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12 Maggio, 2023

Giovannino Pusceddu e la sua Sardegna

Giovannino Pusceddu e la sua Sardegna Cannonau e Vermentino. Vermentino e Cannonau. Non è che si va molto più lontano di così se si vuole identificare la Sardegna nel mondo del vino. Almeno per i più. Parlare di altri vitigni della Sardegna è come dire ad un turista che in Sardegna c’è altro oltre il mare. Se non ci si ferma alla superficie, si può trovare molto di più in Sardegna. Anche oltre le spiagge. Bosa ad esempio. È un paese in provincia di Oristano. Qui, i più esperti, sapranno citare la Malvasia. Di Bosa appunto. Certo, c’è pure il Cannonau. Come privarsene in fondo. Se arriva un turista e gli proponi la Malvasia, probabilmente non la prende. Se non hai nemmeno il Cannonau, cosa vendi? Il Vermentino…. Bosa è sul mare ma a stretto ridosso delle colline che cadono proprio nel mare. Nell’entroterra ci sono pascoli e boschi. È in altura che si trovano erbette che forniscono al latte, dunque ai formaggi e alle carni, un sapore del tutto particolare. Negli anni 50 la Granarolo mandava i camion in Sardegna e acquistava il latte da mio nonno. Poi i latifondi si sono frammentati, il prezzo del latte è crollato e il sistema si è sgretolato Il nonno di Giovannino Pusceddu aveva parecchia terra destinata all’allevamento di bovini e ovini. Oliveti e qualche vigneto con produzione per consumo familiare. C’era il frantoio ma non la cantina. Così che il vino che eccedeva si vendeva sfuso. Come l’olio ovviamente. Non è che si poteva imbottigliare. Tanto il vino si beveva per quello che era. Si coltivava il Pascale perché dava rese altissime grazie anche ai contadini che lo piantavano in zone prossime al fiume. È un vitigno che fa 10 kg a pianta. Peccato che dopo la produzione il vino non arrivasse a primavera inacidendosi precocemente senza che questo impedisse ai contadini di berselo lo stesso. Era un alimento. Ad un cristiano gli davi una bottiglia di questo vino spunto, una cipolla, un panino e quello stava a zappare tutto il giorno. Giovannino da sempre è affascinato dal vino. Così affascinato da aver conseguito una laurea in viticultura ed enologia. Una passione trasmessa dal nonno che, resosi conto che il settore dell’allevamento stava andando in declino, ebbe la pensata di piantare una vigna di 9 ettari di Malvasia e farsi una cantina. Peccato che alla sua morte il padre si sia occupato di altro e la vigna venisse divisa in famiglia. Finiti gli studi Giovannino non rimane in Sardegna. Vuole, ha bisogno, di fare esperienza. Di toccare con mano. Di mettere in pratica gli studi. Visto però che è uno che non ha tanta voglia di aspettare ha una pensata. Ho iniziato con l’idea di fare due vendemmie all’anno, una nell’emisfero nord, una in quello sud. Si dice in genere siano necessarie 14 vendemmie per definirsi enologo. Invece di metterci 14 anni ce ne metto 7 Come fai a non voler già bene ad una persona così? Giovannino va Svizzera per poi tornare e continuare a studiare per diventare sommelier. Visto che deve continuare a fare le vendemmie altrimenti non si può definire enologo, parte per la Nuova Zelanda e l’Australia. Siamo nel 2016 e qui lavora come operaio in una grande cantina. Solo che il metro per definire “grande” in Australia è diverso da quello nostro. In Australia si ragiona a tonnellate. Quando Giovannino racconta dell’Australia ha gli occhi che gli brillano così che si capisce quanto sia appassionato e fiero. Fiero di una esperienza del genere. Unico italiano nella cantina, così l’inglese lo ha imparato bene. Ha anche imparato la pragmaticità degli australiani (che in fatto di vini sono decisamente ad un buon livello). Nella worksheet la mattina leggo “aggiungere 3000 litri di acqua al tank n.18”. Era un modo per portare un vino da 18 gradi a 14: si aggiunge acqua. Per loro è normale. Una cosa che non fa male si fa e basta Stava bene in Australia Giovannino. Imparava l’inglese. Guadagnava il giusto. Faceva il mestiere che gli piaceva fare. Imparava a diventare enologo. Insomma di tornare non è che gli andasse molto. Anche se poi arriva il momento nel quale uno un po’ di nostalgia per la sua terra la sente. Siamo nel 2016 e un pensiero nella testa di Giovannino inizia a frullare. Se ritorno è per fare qualcosa. Così parla con la sua famiglia. Se valorizziamo il terreno, torno, apriamo una cantina e lavoriamo seriamente. Oppure rimango in giro per il mondo. Alla fine apre la cantina Azienda Agricola Fratelli Pusceddu insieme alla sorella Ottavia. Per ripartire subito dopo. Perché le 14 (o 7 per due) vendemmie, le doveva pur completare. Siamo io e mia sorella. Io ho fatto enologia lei tecnologia agroalimentari. Per il momento si è occupata di burocrazia perché stava studiando. Avevamo un operaio che tralasciamo ci ha creato tanti problemi e se ne è andato. Per adesso faccio tutto da solo. Imbottigliano il primo vino nel 2017. Non avendo tutte le attrezzature, porta l’uva nella azienda di Sassari dove lavora Giovannino. Nel 2018, gli investimenti e finalmente la prima annata viene imbottigliata in proprio. Due soli vini. Particolari. Ma solo due. Ecco, qui c’è tutta l’intelligenza e il pragmatismo di Giovannino. Se hai pochi ettari, tra l’altro con rese davvero basse (la Malvasia qui arriva a 30/40 quintali per ettaro) e vuoi in qualche modo affermarti, devi avere la quantità oltre che la qualità. Fare più di due etichette vuol dire disperdere. L’etichetta del rosso Temo è identificativa del territorio ma ha dello strano: c’è un fossile di conchiglia stilizzato. Il terreno intorno a Bosa è calcareo anche se c’è un po’ di argilla. Un calcareo ricchissimo di fossili. I fossili vengono fuori dal terreno. Mi creano problemi perché sono come dei sassi. Li usiamo per i muri a secco dei terrazzamenti. Non durevoli nel tempo perché sono si sgretolano. La disgregazione non è solo dei fossili ma anche dei terreni del nonno. Non rimane molto di quello che era. C’è un mezzo ettaro in campagna dove vivono i genitori. C’è un ulteriore ettaro ereditato dalla nonna. Ho ereditato dalla nonna materna un ettaro di Malvasia di Bosa in una zona che può essere considerata la grand cru della Malvasia. Peccato che la vigna, con meravigliose piante di 40 anni, produceva a mezzo servizio. Troppo poco per essere sostenibile. A malincuore, non rimase che buttare giù tutte le piante e reimpiantare le barbatelle. Infine un ulteriore ettaro e mezzo, piantato a uve a bacca rossa, derivato dalle terre del padre usate come uliveto e bosco. Un totale di 3 ettari e mezzo. In tre luoghi diversi. Tre zone distanti pochi minuti di macchina che con il trattore diventano 25. Tre terreni che cambiano donando ricchezza e diversità alle varie cultivar. Cannonau e Vermentino. Ricordate? Questo si produce in Sardegna. Ma qui siamo a Bosa. Dunque c’è la Malvasia. Poi c’è la vigna di rosso. Ma che rosso? Sembra arzigogolato, ma ricordiamoci che Giovannino è pragmatico. Oltre che enologo (le ha fatte alla fine le 14 (o 7 per due vendemmie). Un enologo pragmatico nonché proprietario (insieme alla sorella Ottavia) di una azienda, sa che poi il vino lo deve vendere. Oltre ad essere buono, il vino deve essere vendibile. Le pensa tutte Giovannino. Così che gli vengono in mente due vini interessanti. Un bianco come blend tra Vermentino e Malvasia. Un rosso che lui non ha timore nel definire “taglio bordolese sardo” poiché blend di Cannonau, Sangiovese e Cabernet Sauvignon. Se qualcuno pensa che ciò sia frutto di un vezzo, si sbaglia di grosso. Giovannino ha fatto sua l’esperienza certo ma ha perfettamente capito come la distinzione passi per qualcosa di identitario e speciale. Creare un blend di Malvasia e Vermentino vuol dire offrire a questo, stra noto in Sardegna, una nota insolita. Oltre che massimizzare la bassa produzione di Malvasia. Dove ci sono le viti di Malvasia è sì calcareo ma molto argilloso. Va gestito in base alle piagge. La Malvasia si raccoglie ad ottobre ma dipende dal tempo con il risultato che è quasi un passito. Per il rosso, inserire Sangiovese e Cabernet nel Cannonau, vuol dire arricchire il vino sardo fornendo struttura e longevità. Oltre che colore. Giovannino sa il fatto suo. Ama la sua terra e ama parlarne. Così come è meraviglioso quando parla delle sue piante. Delle sue terre. Essere sardo per Giovannino è esistenziale analogamente all’essere enologo. Le due cose si fondono perfettamente quando parliamo della potatura che lui dice di fare tardivamente perché evita le gelate (così non la stimoli e rimane dormiente il più possibile). C’è un detto in Sardegna. Te lo dico prima in sardo poi in italiano. Arbili at mortu sa mama a fritu. Aprile ha ucciso la madre con il freddo. Ogni anno qui succede qualcosa. Sono arrivate anche le cavallette. Ora ci manca Mosè Che mito Giovannino. Fa tutto da solo. In vigna e in cantina. Fa il vignaiolo e l’enologo. Fa il contadino e il cantiniere. Non si abbatte mai Giovannino. Tanto che per non farsi mancare nulla ha pure aperto un ristornate con un amico. Ho preso in gestione un ristorante con un altro socio. Piuttosto che avere una piccola enoteca prendo un ristorante e faccio conoscere i miei vini. Bosa è turistica. Così le persone che lo assaggiano mi contattano. Si è passato ad un bere di qualità e io voglio spostare il consumatore dalle classiche due taniche da cinque litri ad una cassa di bottiglia. Un po’ di sfuso lo vendo per il cash. Fa pagare le bollette Insomma, Giovannino è uno che ci sa fare. Scelte ben precise con uno scopo ben preciso. Senza poi tralasciare una nota di tenerezza. Se non ci fosse la mia compagna mi sentirei da solo in campagna. Assaggiamo per prima il bianco Alvu, con Malvasia (10%) in blend con il Vermentino (90%) con solo acciaio. Il pulitissimo giallo paglierino che ho nel calice sta virando verso il dorato. Colore già proprio del riflesso. Volevo fare qualcosa di diverso. A fare il Vermentino di Gallura sono buoni tutti. Volevo dare una firma locale e ho aggiunto la Malvasia. È un naso da Malvasia con sentori salini. Sapidità. Iodio. Viene bene La frutta viene fuori bene. Ho cercato di lavorare con una peristaltica riuscendo a trattare con i guanti il vino. È una cosa viva e va trattato come una donna. Ho acquistato una candeletta e qualunque movimento è fatto con azoto. Fare un lavaggio con azoto lo pulisce evitando di usare rame. Ecco, questo è Giovannino. Si certo, sta parlando con una persona che ne capisce. Ma la sua naturalezza nel dire queste cose, nell’affrontare la tecnica del vino, è meravigliosa. È padrone della materia e ne parla come se stesse al bar. Un grande! I sentori comunque di questo Alvu sono pulitissimi. La pera, i fiori bianchi di camomilla emergono in maniera distinta. Semplici, puliti, identificativi. In bocca torna a pieno la pera sentita prima al naso. È una pera Smith. C’è la sapidità oltre alla dolcezza della pera con un finale lievemente amarognolo dato dalla Malvasia. È una coda che arriva con la deglutizione scomparendo immediatamente a causa della sapidità. La sensazione che ne deriva è piacevole perché quando l’amaro sta per arrivare, scompare in un gioco che c’è piacere a ripetere. Persistente, secco e caldo. Un calore però che non si percepisce nel pieno dei suoi 14 gradi Non riesco a fare di meno però non li senti. Sono riuscito a bilanciare tutto. È un vino un corposo. Sì sottile ma che poi si allarga grazie alla dolcezza della pera. Quest’ultima, unita alla secchezza, limitano la sensazione di calore. È un vino beverino che rischi di sentire dopo. Da abbinare con un pesce al sale. Per la pasta userei solo crostacei. Poi ecco Temo (nome che deriva dal fiume, navigabile, che attraversa Bosa), il rosso del 2021 per il 70% Cannonau dunque già pronto di suo. Grazie al Cabernet il colore è un rosso rubino acceso. 6 mesi di barrique di secondo/terzo passaggio, acciaio e vetro (la recensione sul mio blog Instagram) Mi sono trovato costretto a fargli fare la barrique perché Sangiovese e Cabernet vanno domati. Il cannonau va in bottiglia perché te lo bevi tranquillamente. Gli altri hanno tannini verdi che devono polimerizzare. Bella pulizia, indicativa di un ottimo lavoro in cantina. Le note che emergono al naso sono dolci di frutta matura, spezie come chiodi di garofano, vaniglia, tabacco dolce, fiori quasi in potpurry. Non può mancare la violetta del Sangiovese. Sottobosco ed ematico chiudono un bel bouquet che avrà tempo per evolversi in bottiglia. È infatti un vino giovane nonostante la rotondità dei sentori merito del legno. Tra alcolicità e acidità, dieci anni di bottiglia gli fanno un baffo. È vero che deve evolversi ma in bocca tornano i frutti. È caldo, secco, sapido. La freschezza ed il tannino ci sono. Così come la importante persistenza. Avrà sicuramente una evoluzione ma è pronto adesso tanto che risulta molto piacevole da bere, meglio se accompagnato. Sarebbe utile prendere più bottiglie per apprezzare le diverse per le annate e la loro evoluzione. Quando ti trovi dinanzi una persona giovane come Giovannino Pusceddu, non puoi che avere speranza per il futuro. Passione, forza, determinazione, voglia di emergere. Unita all’amore per la propria terra e per il proprio duro lavoro. Una durezza che non spaventa anzi appaga. Così come appagano tutti i singoli risultati che ottiene insieme ad Ottavia. Se si dice che per diventare enologi servano 14 vendemmie (7 anni per Giovannino tra i vari continenti) allora io auguro a Giovannino cento di queste vendemmie. Te, le meriti. Ve le meritate tutte. Ivan Vellucci Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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11 Maggio, 2023

Un coraggioso Metodo Classico

Un coraggioso Metodo Classico mi fa uscire dai confini di Siena e della Toscana diretta verso la vicina Emilia Romagna. Uno dei re indiscussi di questa terra è il Lambrusco; sicuramente non uno dei vini più corposi o eleganti della penisola italiana, ma proprio grazie al suo animo semplice, sgrassante e piacente, è uno dei vini più venduti in Italia. Oggi vi voglio parlare di una cantina che ha voluto osare e stravolgere un po’ il mondo del lambrusco: Cantina della Volta. Sita a Bomporto di Modena, dagli anni ‘20 del secolo scorso questa realtà si occupa di Lambrusco, ed ora l’enologo Christian è la quarta generazione della famiglia Bellei, fondatrice della cantina. Fin qui nulla di sconvolgente, abbiamo un’azienda di famiglia, un prodotto tipico, e un nome che rimanda al luogo dove sorge, visto che “della Volta” si riferisce alla limitrofa ansa del fiume Naviglio che obbligava le navi dirette verso Modena e curvare, a “voltare” appunto; quel che esce dall’ordinario, è il loro vigorso metodo classico. Per loro passione, dagli anni ‘70 del 1900 la famiglia Bellei produce vini spumanti metodo classico, con uve chardonnay, pinot nero e … Lambrusco di Sorbara. Dopo un’accurata visita in cantina inizia lo spettacolo: un assaggio di nove vini degli undici che producono. Tutti rigorosamente metodo classico, dal Mattaglio – blanc de noirs, blanc de blanc, rosé, brut e dosaggio Zero-, ai Lambrusco di Sorbara, per finire con un tradizionale rifermentato in bottiglia.
Tutti notevoli e tutti interessanti, sebbene tre, a mio avviso, spiccano sugli altri: Il Mattaglio 2019 – dosaggio 0
Circa 60% chardonnay e 40 % Pinot nero, resta dai 24 ai 36 mesi sui lieviti.
Qui è facile che io “ci caschi” data la mia sfegatata passione per il metodo classico pas dosé.
Davvero un ottimo prodotto, un’acidità presente e costante ma mai dominante, un agrume fresco che lascia una nota finale di limone molto piacevole e una mineralità davvero gradevole.
Inutile dire che lascia la bocca “pulita”, pronta per l’eventuale boccone o per godersi il retrogusto “limonso”.
Nella mia classifica da 1 a 5 stelline, questo ha guadagnato 4 stelle piene! Altro prodotto di spicco della cantina è il Rosè lambrusco di Sorbara Brut 2016. Non so se è perché inaspettato o se è stato avvantaggiato dall’ordine col quale abbiamo degustato i vini, ma questo, nella mia personale classifica, si è aggiudicato 4 stelle e mezzo! Piacevole e piacente, equilibrato, con una buona struttura acida e un interessante persistenza, ha, in più del precedente, un ottimo bouquet che regala profumi fruttati e floreali che, portando il calice alla bocca, preparano e incuriosiscono prima di tutto il naso. Amareggiata di non aver potuto provare il Brutrosso, un altro Lambrusco di Sorbara Brut che credo avesse qualcosa da dire – ma che tornerò per assaggiare non appena riapparirà in linea-, ora è tempo di tradizione. Rimosso Lambrusco di Sorbara rifermentato in bottiglia
Chiudiamo con un classico della zona, tornando ai canoni della produzione vinicola locale.
Di primo acchito, devo essere estremamente sincera, non mi ha fatto battere il cuore.
Forse perché era il nono vino, o forse perché è piuttosto lontano dai suoi fratelli metodo classico.
Al naso molto diverso, note di frutta rossa spiccate e a tratti pendenti verso un frutto sciropposo, mentre in bocca rimane più lineare, senza far spiccare nessuna nota particolare. Quasi quasi mi stava deludendo, quasi quasi stavo assegnando due stelline scarse, ma poi, eccola: la mortadella – a.k.a. mortazza – è giunta al tavolo.
Bella, grassa e con un sapore avvolgente per tutto il palato…le papille bramano qualcosa di fresco, qualcosa di secco, qualcosa di leggermente e delicatamente fruttato e “SBAM”, il Lambrusco rientra in scena, questa volta a gamba tesa e senza timori.
Basta un sorso per far si che la sua schiumetta, così consistente e bianca che la mia mente da guida turistica mi riporta alle onde del mare raffigurate nella Venere di Botticelli, pulisca e rinfreschi palato, senza cancellare l’aroma della mortadella e lasciando il posto alla soddisfazione.
Alla fine, il Rimosso si è meritato le sue 4 stelline piene! Non esistono vini buoni o cattivi; esistono situazioni adatte, momenti consoni e abbinamenti giusti.   A cura di Ambra Sargentoni. Se vuoi sapere di più su di me scopri il mio sito    
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10 Maggio, 2023

Monastrell e Alicante, una bella scoperta.

Alicante, terra di lunga tradizione vinicola. Ormai tutti sanno della mia passione per il vino e di come, di conseguenza, sia facile accontentarmi…si fa per dire! Così, la visita a mio cugino e sua moglie che vivono ad Alicante si è (anche) trasformata in una bellissima giornata di scoperta enoica della zona. Un po’ di doverosa storia enologica di Alicante Partiamo dalla certezza che i romani che fondarono Denia (Denium), trovarono la sua posizione strategica nel Mediterraneo occidentale, luogo di transito e di incontri. Per questo motivo decisero di farne un’importante base navale. Sempre cronache storiche certe ci informano che furono loro ad esportare qui la cultura della coltivazione della vite e dell’olivo. Coltivazioni di vite erano già presenti, tant’è che nella parte alta di Benimaquia c’è una delle città con uno dei torchi più antichi d’Europa. Forse furono i Fenici ad introdurre la vite nella provincia, ma sicuramente furono i romani ad esserne grandi coltivatori e introdurre le loro tecniche e conoscenze nel territorio.  Resti archeologici, soprattutto nella zona del Marquesado, confermano la presenza di anfore vinarie e di grandi “villae”, adibite alla coltivazione della vite, dove sono stati ritrovati anche resti di una fabbrica di anfore per questo uso. La viticoltura era così importante per le famiglie di Alicante che, nel 1510, Ferdinando il Cattolico proibì la vendita di vini provenienti da altre terre attraverso il porto della città costiera. Il XIX° secolo divenne il secolo d’oro della produzione vinicola del luogo. L’oidio e la fillossera avevano devastato i vigneti francesi. Per questo venne firmato un trattato commerciale preferenziale con questo paese, che rappresentò un occasione di crescita incredibile per i vini di Alicante, in quanto a quel tempo praticamente tutte le città della zona possedevano vigneti. La prima stazione enologica della Spagna fu infatti creata proprio qui! Nel XX° secolo, la viticoltura di Alicante entra in recessione. Il modello produttivo della provincia è cambiato, optando per altre colture più redditizie. Ciò nonostante, nel 1932 viene creata la “Denominazione di Origine Alicante“, tuttora esistente. La cantina e il Monastrell di Alicante Percorriamo in auto la strada che da Alicante ci porta alla cantina Enrique Mendoza. Qui, la vegetazione è bassa e non particolarmente rigogliosa. Il suolo presenta  un’elevata presenza di ciottoli calcarei, crosta, pietre e sabbia e abbiamo la costante presenza di brezza marina. La cantina Mendoza è proprietaria anche di terreni in un’altra area con altitudini superiori ai 600 metri sul livello del mare. Lì, tuttavia, le brezze marine arrivano attraverso i corridoi naturali di montagna. La storia di questa cantina è relativamente recente. Il suo titolare, Enrique, ha iniziato l’attività negli anni ’70 piantando circa 2.000 viti di Monastrell in un podere vicino la costa, nel suo paese natale di Alfás del Pi (Alicante).  Enrique ha seguito l’abitudine in uso di piantare piccole vigne insieme a oliveti, seguendo la tradizione che vede in queste coltivazioni la dote per i figli. Un uso, quindi, esclusivamente familiare. Successivamente si è deciso a proseguire la tradizione enologica della Marina Baixa, vendendo vino sfuso a livello locale. Dopo questa prima fase, nel 1989 amplia la sua proprietà con la Finca Chaconero, a Villena, sempre in provincia di Alicante. Qui abbiamo visitato una cantina moderna con dotazioni tecnologiche decisamente contemporanee. Anno dopo anno la Cantina è diventata un vero e proprio punto di riferimento per i vini in questa regione e sono i figli, ora, a portare avanti la Bodega Enrique Mendoza, sebbene sotto la sua supervisione.  Malgrado la produzione si concentri maggiormente sull’uva Monastrell, sono stati piantate negli anni anche alcune varietà alloctone come Syrah, Cabernet Sauvignon, Merlot e Petit Verdot. La direzione perseguita è quella di produrre vini che si riconoscono attraverso uno stile inconfondibile che, nel bicchiere, può far ritrovare il sole, la luce (e qui ce n’è davvero tanta) e il carattere mediterraneo di queste terre. Enrique Mendoza afferma che  “Il terroir è l’anima dei nostri vini. La personalità e l’autenticità di luoghi unici sono presenti in ogni nostra bottiglia”. Durante la visita è stato precisato che non vengono usati erbicidi e pesticidi e che la filosofia della casa vinicola si basa sul rispetto del vigneto e sulla sostenibilità ambientale, ma anche su un autentico lavoro di precisione enologica realizzato sia in vigna che in cantina, inseguendo la ricerca dell’eccellenza. Qualche numero: 11 le varietà coltivate. Mezzo milione di bottiglie l’anno. 70% esportate sul mercato internazionale. 30% vendute in Spagna. Gli assaggi  EM Chardonnay 2021, vendemmia notturna, breve macerazione e fermentazione in botti di rovere francese nuova per sei mesi. EM Monastrell Rose 2021, 100% Monastrell. EM Pinot Noir 2022, questo mi ha particolarmente colpito per la freschezza e la bevibilità.  EM Finca Xaconero Monastell  2018, un blend di 90% vecchie viti di  Monastrell con  5% Shiraz e 5% Garnacha Fina, 12 mesi in rovere francese mediamente tostate.  Las Quebradas 2020, Monastrell 100%,  26 mesi in rovere francese. Blend Santarosa 2020, un blend di Cabernet Sauvignon, Monastrell, Syrah e Merlot che fa barrique nuova di rovere francese. Dedicato alla mamma Rosa. Monastrell raccolta tardiva, tre anni in barrique americano, una sorta di Moscato secco da uva rossa. E’ stato molto, molto interessante scoprire questo territorio, dove ho avuto la possibilità di approfondire la mia conoscenza del Monastrell. Se non lo conoscete, ve ne consiglio assolutamente la scoperta. Sono Claudia Riva di Sanseverino. Assaggio, degusto, scopro, curioso, provo e condivido. Seguimi su Instagram @crivads https://www.youtube.com/watch?v=RakajXgmc-E
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8 Maggio, 2023

Due realtà vinicole a Bolgheri: Caccia al Piano e Cantine Michele Satta

The Voice of blogger si arricchisce: inizia una nuova rubrica, che porta il titolo Acini rari. La cura Emanuele Masi, wine blogger, che in modo semplice e informale ci porta in questo primo viaggio da lui condotto a Bolgheri, raccontando Caccia al Piano e Cantine Michele Satta. Caccia al Piano Oggi siamo a Bolgheri per visitare la cantina che produce il Caccia al Piano Bolgheri Superiore, assaggiato a Anteprima Vini della Costa. La cantina è stata acquistata da Franco Ziliani (quello della Berlucchi, per intendersi) nel 2003, ampliando successivamente i possedimenti e arrivando fino alla collina di San Biagio: 23 ettari complessivi suddivisi in vari appezzamenti. Le varietà coltivate sono tante, tra cui le classiche da taglio bordolese come il disciplinare richiede. Oggi sono i 3 figli che portano avanti l’attività. Arrivati sul posto è il cantiniere che ci accompagna nel tour partendo dalla splendida terrazza che sovrasta la cantina, da dove si può vedere tutte le vigne che circondano l’azienda. Il giro prosegue nella zona di vinificazione e affinamento, che, oltre ad essere all’avanguardia, è mirata a creare il minimo impatto ambientale, ad esempio utilizzando muri fatti di mattoni traforati messi a taglio, per permettere un maggior ricircolo dell’aria. Hanno vari fornitori di barrique e tonneau per sfruttare i diversi aromi rilasciati dal legno, usandole in base alle tipologie di vino che devono essere prodotte. È arrivato il momento degli assaggi: la degustazione comprende 3 rossi, 2 bianchi e un rosato spumantizzato. Chiaramente mi concentro sul vino per il quale sono venuto. – Caccia al piano 2018 – Bolgheri DOC superiore (70% Cab. Sauvignon 30% Cabernet Franc) Il colore è rubino intenso e scuro, limpido e impenetrabile. Al naso prevale il frutto scuro, mora, poi i sentori vegetali del Cabernet, spezie nere come pepe, nota balsamica intensa e cacao sul finale. Al palato è caldo e di buona struttura, tannini vibranti ma abbastanza morbidi, buona sapidità minerale che smorza la carica alcolica del sorso. Lunga persistenza e ottima retrolfattiva, dove torna il frutto e la nota balsamica mentolata. Bella espressione di Bolgheri. CANTINA MICHELE SATTA Continua il tour, questa volta per conoscere il Maestro Michele Satta, uno dei personaggi più innovativi del panorama bolgherese. Michele Satta, varesotto di origine, fonda la sua cantina nel 1991 dopo anni di consulenze agronomiche per diverse aziende del territorio. Oggi l’azienda vanta 23 ettari vitati, dove le vigne più vecchie sono del 1983. Giacomo, il figlio di Michele, porta avanti con passione il lavoro del padre. Arrivati, facciamo un breve giro dei locali per vedere la modernissima cantina scavata nella pietra, e, una volta concluso il giro, iniziamo gli assaggi guidati con il sig. Satta, motivo principale della mia visita. È un piacere stare ad ascoltarlo mentre ci racconta delle sue esperienze in cantina. Nel parlare ci confida che all’inizio voleva provare a produrre fragole… poi fortunatamente si è ravveduto! Ci spiega che il terreno qui è relativamente giovane e che i vini possono esprimere sia la forza data dal terroir, sia l’eleganza legata al microclima. Raccontati da lui, ogni vino che abbiamo assaggiato era un simposio di profumi e sensazioni, in un viaggio che parte dalla vigna e finisce nel calice. Resta di fatto che per me il più esaltante è stato sicuramente il: PIASTRAIA 2019 – Bolgheri DOC superiore Blend di Cabernet, Merlot, Sangiovese e Syrah. Un vino di struttura ed eleganza, verticale, ma che sa mostrare anche la sua forza. Si presenta di un rosso rubino intenso e lucente, limpido e trasparente. Al naso la nota speziata di pepe data dal Syrah è immediata, poi si affacciano i frutti neri e rossi, polposi, una nota balsamica precede quella ematica e agrumata per poi finire sul cacao amaro. Al palato è caldo e di buona struttura, minerale e leggermente sapido. Il tannino è ancora un po’ spigoloso per la giovane età, ma non è aggressivo. Anche l’acidità è spinta per calibrare la morbidezza data dagli uvaggi internazionali. Un vino non ancora al massimo della sua forma, ma che ha già raggiunto un ottimo equilibrio e lascia in bocca una piacevole persistenza agrumata. Un capolavoro di un maestro del vino! Acini Rari vi dà appuntamento al prossimo tour.
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7 Maggio, 2023

Maggio: ben venga primavera che vuol l’uom s’inamori.

Buongiorno, eccoci a maggio, e continuiamo con gli editoriali dedicati ai mesi dell’anno. Non è solo un gioco, è un modo semplice ed efficace per porre l’attenzione sui cambiamenti climatici e non solo, mutamenti dell’anima e del sentire. Un’attenzione antica: già nei primi decenni della Rivoluzione Industriale ci furono saggi veggenti capaci di cogliere i reali rischi della nuova vita metropolitana: tra fumi, grigiore, nuove malattie fisiche e sociali, i più attenti misero in guardia dallo scomparire degli alberi ( Celentano Ragazzo della via Gluk non può non tornare in mente) a favore di fabbriche e casermoni dormitorio. Gridarono già allora l’allarme (come non ricordare Tempi Moderni di Chaplin?) sulle storture della produzione industriale, sui ritmi pazzi di lavoro cui erano sottoposti gli operai, sullo sfaldamento della società agricola e del suo modello base: la famiglia allargata. Quindi Ben venga Maggio
e il gonfalon selvaggio:
ben venga primavera
che vuol l’uom s’inamori.
(Angelo Poliziano) Angelo Poliziano Ci vuole una citazione antica, di tempi che furono in cui la cultura era piena di gioia, ottimismo. Ricordi di un’epoca speranzosa, di un’Italia faro dell’Europa e dell’intero mondo conosciuto di allora. Poliziano vive alla corte di Lorenzo de’ Medici, a Firenze, e trascorre un breve periodo della sua vita a Mantova presso i Gonzaga. Grandi corti, grandi menti a guidare entourage di personaggi eccellenti in ogni campo del sapere. Epoca in cui il Bello era il principio generatore di ogni cosa. Vinitaly 2023 è passato. La Venere di Botticelli l è stata liberata e vaga per l’Italia intera con l’intento di raccontarla: in qualche scatto già visto, in piazze e contesti già conosciuti e così consumati da dover mettere balzelli per regolare i flussi in entrata e salvarne la natura. Cerchiamo di riscoprire il Bello ovunque esso appaia perché l’unica vera fortuna che ci resta è di vivere nel Paese più bello e più buono del mondo che, però, è quotidianamente sotto attacco. L’Italia è attaccata dalla burocrazia, attaccata dalla superficialità, attaccata da vuoti slogan e da fake news, dal perbenismo becero, dalle tensioni sociali. Goya – Il sonno della ragione genera mostri Viviamo in un contesto border-line: da un lato l’abisso che si spalanca nel sonno della ragione, dall’altro un meraviglioso, rigoglioso e bucolico orto culturale da cui attingere a man bassa per ritrovare il senso del fare e del vivere. Ci auguriamo che questo maggio sia di rinascita del buonsenso e delle buone maniere, di un approccio alla vita e alla natura che sia capace di dare vita ad un nuovo umanesimo.     Francesca Pagnoncelli Folcieri  
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5 Maggio, 2023

Tenuta Agricola Pesolillo e l’ospitalità abruzzese

Tenuta Agricola Pesolillo e l’ospitalità abruzzese Cosa porta a produrre vino? Passione? Amore? Calcolo? Si dice spesso che per ottenere risultati economici interessanti il vino debba avere grandi quantità. Volumi e volumi in grado di generare margini sufficienti per essere definiti azienda. Anche se ancor più spesso le aziende sono famiglie, con la loro storia, la tradizione, la continuità. C’è chi è nato vinicoltore. Chi ci è diventato convertendo la coltivazione. C’è chi ha scoperto l’ospitalità per legarla alla cantina. Un po’ per arrotondare, un po’ per darsi un tono. Raramente mi è capitato qualcuno che abbia iniziato a produrre vino grazie all’ospitalità. Nel caso della Tenuta Agricola Pesolillo forse si è trattato proprio di assecondare l’agriturismo. Siamo in Abruzzo, a Chieti. Le colline scendono dolcemente verso il mare separando questo dagli Appennini. Dal mare arrivano i venti salini che rendono le estati meno calde. Così come gli inverni meno rigidi. I terreni, di matrice sabbiosa, sono da sempre vocati alle grandi produzioni di uva. È questa terra di pastori e di agricoltori. Persone ospitali e schiette che non vanno tanto per il sottile quando si tratta di mangiare. Figuriamoci di bere. Incontro Lorenzo Pesolillo, terza generazione della azienda. Un ragazzo che si sta facendo strada e che ora, dopo aver preso una laurea in economia, fatto esperienze all’estero e in Italia per una importante azienda che produce e commercializza la bevanda gassata più famosa al mondo (va beh lo scrivo che è la CocaCola), si dedica anima e corpo alla azienda di famiglia. È Lorenzo che si occupa della promozione e vendita dei vini di famiglia. Ci siamo divisi i ruoli. Un mio fratello fa la sala nell’agriturismo; l’altro sta in cucina. Uno fa più la parte burocratica; uno più cantina vera e propria. A me dicono: con questo vino cosa facciamo? Marco, Luca, Lorenzo. Loro sono i figli di Giuseppe Pesolillo, diretto discendente di Domenico, fondatore dell’azienda nel lontano 1961. 12 gli ettari di terra. Non tantissimi per una azienda agricola. Ma se sai cavalcare il momento, puoi trovarne di che vivere. Ai primi degli anni 90 papà Giuseppe coltiva le pesche per poi venderle all’ingrosso. Alla fine degli stessi anni, vedendo che qualcosa stava cambiando, inizia la coltivazione fuori suolo e in serra. I tempi cambiano ancora e Giuseppe capisce che qualcos’altro su quella terra si può fare. Mette così su l’agriturismo con la ristorazione e le stanze per gli ospiti. La ristorazione, con la schiettezza dei cibi abruzzesi, necessita di vino. Sincero e senza fronzoli. Così come sono gli stessi abruzzesi. In azienda il vino si è sempre fatto perché le vigne fanno parte di questo territorio. Montepulciano (d’Abbruzzo ovviamente) e Pecorino. Si fa il vino dall’uva che rimane dopo il conferimento alla cooperativa. Si faceva per la famiglia e si fa ora per l’agriturismo. Eh già l’agriturismo. Quello ne chiede di vino. Così come di ortaggi e tutto ciò che la terra può dare. Turisti, turisti, turisti. Bella intuizione in una terra che ha tanto da offrire ma ancora poco sfruttata. Avevamo la cantina in versione light. Vinificavamo 5/6000 litri tra bianco e rosso. Per l’agriturismo. Agriturismo vuol dire ospitalità. Vuol dire aver rispetto degli ospiti, dei clienti. Offrire loro prodotti a km zero non avrebbe senso se non biologici: sani e coltivati nel rispetto della terra. Oltre che del territorio. Se inizi a produrre ortaggi a km zero, diventa una filosofia che la vigna non può che recepire. È così che il rapporto con la cooperativa alla quale si conferisce l’uva, si incrina. Non tutti sono infatti disponibili a seguirli nel biologico (forse non riuscivano a vedere lontano). Non tutti limitano le produzioni in vigna badando più alla qualità. L’unica soluzione possibile è coltivare e trasformare l’uva in proprio: un progetto di lungo periodo. Tutta l’uva però. Cosa questa che non potrebbe più essere assorbita dal solo agriturismo. Anche diminuendo le rese, le bottiglie rimangono tante. Occorre pensare a produrre vino e a venderlo. Il passo successivo è dunque una conseguenza: investimenti per le attrezzature di cantina, per la cantina stessa, per le persone, per la commercializzazione. Non è la cantina che ti fa dire wow ma è funzionale e c’è tutto di quello di cui hai bisogno. Un percorso necessario che porta l’azienda a concentrarsi, anche, sul vino. Lorenzo è un ragazzo diretto e con il sorriso sempre pronto. Ha dalla sua l’anima commerciale che lo porta a raccontare con leggerezza e maestria la sua azienda ma anche a fuggire dai lavori in vigna o in cantina. Conosce le sue capacità e riconosce le sue conoscenze. Così come i limiti. Non sono un enologo ma mi fido del nostro. Non puoi saper far tutto per cui ti servi di un tecnico bravo. Soprattutto, quando verso il vino nel bicchiere sento la differenza. Per iniziare a produrre vino, vino che sia rappresentativo del territorio, che non sia opulento ma schietto, pronto e fresco, serve lavorarci sopra. Non sono passati tanti anni. Eravamo pronti per il 2020 ma il covid ci ha bloccato. Siamo usciti nel 2021. Serviva un tecnico ed è stato preso. Serviva l’attrezzatura ed è stata acquistata. Serviva un buon packaging e l’hanno creato. Tutto in un bel piano sequenziale. Merito dell’intuito ma anche di tanta preparazione. Abbiamo ricreato daccapo tutte le etichette. Abbiamo fatto alcune accortezze in cantina sia da un punto di vista tecnico sia di presentazione. Devo essere contento anche se tutti i commerciali vorrebbero sempre di più. È un inizio. Il prodotto piace dunque va bene. I 12 ettari di vigneto diventeranno 15 a breve. Le rese per ettaro sono basse per un territorio che ha fatto (nella maggior parte dei casi) la quantità come focus: 150 quintali per ettaro per il Montepulciano; 100 per il Pecorino. Raccolta manuale su tutti gli ettari. Per come abbiamo i vigneti noi si farebbe anche fatica con la macchina. Ma serve perché con le piccole dimensioni si gestisce bene la tempistica vigna-cantina. Una azienda giovane dunque. Governata da giovani con idee chiare e una filosofia che si ritrova tutta nel bicchiere. La voglia, manco a dirlo, è quella di offrire prodotti genuini, identitari, semplici. Schietti. Come gli abruzzesi. Iniziamo ad assaggiare i vini partendo dal Pecorino superiore. È un 2021. Uva raccolta nella seconda metà di agosto per mantenere freschezza e immediatezza. Il colore verdolino scarico evidenzia la giovinezza. Le note erbacee di fieno appena tagliato, la confermano appieno. I fiori sono bianchi e c’è un sentore vinoso che lo rende già così schietto e diretto. La mela verde Granny Smith è croccante. Le note semplici e dirette non deludono le aspettative. Il sorso non è da meno. Già mi piace il retro olfatto che richiama fortemente i sentori apprezzati all’olfazione. Torna la mela verde donando la sensazione di grande freschezza: non serve gustarlo particolarmente freddo (8/10 gradi). È sapido. Molto diretto, non opulento. Molto verticale. È un vino che ha una freschezza e secchezza così importante da renderlo quasi tannico. Serve abbinarlo ad un piatto di pesce dolce tipo salmone o gustarlo durante un aperitivo accompagnandolo con un formaggio non stagionato. La bocca chiude bene e la persistenza è giusta. Lorenzo è davvero commerciale. Parla a raffica della bottiglia. Del prezzo. Del fatto che deve essere un prezzo abbordabile per il consumatore per portarlo a bere anche due bottiglie. Sa il fatto suo! Passiamo al Rosato IGT. In una terra dove il Cerasuolo è monumento, sembra quasi un controsenso non chiamarlo così. Eppure, anche in questa scelta, noto lungimiranza, determinazione, serietà. Nella bottiglia non c’è il solo Montepulciano ma anche della Malvasia Rossa. Il colore che ne deriva è più chiaro di un classico Cerasuolo. Territorio, vitigno, tradizione. Non aveva senso proporre un Cerasuolo così chiaro. C’è qualcosa di diverso per via della Malvasia che da dolcezza ma no n residuo zuccherino. Quasi aromaticità. Al naso la cerasa è quella bianca, una ciliegia dolce e croccante: dolcezza della Malvasia, croccantezza del Montepulciano. Oltre la cerasa, un po’ di melograno, della pera Smith, un po’ di mela e dei fiorellini di campo, non c’è molto altro. Ancora semplicità dunque. Schiettezza, immediatezza. Come si conviene ad una serata di campagna in estate. Volevamo un prodotto più moderno, internazionale. Questo Rosato si dimostra amabile. Quasi piacione. Lo senti e dici “ah però”. In bocca emerge la parte fresca che al naso veniva coperta dalla Malvasia. La ciliegia scompare quasi per dare spazio ad una fragolina che non smette di essere presente. Molto secco. Sapidità più spinta del Pecorino. In finale molto più convincente di alcuni Cerasuoli. Rimane un senso di agrume in bocca che sembra una arancia. Si può bere da solo! Saltiamo nel mondo dei rossi partendo dal Montepulciano biologico. 2021. L’uva è raccolta in base agli anni tra l’ultima di settembre e la prima di ottobre. Imbottigliato a marzo 2022 dopo 4 mesi di acciaio per ricercare una beva estiva. Un obiettivo che fa capire il perché del vino: l’agriturismo! È nato da quello che ci dicevano i nostri clienti in agriturismo quando gli si proponeva il Montepulciano. Abbiamo voluto fare una versione più beverina. Colore rubino con riflessi porpora dice che nel calice c’è un Montepulciano giovane e non impegnato (né impegnativo). Al naso si intuisce la giovinezza: è come se fosse stato spremuto un grappolo direttamente nel bicchiere. Ricorda, per la frutta che si evidenzia al naso e per la freschezza, un vino novello. Freschezza e accessibilità. Se non ami particolarmente i rossi, questo potresti apprezzarlo. In bocca il tannino non è per nulla irruento. Molto secco. Caldo. La frutta in bocca mi ricorda, positivamente, un novello. D’estate con 30 gradi fuori e il vino a 16 si apprezza. Una bella scelta commerciale pensato per l’agriturismo. Per le serate estive e le cene all’aperto al chiaro di luna. È un vino “infame” (nel senso buono ovviamente!) perché te lo bevi tutto e i suoi 14 gradi rischi di sentirli dopo (ma tanto hai la stanza a due passi e ci può stare). Saliamo di livello e apriamo un Montepulciano “Filari in costa”. Coltivato in un appezzamento di circa due ettari (“in costa” vuol dire in pendenza) con esposizione sud sud est. Maturazione protratta in avanti Il colore ricorda il precedente ma senza la porpora come riflesso. I sentori di mora e ciliegia si sentono più maturi. Un po’ di sottobosco c’è. Il passaggio in botte (su circa il 25% della massa) è breve (sei mesi) e di basso impatto (terzo passaggio delle barrique) lo rendono diretto anche se c’è una maggiore e ovvia rotondità rispetto al precedente. Non mi aspetto tanta freschezza in bocca ma rotondità in evoluzione. Il tannino che si apprezza al sorso è infatti più vellutato. La rotondità c’è pur con un finale leggermente amaricante. Secco e non particolarmente sapido. Un vino non impegnato che ordini nuovamente poiché di facile abbinamento e di beva non impegnata. Ciò che mi piace è la continuità con il precedente rosso. Non so se è un caso o meno. Lo scoprirò assaggiando il prossimo. La Riserva 2019. Sempre di Montepulciano ovviamente. 3800 bottiglie. Etichetta numerata, ceralacca, cartavelina e cartone dedicato. Qui ci si dà un tono. Raccolto ancora più tardi del Filari in Costa, fa un anno di acciaio e un anno in barrique. Poi in bottiglia per un ulteriore anno. L’aumento della complessità olfattiva evidenzia l’evoluzione del vino. La frutta è quasi cotta. I fiori sono vicini al potpurry. Spezie dolci di cardamomo, chiodi di garofano, tabacco, pellame. Poi pepe. La secchezza è la stessa dei precedenti. I tannini sono levigati. La persistenza si allunga e la bocca si chiude precisa con una importante ciliegia. Il maggiore affinamento ha tolto anche il finale amaricante del precedente. La spalla garantisce una sicura evoluzione non tanto per i sentori quanto invece per i tannini che continueranno ad ammorbidirsi. Lo trovo splendidamente abbinabile con la brace (un arrosticino di pecora, manco a dirlo!).  È comunque una bottiglia che non necessita di particolari occasioni per essere bevuta. Anche questo ultimo assaggio mi conferma che c’è un filo conduttore tra i diversi vini a dimostrare che quando si attua un progetto, non necessariamente si deve venire da lontano. Basta essere coerenti e consistenti. La coerenza rende particolarmente evidente l’evoluzione sensoriale dei i vini. Pesolillo è uno dei produttori dove ho maggiormente trovato, nella semplicità, il legame dunque la costante impronta tra i vari prodotti. È bellissimo infatti constatare come da uno stesso vitigno si possano avere sensazioni olfattive e gustative completamente diverse ma legate tra esse. La scelta di produrre vino per l’agriturismo è senza dubbio una scelta intelligente e soprattutto vincente. Cosa ricerchiamo quando andiamo in un luogo del genere? Piacere, relax, convivialità. Proprio come il vino. Cosa è il vino se non sensazioni, ricordi? Ecco allora che aprendo certe bottiglie non possono che tornarci alla memoria le sensazioni vissute. O che vorremmo vivere. Non so quali e quanti clienti dell’agriturismo dovrò ringraziare per aver ispirato questa evoluzione aziendale, ma davvero grazie. Grazie anche alla famiglia Pesolillo che con lungimiranza e capacità è riuscita a realizzare qualcosa che spero, sia solo l’inizio di una storia.   Ivan Vellucci Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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28 Aprile, 2023

Barabara Gatti il Moscato ha trovato il suo sorriso

Barabara Gatti il Moscato ha trovato il suo sorriso Quindic’anni, quindic’anni, quindic’anni Poesia di un’età che non ritorna Sulla bicicletta in due senza mani Matti come due cavalli io e te Era il 1976 quando il gruppo “I Vicini di casa” cantavano la canzone “Quindic’anni” garantendosi un successo discografico per poi scomparire nel dimenticatoio subito dopo. Già, è facile cantare una canzone così e poi scomparire. Più difficile è quando, proprio a quindici anni, non puoi scomparire perché inchiodato a responsabilità che non hai chiesto, non hai voluto. A quindi anni sei nel pieno della adolescenza. Vuoi andare in giro in bicicletta senza mani (nel 1976) o scorrazzando con una di quelle dannate macchinette ai giorni nostri. Ti batte il cuore se un ragazzo ti scrive o ti guarda. Pensi al mondo come non dovesse mai finire. Quando però a finire è la vita del faro della tua vita, di colui che ha rappresentato l’esempio, allora il mondo ti casca addosso. Anche una quindicenne ha un’anima e una sensibilità nel capire che quando il papà muore e rimani sola con tua madre, lì, non solo inizia il vuoto, ma il macigno che ti grava sulla testa è qualcosa che non sei sicura di poter sopportare. Barbara Gatti perde il papà quando ha quindici anni. Non c’è solo il vuoto lasciato, il macigno del dolore, la consapevolezza che da ora in poi sarà solo lei con la madre. No, c’è anche una azienda da portare avanti. A quindici anni? Già. Purtroppo. Per fortuna. Chissà. Siamo a Santo Stefano Belbo (Cuneo), luogo noto ai più per aver visto la nascita di Cesare Pavese; ai meno (purtroppo) perché centro nevralgico del Moscato d’Asti. Qui, sulla collina di Moncucco, sorge l’Azienda Agricola Piero Gatti che dagli anni 80 produce il nettare che ha reso famoso questo territorio nel mondo. Piero era il papà di Barbara. Piero insieme a Rita, la mamma di Barbara, fondarono l’azienda nel 1988. Due soli ettari di terra fino a quel momento utilizzati, anche dai loro genitori, solo per produrre uva da conferire. Il grande passo che papà Piero si sentiva nelle corde, forse anche nel dovere, di fare. Barbara era piccola. Così piccola che i ricordi di quei tempi affiorano con difficoltà. Non i momenti felici, le sensazioni che solo la vigna, la vendemmia, la cantina, i viaggi per portare il vino in giro possono imprimerti nella memoria. Gli odori e i sapori del vino sono nella sua memoria. Come un tatuaggio mnemonico. Ricordi sensoriali. Poi arriva quel momento. Quello che non ti aspetteresti mai. Che rifuggi perché non nella testa di un adolescente. Papà Piero che non c’è più. Si fa anche difficoltà a proferire la parola “morte”. Troppo dura. Troppo difficile ancora da digerire. Si dice “è venuto a mancare”. Ma manca. Manca davvero tanto. Come manca il terreno da sotto i piedi. Un terreno che però rimane li. Con tutta la azienda. Con la decisione di cosa fare Scegli tu cosa fare. Se andare avanti con l’azienda o meno. Mamma Rita è questo che dice a Barbara. A soli quindi anni ti viene voglia di scappare. Altro che rispondere. Sai in cuor tuo che se decidi di dire sì, prendi la tua giovinezza e la getti nel cesso. Se dici no, a finire nel cesso è l’azienda di tuo papà. La risposta che Barbara dà alla mamma è racchiusa nel suo sorriso. Sorriso disarmante. Tenero ma duro allo stesso tempo. Di quei sorrisi che ti fanno brillare gli occhi perché riesci a vedere dentro e capire quanto si dimeni tra felicità e tristezza. Felicità per ciò che fa, ciò che le circonda, ciò che è riuscita a portare avanti; tristezza per aver perso una parte importante della sua vita. Sono cresciuta un po’ in fretta. Ho dovuto prendere delle responsabilità che a quindici anni non si prendono. Non ho vissuto a pieno l’adolescenza Forza, tenacia, volontà. E tanto buon umore. Come puoi non aver rispetto per una donna come Barbara? Caso strano ci parliamo nel giorno della festa della donna. Dopo la morte di papà Piero c’è voluta la forza di mamma Rita unita a quella di Barbara per mandare avanti tutto. La mamma è stata un pilastro portante. Si è sobbarcata l’azienda per tanti anni in un periodo dove in queste zone una donna era guardata come una extra terrestre. Era l’unica donna che andava a comprare i prodotti per la vigna. Oggi, per fortuna, ci sono donne che lavorano la terra e guidano pure il trattore. Fino a quando anche mamma Rita non decide che sia arrivato il momento di raggiungere Piero. Così che Barbara è davvero sola. La guardi negli occhi e il sorriso quasi scompare. Troppo facile leggerle dentro una fragilità che però non dà a vedere. Quasi rifugge e sfugge ai pensieri con il sorriso a farle da schermo. Una azienda, che nel frattempo è diventata più grande, da portare avanti non è cosa da poco. Quando poi produci un prodotto identitario ma difficile come il Moscato, devi farlo bene. Devi necessariamente produrre un prodotto di eccellenza. Sì, certo, per i clienti. Ma anche, forse soprattutto, per papà Piero e mamma Rita. Perché loro da lassù guardano, osservano e non possono essere delusi. Barbara lo sa. Sa che il suo di compito non è semplice. È sola. Ma non demorde. Una spera che attraverso il lavoro, l’azienda e i loro insegnamenti di tenerli vivi. Le tocca davvero ripartire da zero. Per una che ha fatto il classico e poi si è iscritta a lingue all’università dover fare tutto da sola perché nemmeno mamma Rita c’è a condividere la conduzione, vuol dire ricominciare. Da zero. Grande umiltà. Grande spirito di adattamento. Grande forza. Occorre chiedere consiglio. Occorre sperimentare. E tanto. Barbara lo fa. Sono andata al Vinitaly da quando avevo quattordici anni Non lo dite in giro che facevano entrare minorenni altrimenti sono problemi!o Barbara ha ampliato i mercati verso l’estero arrivando a vendere il 50% fuori Italia. Papà faceva solo il moscato. Hanno aggiunto poi il Brachetto e i due rossi. Lei ha creato altri vini, il passito e il bianco “Due Gatti”. Cerchiamo di fare vini vegani. Ho fatto esperimenti sui passiti con appassimenti in vigna e graticci. Preferirei però fare vini in tradizione pura. È nato così ed è buono così. Talebana! Ho fatto solo esperienza con persone che mi hanno insegnato i trucchi del mestiere mentre con il vino tanti assaggi. Che ne penserebbe papà dei due vini? Io spero ne sia fiero. La filosofia che abbiamo sposato è sempre la stessa: fare vini di qualità, farli bene, rispettando la terra, le tradizioni. Spero possa esserne fiero. Barbara. È lei che gestisce l’azienda. Lei che crea vini e mantiene la tradizione. Frutto di passione e tanto amore. Una sfida continua con sé stessa. Perché papà Piero e mamma Rita possano essere soddisfatti di lei. Sembra quasi un peso questo. Che lei porta con allegria e fierezza. Ma anche con fermezza. Pretendendo da tutti il massimo, controllando che tutto sia a posto. Non può deludere papà Piero e mamma Rita. Mi spiacerebbe per tutti i sacrifici fatti da mio papà e da mia mamma che qualcosa andasse male. Non può permetterselo. In fondo ora c’è Agata, tre anni. Il futuro di questa azienda. Agata che porta il cognome di Barbara perché la continuità si fa anche così. Se le piace l’aiuto ma se non le dovesse piacere non voglio forzarla. Difficile comunque portare avanti l’azienda con una bambina di tre anni. Difficile, duro ma non da farle perdere il sorriso. Tempo libero non ce ne è dunque cerco di fare i lavori quando dorme o è all’asilo” Sorride mentre lo dice. Sorride di quella tenerezza che Barbara sa “diffondere” nell’ambiente che la circonda. Non si abbatte. Non si scoraggia. Sorride alla vita. E tuo marito? Lui fa l’agronomo. Ci siamo conosciuti per lavoro. Gli chiedo ovviamente di aiutarmi come in vendemmia: si prende le ferie! Se potessi scegliere di tornare indietro ai tuoi 15 anni? Io sono contentissima. Mi piace questo lavoro. Veder bere alle persone una cosa che hai fatto tu è una soddisfazione incredibile. L’idea di Barbara è di aumentare la produzione per via di qualche ettaro in più da far fruttare. Ma senza esagerare.   Poi vediamo quando cresce la mia bimba. Barbara Gatti e la sua spontaneità, la freschezza, la voglia di non mollare. Per papà Piero. Per mamma Rita. Per Agata. Per sé stessa. Ti auguro tante, tante meravigliose vendemmie con la speranza di vedere quanto prima la piccola Agata seguire le tue orme. Ve lo meritate.   PS ho assaggiato il Moscato e che dire se non “wow”? Un vino che per i suoi pochi gradi di alcol e la dolcezza non stucchevole, può essere bevuto da tutti. Un naso ricco di dolcezza con la pesca, la mandorla dolce, l’uva, gli agrumi dolci e i fiori di camomilla. In bocca esplode la dolcezza avvolgente senza essere stucchevole. C’è una base fresca e la sapidità che lo rende non opulento. La chiusura di bocca è gradevolissima, quasi elegante. L’ho degustato con la pastiera: eccellente!   Ivan Vellucci Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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26 Aprile, 2023

Roberto Sarotto: il Piemonte da non perdere

Roberto Sarotto: il Piemonte da non perdere Cari amici lettori, ormai sono anni che seguo il mondo del vino e molto spesso capita che qualcuno mi chieda in privato cantine che consiglio per qualità, intensità dei vini e piacevolezza… e una che indico sempre è la cantina piemontese Roberto Sarotto! La storia di questa azienda ha inizio nel 1820, quando Giuseppe Sarotto, capostipite della famiglia, da Barbaresco giunge a Neviglie, provincia di Cuneo, dove l’azienda ha sede. Oggi essa conta oltre 90 ettari vitati tra le Langhe del Barolo e del Barbaresco (Neive), il Monferrato e Gavi, con una produzione di molte referenze e circa 1 milione di bottiglie, con ampia distribuzione all’estero. Giuseppe Sarotto è il capostipite di una lunga storia di famiglia, egli è infatti il primo ad intraprendere l’attività vitivinicola, seguito poi dal figlio Giovanni e nipote Luigi Giovanni. La produzione in origine è limitata al solo Dolcetto, che viene negoziato sia sul mercato locale che esportato all’ingrosso in Inghilterra. Nei primi anni ’40, con l’avvento della Seconda Guerra Mondiale e della Fillossera, il settore entra in crisi e l’attività subisce un drastico arresto. Prende poi in mano l’azienda la generazione successiva, con Angelo, determinato a proseguire l’attività di famiglia, lavorando a vigneti la terra ricevuta dai genitori. Grazie al fondamentale supporto della moglie Maria, le coltivazioni si ampliano verso nuove varietà di uva, come il Moscato, Freisa e Barbera. Nel 1984 Roberto, il figlio di Angelo, si diploma alla prestigiosa scuola enologica di Alba, prospettando un nuovo inizio per l’attività di produzione vinicola che si era fermata anni prima. Sette anni più tardi, l’acquisto di una proprietà di 20 ettari in Barolo costituisce un punto di svolta per lo sviluppo dell’azienda, che entra a far parte della cerchia dei produttori più rinomati del Piemonte e che prosegue l’espansione. In pochi anni vengono annessi vigneti nei più importanti cru del comune di Neive, aggiungendo così il Barbaresco alla propria gamma. Intorno ai primi anni ’90, Roberto e sua moglie Aurora, spingono le loro ambizioni ancora più lontano, precisamente nella zona di Gavi, dove verrà in seguito istituita la cantina secondaria. Oggi l’azienda, oltre ad espandersi territorialmente, vede la nuova generazione partecipare attivamente alle attività aziendali, con i figli di Roberto e Aurora, Enrico ed Elena, ed ha visto un grande progresso tecnologico con l’entrata in funzione, nella stagione vendemmiale 2021, del nuovo reparto pigiatura della Roberto Sarotto, composto da due tramogge con circuiti di trasporto dell’uva distinti e gestibili dal quadro sinottico. Sono state inoltre installate tre presse pneumatiche, di cui una in grado di operare in atmosfera di azoto, un sistema che riducendo al minimo l’ossidazione dei mosti riduce l’utilizzo di solfiti e che rappresenta una delle più innovative in Italia. È evidente a tutti come la conduzione familiare sia uno dei plus di questa azienda, che si fregia tra le altre cose di due aspetti molto interessanti e curiosi. Il primo che vi racconto è il conseguimento da parte loro della certificazione del GUINNESS WORLD RECORDS per la Botte di rovere più grande del mondo inaugurata lo scorso luglio nella cantina di Naviglie. Realizzata in rovere di Slavonia dalla ditta G. & P. Garbellotto S.p.A. di Conegliano Veneto, la Botte è alta all’incirca 5,3 metri per un diametro di 4,70 metri e una profondità di 3,70 metri., ed è dedicata “Ai fondatori” della cantina: i genitori Angelo e Maria, pionieri del successo di quello che, nell’arco di 70 anni, è diventato un brand apprezzato a livello nazionale e internazionale. La messa in opera della Botte ha impegnato una decina di operai per due settimane e le sue capacità sono di 478 ettolitri di vino, inaugurando la sua attività con il Barolo della vendemmia 2016, una delle migliori degli ultimi anni. La Botte più grande del mondo è parte integrante di un progetto di solidarietà, la Riserva dei Fondatori che ne deriverà contribuirà infatti ad alimentare la ricerca scientifica contro i tumori, tema che vede in prima fila Ivana Sarotto, sorella di Roberto, da molti anni ricercatrice all’Istituto di Candiolo. Secondo aspetto che mi fa piacere segnalavi è l’apertura a partire da febbraio di quest’anno del nuovo Museo interattivo Roberto Sarotto ad Alba, con un percorso che prevede un tour auto-guidato, che il visitatore potrà seguire scaricando la guida digitale, disponibile in diverse lingue, direttamente sul proprio cellulare. Il Museo Roberto Sarotto costituisce il punto d’incontro di ciò che è la storia della famiglia, con la realtà odierna della cantina e coloro che ne rappresentano il futuro, completando l’esperienza del visitatore che vuole approfondire la conoscenza dell’azienda oltre i suoi prodotti. Lo spazio, situato nella suggestiva sala sotterranea del Punto Vendita, si compone di una parte espositiva delle annate storiche e dei grandi formati dei vini più pregiati dell’azienda, immagini d’epoca, mostra dei territori da cui nascono i vini dell’azienda con una video-presentazione della zona e, infine, una cabina sensoriale in cui il visitatore viene trasportato nel mondo della cantina Roberto Sarotto attraverso le voci e le interviste dei suoi componenti e collaboratori. Passando ai vini, sono tantissime le referenze di questa azienda che conta poco meno di 40 etichette, oltre ad invitarvi a vederle sul loro sito, ve ne elenco alcune tra spumanti, celebri denominazioni e classici vitigni piemontesi, Alta Langa, Arneis, Gavi, vitigni internazionali come lo Chardonnay, Dolcetto, Barbera, Nebbiolo, Barolo, Moscato, Brachetto, e distillati… ma ve ne consiglio tre per questa primavera/estate: visto che il periodo freddo è alle spalle ma non bisogna mai tralasciare la presenza di un grande vino rosso, non dovete perdervi il “Currà”, Barbaresco DOCG Riserva, da uve Nebbiolo coltivate nella limitata e omonima area di produzione, è un vino complesso, di carattere e di grande armonia, con uve che seguono una macerazione a freddo con successiva fermentazione per 10 giorni, ed un affinamento per 2 mesi in inox, per poi passare 14 – 15 mesi in botti di rovere, quindi ancora 6 mesi in inox, 6 mesi in bottiglia; con l’arrivo delle belle giornate vi suggerisco “Impuro”, Piemonte DOC Chardonnay, un blend speciale con lo Chardonnay (85%) a cui si aggiunge il Sauvignon Blanc, un assemblaggio che avviene nel momento in cui entrambi i vini hanno completato la fermentazione. Bouquet intenso, complesso, di grande eleganza, vinificato in bianco con macerazione pellicolare e lunga permanenza sui lieviti, che affina per 6-8 mesi in acciaio; non possono, infine, mancare le bollicine, “Ivy” è un Vino Spumante Bianco Brut, dedicato a Ivana, sorella di Roberto, ed è il primo Spumante prodotto da Roberto Sarotto. Una selezione di uve Chardonnay 40%, Pinot Nero 40% e Cortese 20% spumantizzate con metodo Martinotti, con lunga permanenza del vino sulle fecce della stessa rifermentazione per 12 mesi, conferendo struttura e corpo uniti alla freschezza caratteristica del metodo. Con questo articolo vi ho lasciato davvero una vera e propria dritta su una cantina che dev’essere assolutamente tra i vostri prossimi acquisti, consigliatissima!!! A cura di Giuseppe Petronio  Mi trovi su Instagram @peppetronio
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24 Aprile, 2023

Buttafuoco, sette produttori per una Masterclass di successo by Fiorenzo Detti

Canneto Pavese, Comune fulcro del vino Oltrepadano, ha ospitato una masterclass di grande successo che ha visto protagoniste 7 aziende di spessore che hanno fatto del Buttafuoco (storico e base ndr) un prodotto iconico apprezzato dalla ristorazione di alto livello e dalla sempre più esigente e curiosa comunità dei winelovers. “Canneto Pavese l’ombelico del mondo vinicolo”  queste le parole di apertura pronunciate dal conduttore, il preparatissimo e coinvolgente Fiorenzo Detti. Sommelier AIS di lungo corso e orgoglioso ambasciatore di questa zona di Lombardia. Una mattinata divulgativa, informativa e anche piuttosto tecnica durante la quale Detti ha accompagnato la sala gremita attraverso un percorso intrecciato tra storia, produzioni agricole, aree geografiche, vocazioni territoriali e dinamiche commerciali. Un viaggio dal generale al particolare che non ha mancato di regalare diversi spunti anche di attualità e di internazionalizzazione. Le sfide della comunicazione del vino, l’incentivazione a consumi consapevoli, la cultura dell’abbinamento, il saper apprezzare l’evoluzione dei vini nel tempo e l’importanza di approcciare con strategia e metodo i mercati esteri più idonei ai propri prodotti. 7 aziende, dicevamo, ciascuna a presentare la propria interpretazione del Buttafuoco. La batteria era così costituita: Buttafuoco Storico: Vigna Costera dell’azienda Francesco Maggi; Vigna del Corno della cantina Giorgi; Vigna Pregana dell’azienda Quaquarini Francesco, Sacca del Prete dell’azienda Fiamberti Giulio, il Bricco in Versira della cantina Piovani Massimo. Buttafuoco Classico: Bricco Riva Bianca dell’azienda Picchioni Andrea e Cavariola, rosso riserva dell’azienda Bruno Verdi. (18 le aziende in totale associate al Club del Buttafuoco Storico)    Gli assaggi si rivelano da subito molto suggestivi e ciascun vino esprime tratti e caratteristiche tipiche della vigna. “Sono tutti vini fratelli ma non gemelli” riassume Fiorenzo Detti che in questa frase fa trasparire, con una sintesi puntualissima, una serie di considerazioni e aspetti rilevanti. Il Buttafuoco si rivela una vino di gran corpo, dal carattere nobile, morbido e robusto. Un focus aggiuntivo è stato posto sull’evoluzione nel tempo e sulla capacità di questo vino di mutare arricchendosi sempre più di sentori e sfumature diverse in funzione del tempo trascorso in bottiglia. Nei piacevolissimi momenti di interazione con il pubblico, Detti ci poneva davanti al dilemma del conservare il vino in cantina per godere delle proprie evoluzioni future o di berlo immediatamente per capirne la prontezza di beva e per dar pronta soddisfazione al duro lavoro dei produttori presenti in sala.     A chiusura dei lavori, dopo i saluti alle istituzioni, guidati dal Sindaco di Canneto Pavese Francesca Panizzari, spazio al tradizionale agnolotto Bata Lavar che deve il proprio nome alle sue grandi dimensioni per le quali, all’assaggio, la pasta batte inevitabilmente sulle labbra. Riccardo Fiamberti, presidente della Confraternita del Bata Lavar ha raccontato che questo prodotto gode della protezione e tutela del Comune e che solo il Ristorante Bazzini ha l’autorizzazione ufficiale a proporlo ai propri clienti. Fiorenzo Detti è stato inoltre insignito del titolo di membro della Confraternita.     In conclusione, la Proloco di Canneto Pavese è stata in grado di organizzare un evento di livello capace di raccontare il passato, il presente e di fornire prospettive future alle eccellenze del proprio territorio. I nostri personali complimenti all’organizzazione e ai produttori per rendersi quotidianamente ambasciatori di un territorio da vivere, scoprire, bere e assaggiare.  Photo Credit: Pro loco Canneto Pavese A cura di: Riccardo Rabuffi
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