazia, governata dai monaci Cistercensi, sorse un meraviglioso borgo che tutt’ora resiste al tempo. Lo stupendo chiostro dell’Abbazia di Fossanova è stato, dal 2 al 4 giugno, suggestivo teatro della manifestazione Vini d’Abbazia organizzata da Upwell, Taste Roots, Confagricoltura, Comune di Priverno, Associazione Passione Vino e Strada del Vino dell’olio e dei sapori della Provincia Pontina. Tante le collaborazione (tra le quali Slowfood  e Slow Wine) e i patrocini (dalla Regione Lazio alla Camera di Commercio di Frosinone e Latina, all’Arsial). Solitamente le manifestazioni degustative sono organizzate all’interno di alberghi più o meno interessanti anche se quasi sempre anonimi. Difficilmente capita invece di assaggiare i vini passeggiando sotto i portici di un chiostro di una chiesta medioevale. Ogni vino rappresenta il lavoro dai monaci, frati o aziende che hanno avuto la fortuna di coltivare le vigne che furono di monasteri e abbazie. La storia del vino e la sopravvivenza della stessa vite la si deve, in buona parte, al superbo lavoro di conservazione e trasporto nei secoli di arditi monaci sparsi in tutto il mondo. Piccoli orti o grandi vigne che i monaci hanno salvato da invasioni, guerre, devastazioni. Questa manifestazione ha avuto il pregio di portare alla ribalta luoghi insoliti per il vino. Spesso riconosciuti solo per la loro spiritualità. Anche se, in fondo, il vino è spirito! Se è vero che l’abito non fa il monaco è senz’altro vero che il vino lo fa il monaco. Vini d’Abbazia dimostra proprio questo. Bellissime proposte sparse per tutto il territorio italiano e una piccola incursione in Francia. Interessante e intelligente l’aver fornito il giusto spazio alle aziende locali che meriterebbero plausi e fortune per la qualità dei loro vini. Un grande plauso agli organizzatori e all’Abbazia di Fossanova per aver intelligentemente concesso il chiostro   NB I miei vini sono nelle stories “Vini d’Abbazia” del mio account Instagram (link sotto) Ivan Vellucci Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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6 Giugno, 2023

Inviata speciale al blind blogger tasting

Cos’è il Blind Blogger Tasting?  È un format di successo inventato da quei geni di Francesco Bonomi e Fabio Gobbi che è ormai giunto alla 14esima edizione.  Partiamo dall’inizio. Innanzitutto, chiunque si può candidare creando una storia che deve essere votata dal maggior numero possibile di persone. Partito lo stalkeraggio ad amici, parenti e vicini di casa, 15 persone, in base al punteggio ottenuto, formano il gruppo fortunato, più uno estratto a sorte. A questo punto, ognuno dei partecipanti deve scegliere un vino autoctono della sua regione e, in gran segreto, comunicarlo agli organizzatori. Ogni vino verrà assaggiato alla cieca da ogni partecipante che voterà il suo preferito. Il vino vincitore farà entrare direttamente chi l’ha portato al blind tasting successivo. Blind tasting alla scoperta del territorio Chi organizza come me sa che dietro all’aspetto ludico e piacevole del blind tasting c’è un gran lavoro per prenotare alberghi, gestire intolleranze (alimentari e non) e per scegliere gli abbinamenti cibo-vino durante la cena, ma a parte questo, il blind blogger tasting è anche occasione per conoscere un territorio. L’ultima edizione si è infatti svolta alla scoperta dell’Alto Monferrato Acquese, una zona meno “battuta” rispetto alle più conosciute Langhe Roero e Monferrato, ma non per questo meno meritevole di essere esplorata. Il programma ad ogni edizione prevede il ritrovo nel primo pomeriggio presso la cantina ospitante. Questa volta siamo stati alla cantina di Alice Bel Colle dove siamo stati accolti in maniera calorosa da Claudio Negrino (Presidente), Bruno Roffredo (Vicepresidente) e dagli enologi e collaboratori che, tutti, mi hanno fatto sentire a casa. E’ una cantina sociale fondata nel 1995 che conta ad oggi un centinaio di soci.  Siamo partiti alla volta della vigna di Brachetto dove, dopo aver ascoltato i racconti su terreno e vitigno, storie e tradizioni, siamo saliti sulla “Big Bench” rosa da dove si ha una vista mozzafiato sulla vallata. A seguire abbiamo incontrato Maria, una super donna che nella sua vigna-museo ci ha mostrato come si legano le viti, come si riconoscono i germogli degli autoctoni, e raccontato altri aneddoti molto interessanti. Ritornati verso il piccolo borgo di Alice Bel Colle ci aspettava una degustazione di tre annate di un vino prodotto dall’omonima cantina, un Acqui DOCG Brachetto Secco Monte Ridolfo. E io che ho ricordi totalmente sbagliati di questa tipologia di vino mi sono fatta sorprendere dall’annata più vecchia! Breve passaggio per una rinfrescata e un cambio d’abito per ritrovarci sulla terrazza più alta del borgo di Alice Bel Colle per un brindisi al tramonto con vista mozzafiato a 360° sul territorio circostante. Pronti per il blind tasting Scaldiamo i motori per entrare nel vivo del blind blogger tasting e ci trasferiamo al ristorante dove, seduti a ferro di cavallo,iniziamo ad assaggiare e a confrontarci su profumi, colori e sapori che troviamo nei calici e a fare congetture su cosa abbiano nel bicchiere. A parte un vino che una volta assaggiato non te lo scordi più tanto è particolare (Integer di Marco De Bartoli) gli altri – mio escluso – è stato quasi impossibile identificare cosa fossero. Molto stimolante, sempre, “la cieca” e occasione di confronto e studio. L’atmosfera era rilassata, non essendo una gara a chi indovina cosa dato che il protagonista è il vino, con la tecnica, l’assaggio e l’emozione che in quel momento trasmette e su cui si basa il punteggio.  Dopo ‘la cieca’, svelati i concorrenti. In ordine di apparizione abbiamo poi scoperto di aver degustato (tra parentesi i concorrenti che li hanno proposti):  1• Luccicante 2022 – Cà Du Ferrà – 100% Vermentino (wineloversitaly) 2• Integer 2020 – De Bartoli – 100% Zibibbo (il calice divino) 3• I Mezzi 2021 – Fattoria Paradiso – 100% Albana  4• Derthona Montecitorio 2018 – Vigneti Massa – 100% Timorasso (enothusiastic) 5• Monte Olivi 2014 – Cobue – 100% Tuchì (giovanni.sabaini) 6• Loghetto Ammandorlato 2020 – Fratelli Agnes – 75% Bonarda Pignola, 25% Autoctoni (alby91mame) 7• Cirsium 2020 – Damiano Ciolli – 100% Cesanese di Affile (paolowine) 8• Vigna Valferana 2018 – Paride Iaretti – 100% Nebbiolo (_theartofwine_) che ha vinto la blind 9• Vigna La Merla 2016 – Banino – 40% Croatina, 40% Barbera, 20% altri (percezioni_di_vino) 10• Foglio 34 2015 – Az.Agr. Enrica – 100% Cesanese di Affile (zerpa_winegram) 11• Roggio del Filare 2014 – Velenosi Vini – 70% Montepulciano, 30% Sangiovese (clarettablu) 12• Selvarossa Terra 2011 – Due Palme – 85% Negroamaro, 15% Malvasia Nera (corcy4wine) 13• Asti Metodo Classico 2013 – Alice Bel Colle – 100% Moscato bianco (cantinaalice) 14• Vino Santo Trentino 2003 – Francesco Poli – 100% Nosiola (winediscovering_) 15• Il Serafino 2015 – Il Cipresso – 100% Moscato di Scanzo (partnersinwine93) 16• Raboso Passito – Cecchetto– 100% Raboso Piave (marcoandwine)   La giornata seguente passa velocissimamente tra la visita in cantina dove apprendiamo i processi di bonifica e passato in rassegna tutto il sistema di produzione. Non mi stancherò di dire che sulle cantine sociali ci sono ancora purtroppo troppi preconcetti. Infatti è opinione largamente diffusa che siano troppo grandi per curare la qualità, che mescolino uve buone e mediocri e che il massimo risultato raggiungibile sia un vino con un buon rapporto qualità/prezzo. Niente di tutto questo, in quelle con cui ho avuto a che fare io!  In cantina  abbiamo avuto la possibilità di assaggiare il mosto di moscato. Non nascondo che mi sarei volentieri finito il bicchiere, ma era ora di salire nella bella sala degustazione della cantina dove siamo stati sorpresi da altri interessanti assaggi e virtuosi abbinamenti. Una degustazione meravigliosa, varie tipologie dal DOCG Moscato d’Asti al Piemonte DOC Moscato Secco, passando da Asti Spumante, dal Barbera D’Asti Superiore DOCG a un Dolcetto d’Acqui DOC. Un’esperienza unica.  Per finire in dolcezza, per chi non ne avesse avuto abbastanza, un Brachetto d’Acqui DOCG accompagnato da un delizioso bacio di dama. Un grazie di cuore a tutti quelli che mi hanno votato, agli organizzatori e alla Cantina Alice Bel Colle e a tutti i miei compagni di avventura! Sono Claudia Riva di Sanseverino. Assaggio, degusto, scopro, curioso, provo e condivido. Seguimi su Instagram @crivads https://www.youtube.com/watch?v=RakajXgmc-E
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5 Giugno, 2023

E’ meglio essere un giovane bruco di giugno che un vecchio uccello del paradiso.

Editoriale di giugno e aforisma di giugno: E’ meglio essere un giovane bruco di giugno che un vecchio uccello del paradiso. (Mark Twain) E’ meglio essere un giovane bruco…l’editoriale del mese parla di questo, di loro, dei giovani. Sono mesi che si sente parlare delle nuove generazioni e di lavoro. Come spesso accade il dibattito sul tema viene trattato estrema superficialità e alimenta tanti luoghi comuni che bene non fanno. Spesso gli articoli di giornale, i post sui vari social che siamo costretti a seguire ed alimentare, si fermano alle ovvietà, senza nemmeno tentare di andare a fondo e di capire la reale entità e le varie dimensioni del problema. Già il fatto di chiamarlo problema porta sulla via tortuosa e scorretta dell’antagonismo distruttivo. Parlare dei giovani come di coloro che non hanno voglia, che non concepiscono la fatica e i sacrifici, che non si inseriscono con umiltà nel mondo del lavoro è segno di quanto poco si è disponibili a capire il mondo di questi ragazzi. Tra giovani e adulti sono gli adulti a dover fare da guida: le esperienze vissute, gli ostacoli e le difficoltà superati, le consapevolezze acquisite con il passare del tempo, i segreti del mestiere sono un importante bagaglio che va trasmesso. Tra giovani e adulti sono i giovani ad avere, teoricamente, energia pura, sogni nuovi, capacità di vivere nel presente e, probabilmente, di interpretarne le continue novità e i velocissimi cambiamenti meglio di chiunque altro.   Sono le due dimensioni insieme che possono funzionare, rafforzare e potenziare il successo di qualunque realtà aziendale in grado di conciliare i due mondi, le varie generazioni. E’ certo che se i “grandi” basano il proprio approccio su una sorta di nepotismo che si arena su assiomi del tipo “ai miei tempi si faceva così”, “ io ho dovuto sudare 7 camice”, “ la gavetta è importante” ecc.ecc. una vera evoluzione umana non ci sarà mai. La gavetta è importante, l’esperienza è importante e va fatta. Forse non va fatta in condizioni di semischiavismo, di sfruttamento, di mortificazione. Insegnare un mestiere richiede un rapporto di confronto e scambio. insegnare significa letteralmente “imprimere segni nella mente”, lasciare il segno. Se vogliamo che i giovani possano, nel loro futuro, lasciare un segno è necessario accompagnarli nella crescita. Significa occuparsene, tenere alla loro crescita e formazione. Per fare si che siano in grado di eseguire le mansioni che vengono richieste bisogna essere rispettosi di loro in quanto persone. Il rispetto passa per il giusto modo di trattarli, di inserirli nella professione. Per rispettarli bisogna ricordarsi come si era alla loro età, come ci si è sentiti alla prime esperienze di lavoro e di confronto con il mondo adulto. Essere adulti significa non ripetere ciò che di sgradevole abbiamo subito. Significa essere umili esattamente come si chiede a loro. Se scappano è perché hanno paura; e come fanno a non averne in un mondo che non ha certezze, che non ha valori, che fa della prepotenza e della maleducazione, dell’individualismo e dello sfruttamento (di questo spesso si tratta) i propri principi? Perché dovrebbero essere virtuosi, sacrificarsi, perdere il sonno, accettare frustrazioni invece che trovare scappatoie? Se ci si sente considerati si considera, se ci si sente valorizzati si può dare l’anima. Quando un lavoro fa crescere, dà soddisfazione, fa sentire importanti, si accettano anche condizioni non ottimali. Ma perché mai un giovane dovrebbe subire passivamente di sentirsi o di essere trattato come animale da soma? L’esempio viene sempre dall’alto. Necessario scegliere bene quale esempio si vuole dare e scegliere bene a chi tramandare il proprio sapere, l’alternativa è perderlo e dover faticare il doppio per recuperarlo. L’uomo impara al meglio e mette in pratica al meglio se mosso da passione e interesse o da necessità. La passione va alimentata, la necessità va rispettata. Nella mia realtà aziendale stiamo collaborando con giovani, singoli professionisti e associazioni, e lo scambio ci sta energizzando… Provateci, ad attaccarvi alla spina di chi guarda il mondo con occhi diversi, di chi lo analizza con sguardo fresco: può succedere che vi ricarichiate. Può darsi che rinasciate a nuova vita proprio come l’araba fenice.   PS: se la vostra realtà lascia spazio ai giovani o li valorizza candidate la vostra cantina a Wine in Venice 2024…potreste diventare la cantina esemplare della vostra regione.  
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31 Maggio, 2023

Stefano Menti il Maestro del vino biodinamico

Stefano Menti il Maestro del vino biodinamico Si sente spesso parlare di vino biodinamico. Il più delle volte da chi non lo produce e sempre con grande scetticismo. Come se si trattasse di qualcosa proveniente da un altro pianeta. Esoterismo. Pratiche particolari, alle volte incomprensibili. Raramente si ha la possibilità di parlare con qualche produttore biodinamico che lascia da parte la filosofia per farsi capire. Anche attraverso i suoi prodotti: i vini. Stefano Menti è uno di questi. Una persona splendida che non ti mette dinanzi altro che la sua esperienza. E i suoi vini. Stefano non si vanta di nulla. Non nasconde o rinnega il suo passato. Un passato di un ragazzo che ha dovuto dedicarsi al vino. Senza volerlo. Senza averlo chiesto. Non sono arrivato dalla scuola. Ho fatto Ragioneria e dopo il militare ho iniziato ad occuparmi della vendita di prodotti per l’igiene. Siccome sto scrivendo un libro, mi dicono che devo dire così anche se vendevo carta igienica. Non pensavo di entrare in questo mondo qui. A 18 anni il vino non mi piaceva. Mio papà e mio zio facevano un vino che non mi piaceva. Conoscevo solo il vino di mio papà. Quando uscivo fuori con i miei amici per ubriacarmi e dicevo “ah però”. Erano vini che ora ripugno perché con tanto legno. Barrique. Era la moda del tempo. Che però mi ha fatto capire che i vini potevano anche essere buoni. Siamo a Gambellara, patria della Garganega. Qui in molti fanno vino da generazioni sul suolo vulcanico. In molti, così come papà e zio di Stefano. Quei vini che a Stefano non piacevano e non gli andavano proprio giù. L’azienda non se la passava tanto bene così che la società tra i due fratelli si scioglie con la conseguenza di trovarsi in una difficile situazione economica. Io che facevo un altro lavoro ho deciso di investire in azienda più per senso di famiglia che perché ci credessi. Ecco, così è l’ingresso nel mondo del vino di Stefano. Non per amore. Non per passione. Non per necessità. Per senso di responsabilità. Ora, uno che entra in un business nemmeno poi tanto facile, un business dove c’è da lavorare la terra e per fare questo oltre che faticare servirebbe anche un minimo di conoscenza, ma cosa diavolo gliene frega di buttarsi sul biodinamico? Andando a vendere in giro il vino ho trovato tante belle persone anche di quelle importanti che lavoravano in ristornati uno/due stelle e che parlavano con me invece di snobbarmi. Ero un ragazzetto con vini dozzinali. Mi hanno invece dato degli spunti dicendo che i vini erano altra cosa. Così, assaggiavo i vini che loro mi consigliavano e quelli che mi piacevano venivano tutti da agricoltura biodinamica. Forse si sono solo incontrati i gusti o forse è scattato qualcosa di magico tra Stefano e una cultura, un modo di essere quale è il biodinamico. O forse è stato anche un mero calcolo commerciale. Perché Stefano sa bene che la Garganega la lavorano in tanti dalle sue parti e se vuole emergere, qualcosa, di diverso, si deve inventare. All’inizio essere biodinamici rappresentava la voglia per emergere. Ci sono zone non è necessario essere biodinamici perché tanto i prodotti li vendi lo stesso. Che senso ha cambiare e sbattersi per essere diversi, biologici, biodinamici. In altre zone dove ci sono le cantine sociali, non si cambia perché tanto l’uva non viene pagata di più. Qui era davvero necessario fare qualcosa per emergere. Poi è diventata una necessità perché i risultati ci sono. L’ecosistema funziona meglio. Quando il vicino soffre la siccità tu soffri meno. Quando arriva la grandinata la tua pianta si riprende meglio di quella del vicino. L’unica cosa strana è perché il vicino non cambia vedendo questi risultati. Era il 2000 circa. All’epoca di biodinamico si parlava pochissimo. Anche perché coloro, pochissimi, che lo praticavano non volevano parlare con nessuno. Certo non posso biasimarli visto che venivano derisi e messi all’indice. Volevo andare a trovare e mi dicevano che non accettavano produttori in cantina. Mi sentivo ancora più sfigato. Eppure non si scoraggia. Incontra Sangiorgi grazie al quale legge “il vino tra terra e cielo” di Nicolas Joly (pubblicato da Porthos) ed inizia ad approfondire ed appassionarsi al tempo stesso. Stefano si va ad infilare in un cul de sac. Anche perché il papà non è che remasse proprio nella sua stessa direzione. Per uno che da oltre cinquant’anni faceva vino con il metodo tradizionale, quei metodi, proposti da un ragazzino che di vino non ne sapeva nulla, non potevano certo trovare la sua approvazione. Neanche i consulenti gli servivano. I consulenti erano molto integralisti e mi dicevano che o la biodinamica si fa così o niente. Nel 2010 incontrai Adriano Zago che ancora adesso è l’agronomo biodinamico più famoso in Europa. È stato un discepolo di Pierre Masson. Mi disse che non aveva molto tempo ma che, quando in zona, mi avrebbe dato una mano. Stefano si applica e si applica sul serio. Una caratteristica questa che non si può non riconoscergli. Lui si applica. Sperimenta ma sempre e solo dopo essersi documentato. Non fa mai le cose per caso. Ogni cosa deve essere programmata, controllata, verificata. Nel rispetto della natura. Quella natura che, se rispettata, è in grado di emanare energia. I cambiamenti sono presto visibili nel vigneto e nell’orto. Ho cominciato a lavorare con un ragazzetto che mi ha abbandonato per finire l’università. Nel 2015 poi, Marco Barba che faceva il carpentiere prima e a lavorare in una azienda biodinamica nel cantone della Jura diviene il mio braccio destro. Adesso abbiamo 9 ragazzi a tempo indeterminato. Assumono giovani per essere pronti per il futuro. Il più vecchio nel team ha 50 anni mentre gli altri sono ventenni. Assunti a tempo indeterminato così che possano avere un futuro. Gli diamo un abbigliamento figo perché lavorano meglio e hanno una immagine. Abbiamo idea di fare una azienda che funzioni da sola. Come è cresciuto Stefano dopo venti anni. Ora è un manager. Conosce il vino. Sa produrlo. Sa coltivare la vigna. Sa gestire le persone. Sa gestire una azienda. A tal punto che delega e fa consulenza. Non mi sono goduto la giovinezza e l’ho fatto solo per senso di responsabilità verso i miei genitori. Tutti gli anni li ho passati a lavorare come un cretino senza soldi. Con frustrazione perché i risultati non arrivavano. Nel tempo ho capito che sono contento così perché per me è più importante il tempo libero dei soldi. Chissenefrega di guadagnare tanto se non puoi goderteli. Essere una azienda biodinamica per la Menti, per Stefano, non è solo una questione di rispetto per la terra. È etica. È impegno sociale. È rispetto per tutto ciò che lo circonda. L’azienda lavora 5.5 ettari di vigna. Poi boschi e orti. Ma non basta. Perché la cultura biodinamica che Stefano e il suo staff hanno ormai metabolizzato fa sì che altri si siano rivolti a lui per ottenere supporto. Negli anni abbiamo attratto un sacco di gente per aiutarli in cantina. È un progetto di consulenza ampio senza averne cercato nessuno. Insomma le aziende chiedono di essere supportate in vigna, in cantina, nella gestione del vino. Così accanto all’azienda agricola e vinicola è nata una società che fa consulenza. Una azienda che è nei colli Berici ci teneva a passare alla biodinamica. Gli abbiamo dato una serie di libri da leggere, libri pratici: intanto leggiti questi libri qui così quando veniamo a parlare perdiamo meno tempo. Vieni qui quando facciamo il corno letame così vedi come si fa. Ti metti lo zaino in spalla e ti insegniamo come si sparge. Ti diamo una serie di check list che sono le stesse che abbiamo noi. Stefano è pratico ma non sbrigativo. Vuole che la cultura che lui ha imparato non debba essere qualcosa che si vende un tanto al chilo. Se la vuoi applicare devi impegnarti. Devi capire cosa c’è di differente e, se la accetti, la applichi. Ma non seguendo regole ferree. Seguendo ciò che puoi e ritieni migliore per la tua realtà. Le aziende ci chiedono di vinificare da noi o di supportarli in cantina o vigna. Abbiamo attirato gente dalla Campania, Toscana, Sardegna. Puntiamo a dare loro le conoscenze per poi arrangiarsi da soli. Un modello di business che porta oggi la Menti a fatturare circa il 78% nel proprio vino, il restante 22% nella consulenza. Niente male per un ragazzo che non voleva fare questo mestiere. Quando iniziamo a parlare dei vini Stefano mostra tutta la sua carica energetica. Non è un talebano. Non è uno che disdegna i vini non biodinamici. È pragmatico. Il vino piace o non piace. Il vino suscita o non suscita emozioni. Il vino è fatto o non è fatto bene. Molto semplice. Quando mi racconta un episodio, non posso fare a meno che ascoltarlo con interesse e stupore. Io bevo tantissimi vini e mi piace berli con attenzione. Ogni dieci giorni facciamo una degustazione alla cieca in cantina con tre vini naturali o non dove si deve dire mi piace o non mi piace. Quando cominci a produrre e capisci che oltre all’uva sul vino ci possono essere 83 ingredienti non riportati in etichetta e sul biologico possono essercene 60. Sul biologico ci sono dosaggi altissimi. Una sera di vendemmia siamo andati ad una festa di amici. Tutti appassionati di vini che portavano bottiglie di vino costose e vecchie. È arrivato un Radikon che abbiamo aperto con grandi aspettative. Non era cattivo ma non era nemmeno buono. Sembrava un vino morto perché sapeva di acqua e alcol. Eravamo tutti fan di Stanko Radikon e nessuno ha detto niente. La mattina scendo presto in cantina a controllare e mi arriva un messaggio che la notte era molto Stanko Radikon. Tutti noi abbiamo ricomprato lo stesso vino della stessa annata ed è sempre stato un vino della madonna. Ecco, abbiamo tutti pensato che quella sera il vino non aveva voglia di festeggiare. Quando senti parlare Stefano capisci quello che in genere c’è scritto nei sacri testi del vino: il vino è materia viva. Allora se è vivo, ha in sé l’energia del suo produttore. Sarà suggestione. Sarà spiritualità. Ci si può credere o meno. Però il vino è bello per questo, perché è vita e morte. È gioia e tristezza. È felicità. È amore. In ogni sua forma ed espressione. Giovanni parla dei suoi vini con amore. Come un padre parla di sua figlia. Leggi in lui l’emozione. Negli occhi c’è solo ed esclusivamente amore. Amore incondizionato che sa comunque vedere quei difetti che non rifugge ma ammette. Accetta. Come si accettano le paturnie dei propri figli fino quasi a trasformarle in pregi. Tutto però esclusivamente naturale. Come la natura riesce ad offrire. Senza edulcorare nulla ma lasciando che la natura, e la tecnologia, faccia il suo corso. Eppure si dà ancora oggi dello sfigato. Gli è rimasta addosso quella “sfigataggine” del ragazzo che cominciò senza voglia e solo per dovere. In fin dei conti, credo che la sua sia solo una grande, grandissima umilità. Hai mai pensato di fare il furbo con i vini? In passato ero molto integralista forse più di adesso perché convinto che i vini per essere buoni dovevano essere fatti con uva integra. Con la tecnologia invece si può ovviare. Adesso poi non posso più perché sono così riconosciuto per quello che faccio che mi perdonano anche cose che non vanno proprio bene. Specialmente con i rifermentati. Una volta che imbottigli il vino che deve rifermentare, che ha poca solforosa, poco alcol, che ha fatto la malolattica, che non è microfiltrato e che deve rifermentare con lieviti indigeni, hai tutti gli elementi per fare male. Li quando ti va storto qualcosa non puoi fare niente e devi riconoscere commercialmente che non è il massimo. Noi lo vendiamo non fregando la gente ma dicendo che è meglio assaggiarlo prima. Li abbiamo sempre venduti. È tempo di assaggiare i vini di Stefano. Iniziamo da Roncaie. È il vino più semplice da uve Garganega rifermentato in bottiglia aggiungendo solo mosto di passito. Puoi berlo sbattuto così hai tutta la quantità di lieviti. Va aperta a 45 gradi. Noi iniziamo a fare questo vino nel 2007. È stato un po’ la conseguenza di un errore. È un vigneto dell’85 in pianura. Ho fatto una potatura cortissima con pochi grappoli. Il terreno è molto fertile e gli acini si rompevano. Dovevo accettare la resa che fa il vigneto e il basso grado alcolico. In primavera aggiungiamo del mosto di passito in misura di 10 grammi di zucchero per litro. Lui riparte a fermentare, lo imbottigliamo e diventa un frizzante col fondo. È un vino da merenda, da pizza e da frittura (pesce e verdure). È un vino da piscina da bere al posto di una birra. Raramente va in riduzione. Usando il mosto di passito c’è meno fondo. 2000 bottiglie nel 2007 e oggi varia dalle 13 alle 20 mila bottiglie. Mi ha attirato delle consulenze perché ci vuole tecnica. È un vino estremamente particolare al naso. Scovo delle inaspettate morbidezze e una vinosità non accentuata. La rotondità è ovviamente frutto del mosto. Non è un vino per tutti perché non propriamente limpido. Ma proprio per questo dovrebbe essere assaggiato da tutti. Magari alla cieca e con un bicchiere scuro. Perché è davvero una esperienza dalla quale si fa fatica a separarsene. È un vino che ha evoluzione continua. Avrà una bolla sempre più fine. Diventerà più cremoso e dorato facendo crescere la nota burrosa. Che vuol dire abbinarlo con lieviti dolci. C’è molta frutta, molti fiori. Un retro olfatto che porta la frutta ad essere matura. Quando lo bevi continua a stuzzicare la voglia di berlo ancora e finisci per berti tutta la bottiglia. Con un aperitivo è fantastico per via di persistenza niente affatto male. La bocca rimane pulita per via di un delicato agrume, non forte così da portare la bocca verso la dolcezza. La pizza in abbinamento, se è bianca, funziona bene così come i formaggi non carichi. Anche una mozzarella di bufala, una caprese o una fresella con pomodoro e tonno. Ottimo prodotto da piscina, da lido. Anche a pranzo. Bella impronta. Riva Arsiglia 2020. Garganega in purezza. La prima cosa che si nota della bottiglia è il tappo a vite, scelta dovuta alla capacità di mantenere inalterato il prodotto nel tempo. Deriva dal vigneto più vecchio dell’azienda. Impiantato nel 1932 con successive aggiunte. Fermentazione con lieviti spontanei e affinamento in cemento per almeno un anno. Bella pulizia anche senza nessun filtraggio. Eppure è stato due anni sulle fecce! Insomma qui c’è tanta tecnica e ascoltare Stefano che ne parla in maniera così facile è davvero disarmante. Al naso i sentori sono bellissimi. Appaiono gli idrocarburi dovuti alla matrice vulcanica del terreno, tipico della zona, così come i terziari come menta, alloro, mentuccia. Poi c’è la camomilla che tende a virare verso il miele. La frutta è come se occorra andarla a cercare. Non va bevuto molto freddo per dar modo ai sentori di esprimersi con tutta la loro forza. Mi piace soprattutto per la palese continuità con il Roncaie: appartengono alla stessa mano. In bocca c’è rotondità e pastosità con i sentori che si trasformano in sapori. La rotondità si avverte nonostante il vino sia decisamente secco. La persistenza risulta quasi inferiore al Roncaie. Proviene da vigne vecchie, cosa questa che si evidenzia dal maggiore estratto. Nelle annate più calde arriva a 12.5 gradi; in quelle fredde a 9. C’è una buona sapidità che avvolge al sorso. Al pari del Roncaie, intriga perché non banale tanto che al primo sorso non lo capisci, ne bevi un altro po’ e ancora non è chiaro. Devi berlo e riberlo per capirlo conquistandoti perché conquista tornando in mente in maniera sempre non esaustiva. Intrigante davvero anche perché può invecchiare continuando a cambiare. Finiamo con il Monte del Cuca 2020, la versione macerata della Garganega che fa fermentazione sulle bucce. Non c’è una regola per la fermentazione in cemento. Questo ha fatto 40 giorno. Affinamento in cemento e botti di legno grande per poi assemblare le parti. Prima annata prodotta è stata la 2010. La macerazione si vede tutta dalla colorazione orange. L’evoluzione al naso fornisce sentori pastosi di frutta matura e prugna secca e nocciola. I terziari sono quelli del Riva Arsiglia per continuare ancora con la gamma. La complessità olfattiva si avvicina a quella di un rosso e i tannini che si sentono in bocca non fanno che confermarlo. Nonostante la sua verticalità, ha una buona struttura. È secco e caldo; avvolgente e sapido. Molto ben abbinabile a cibi succulenti. Un pesce grasso ci starebbe benissimo. Ma anche un coniglio. Mi piacerebbe abbinarlo con della porchetta per le parti grasse e le spezie. Peccato, siamo arrivati alla fine della chiaccherata con Stefano. Peccato perché parlare con Stefano è una vera esperienza. Al pari o superiore di quella del degustare i suoi vini. C’è energia nelle sue parole e nei suoi prodotti che riconosci per il filo conduttore che li unisce. Quella di Stefano è passione sì ma anche e soprattutto capacità di comprendere come il rispetto per la natura, il rispetto vero, legato a processi e tecniche ben precise siano la base per produrre qualcosa di speciale. La cosa che più mi è piaciuta di Stefano è comunque la sua umiltà. Nonostante tutto non smette di ricordare quando era un ragazzo sfigato. Lo dice più a sé stesso che agli altri. E forse è solo un modo per dire al mondo come, in fondo, le idee e i progetti prevalgono su tutto. Ivan Vellucci Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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26 Maggio, 2023

Da Rimini alle Crete Senesi ovvero Mocine

Da Rimini alle Crete Senesi ovvero Mocine Vignaioli si nasce o si diventa? Totò, il principe della risata, amava dire che “Signori si nasce. E io lo nacqui”. In fondo Antonio De Curtis, alias Totò, forse un po’ di sangue blu lo aveva. Comunque sia divenne il Principe della risata e di Napoli intera. Senza divagare però, la domanda rimane. Ci si può trovare ad avere le vigne in casa e dover decidere cosa farne così come si può essere colpiti da una folgorazione sulla via di Damasco. Valerio Brighi è un caso davvero unico nel panorama vitivinicolo poiché rappresenta non solo il vignaiolo diventato tale e non nato così, ma perché ha scelto di diventarlo senza essere animato dal sacro fuoco della passione per questo splendido mondo. No, Valerio l’ha fatto per mero calcolo. Per fornire alla sua azienda un elemento importante di sostentamento. Ma attenzione. Perché Valerio si è così innamorato del mondo del vino tanto che la prima volta che parlo con lui mi dice: In questo mondo ho imparato che ci si incontra e si incontrano persone meravigliose Siamo nelle Crete Senesi, ad Asciano. Tra Siena e Montalcino, in una terra da sempre dedicata a produrre frumento e foraggio su quelle dolci colline dal colore cangiante con le stagioni così da offrire paesaggi unici e straordinari. Di vigne però ce ne sono davvero poche. Forse perché dopo la seconda guerra mondiale vennero tutte tolte per dare spazio ad un diverso tipo di agricoltura. L’azienda agricola Mocine, quella di Valerio, ha storia antica. Ma proprio perché antica, in un territorio poco vocato alla produzione del vino, la focalizzazione non poteva che essere sull’agricoltura tradizionale, ovvero la produzione di frumento e foraggio. Valerio non è di queste parti. Lui è riminese doc. Romagnolo nel midollo. Svelto, diretto, schietto, pragmatico. Una persona vulcanica che quando ti parla sta già pensando a cosa ti dirà dopo. Gli aneddoti si susseguono senza sosta. Una ne pensa e cento ne fa. Con cervello: pesando e ponderando tutto. Con umiltà: lasciando fare a chi sa. Con determinazione: non lasciando nulla al caso. Valerio gestiva l’azienda stando a Rimini. Cosa questa non certo facile. Ma nemmeno lo è per uno di Rimini andare a vivere nelle Crete Senesi. Valerio non me lo dice, ma credo che a Rimini si divertisse. E molto. Fatto sta che ad un certo punto della sua vita capisce che per gestire bene le cose di una azienda agricola di grandi dimensioni, occorre essere sul posto. Ci sono milioni di cose da fare. Cominciando dal temere o conti in regola. Volevo trovare soluzioni alternative all’agricoltura che mi permettesse un risultato positivo e più stabilità. La ricerca di fonti alternative all’agricoltura lo portano a mettere su la riserva di caccia, l’agriturismo, l’agricoltura. Prima di essere folgorato dalle vigne. O meglio, dal potenziale che le vigne ed il vino potessero offrire. Passando una volta per Montalcino ho notato le vigne. C’ero passato centinaia di volte ma non gli avevo mai dato peso. Invece quella volta sono rimasto affascinato e mi sono messo subito a fare un business plan per capire come poter fare vino. Eccolo qui Valerio. Ora, alzi la mano chi ha mai visto un vignaiolo fare un business plan. O anche un proprietario di una azienda agricola. Valerio non è così. Lui ama parlare con i fatti e i numeri sono fatti. Certo, un conto è fare vino a Montalcino, altro ad Asciano, nelle Crete Senesi dove di vigna non se ne vede neanche un filare. Non se ne vede a meno di non studiare un po’ di storia. Ed essere curioso. Altra caratteristica di Valerio. Storia e curiosità fa sì che Valerio scopra come nel Palazzo Venturi di Asciano e nella Abbazia di Monteoliveto ci fossero delle cantine che secondo i miei calcoli potevano contenere almeno 2000 quintali di vino ognuna. Una successiva visita al catasto (guarda tu Valerio dove è andato ad impegolarsi!) gli fa scoprire che quasi tutti i terreni avevano una vigna. Dunque qui si produceva vino! Insomma, la vigna dal punto di vista economico poteva stare in piedi e anche commercialmente qualcosa si poteva fare visto che il territorio aveva delle potenzialità Mi consentiva di spalmare i costi fissi avendo l’azienda una serie elevata di costi fissi. Quando uno ha in mente in numeri! L’azienda certamente si è sempre retta ma dopo gli anni 90, quando la miniera d’oro della riserva di caccia ha smesso di produrre pepite (chissà forse per il via del cambio generazionale, della diversa propensione delle generazioni) si doveva cercare qualcosa che potesse aiutare ulteriormente al sostentamento. Prima delle vigne ne ho pensate di tutte. Anche le erbe medicinali per la farmacia. Insomma la vigna per necessità. La vigna per spalmare i costi fissi. La vigna per differenziare. Io però di vigna e di vino non so niente. Certamente ho sempre ritenuto questo un vantaggio perché quando non sai le cose sei più attento, vuoi capire, fai domande. Ecco le domande. Ora immaginatevi la scena che per i più sembra surreale ma non per Valerio. Lui ha bisogno di capire. Non è uno che si improvvisa e parte. No, Valerio senza un business plan nemmeno si alza dal letto la mattina. La scena che ho dinanzi agli occhi quando Valerio me lo racconta mi fa sorridere e non perché la ritenga surreale. Nossignore! È ciò che avrei fatto io e ciò che dovrebbero fare tutti quelli che iniziano una avventura di business (cosa che in molti invece non fanno andando poi a schiantarsi nel migliore dei casi). La scena. Ecco. Immaginate Valerio che si prepara un foglio con 30 domande. Domande utili a mettere giù un business plan: quanto costano le barbatelle, quante barbatelle ci vogliono per ettaro, ecc. ecc. ecc. Una volta preparate se ne va in giro per le cantine a fare queste domande. Invece di tornare con delle risposte, torna a casa con ulteriori domande tanto da averne ora circa 100. Riparte con il giro tornando con più dubbi che certezze. Cosa vuol dire fare la vigna. Cosa vuol dire fare la cantina. Cosa vuol dire fare la commercializzazione. La risposta era questione di numeri ma ho scoperto che gli italiani non lavorano con i numeri. Solo alcune aziende più strutturate sapevano darmi i numeri. Dopo due anni di domande e poche risposte, Valerio riesce a predisporre un business plan. Sembra fatta e lo presenta con orgoglio ad una persona che lui reputa competente nel campo. Orgoglio presto represso quando viene completamente bocciato poiché mancante di diversi elementi. Che fa Valerio, si abbatte? Ma quando mai! Ho completato le parti mancanti anche se l’ho dovuto fare tre volte. Però ho fatto cinque ettari e mezzo di vigna e ho sbagliato il costo di 4000€ a mio favore perché due persone hanno lavorato particolarmente bene. Toh, eccolo qui Valerio. Però business plan, tocca fare il vino. Ah già il vino. È il vino che deve produrre e vendere. Mica il business plan. Ma anche in questo Valerio non può che sorprendere. Qui tutti i conoscenti di Montalcino mi dicevano cose diverse sul vino. Allora ho deciso di prendere la persona più capace che c’è in Italia a fare il vino e seguo quello che mi dice. Perché a me servirebbero 300 anni per imparare. Sceglie Attilio Pagli come enologo e l’agronomo che questi gli suggerisce. Sono l’ultimo ad arrivare sulla piazza dunque è inutile che vado a fare ciò che fanno tutti. Il blend me lo voglio fare un po’ originale. È così che Pagli mi ha messo in contatto con un vecchio professore dell’università di Firenze che mi ha consigliato due vitigni autoctoni come Fogliatonda e Barsaglina. Già ma occorre pure trovarli. Perché saranno pure autoctoni ma in Toscana solo pochi contadini li hanno. Sangiovese, Barsaglina, Fogliatonda, Colorino e il blend Valerio è servito. Se tornassi indietro non lo farei più. La Fogliatonda chiede quasi il doppio delle ore di lavoro e altrettanto per la prevenzione. A livello italiano poi un blend nuovo suscita poco interesse. Arieccolo Valerio. Vignaiolo di arrivo. Lucido nelle sue osservazioni. Business oriented si direbbe se si potesse ancora utilizzare l’inglese nei testi.   Non gli basta poi la vigna. Sere anche la cantina per fare il vino. Avevo un capannone in lamiera e ho capito che si poteva fare il vino anche in un capannone. Ho acquistato le vasche per la refrigerazione e via. Perché per fare il vino non occorre la cantina da due milioni di euro. Tra dieci anni se sarò ancora vivo allora potrò fare dei ragionamenti di investimento più importante. Pragmaticità. Efficacia. Efficienza. Insomma, tutto fatto. anche se lo sa anche lui che un conto è fare un business plan, tutt’altra cosa la commercializzazione. Puoi capire quanto ci vuole per un ettaro di vigna ma capire che riuscirai a vedere 20000 bottiglie è altra cosa. Facciamo il punto. Il business plan funziona (sulla carta). La vigna con i vitigni nuovi c’è (ah per la cronaca ha pure impiantato Vermentino, Chardonnay e Trebbiano per un bianco veloce tanto per generare cash). La cantina ancorché in un capannone c’è. L’enologo e l’agronomo pure. Non manca più nessuno. Solo non si vedono i due liocorni mi verrebbe da dire. Scherzi a parte il vino occorreva venderlo. Ho un amico che ha una bella cantina in Umbria e l’avevo coinvolto nelle cose che facevo. Mi ha dato consigli. Mi ha supportato. Così che quando sono arrivato ad avere le prime bottiglie sono andato a trovarlo per avere un aiuto a venderle. Lui mi ha detto che non mi avrebbe aiutato “tu devi trovare il tuo percorso se lo sai trovare. Può anche essere che non lo sai trovare e devi cambiare mestiere”. Ecco, lo devo ringraziare perché mi ha responsabilizzato: ognuno ha la sua strada. La strada Valerio l’ha trovata comunque con 25.000 bottiglie prodotte e vendute all’anno. Prodotte e vendute. Un binomio da sottolineare e che lui stesso sottolinea. Perché è anche arrivato a produrne di meno quando le scorte in magazzino erano alte. Tanto per non doverle svendere. Chapeau! Ad oggi sono contento perché una buona fetta la vendo negli USA. Senza agenti. Faccio tutto io. Perché la gente compra il vino? Perché ci si incontra. Ecco. Ritorna quella frase che mi ha tanto colpito di Valerio. Valerio che ha la passione per ciò che fa. Non solo per il vino. È un bagaglio culturale. Da applicare ovunque. Un bagaglio che gli arriva dal passato. Da quando dopo la guerra il papà da manovale divenne muratore e poi mise su una piccola ditta. Che si rimboccò le maniche come quelli della sua generazione e costruì da solo la casa dove vivere con la famiglia. Questa cosa rappresenta la voglia di fare. Il proprio lavoro è bello. La mattina quando mi alzo sono contento di fare le mille cose che devo fare. Vino o non vino. Io faccio con gusto il mio lavoro. Attorno a me ci sono una serie di persone che lavorano che sono veramente brave. Ma non trovo più gente che vuole lavorare. Valerio sa che prima o poi avrà bisogno di riposare. Ma trovare qualcuno che possa continuare il suo lavoro è complicato. Sono ameno cinque anni che mi sto guardando attorno ma non trovo il profilo di una persona misto tra commerciale, dirigente, imprenditore. Non la trovo. Un velo di tristezza che dura solo il breve battito di ciglia. Perché Valerio ha tante cose per la testa e ancora di più da fare. Mica si può fermare ad essere sentimentale. Ma va là. Ah dimenticavo i vini. Bianco a parte le chicche della sua azienda sono quattro. Il SantaMarta semplice ed immediato con il blend Valerio senza Fogliatonda. Il Mocine, pieno blend Valerio ma senza legno. L’OttoRintocchi che invece di legno ne fa. S’Indora ovvero Fogliatonda in purezza. S’Indora sono 500 bottiglie che faccio ogni tanto. Hanno le etichette dipinte a mano e firmate dalla mia amica Letizia Fornasieri, pittrice affermate. Se uno vuole conoscere la Fogliatonda in purezza deve berla con questo vino che non è prodotto per scopo commerciale. Ivan Vellucci Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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24 Maggio, 2023

Lugana: ai piedi del Lago di Garda una Doc tutta da scoprire

Durante la manifestazione Wine in Venice, tenutasi nella magica cornice del Palazzo Scuola Grande Della Misericordia di Venezia, ho avuto modo di approfondire il mondo del Lugana grazie alla masterclass “Alla scoperta del Lugana” organizzata dal Consorzio per la Tutela del Lugana e condotta da Chiara Giovoni. La Doc Lugana, una delle prime DOC a essere nate in Italia e la prima a essere riconosciuta in Lombardia, è stata ufficialmente istituita il 21 luglio del 1967. Siamo esattamente a sud sul Lago di Garda, al confine tra due regioni, Lombardia e Veneto, le province interessate sono Brescia e Verona, e in particolare i comuni dove si produce il Lugana sono cinque: Peschiera del Garda, Desenzano del Garda, Lonato del Garda, Sirmione e Pozzolengo. In questa zona il vitigno ha un modo inconfondibile di esprimersi, grazie al lago, la cui formazione risale a oltre 10.0000 anni fa dopo il ritiro del ghiacciaio. Oggi questa viene considerata una “culla climatica” perfetta per valorizzare le peculiarieta’ di un’uva particolare come la Turbiana. Infatti, è proprio quest’uva la Turbiana, conosciuta anche come Trebbiano di Lugana il vitigno principale della Doc, da disciplinare si possono aggiungere per un massimo del 10% altre tipologie di vitigni a bacca bianca.   Il disciplinare di produzione prevede cinque stili di produzione differenti: Lugana, che rappresenta il 90% della produzione totale. Lugana Superiore, almeno un anno di affinamento. Lugana Riserva, almeno 24 mesi di affinamento di cui 6 in bottiglia. Vendemmia Tardiva Spumante, sia metodo Charmat che metodo Classico. Per proteggere e valorizzare la Doc Lugana nel 1990 è stato istituito il Consorzio per la Tutela del Lugana, che ad oggi include 210 aziende, di cui 180 viticoltori e 90 imbottigliatori, per un totale di circa 28 milioni di bottiglie prodotte nel 2022. Di seguito i vini degustati durante la manifestazione   Marangona – Lugana DOC Annata 2021: Frutto dell’assemblaggio dei migliori vini provenienti da tutti i vigneti dell’azienda, raccolti e vinificati separatamente. Affina esclusivamente in acciaio. Nel calice si presenta di un giallo paglierino molto luminoso. Al naso spiccano le note tipiche di fiori bianchi e frutta a polpa bianca. In bocca è fresco, sapido con una buona struttura e una piacevole bevibilità.   Famiglia Olivini – Lugana DOC Annata 2021: Vino ottenuto dalla selezione delle migliori uve dei vigneti coltivati in una delle zone più storiche della denominazione. Affina esclusivamente in acciaio. Nel calice si presenta di un giallo paglierino, con riflessi verdognoli. Al naso spiccano le note fruttate di frutta bianca più matura e agrumi seguite da note floreali di zagara. In bocca il sorso è fresco e sapido, con una piacevole persistenza. Un vino dal carattere molto identitario.   Zamichele – Lugana DOC Annata 2021: Prodotto nella zona di confine tra Lombardia e Veneto, nel cuore della DOC Lugana. Affina esclusivamente in acciaio per alcuni mesi. Nel calice si presenta di un giallo paglierino con riflessi verdolini. Al naso spiccano le note floreali di gelsomino e fiori bianchi seguite fa note di frutta tropicale, pesca, ananas, e note di agrumi più verdi. In bocca il sorso è fresco, sapido con un finale lungo e persistente. Chiude con un ritorno di mandorla fresca. Risulta essere un’espressione più austera di Lugana.   Montonale – Orestilla Lugana DOC Annata 2020: Prodotto dalle uve dell’omonimo vigneto, denominato così in quanto nel XVII secolo vi fu ritrovata la preziosa arca marmorea dedicata alla matrona Romana Orestilla. Nel calice si presenta di un giallo paglierino con i riflessi dorati. Al naso spiccano le note di agrumi più dolci, mandarini, pesca gialla ananas, seguite da leggere note speziate di pepe bianco e leggere note minerali. In bocca il sorso è lungo, sapido, complesso con un piacevole ritorno di timo.   Colli VaiBo’ – Gemma Lugana DOC Riserva Annata 2020: Prodotto nella zona di Pozzolengo, uno dei cinque comuni in cui viene prodotto il Lugana. Affina un anno sulle fecce fini e sei mesi in bottiglia prima della commercializzazione. Nel calice si presenta di un giallo paglierino intenso. Al naso spiccano le note di frutta esotica, pesca bianca, seguite da note speziate e note leggermente dolci di miele. In bocca il sorso è morbido, elegante con una buona sapidità e una buona freschezza.   Feliciana – Serce’ Lugana DOC Riserva Annata 2019: Viene vinificato dopo un leggero appassimento delle uve. Affina parte in acciaio e parte in piccole botti di rovere e per finire sei mesi in bottiglia prima della commercializzazione. Nel calice si presenta di un giallo paglierino intenso con riflessi dorati. Al naso apre con una piacevole nota floreale di fiori bianchi seguita da note di frutta tropicale matura e note speziate. In bocca il sorso è intenso con una buona mineralità e una buona freschezza.   Le Morette – Lugana DOC Riserva Annata 2019 Nasce negli storici vigneti di famiglia con la più elevata concentrazione di argilla. Affina un anno in vasca e un anno in bottiglia. Nel calice si presenta di un giallo paglierino intenso. Al naso spiccano note di frutta più matura, arancia candita, mango, seguita da note floreali di rosa bianca, fiori d’acacia e una leggera nota balsamica. In bocca ha una grande sapidità’ e una grande struttura. Una perfetta espressione di connubio tra vitigno e terroir.   Corte Sermana – Sermana Lugana DOC Riserva Annata 2017 Prodotto nella zona di San Benedetto Di Lugana dalle viti più vecchie adiacenti all’acqua. Affina 12/18 mesi sulle proprie fecce poi un anno in bottiglia prima della commercializzazione. Nel calice si presenta di un giallo paglierino carico. Al naso spiccano le note di frutta secca, erbe aromatiche, timo, maggiorana, seguite da una nota di agrumi canditi. In bocca spicca la grande sapidità e la grande freschezza. Chiude con un finale molto persistente. Claudia Maremonti per The Voice of blogger
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