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1 Aprile, 2023

Aprile, ogni goccia un barile

Buongiorno, siamo ad aprile, ogni goccia un barile. Speriamo che qualche antico detto sia di buon auspicio, tornando ai temi dell’editoriale di Marzo. E nell’attesa di agognati barili d’acqua pensiamo al vino e alla nuova stagione di eventi che verrà. L’anno è partito alla grande con il nuovo format di Wine in Venice, il red carpet del Vino che si è tenuto a fine gennaio e che tornerà dal 20 al 23 gennaio 2024. Segnatevi le date e non mancate! Noi non mancheremo anche perché Wine in Venice è anche un pò figlio nostro. Eventi del vino, grandi, medi, piccoli; locali, nazionali, internazionali. Torna il tormentone: a quali partecipare, dove è obbligatorio esserci? Domande banali ma non banali, né per i produttori che devono scegliere dove investire e dove presentarsi, né per i professionisti del settore per i quali il più grande dono sarebbe quello dell’ubiquità (clonazione e teletrasporto anche sarebbero graditi). Difficile orientarsi, specialmente dopo la pandemia che, sospensione a parte, a fatto emergere improvvisamente, brutalmente e con grande impatto, nuove esigenze di consumo e di racconto. Ma se il mondo produttivo del vino ha tempi lenti, lentissimi, imposti dalla natura e dalla trasformazione della materia prima, l’uva, l’universo della comunicazione è cangiante e viaggi a velocità supersoniche. Nuovi social, nuove modalità digitali di connettersi, di raccontarsi, comunità virtuali di ogni genere e tipo ci rendono schiavi di aggiornamenti impossibili, sia per questioni anagrafiche che oggettive, di tempo. Nonostante questo mi pare di notare nella narrazione vinicola dei clichés che tardano a morire, o che quantomeno focalizzano l’attenzione sempre sulle stesse dinamiche e componenti della produzione. Sempre si parla di vendemmia, di vinificazione, di lavoro in cantina. I racconti per immagini affascinano: raccolta, mani sporche, filari, paesaggi, ma i temi narrati sono bene o male sempre quelli.   Quello che funziona di più, anche se parzialmente rischioso, è il metterci la faccia, raccontarsi con semplicità. Mostrare la fatica che sta dietro ad ogni bottiglia, raccontare anchei rischi incredibili, i dubbi, le delusioni legate al nostro mondo ha la forza della verità, della vita vissuta. Perchè quello che si cerca in una bottiglia è anche, probabilmente, un ritorno alla realtà, un anelito alla primitiva natura umana, schiava della natura ma padrona, equilibrista, dei suoi segreti. Occorre quindi fare, come giustamente sottolinea Luca Ferrua nel suo Editoriale di aprile In Vino Veritas su Il Gusto, cultura del vino. Cultura del vino deve essere portata avanti raccontando la verità del vino, o meglio il vino vero. Il vino vero è il vino buono, meglio se buonissimo, fatto in modo vero. Questo per dare la giusta importanza ai rischi e alle fatiche legati alla sua produzione, per rispetto del produttore e del consumatore finale. La cultura porta conoscenza. La conoscenza porta consapevolezza. Dalla consapevolezza la libertà di scelta. Vino vero come riconoscerlo? Senza troppi sofismi vino vero è quello che piace, certo, ma se la scelta è ponderata e consapevole potrete solo bere meglio. Anche perchè la miglior leva all’acquisto è il passaparola, e un passaparola consapevole e non banale aiuta a fare cultura del vino. Siate quindi tutti ambasciatori del vino buono.          
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31 Marzo, 2023

Stefano Porro e la vigna da tre milioni di euro

Stefano Porro e la vigna da tre milioni di euro “Pensateci bene… l’amore può durare solo una notte, un milione di dollari dura tutta la vita!” E se i milioni fossero tre? Ecco, immaginate di trovarvi dinanzi ad una Proposta indecente come nell’omonimo film. Magari non ci sarà Robert Redford a farvi l’offerta ma un ricco americano che vi mette sul piatto, con nonchalance, tre milioni di euro per acquistare il vostro ettaro di vigneto. In fondo è un vecchio vigneto che non ti va di coltivare. Anche perché, se hai 21 anni, la prospettiva di tre, inaspettati, milioni di euro in tasca, non è così male. Ti fanno gola. Cavolo se ti fanno gola! Il vigneto sta lì da tempo e il nonno l’ha lasciato a tuo padre che non ha mai avuto voglia di coltivarlo. Lui preferisce stare sui trattori. Tu hai un lavoro da elettricista. Certo, non è il massimo ma ti dà da vivere in maniera onesta. Poi arriva questo americano e, come un fulmine a ciel sereno ti offre qualcosa che non ti ricapiterà più. Qualcosa che ti mette in crisi. Di quelle crisi che non ti fanno dormire la notte. Cavolo, tre milioni sono tanti ma tanti. Chi li ha mai visti e soprattutto chi li vedrà mai. Poi però inizi a pensare. Perché si, hai 21 anni e questo non vuol dire essere uno che non ragiona. La terra del nonno, quell’ettaro ora diventato il Klondike di Zio Paperone memoria, ha sempre dato uva poi rivenduta perché non è che c’era la voglia e la capacità di fare vino. Solo un paio di damigiane per la famiglia e il resto andava via. A chi sapeva fare il vino e aveva le capacità di farlo. Eppure non è che siamo in una terra sfortunata. Siamo a Serralunga D’Alba. Siamo nelle Langhe. Quel territorio baciato da Dio che produce il Barolo, il Barbaresco. Insomma lì dove il Nebbiolo assume la sua forma più alta. I terreni qui non hanno certo l’esposizione perfetta, ma chi l’ha detto che pur se diversa non possa far nascere qualcosa di buono. Anzi di ottimo. In fondo se qualcuno offre tre milioni di euro per un ettaro di terra, qualche potenzialità dovrà pure averla! Stefano Porro non ci ha dormito per notti intere. Il papà, che aveva ereditato la terra dal nonno e non sapeva cosa farsene, disse che doveva essere lui, Stefano, a decidere: la terra sarebbe comunque stata sua a tempo debito. Ma solo quella, perché la terra rappresentava l’unica cosa che poteva lasciargli in eredità. La scelta dunque, se tenerla o venderla, era solo ed esclusivamente sua. Lui avrebbe accettato qualunque decisione. Un ragazzo di 21 anni. La decisione spettava ad un ragazzo di 21 anni. Elettricista. Di Serralunga D’Alba. Cosa avreste fatto voi? Probabilmente avreste preso i soldi. Anche perché sì, un ettaro di vigneto in quel delle Langhe è un sogno. Produrre vino li sarebbe fantastico. Ma quanto ci si può ricavare da un ettaro? 7000, 8000 bottiglie l’anno? E quanto ci vorrebbe per arrivare a guadagnare tre milioni di euro? Ve lo dico io: 40 anni. Mi hanno fatto parecchia gola. Poi ci ho pensato e ho detto: io ho il mio lavoro, il mio stipendio. È vero che non navigo nell’oro ma se ti regalano tre milioni di euro, li sprecheresti perché non è una fatica che hai fatto tu e non sai apprezzare una fortuna così. Stefano invece ha fatto una lungimirante scelta di amore e si è tenuto la vigna del nonno (e del padre) iniziando la carriera del vignaiolo. Già il vignaiolo. Mica ci si improvvisa vignaiolo. Tocca studiare. Bisogna fare esperienza. Oltre che avere i soldi. Stefano, 21 anni. Quanta ammirazione per questo ragazzo. Che se ne va in giro ad imparare. Financo in Borgogna dove capisce quanto le basse rese in vigna, la cura maniacale della vite, la pulizia in cantina siano fondamentali per avere un prodotto di qualità. Le Langhe saranno pure un territorio baciato da Dio, ma qui sei costretto a produrre vini di qualità. Perché la concorrenza non è solo dovuta alla moltitudine di produttori ma alla qualità generata. Se non produci qualcosa di eccellente, non hai speranze. Si appoggia a due amici, anche loro neofiti, con i quali dividere una cantina. La devi avere una cantina, altrimenti il vino come lo produci? Dividendosi le spese, ha una parte della cantina per vinificare. Stefano ci mette un locale per deposito, ristrutturato per l’occasione, loro la cantina. 1600 bottiglie la prima annata. 2020. Nebbiolo ovviamente. Nel 2021, Nebbiolo e “la” Barbera che viene dalle vigne di Monforte. Un piccolo vigneto di parenti che Stefano coltiva con la medesima passione del suo. Nel 2022 si aggiunge anche una barrique di Barolo. Già tutta venduta! Mi fanno impazzire con questo Barolo perché sembra che non ce ne sia più in giro Ci vuole un enologo e lo capisce Abbiamo un enologo interno che fa naso e ci dice se ci sono dei difetti. Ci vuole uno esterno per questo. Saggezza. Umiltà. Capacità di capire i propri limiti e cosa ci vuole per eccellere. Per il resto In campagna ci siamo io, mio padre e mia madre. L’azienda non può rappresentare l’unica forma di sostentamento. Non basta per andare avanti. Così Stefano lavora in una grossa cantina. Anche per imparare. Prima cosa mi dà da mangiare. Non sembra ma è sempre uno stipendio. Poi vedo il bello e il brutto. Ecco, quando parli con un ragazzo come questo, con la testa sulle spalle e la saggezza di un anziano, ti ricordi di tutte le volte che hai visto in tv i dibattiti sulla disoccupazione. Ma lasciamo stare. Il futuro di Stefano è già nel suo immaginario. Vinificare tutto quello che posso e quando arriverò sulle 8000 bottiglie starò a casa. Insomma non vuole diventare un grande produttore. Mai superare le 10.000 bottiglie. Lavorare lui e solo lui senza triarsi indietro. Perché solo lui sa quanto amore ci voglia per produrre il suo vino. Amore, passione, dedizione, fatica. Essere nel cuore delle Langhe per un giovane produttore non da vantaggi se non hai qualcosa di unico. Stefano lo sa. Per quello è andato in giro a studiare. Far risaltare la zona, che non ha una esposizione ideale, potrebbe essere un vantaggio. Anche se con i cambiamenti climatici la zona non è poi così male. Anzi. In ogni modo qualcosa si porta con sé Stefano dai suoi pellegrinaggi enoici. Nessuna inoculazione di lieviti ma pied de cuve: cinque giorni prima della vendemmia si raccolgono alcune cassette di uva fatte quindi fermentare in una mastella per poi gettarle nella vasca di cemento. Il 50% dell’uva viene lasciata con la bacca intera creando una semi macerazione carbonica utile per conferire profumi esagerati. Fermentazione da dieci a venti giorni poi acciaio per la malolattica e sette mesi in barrique. Per fare tutto questo serve materia prima perfetta e massima pulizia in cantina e in vigna. Uve selezionatissime. Difficile farlo capire ai genitori che l’uva la vendevano e certo non andavano tanto per il sottile. Assaggiamo prima “la” Barbera: bottiglia n.393 di 700 (qui il post su Instagram). Il colore rubino e la estrema pulizia lo rendono un nettare quando lo verso nel calice. Sarà che deriva dal solo mosto fiore senza prendere nulla dalla pressatura in moda da esaltare quei meravigliosi sentori vinosi che emergono prepotenti. Ancorché giovane (è un 2021) la frutta (ciliegia e melograno) al naso è già matura: vantaggio di avere delle vigne vecchie. In più alla frutta, solo dei fiori. Insomma, un vino semplice, non impegnato, pulito, fresco già al naso. Volevo una barbera che si potesse bere con tutto. La sensazione che mi dà bevendolo mi riporta a quando mia nonna metteva lo sciroppo di amarena nella bottiglia: era rinfrescante. Fresco al palato insomma. Non ha una persistenza lunga così che risulta facilmente abbinabile. È beverino e con un formaggio o un salame, sta benissimo. Non è impegnato ma convincente perché versatile. I tannini non sono mai aggressivi ma quasi vellutati. Cosa questa che non evita comunque la necessità di berlo solo se accompagnato con del cibo. Assaggiamo poi il Nebbiolo. Bottiglia n. 475 di 2000 (qui il post). Bellissima intensità di colore, più scuro e profonda della Barbera. La frutta si evolve e da matura diventa la ciliegia messa sotto spirito dalla nonna. Escono sentori che potranno ancora evolversi con la permanenza in bottiglia. Ci sono i fiori. C’è il balsamico. Il sottobosco. Sento ematicità. Tabacco non dolce. Pellami freschi. Tutto frutto degli acini interi e dell’affinamento in cemento prima e di sette mesi di legno con tostature molto lievi poi. In bocca c’è la potenza dei vini di Serralunga ma anche una finezza ed eleganza. Serralunga è conosciuta come una zona strong. Il tannino è maturo e importante, cosa questa che risalta ancora di più la freschezza e la secchezza. La sapidità arriva importante e contribuisce alla davvero lunga persistenza. Un vino estremamente interessante ma che se non lo abbini, anche con una polenta, ti taglia. Bravo Stefano. Davvero bravo ma bravo. Quando gli chiedo a chi deve qualcosa mi risponde così: Devo tantissimo ad un commercialista amico di famiglia perché è stato lui a spronarmi a fare qualcosa. Non mi ero mai interessato alla campagna. Anni, prima era come una punizione perché costretto a fare qualcosa in vigna invece di andare al mare con la fidanzata. Adesso passo sabato e domenica in vigna. Contrappasso? No, solo la stupefacente casualità che la vita, in maniera inaspettata, riserva. Rimpianti? Forse. Come quelli verso il nonno mancato quando era piccolo e al quale ora non può fare tutte le domande che avrebbe voglia di fargli. Adesso se mi offrissero sei milioni di euro non gliela darei. La soddisfazione che ho avuto con la prima etichetta non ha prezzo Bravo Stefano. Teniamolo d’occhio perché ne farà di strada. Ivan Vellucci Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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30 Marzo, 2023

That’s Cirò: conoscere la più antica D.O.C della Calabria.

Lunedì 20 marzo presso il Rome Cavalieri A Waldorf Astoria Hotel, si è tenuto un evento, organizzato dal Consorzio di Tutela Vini D.O.C. Cirò e Melissa in collaborazione con Fondazione Italiana Sommelier, per raccontare Cirò, la più antica D.O.C della Calabria, e per la valorizzazione dei vini del territorio Calabrese e del vitigno principe della zona, il Gaglioppo. L’evento ha visto coinvolte 15 aziende del territorio, che, grazie ai banchi di assaggio organizzati nella Sala Michelangelo, hanno potuto far conoscere ad appassionati, operatori e stampa, quello che da sempre è considerato il vino più antico ancora in produzione. A seguire, i banchi di assaggio, la masterclass “il Gaglioppo: tra identità e longevità” guidata da Paolo Lauciani, docente Fondazione Italiana Sommelier e Paolo Ippolito, responsabile della commissione comunicazione del Consorzio.  “Se il nostro soprannome storico è Enotria, cioè terra del vino, è per merito della Calabria.” – comincia così Paolo Lauciani – proprio per sottolineare l’importanza della viticultura calabrese, e del gaglioppo, vitigno che risale ai tempi della Magna Grecia, quando Cirò Marina era chiamata Cremissa, e il vino Krimisa, era il premio per i vincitori delle olimpiadi.   “Il problema della Calabria è un problema di forma non di sostanza”, dichiara Paolo Ippolito, abbiamo un territorio unico, fortemente vocato per la viticultura per le condizioni pedoclimatiche ottimali, basti pensare che Cirò Marina, trovandosi alla punta estrema del golfo di Taranto, è sempre battuta dai venti di tramontana che assicurano la sanità delle uve, inoltre la piovosità è bassissima e il sole è presente tutto l’anno. Cirò: la più antica D.O.C della Calabria È importante anche ricordare che la zona di Cirò vanta 2500 ettari vitati di cui 400 ettari rivendicati come Cirò Doc Classico. I vitigni per la produzione di bianchi e rosati si trovano prevalentemente in pianura, in modo da garantire mineralità e sapidità, mentre i vitigni per la produzione dei rossi si trovano in collina tra i 250-450 metri s.l.m. Gli allevamenti non sono intensivi e nella zona è ancora molto diffuso l’alberello con rese di produzione molto basse.   Negli ultimi dieci anni, dichiara ancora Paolo Ippolito, si sta vivendo una primavera enoica, grazie al cambio generazionale si sta dando una grandissima spinta al territorio di Cirò.  Attualmente la produzione supera i 4 milioni di bottiglie e l’export il 35%. Il vitigno principe di questa zona è il Gaglioppo, un vitigno austero, con un tannino che si adatta bene ai lunghi invecchiamenti.  Il bouquet del Gaglioppo è molto ampio, fruttato e maturo, ma mai surmaturo o grondante di marmellata. Dal frutto si passa a profumi erbacei, tracce terrose, liquirizia e note balsamiche. Il sottobosco è presente e aggiunge spessore al vino. In bocca il Gaglioppo è un vino strutturato, molto tannico, che richiede lunghi affinamenti o l’utilizzo di barriques.   Di seguito i sette vini presentati nella degustazione condotta, appunto, da Paolo Lauciani. Ciro’ Doc Rosso Classico Superiore – Casamatta 2020 – Cantina Campana  Prodotto con le uve Gaglioppo coltivate in antichi vigneti a ridosso delle coste, ove si scorgono appunto le “casematte”, originarie opere difensive utilizzate in periodo di guerra come protezione delle coste, ed oggi emblema di un’identità da tutelare. La vendemmia è manuale, la fermentazione è in acciaio con delestage giornalieri, e l’affinamento in legno per 12 mesi. Nel calice un rosso rubino scarico ma luminoso. Al naso spiccano le note floreali di rosa canina seguite da note fruttate di fragoline di bosco e arancia rossa, leggere note speziate, erbe aromatiche e liquirizia. In bocca il sorso è elegante, con un tannino setoso, una buona acidità e una buona sapidità. Chiude con un finale pulito e persistente con un ritorno balsamico. Cirò Rosso Classico Superiore Riserva – Volvito 2019 – Caparra e Siciliani  Prodotto con gaglioppo in purezza vinifica in serbatoi di acciaio termocondizionati e affina 18 mesi tra piccole botti di legno di Alier e bottiglia prima della commercializzazione. Nel calice si presenta di un rosso rubino compatto. Al naso spiccano le note fruttate di ciliegia matura, mora, ribes, seguite da note floreali di viola, sottobosco, polvere di cacao, caffè e liquirizia. In bocca la forza tannica è più evidente, ma perfettamente equilibrata da freschezza e sapidità. Chiude con un finale, corposo, avvolgente e speziato. Ciro’ Doc Classico Superiore – Il Pagano 2018 – Cantine Greco  Prodotto esclusivamente con le uve delle vigne più storiche, fa una macerazione prefermentativa a 10°C per 48 ore poi, viene lasciato fermentare sulle bucce fino a metà fermentazione alcolica, termina la   fermentazione in assenza di bucce. Affina tre mesi in barriques di II passaggio. La fermentazione malolattica viene svolta completamente in barriques di II passaggio Nel calice si presenta di un rosso rubino compatto con riflessi granati molto luminosi. Al naso spiccano le note di legno di sandalo, tabacco, grafite, seguite dalle note fruttate di frutti neri, prugna, more, gelso nero, arancia rossa, sottobosco, china. In bocca fresco, sapido, con un tannino perfettamente integrato. Chiude con un finale balsamico. Cirò Rosso Classico Superiore Riserva – Pian delle Fate 2018 – Cantina Enotria  Vino di grande tradizione, espressione massima della Riserva della Doc Cirotana, è prodotto con la selezione delle migliori uve. Macerazione con cappello di bucce e rimontaggi a temperatura controllata per 15 giorni in serbatoi d’acciaio, poi affina 18 mesi in serbatoi di acciaio e 6 mesi in barrique. Nel calice si presenta di un granato luminoso. Al naso spiccano le note di frutta rossa, fragoline, ciliegie, ribes, seguite da note speziate, cardamomo, pepe, tabacco, nota balsamica di liquirizia e menta. In bocca il sorso è fresco, sapido, con un tannino leggermente pungente. Chiude con un finale molto persistente di frutta rossa.  Cirò Rosso Classico Superiore Riserva – Arcano 2017 – Senatore Vini   Prodotto con uve coltivate con ridotta produzione per ceppo nel vigneto al “Corfu Vecchiu” di Cirò. La selezione e la raccolta avvengono rigorosamente a mano. La Vinificazione è tradizionale con macerazione a temperatura controllata in acciaio. Affina prima in acciaio, poi in barriques, poi in botti di legno di rovere francese da 25 hl per 24 mesi, e infine in bottiglia per 4 mesi prima della messa in commercio. Nel calice si presenta di un rubino trasparente. Al naso prevalgono le note di frutta , prugna, more, gelatina di ribes, seguite da note di viola leggermente appassita, sottobosco, cacao e china. In bocca il sorso è pieno, con un tannino importante, una buona freschezza e una buona sapidità. Chiude con una buona persistenza e un ritorno balsamico. La 2017 essendo un’annata molto calda si porta dietro una leggera pungenza alcolica. Cirò Rosso Classico Superiore Riserva – Dalla Terra 2015 – Tenuta del Conte  Le uve prodotte secondo regime dell’agricoltura biologica, nella zona di Vigna Salico a 150 metri s.l.m., vengono fatte fermentare con lieviti spontanei. Affina 24 mesi in acciaio e 36 mesi in bottiglia prima della commercializzazione. Nel calice si presenta di un granato trasparente ancora molto luminoso. Al naso prevalgono sensazioni più terrose, corteccia, foglie secche seguite da note fruttate di fragoline di bosco, agrumi, tamarindo, rabarbaro, scorza di arancia amara. In bocca è fresco, sapido, con un tannino vibrante ma elegante, anche qui abbiamo in chiusura una nota leggermente alcolica. Un vino con uno stile differente dagli altri ma che mantiene sempre lo stile identitario del Gaglioppo.  Cirò Classico Superiore Riserva – Ripe del Falco 2014 – Ippolito 1845  Prodotto con le uve provenienti dal Cru Colli del Mancuso, situati ad un’altezza di 350 metri s.l.m. le vigne sono ad alberello di fine anni ’60, e sono coltivate in regime biologico. Fermenta in cemento e affina 9 anni tra botte grande, acciaio, e bottiglia.    Nel calice si presenta di un rosso rubino scarico, con una perfetta tenuta cromatica. Al naso spiccano le note di frutta rossa a polpa fragrante, amarena, ciliegia, mora, marasca, seguite da note floreali, cacao, spezie, legno di sandalo, incenso, lavanda disidratata. In bocca il sorso è pieno, con una buona freschezza, una buona sapidità e un tannino ancora importante.  È considerato il vino iconico dell’azienda, nato nel 1956 da una scommessa del nonno Vincenzo Ippolito con i produttori del Barolo.  Claudia Maremonti
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Veduta del vigneto Fabriseria dall'azienda Tedeschi in Valpolicella Arrow Right Top Bg

29 Marzo, 2023

Il vino è come l'arcobaleno - Vini Tedeschi in Valpolicella

“Il vino è come l’arcobaleno. Deve essere in equilibrio, come in una grande musica. Non ci si può permettere che alcun strumento stoni.” Questo è stato il messaggio di benvenuto di Lorenzo Tedeschi, produttore di eccellenza di vini della Valpolicella, prima di congedarsi da noi, e in un attimo mi è stata chiara la filosofia dell’azienda. Adesso sono i tre figli ad averne preso in mano le redini. Antonietta si occupa di amministrazione e del mercato Italia, Sabrina del marketing e Riccardo, enologo, è responsabile dell’export. Lorenzo è rimasto comunque nell’organico ed è molto attivo nella supervisione delle varie attività aziendali. Durante la visita, sono rimasta affascinata dall’intervento del Prof. Maurizio Ugliano. A lui, la famiglia Tedeschi ha commissionato nel 2017 uno studio scientifico sui caratteri aromatici delle uve e dei vini da singoli vigneti, esteso ai principali fattori coinvolti nella loro espressione. Una complessa e affascinante analisi aromatica dei vini della Valpolicella L’identificazione delle impronte aromatiche di ciascun terroir ha comportato l’impiego di una strategia di analisi piuttosto complessa. In estrema sintesi, l’aroma di un vino è, da un punto di vista analitico, un mix costituito da diverse centinaia di sostanze, di cui però solo un numero contenuto contribuisce all’aroma percepito. Infatti, alcuni dei composti che partecipano alle firme aromatiche non sono presenti nelle uve o nei vini giovani, ma si formano con l’invecchiamento. Lo studio è stato condotto in collaborazione con il Dipartimento di Biotecnologie dell’Università di Verona e le Università di Bordeaux e Federico II di Napoli. Se volete approfondire, ne potrete trovare una spiegazione più dettagliata sul sito dell’azienda. Al di là di questo, gli assaggi (di cui ovviamente vi racconterò) e l’atmosfera che si è creata mi hanno trasmesso un’energia che, istintivamente, ho collegato a una realtà di grande coesione familiare.  Situazioni e storie come queste non sono così facili a trovare, soprattutto in famiglie numerose. Curiosa come sono, ho fatto ad Antonietta alcune domande le cui risposte non si trovano nel sito ma che meritano di essere raccontate. Ho voluto approfondire la figura di Lorenzo, chiedendole quali sono i loro ricordi dell’infanzia. “Il ricordo che accomuna tutti noi fratelli è sicuramente il gioco. Non al parco ma in mezzo alle botti. Le nostre corse tra i graticci, quando la famiglia era impegnata a stenderci sopra i grappoli d’uva, il profumo del mosto in autunno, che arrivava fino in casa, una casa sempre aperta ad accogliere clienti ed appassionati. Ho tanti ricordi di pranzi e cene preparate in famiglia, dei miei viaggi ad incontrare con papà l’importatore americano a Milano. I suoi racconti degli Stati Uniti facevano brillare i miei occhi. Sognavo di poter viaggiare, una volta cresciuta, e così è stato. Il nostro vino ci ha portato a visitare città e paesi di tutto il mondo. Tra i vari ricordi anche le giornate di lavoro di papà a Milano, per noi la piazza principale negli anni ’70 e ’80, e il suo rientro a casa, a volte desolato dalla richiesta dei clienti di togliere il nome della denominazione mantenendo solo il nome del vigneto o il nome fantasia. Il prodotto piaceva, ma la denominazione dei vini della Valpolicella non godeva del rispetto che ha finalmente raggiunto oggi. Lui si è sempre opposto a queste richieste, tenendo fede al suo territorio, credendoci e portando avanti il suo stile di vino anche quando non era di moda. Oggi la Valpolicella è riconosciuta e apprezzata, grazie a tutti quelli che, compreso papà Renzo, si sono adoperati per esprimere l’eccellenza e la tipicità del luogo.” Dato che“dietro a un grande uomo c’è sempre una grande donna” non è solo un modo di dire, ho voluto chiedere della loro mamma.  “Mamma Bruna è sempre stata una donna molto forte, ma anche riservata, che ha sempre appoggiato e consigliato papà Renzo pur amando rimanere in disparte. Sicuramente la parte più severa nell’educazione dei figli, spingendoci a dare il meglio durante il nostro percorso di studi, lei ci ha trasmesso il senso del dovere e l’essere generosi, tra di noi e con gli altri.” Quando e perché vi è sembrato naturale continuare quello che aveva iniziato vostro padre come produttore di vini in Valpolicella? “Il mentore di noi tre fratelli è stato sicuramente nostro padre, che ci ha trasmesso entusiasmo, curiosità e dedizione, oltre che la passione per la vitivinicoltura. Io ho iniziato a collaborare con papà prima dei miei fratelli. A metà anni ’80 lui aveva deciso di acquistare le quote dello zio, che essendo più anziano aveva deciso di ritirarsi. Il lavoro non è stato semplice e l’impegno tanto. Arrivare in azienda e iniziare con questo carico di responsabilità, appena terminata la maturità in ragioneria, mi ha formato più di ogni scuola o università. Poi è arrivato mio fratello Riccardo che, essendo enologo, ha iniziato a lavorare nella produzione per poi dedicarsi anche all’esportazione sui mercati esteri. Infine, si è unita a noi anche mia sorella Sabrina, dopo la laurea in tecnologie alimentari e un’esperienza nel campo dell’enologia presso l’Istituto di San Michele all’Adige. Abbiamo avuto la fortuna di ereditare la stessa passione di famiglia e di aver un padre che ci ha lasciato lo spazio per crescere anno dopo anno in azienda. Negli anni, abbiamo fatto nuovi investimenti, in cantina e nei vigneti, e per conoscere al meglio la nostra terra, ne abbiamo effettuato la zonazione e la caratterizzazione per poter intervenire in maniera mirata. Oggi, invece, stiamo svolgendo una ricerca molto particolare di geotipizzazione degli aromi delle nostre varietà, provenienti dai vari vigneti di proprietà, che sono localizzati in differenti vallate e a diverse altitudini.” Una famiglia unita, la loro. Potrebbe sembrare magia ma io, nel bicchiere, armonia e coesione le ho sentite.  E le nuove generazioni? Un’ultima domanda per Antonella.  La nuova generazione è cosmopolita. Come hanno fatto i nostri genitori, anche noi abbiamo cercato di trasmettere la giusta educazione, il rispetto, la responsabilità e il senso del dovere. Non sappiamo chi vorrà proseguire con l’attività di famiglia, ma qualcuno sembra appassionato. Quattro di loro stanno ancora studiando e chi ha già terminato gli studi sta svolgendo esperienze in aziende importanti ed internazionali in diversi ambiti, secondo la rispettiva formazione. Questo è importante per apportare esperienza e professionalità in azienda, quando decideranno di tornare. Le schede tecniche degli assaggi – Il terroir raccontato in cinque annate MATERNIGO VALPOLICELLA DOC SUPERIORE 2012 (40% Corvina, 40% Corvinone, 20% Rondinella) Da un punto di vista geologico, l’area poggia in parte sia su calcari marnosi grigi e rosei sia su marne bianche e rosa del Cretacico. Le uve provengono da un vigneto posto ad un’altitudine di 350 metri sul livello del mare, con esposizione a sud-ovest. Affinamento: 24 mesi in botte di rovere di Slavonia 30 HL. Gradazione alcolica: 14% vol.    LA FABRISERIA VALPOLICELLA DOC CLASSICO SUPERIORE 2006 (40% Corvina, 40% Corvinone, 15% Rondinella, 5% Oseleta) Geologicamente, l’area poggia su calcari marnosi rosei, calcareniti e scisti argillosi grigio/giallastri del Cretacico. Il terreno, poco profondo e ricchissimo in scheletro, è caratterizzato da marne rosa biancastre, ricche in carbonato di calcio e ossido di ferro, che regalano vini di grande struttura e di buon equilibrio. Affinamento: 24 mesi in botte di rovere di Slavonia 30 HL  Gradazione alcolica: 14% vol.  AMARONE DELLA VALPOLICELLA DOC CLASSICO 2006 (30% Corvina, 30% Corvinone, 30% Rondinella, 10% altre varietà tradizionali) Per l’Amarone sono stati selezionati vari vigneti ad un’altitudine di 250-350 metri con esposizioni a est e sud-ovest. I terreni sono terreni ricchi di argilla e di scheletro. Appassimento: in fruttaio con controllo della temperatura e dell’umidità. Affinamento: 30 mesi in botte di rovere di Slavonia 30/50 HL. Gradazione alcolica: 16% vol.    LA FABRISERIA AMARONE DELLA VALPOLICELLA DOC CLASSICO 1995  (30% Corvina, 30% Corvinone, 30% Rondinella, 10% altre varietà tradizionali) Suolo costituito da marne rosa biancastre, ricche in carbonato di calcio e ossido di ferro. Appassimento: in fruttaio con controllo della temperatura e dell’umidità. Affinamento: 36 mesi in botti di rovere di Slavonia 20 HL.  Gradazione alcolica: 15% vol.  Un assaggio speciale, questo, dato che in Valpolicella (in particolare per l’Amarone) il 1995 è stata un’annata straordinaria, tanto da essere considerata dagli anziani del luogo e definita poi da Veronelli “la vendemmia del secolo”.   CAPITEL MONTE OLMI AMARONE DELLA VALPOLICELLA DOC CLASSICO 1990 (CRU) (30% Corvina, 30% Corvinone, 30% Rondinella, 10% altre varietà tradizionali) Suolo di natura calcareo marnoso. Appassimento: in fruttaio tradizionale. Affinamento: 24 mesi in botti di rovere di Slavonia 30 HL.  Gradazione alcolica: 15% vol.  Potete trovare queste e altre informazioni nella sezione ‘Vini’ del loro sito. La mattinata si è conclusa al Ristorante Famiglia Rana, dove è stato dimostrato empiricamente che il vino rosso, ed in particolare la selezione Tedeschi, si sposa benissimo ai piatti di pesce. Ma questa è un’altra storia. Se siete curiosi la trovate qui. E voi, cosa avete assaggiato della Valpolicella?  Sono Claudia Riva di Sanseverino. Assaggio, degusto, scopro, curioso, provo e condivido. Seguimi su Instagram @crivads https://www.youtube.com/watch?v=RakajXgmc-E
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28 Marzo, 2023

Vi portiamo in miniera alla scoperta di Nove Lune

Vi portiamo in miniera alla scoperta di Nove Lune! Inizia con questo articolo un viaggio tra le venti cantine che hanno sfilato sul red carpet del vino italiano a Venezia, andato in scena lo scorso gennaio nella meravigliosa cornice della Grande Scuola della Misericordia per la prima edizione di Wine in Venice. Un viaggio che inizia dalla miniera e la piena consapevolezza di un patrimonio inestimabile che è la biodiversità. Un percorso attraverso la Miniera Costa Jels, un vero e proprio Ecomuseo grazie all’unione di tre concetti fondamentali il patrimonio, il territorio e la popolazione. Siamo a Gorno in provincia di Bergamo, nella Miniera Costa Jels, lunga 230 Km che inizia la sua storia circa duemila anni fa, un vero e proprio viaggio dello zinco tra alpeggi e miniere. Camminando lungo i corridoi si riscopre la dura vita dei minatori che durante il giorno lavoravano alla ricerca di Zinco, Galena e Piombo e la sera rientrando nelle loro case si occupavano della vita pastorale. Alessandro Sala, proprietario ed enologo della cantina Nove Lune ci accompagna in questo percorso per mostrarci la sua filosofia: “Volevo arrivare a produrre vini di qualità senza inquinare me stesso, l’ambiente e il consumatore finale” Le sue bottiglie sono in uno dei corridoi della miniera dove passano la loro stagione di affinamento. La miniera è un ottimo habitat sostenibile per l’affinamento del vino in bottiglia, temperature basse e pressocchè costanti senza alcuna necessità di refrigerare ulteriormente durante i periodi estivi, avendo quindi un’impatto di CO2 pari a zero, umidità del 95% circa che non impatta sulle bottiglie sigillate. Rispettoso dell’ambiente circostante e di se stesso, Alessandro ha deciso di produrre tramite coltivazione biologica, una varietà di viti scelte che resistono naturalmente alle malattie (Piwi) producendo vini di qualità, eliminando quasi completamente l’uso di anticrittogamici e altre sostanze chimiche. Inoltre per mantenere una migliore qualità delle uve tutte le pratiche colturali vengono effettuate manualmente tenendo volontariamente le rese molto basse, praticando la tecnica dell’inerbimento per favorire la biodiversità e portando quindi l’intervento umano al minimo indispensabile come nel caso della potatura. Anche la cantina è stata progettata per avere un impatto quanto più basso possibile grazie ai materiali utilizzati. Come dicevo in apertura, il 2023 è iniziato per la cantina Nove Lune con la premiazione alla Manifestazione Wine Venice come migliore cantina rappresentante della regione Lombardia per Etica, Sostenibilità e Innovazione portando in degustazione il Rukh un orange wine biologico. Tantissimi i progetti che Alessandro ed al suo collaboratore Gabriele Valota hanno programmato, accenno solo ad uno di questi legato al metodo classico Costa Jels che affina per 60 mesi in miniera, ottenuto da vitigni resistenti e prodotto in edizione limitata, solo 1200 bottiglie che saranno pronte nel 2025. Concludiamo il giro in miniera con la degustazione dei vini Nove Lune insieme ad Alessandro, Gabriele e la cucina di prodotti tipici locali presso la Trattoria Il Frassino le cui recensioni sono veramente di alto livello incontrando cordialità e accoglienza oltre che, buon cibo! Durante la degustazione siamo passati dal vino bianco “310” con affinamento in barrique, al metodo ancestrale “HEH”, continuando con il “Rukh”  l’orange wine biologico cui accennavo prima, per finire con il “Theia”, un passito che accompagna  bene la fine pasto. E ancora, dopo il caffè, “l’Amaro Misma” che viene prodotto con infusione di 17 erbe aromatiche estratte e miscelate con il vino rosso della stessa cantina. La descrizione di questi vini è puramente superficiale in quest’articolo perchè ciascuno di essi meriterebbe un approfondimento dettagliato per trasmetterne in pieno il potenziale, mi limito a farvi incuriosire per farveli scoprire con i vostri stessi sensi direttamente in cantina. A cura di Elisa Pesco  
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25 Marzo, 2023

Michele Taliano, eccellenza e tradizione tra Roero e Barbaresco

Michele Taliano, eccellenza e tradizione tra Roero e Barbaresco La storia della cantina parla di famiglia e di vino sin dal 1930, una storia che parte da lontano e arriva al presente con tantissima passione e dedizione alla terra e alla qualità. In quegli anni nasce l’azienda agricola con Domenico Taliano, proveniente da una famiglia da sempre dedita ai lavori in vigna e nei campi, conosciuta in paese con il soprannome “Re Cit” che significa “piccoli re”. L’idea di espandere l’attività aziendale nelle Langhe inizia però con Michele Taliano, una volta presa in mano la gestione delle vigne in eredità: inizialmente i vigneti infatti erano tutti compresi all’interno del comune di Montà, zona del Roero, ma nel 1974 l’azienda cresce grazie alle idee di Michele che acquisisce una cascina di circa 5 ettari di terreno nel crù Montersino a San Rocco Seno d’Elvio, frazione di Alba ricompresa insieme ai Comuni di Barbaresco, Neive e Treiso nella DOCG Barbaresco. A metà degli anni ‘90 i figli di Michele, la nuova generazione composta da Alberto e Ezio, rilanciano l’azienda modificandone le metodologie di produzione dell’uva e di affinamento del vino e acquisendo altri terreni nel Roero, proseguendo le innovazioni seppur mantenendo sempre fissa la tradizione e alta la vocazione a creare prodotti di qualità. Oggi la proprietà si estende per 15 ettari, 3 ettari circa di nebbiolo da Barbaresco, 1,5 barbera, e i restanti nel Roero, in particolare circa 4 ettari si trovano in località Bòssora in un contesto naturale che forma uno splendido anfiteatro naturale circondato da boschi e gole cui si accede con difficoltà percorrendo un sentiero sabbioso. La produzione è fortemente legata al territorio, con i nomi dei vini derivano dal connubio tra fantasia e recupero di parole del dialetto tradizionale. Le bottiglie prodotte sono circa 70.000, di cui circa sole 5.000 di Barbaresco, vini classici della tradizione come Roero Arneis, Favorita, Barbera, Dolcetto e Nebbiolo; vini denominati “Fantasia” che vedono i vitigni autoctoni affiancati da vitigni internazionali come il Sauvignon Blanc e Cabernet Sauvignon; la linea “Alta Gamma” composta dai due Barbaresco (Ad Altiora e Tera Mia Riserva), Roero Riserva e Barbera d’Alba Superiore; per concludere poi con i vini dolci come il Birbet (derivante dalla vinificazione di uve Bragat Rosa) e Moscato d’Asti. È proprio vera la frase di Robert Louis Stevenson: “il vino è poesia imbottigliata”. Alcuni vini infatti evocano emozioni e sensazioni che sanno ispirare, rendere creativi, catturare i pensieri o semplicemente farci migliorare l’umore e passare una meravigliosa serata. È questo il caso del Barbaresco Riserva Tera mia, da uve 100% Nebbiolo della zona di Montersino allevato su suoli calcarei, vinificato secondo tradizione con macerazione delle uve, e fatto maturare per ben 48 mesi in legno (in parte grande e in parte barrique) per renderlo pienamente godibile subito e donargli longevità per chi ha la capacità di attendere. Dopo averlo versato e fatto roteare il calice si dipinge di archetti, un colore che lascia penetrare la luce e che si illumina, colore leggero, aranciato e sfumato. Maturo e coerente nei suntuosi profumi di piccoli frutti rossi balsamici, avvolti da uno sfondo mandorlato e una retrolfattiva di dolce vaniglia. Fitta trama tanica al sorso pone avanti il suo carattere con vivavità e croccantezza invitando ogni volta al sorso successivo, che scalda ogni volta il palato. Lungo il finale speziato. Un vino e una cantina che rappresentano la tradizione e l’eccellenza, da provare assolutamente! A cura di Giuseppe Petronio  Mi trovi su Instagram @peppetronio
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24 Marzo, 2023

Benvenuti al sud: Le Grazie di Bernardino Cera

Benvenuti al sud: Le Grazie di Bernardino Cera Quando un forestiero viene al sud piange due volte: quando arriva e quando riparte. Ve lo ricordate il film Benvenuti al Sud? Sì, quello con Claudio Bisio, Alessandro Siani ed Angela Finocchiaro. Con Bisio che viene trasferito da Milano a Castellabate. Insomma Bisio, da buon settentrionale passa dalle difficoltà di ambientamento dunque la voglia di scappare ad essere stregato dal Cilento e dalle sue persone. Con la voglia di non partire più. Non è andata esattamente così a Bernardino Cera e alla azienda Le Grazie di Montecorice (Salerno). Perché Bernardino è nato a Novara da genitori di Montecorice che, nonostante avessero parecchi ettari di terra (ventotto!) coltivati ad olive, fichi e pascolo, decisero di andare a trovare maggior fortuna al nord. Magari per ritornare dopo un po’. Dopo anni al nord, si torna sempre al paese prima o poi. Strana la vita invece che fa adattare una famiglia di un luogo così solare come il Cilento, al freddo di Novara. Al paese non si torna se non per le feste comandate. Ci sono i figli che crescono e di andare al paese non ne hanno voglia. Magari in estate. Almeno nel Cilento in estate c’è da divertirsi. Per Bernardino, il cui nome, come da tradizione, era del nonno, è un po’ diverso. Lui che è malinconico. Di quelli che sentono un insolito malessere dentro. Che non si placa se non quando, per le feste comandate, si trova dai nonni nel Cilento. Non piange per andare al sud. Semmai piange quando riparte. L’estate per Bernardino non è un momento per andare al mare, cosa che nemmeno gli piace. Semmai per vivere di quei luoghi. Della terra. Degli odori del mare. Godere del sole che ti taglia in due e che, quando lo lasci, ti fa sentire nel freddo la sua mancanza. I genitori lo hanno fatto studiare e lui lavora presso un commercialista. A Novara. Ora, non per denigrare il nord, ma se uno ha nel cuore il sud e il Cilento, può pure fare il più bel lavoro del mondo, ma non regge. Infatti Bernardino non regge capendo che, per stare bene, deve cambiare vita. Luogo. Tornare alle origini nel Cilento. Tornare alla terra. Così che Bernardino inizia a fare il pendolare tra Novara e Montecorice. Per lavorare nelle terre di famiglia. Già ma coltivare la terra che da olive e fichi necessita di preparazione e Bernardino lo sa. Sa anche che per realizzare il suo sogno, per stare bene, occorre impegnarsi. E non poco. Ad un certo punto ho avuto un’altra pazza idea di prendere un secondo diploma in agraria. Volevo delle basi. Studia e si diploma in agraria e nel mentre si sostiene producendo e vendendo olive, olio, fichi. Fino a che nel 2013 si trasferisce definitivamente a Montecorice per iniziare davvero una nuova vita. Contro tutti e contro tutti. Persino i suoi genitori. I miei genitori mi volevano ammazzare. Avevano scelto di andarsene per darmi un futuro migliore e io sono tornato in campagna. Come biasimarli in fondo. Loro che per primi erano andati via da un paese di poche anime dove non vedevano futuro per sé stessi, figuriamoci per i propri figli. Loro che avevano fatto studiare i figli e avevano visto Bernardino con un lavoro solido. L’unica felice di vederlo a Montecorice era ed è la nonna alla quale non pare vero di avere Bernardino, colui che porta il nome del nonno, vicino. Mia nonna mi ha messo all’ingrasso. Per lei ero Bernardino. Mi adora. Sto divagando forse ma aiuta a capire come si può essere sentito Bernardino a trasferirsi a Montecorice. E quanta forza deve aver trovato dentro di se per resistere, per realizzare il suo sogno. Per trovare la pace interiore. Le poche volte che torno a Novara mi manca il mare anche se non amo il mare. D’estate non vado al mare. Amo però vedere il mare. Mi fa stare bene. La pace. Bernardino ancora non era ancora riuscita a trovarla. Mancava qualcosa. Mancava la magia. Coltivare olive e fichi, produrre olio è meraviglioso ma non magico. Avevo bisogno di qualcosa di magico e l’ho trovato nel vino. Ecco, il vino. La meravigliosa, unica magia che il vino può offrire. Ancora più difficile però. Siamo nel 2018 e Bernardino inizia a piantare le prime barbatelle: 8000 piantine di Fiano e di Aglianico. Non si cura di chi lo prende per pazzo, di chi gli dice “ma chi te lo fa fare”. No, Bernardino va per la sua strada. Anche quando gli dicono che è meglio piantare l’Aglianico. Lui no, vuole un Fiano perché sa che i turisti vogliono il vino bianco (malinconico, sentimentale ma con spirito commerciale Bernardino!). Insomma Bernardino inizia a fare, anche, il vignaiolo. “Anche” perché non è che il resto lo può lasciare. Quello è il suo sostentamento. In vigna c’è lui e un suo fraterno amico. Fanno tutto loro su un terreno roccioso di poco più di tre ettari (senza dimenticare gli altri 25..). Terreno completamente roccioso. È una pazzia per fare questo lavoro. Non dormire la notte per tanto tempo. Roccioso ma baciato dal sole e cullato dai venti marini. A Montecorice le vigne sono sulla collina più alta. Da qui si vedono i tre golfi sottostanti. Da qui si respira quell’aria di mare che renderebbe mansueto anche un tannino spigoloso come quello dell’Aglianico. La prima vendemmia è del 2020 e Bernardino già pensava di dare al suo Fiano in purezza il nome 2020. Ma ci ripensa perché capisce che l’anno pandemico è nefasto ed è meglio che stia lontano dalla mente dei clienti (malinconico, sentimentale ma sempre con spirito commerciale Bernardino!). 3 ettari di vigneto su un terreno che nessuno vorrebbe coltivare. Piante giovani perché lì da poco. Insomma, sarà pure un luogo meraviglioso tanto da incantare Bisio nel film, ma cavolo che difficoltà. Per non parlare del resto che sono pure ulteriori 25 ettari sempre impervi e complicati. Vi piacciono i fichi? Buono l’olio? Ecco, tocca andare a farli però i frutti. Farli andando su e portarli giù. Faticoso eh? I soldi alla fine sono pochi e comunque insufficienti per permettersi una cantina. Così ne usa una che produce vino conto terzi ma non lo vende (malinconico, sentimentale ma sempre con spirito commerciale Bernardino!). Se si mettono in fila tutte queste cose mi viene il dubbio che non sto parlando con uno sprovveduto. Anzi! Bravo Bernardino. Io non sono un amante dei bianchi. Ad un certo punto ho scoperto il Fiano e la qualità della cultivar. Il Fiano è una delle poche che può invecchiare. Ero abituato ai vini del nord ma quando ho trovato il Fiano ho visto qualcosa di magnifico. Eccolo Bernardino. Innamorato della sua terra e, forse, ancor più di questo meraviglioso vitigno quale è il Fiano. Innamorato del Fiano dunque. Ho deciso di piantare anche la Falanghina. Malinconico, sentimentale ma sempre con spirito commerciale Bernardino! Quando uno inizia da zero come ha fatto Bernardino può gestire la vigna come meglio crede. Sceglie con saggezza protocollo ZEI, zero impatto ambientale. Ho un solo problema che è l’oidio per la ventosità. Utilizzo di soli prodotti naturali lasciando il solo zolfo. Tolto anche il rame andando oltre il biologico perché il terreno possa giovarne dell’assenza. Assaggiamo il Fiano in purezza Vincenzì (va pronunciato bene, con l’accento sulla “i” finale) Il nome è un omaggio allo zio di mio padre che si è trasferito in brasile per cercare fortuna. Mi sono immaginato in lui tornando a Montecorice. Tutti i vigneti nascono su suoi terreni. Ho scelto per i miei vini dei nomi che si ricollegano a persone molto care o luoghi che mi emozionano ancora adesso. La scelta nel volere un Fiano in purezza e affinato in acciaio diventa quasi un dogma. Magari dopo si potranno fare tutti i passaggi ma per Bernardino il suo Fiano deve essere buono già in acciaio. La presenza del mare con la sua sapidità, il terreno roccioso che rende fine il vino. A che sarebbe servito un passaggio in legno? Bella pulizia nel calice. Un colore paglierino quasi verdolino. I sentori sono quelli tipici del Fiano con aggiunta di grande mineralità. Non c’è l’opulenza del Fiano avellinese perché qui troviamo frutta delicata come la nespola e fiori di margherita che si legano allo iodio del mare. Non c’è molto altro, ma questa semplicità e linearità sono appaganti. La stessa semplicità la ritrovo in bocca dove appare pulito, secco, fresco, sapido. Eccellente coerenza con l’olfatto e una interessante bella persistenza. Un vino che appare pastoso con un finale che lascia la bocca agrumata.  Il vero problema di questo Vincenzì è la sua ruffianeria: se stappi la bottiglia, la finisci senza accorgertene. L’abbinamento non è con un pesce perché la sua ottima persistenza non lo consentirebbe. Una pasta con crostacei. Ecco, così si. Chapeau! Apriamo l’Aglianico e già si sentono gli effluvi. Nel calice il colore è importante, tagliente. È giovane (2021) e il riflesso porpora del colore rubino, lo dimostra. Il Sarto, questo il nome, è una dedica a nonno Bernardino, il sarto di Montecorice. Era lo zio di tutti a Montecorice e per tutti era lo zio Bernardino. Una persona solare alla quale tutti volevano bene. In molti andavano ad imparare il mestiere da lui. I sentori sono immediatamente vinosi. Si sposano con la prugna non ancora matura. Poi arrivano i fiori. Sembra null’altro, eppure qui c’è un breve passaggio in botte. Roteando il bicchiere, ecco che arrivano spezie dolci come tabacco, chiodi di garofano, cannella. Anche un po’ di ematico. Sentori dolci che contrastano con la frutta non ancora matura. Bel contrasto devo dire. Forse dovuto al terreno e alla vicinanza del mare. In bocca la sapidità spicca e la coerenza con l’olfatto c’è tutta. È fresco, secco, morbido. La frutta prende il sopravvento e si esalta con un tannino non arrogante, non ingombrante. Anzi, è morbido e grandemente rotondo. Non sembra quello spigoloso e deciso dell’Aglianico. Lo puoi bere da solo ma con un ulteriore anno di affinamento si arrotonderà ancora di più. Già me lo immagino con il ragù della nonna. Bella coerenza tra i due vini. Si sente la stessa mano. Si sente soprattutto l’amore. La recensione sul mio blog @ivan_1969. Ho assaggiato due vini non scontati e rappresentativi del territorio e di Bernardino. I vini devono rispettare l’azienda. La moda ti porta a fare delle scelte che il mercato ti richiede. Ma mai perdere l’identità Ciò che mi ha appagato di più è l’amore che Bernardino ha per la sua terra. Un territorio difficile, abitato da persone meravigliosamente ospitali che amano la vita. Ecco, amore. Un amore, un caldo abbraccio che ho ritrovato appieno nei vini di Bernardino. Malinconico, sentimentale e con un cuore immenso. Così è Bernardino.   Ivan Vellucci Mi trovi su Instagram : @ivan_1969
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Cantine Contucci ritratto Arrow Right Top Bg

23 Marzo, 2023

Cantine Contucci: alle origini del Vino Nobile di Montepulciano.

Dopo un lungo viaggio dalla Calabria alla Toscana eccomi arrivata proprio nel cuore di Montepulciano, nell’incantevole piazza Grande. Proprio qui, difronte al Duomo, sul portone di un meraviglioso palazzo storico, trovo ad aspettarmi Andrea che, con il suo sorriso, mi guida da perfetto cicerone alla scoperta delle Cantine Contucci e alle origini del Vino Nobile di Montepulciano. La visita parte dal salone delle feste del Palazzo Contucci: qui Andrea mi racconta che l’edificio, edificato nel XVI sec. da Antonio da Sangallo il Vecchio ed affrescato interamente da Andrea Pozzo, fu anche dimora di Papa Giulio III e del Granduca Ferdinando I.  Mi racconta che la sua famiglia è una delle più antiche di Montepulciano, dove risiede ininterrottamente dal XI sec., e che già prima del Rinascimento si dedicò alla coltivazione della vite, contribuendo a rendere famoso nel mondo “un vino ottenuto con le uve nobili destinato alle mense dei nobili”.  La famiglia Contucci è, infatti, annoverata tra i “padri putativi” del Vino Nobile di Montepulciano. Per questo si parla delle Cantine Contucci come delle origini del Vino Nobile di Montepulciano. Lasciamo il palazzo e costeggiamo la strada del Teatro per continuare la nostra visita nelle cantine, edificate nel XIII secolo sulla cinta muraria della città. Le cantine si diramano nei sotterranei del palazzo, sono interamente scavate nella roccia e comunicanti tra loro. All’interno troviamo cento botti di rovere francese e Slavonia tutte prodotte in Italia che contengono preziosamente i vini prodotti dalla cantina. Mentre passeggiamo tra i cunicoli della cantina Andrea mi racconta che l’azienda agricola si estende su 170 ettari, 21 dei quali coltivati a vigneto, e che i vigneti sono ubicati in una delle migliori zone di produzione, ad un’altitudine che varia dai 280 ai 450 metri sul livello del mare. Le uve prodotte sono esclusivamente autoctone: Prugnolo Gentile, Canaiolo nero, Mammolo, Colorino, Trebbiano Toscano, Malvasìa del Chianti e Grechetto. La produzione della cantina si aggira sulle 100mila bottiglie. Finito il giro della Cantina ci dirigiamo all’ingresso del palazzo dove è situata l’enoteca e la sala degustazioni per assaggiare insieme alcuni dei loro vini. Rosso di Montepulciano D.O.C 2020 Blend di Prugnolo Gentile (80%), Canaiolo nero (15%) e Colorino (5%) provenienti dal vigneto Salarco.   Affina 8 mesi in botti di rovere francese da 20HL e 2/3 mesi in bottiglia prima della commercializzazione. Nel calice si presenta di un rosso rubino luminoso. Al naso spiccano le note fruttate di ciliegia, lampone e marasca, seguite da note floreali di rosa. In bocca il sorso è fresco, beverino, con un tannino ben bilanciato. Chiude con un finale abbastanza persistente. Vino Nobile di Montepulciano D.O.C.G. 2017 Blend di Prugnolo gentile (80%), Canaiolo nero (10%) e Colorino (10%), provenienti dal vigneto Mulinvecchio basso.   Affina 24 mesi in botti di rovere da 20 HL e 6/8 mesi in bottiglia prima della commercializzazione. Nel calice si presenta di un rosso rubino intenso. Al naso si sprigionano le note di frutta rossa matura, quasi confetturata, seguita da note di pelle, sottobosco, leggere note balsamiche. In bocca il sorso è pieno, fresco, con una buona struttura e un tannino ben integrato. Chiude con un finale fruttato abbastanza persistente. Vino nobile di Montepulciano D.O.C.G. Pietra Rossa 2017 Blend di Prugnolo gentile (80%), Canaiolo nero (10%) e Colorino (10%), prodotto esclusivamente con le uve provenienti dai due ettari di terreno, situati verso Cortona, denominati proprio Pietra Rossa.  Affina in legno, botti di rovere da 10/15 HL, per 30 mesi e 8/10 mesi in bottiglia prima della commercializzazione  Nel calice di presenta di un rosso rubino luminoso con leggeri riflessi granati. Al naso è intenso e complesso, spiccano le note fruttate di frutta rossa confetturata, le note floreali di petali di rosa leggermente appassita e le note di macchia mediterranea. Seguono poi le note più complesse di tabacco, caffè e cuoio. In bocca il sorso è pieno, avvolgente, con una buona acidità e un tannino perfettamente integrato. Chiude con un finale persistente e con piacevoli ritorni di note balsamiche e speziate. Vino Nobile di Montepulciano D.O.C.G. Palazzo Contucci 2017  Ultimo nato nella Cantina Contucci in occasione dei 500 anni del Palazzo. È l’unica etichetta ad avere impressa l’immagine del palazzo, che viene sostituita ogni anno con una dei 70 dipinti del palazzo. Di questo vino ne sono state prodotte 3200 bottiglie numerate. Blend di Prugnolo gentile (80%), Canaiolo nero (10%) Colorino e Mammolo (10%), accuratamente scelte dalle due vigne più importanti, Pietrarossa e Mulinvecchio. Affina in botti di rovere da 15/20HL per 30 mesi (6 travasi) e 8/10 mesi in bottiglia prima della commercializzazione. Nel calice si presenta di un rosso rubino intenso. Al naso spiccano le note di frutti neri, more, gelsi, seguite da note di viola, liquirizia, tabacco, chiodi di garofano e cannella. In bocca il sorso è ampio, strutturato, con un tannino presente e un finale lungo e persistente.  Vin Santo di Montepulciano D.O.C. 2009 Blend Malvasia del Chianti (40%), Grechetto (20%) e Trebbiano Toscano (20%) provenienti dalle uve migliori di tutti i vigneti.  Affina in caratelli di legno da 70L per un minimo di 6 anni. Produzione annua di circa mille bottiglie. Nel calice si presenta di un colore ambrato intenso. Al naso spiccano le note fruttate di frutta disidratata, uva passa, fichi secchi, dattero, miele. In bocca il sorso è dolce, avvolgente, con una lunga persistenza.   Claudia Maremonti @claudia_sommelier per The Voice of Blogger  
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Bicchieri di vino al tavolo degustazione durante Slow Wine fair 2023 Arrow Right Top Bg

22 Marzo, 2023

Slow Wine raddoppia!

Slow Wine Fair 2023 raddoppia rispetto alla prima edizione. 750 cantine, ovvero il doppio rispetto allo scorso anno! Tant’è che è raddoppiata anche la superficie espositiva, occupando 2 padiglioni dell’ente fieristico per un totale di 20.000 metri quadrati. Più di 100 sono stati i produttori internazionali presenti, la maggior parte da Francia, Cina e Macedonia del Nord. 4.000, invece, le etichette in assaggio tra cui scegliere per il pubblico di appassionati e operatori del settore.  Una novità, l’area espositiva dedicata alla Fiera dell’Amaro d’Italia, promosso da Amaroteca e ANADI, Associazione Nazionale Amaro d’Italia. Altra “prima”, l’area dedicata alle soluzioni tecnologiche innovative in fatto di impianti, attrezzature e servizi connessi alla filiera del vino, veri partner della #sostenibilità.   Alta affluenza Oltre 10.000 gli ingressi, la metà dei quali di operatori del settore. Un folto pubblico che ha potuto apprezzare l’omogeneità dei vini proposti, tutti rigorosamente selezionati secondo i requisiti di qualità definiti da Slow Food nel suo “Manifesto del vino buono, pulito e giusto”. Significativa la presenza di buyer stranieri, selezionati anche grazie alla collaborazione di Italian Trade Agency (Ice) e del Ministero degli Affari Esteri e della cooperazione internazionale (Maeci). Per la maggior parte provenienti da Stati Uniti, Gran Bretagna, Cina e Germania, offriranno alle cantine presenti interessanti opportunità di accedere a nuovi mercati esteri. Le nove masterclass in programma e gli incontri nella Slow Wine Arena – Reale Mutua e in Sala Opera hanno registrato in generale una buona affluenza di pubblico.  Una Fiera di indubbio successo  «Il successo della seconda edizione di Slow Wine Fair, insieme a Marca, Sana e al Mercato dei Vini dei Vignaioli Indipendenti che debutterà a novembre, conferma BolognaFiere come il principale polo fieristico per le esposizioni internazionali b2b del settore agroalimentare. Luogo in cui gli operatori non solo fanno business, ma tracciano le tendenze del mercato. Alla luce dei risultati ottenuti dalla Slow Wine Fair sia in termini qualitativi che quantitativi, siamo contenti di aver sposato da subito la felice intuizione di Slow Food, dando spazio e voce a un mondo vitivinicolo che guarda al futuro con coscienza e impegno». Queste le parole di Antonio Bruzzone, direttore generale di BolognaFiere, pronunciate dando appuntamento alla terza edizione che si terrà dal 25 al 27 febbraio 2024.  A cura di  Claudia Riva di Sanseverino
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