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17 Marzo, 2023
Roberto Castagnini One Man Band
Roberto Castagnini One Man Band
È proprio vero che il mondo del vino riesce a farti conoscere sempre persone speciali. Ognuna con la propria, unica, storia alle spalle e qualcosa, ancora tutta da scrivere, per il futuro. Le piccole aziende poi riservano sempre sorprese. Nei vini certo, maggiormente nelle persone. O nella persona. Perché in molti casi, di persone che fanno le cose, ce n’è una sola: One man band. Così che i vini non possono che essere la vera espressione della persona che ha accudito le vigne e modellato il prodotto.
Siamo a Carrara, alle pendici delle Alpi Apuane. Una terra di mezzo tra la Toscana e la Liguria anche se in Toscana ancora. Così che quando qualcuno ti parla non ti aspettare l’intercalare tipico toscano. Nella terra di mezzo si parla un vero mix. Forse quasi più ligure.
Mi capita così con Roberto tanto che gli chiedo subito se sia nato li. Lui quasi se la prende. Nato li. Il papà li. Il nonno li. Le terre e la vigna che con il nonno coltivava. Carrarese senza sé e senza ma. Altroché.
Nella terra di mezzo mica sei in pianura. Non tanti metri di altitudine (circa 200). Ma qui tutto è così in ripida salita che le vigne si adagiano su terrazze da meno di un metro, cosa questa che impone lavorazioni esclusivamente manuali. Anzi, più che manuali, da incubo perché non è che ci puoi andare con qualcosa di meccanico. Impervia e a pochi km dal mare tanto che si può vedere, all’orizzonte, anche l’isola d’Elba.
Sono nato e cresciuto nei vigneti. Facevo vino sfuso. Poi imbottigliato. Etichettato. Quando si fanno le etichette si sbagliano e si rifanno. Siamo partiti da un ettaro adesso siamo a tre e mezzo.
Roberto, Roberto Castagnini, parla a raffica. È una persona mite, pacata. Con due occhi che sorridono. Di quel sorriso di chi fa ciò che gli piace. Senza fretta. Senza dannarsi l’anima. Senza qualcuno o qualcosa che gli corre dietro. Ma con tanto amore e passione.
Eppure quando gli chiedo in quanti lavorano nella sua azienda, la Castagnini, la sua risposta è:
Siamo io, io ed io. Ho una persona saltuaria, un pensionato, che dà una mano in vigna ma poi faccio tutto io.
E in cantina?
Anche in cantina faccio tutto io. L’enologo mi dà una mano ma per il resto faccio io. Lui mi dà i compiti.
Provo ammirazione e tenerezza allo stesso tempo. Anche se Roberto non è uno che fa pesare ciò che fa. Anche se non deve essere per nulla facile salire e scendere per le terrazze dei suoi cinque ettari, lui affronta tutto con calma serafica. Quelli bravi direbbero che ha un atteggiamento Zen. Io dico che Roberto ha in sé la saggezza di chi ne ha viste tante e sa che tanto, pure se si affanna, le cose non cambiano.
Cosa devo fare. Se mi arrabbio non succede nulla. Quello che non faccio oggi faccio domani. Alle 7-7.30 chiudo e vado a casa. Quello che c’è da fare si farà domattina. Domani piove? Me ne vado a casa. Non devo morire della vigna.
Come fai a non voler bene ad una persona così?
Sono nato in mezzo alle vigne di proprietà di mio nonno che seguivo. Imparando tante cose. Volevo fare l’agrario ma ho cambiato strada. Sono tornato poi indietro.
Roberto è una di quelle persone che nonostante avesse la terra ha preferito altro. Da giovani si vede la vita in maniera diversa. Le ambizioni. La voglia di emergere. Di fare qualcosa di diverso dal padre o dal padre di tuo padre.
Prima di ritornare alla terra, nel 2000, Roberto ha avuto modo di fare altro. Tanto altro.
Per sei anni l’agente di commercio vendendo carne fresca (seguendo le orme del papà che era macellaio).
Dovevo fare 5000 km a settimana e sono diventato pazzo.
Poi l’azienda è fallita e ha aperto un negozio di alimentari aggiungendo una macelleria (l’impronta del papà continua). Una realtà che ha dato grandi soddisfazioni fino a quando con i dipendenti e la loro gestione la complessità è aumentata.
Ho preso l’esaurimento e mi sono rimesso a fare vino
Eccolo il vero Roberto. Quello che nella sua pacatezza ha bisogno della libertà e di voler essere responsabile solo di sé stesso e di ciò che produce. La voglia di stare all’aria aperta e curarsi della vigna.
Solo che tra commerciale e cantina la vigna non la vedo più. Volevo starci di più ma ci sono tante altre cose che portano via tempo.
In questo luogo perso tra le colline di Carrara, Roberto dirige la sua orchestra formata da sé stesso. Su e giù per le terrazze. Con i suoi tempi. Come se la vigna e le piante debbano rispettare i suoi di tempi. Ma questa è la vera sinfonia. Perché la cura che Roberto ha nelle sue piante è quella di un padre verso i figli. Come gli aveva insegnato il nonno. Su quelle vigne che ormai avranno più di sessanta anni. Vigne di Massaretta (o meglio Barsaglina ma non ditelo a Roberto che si offende), Vermentino e Vermentino Nero. Con qualche pianta di Sangiovese, Merlot, Ciliegiolo. Tutte mischiate senza un ordine logico.
Sono vigneti vecchi dove c’è tutto di più. Quando vai a fare la vendemmia diventi matto. In vigna è tutto misto. Nel filare due piante di Massaretta, una di Vermentino Nero, uno di Merlot e quattro di Vermentino. Ci devi passare quattro volte per fare la vendemmia.
In fondo un tempo si faceva così. Perché il vino mica si imbottigliava per venderlo. Si faceva per casa e quello che avanzava era venduto sfuso. Quindi non importava cosa c’era dentro. Bastava fosse buono.
Il grande lavoro di Roberto è principalmente sui vitigni autoctoni come il Vermentino Nero e la Massaretta. Difficile da vinificare e complicati da portare in cantina. Ma con risultati che sorprendono quando il lavoro si chiude con successo.
Il Vermentino Nero difficile in vigna perché non puoi fare il cordone speronato, con i grappoli abbastanza lunghi, con chicco grosso e buccia sottile. Niente legno in cantina anche se poi i sentori sono quelli tipici della barrique. Misteri dei vitigni!
Però si porta a casa un vino beverino che d’estate è fresco e anche di frigorifero si beve bene.
La Massaretta complicata in cantina per il continuo rischio di riduzione che la renderebbe imbevibile (tanto che un tempo non se ne faceva nulla).
Lo chiamavano il vino puzzone perché lo mettevano subito in botte dopo la pigiatura.
Gradazione sostenuta che però non si avverte, tannino delicato e levigato.
Solo la Massaretta fa un po’ di legno. Poco perché non voglio la vaniglia.
Roberto vuole i vini come lui. Devono essere e sono la sua espressione: sinceri, schietti, diretti. Mai ruffiani.
20000 bottiglie in totale con un solo blend (per seguire il disciplinare) sono tante per una persona sola. Ma lui non sente il peso. Se lo fa scivolare.
Siamo arrivati ad un ben livello nonostante tanti problemi. Trovare l’enologo è stato difficile. Nel 2016 ho trovato una brava persona e gli ultimi anni siamo saliti di livello. Abbiamo preso anche alcuni premi che sono sempre una soddisfazione
In gamma anche un Vermouth e una bollicina metodo Charmat
Purtroppo oggi se non hai la bollicina non sei nessuno.
Che grande Roberto. Lo dice con una schiettezza disarmante. Quelle verità che tutti pensiamo ma che in pochi si azzardano a dire.
Quando gli parli di futuro, vedi che cala un misto di rassegnazione e tristezza. Per poi riprendersi subito perché tanto Roberto vive il presente. L’unica cosa che lo fa stare bene. In mezzo alla sua vigna tra i filari del nonno.
Tre figli, due femmine ed un maschio che di vigna non ne vogliono sentir parlare.
Ognuno ha la sua strada. Non vedo interesse per l’azienda. Andiamo avanti finché c’è voglia e ce la faccio. Loro, in qualche modo faranno.
Saggio. Fatalista. Non so. Però è meravigliosamente disarmante Roberto. Anche se confida che:
Ogni tanto mi viene la voglia di buttare via tutto.
Tanto lo so che è solo un attimo. Perché su quei terrazzamenti lui si diverte. Ci vive.
La mia è passione e divertimento. Altrimenti passa subito la voglia. Faccio ciò che mi piace e ogni tanto c’è qualche piccola soddisfazione. Magari con i premi. Fanno piacere.
L’animo di Roberto è questo. Semplice. Puro. Vuole, anche se non lo ammetterebbe mai, una pacca sulla spalla. Qualcuno che gli dica che la sua passione, il suo divertimento, in qualche modo produce buoni frutti. Amor proprio? Secondo me un modo perché quelle terre che ha ripreso con tanto amore, non vadano proprio abbandonate. Perché i figli si accorgano prima o poi quanto amore si perderebbero se non continuassero il lavoro di papà Roberto.
Il tuo vino preferito?
A me piacciono un po’ tutti. Su tutti però la Massaretta e il Vermentino Nero.
Torneresti indietro?
Si e no. Il lavoro della vigna non è nulla. Il problema è incassare.
Ma non tornerebbe mai indietro Roberto. La sua vita è qui. Me lo immagino, anche con più vendemmie sulle spalle, ad andare su e giù per le vigne. Ma sono anche certo, che uno dei suoi figli sentirà prima o poi il richiamo della terra. È così e sarà sempre così. Dai, Roberto, vedrai che accadrà.
Ps ho assaggiato la Massaretta Cybo 2020 ma non ho voluto interrompere il racconto perché mi sembrava scorresse bene così. L’ho recensito sul mio blog Instagram @ivan_1969. Qui posso dirvi che ho trovato Roberto nel vino. Ho trovato la schiettezza della vinosità ma soprattutto posso dire essere un vino che non capisci subito. Un po’ come Roberto che a prima vista appare burbero ma quando lo conosci ti fa simpatia e tenerezza. Piano piano impari a conoscerlo (il vino e Roberto) e ti intriga sempre più lasciandoti la bocca pulita e vogliosa di un nuovo sorso. Che poi è la stessa sensazione che ho dopo aver parlato per ore con Roberto: mi vien voglia di mollare tutto e andare ad aiutarlo nelle sue vigne.
Ivan Vellucci
Mi trovi su Instagram : @ivan_1969
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16 Marzo, 2023
Fattoria Lornano, storia e qualità sostenibile
Fattoria Lornano, storia e qualità sostenibile
Lo scorso 22 febbraio a Roma, in occasione della presentazione del libro di Armando Castagno “Castellina in Chianti – territorio, vino, persone” scritto per raccontare lo splendido territorio che accoglie poco meno di 40 produttori facenti parte dell’associazione Viticoltori di Castellina in Chianti, ho avuto l’occasione di partecipare alla splendida degustazione che mi ha fatto incontrare realtà storiche come Fattoria Lornano, notevole per qualità e filosofia produttiva.
Una lunga storia alle spalle di Lornano, un’azienda agricola di proprietà della stessa famiglia dal 1904, situata sulle colline a sud est di Castellina in Chianti, sul confine tra Castellina e Monteriggioni, membra del “Consorzio del Marchio Storico Chianti Classico Gallo Nero” sin dalla sua fondazione avvenuta nel 1924.
La cantina fu edificata attorno all’antica chiesa di Lornano nel XV secolo e la forma dell’attuale struttura, che oggi accoglie la produzione e l’attività agrituristica, risale alla seconda metà del XVIII secolo.
La proprietà si estende per oltre 180 ettari di cui 70 sono vitati, su terreni caratterizzati da differenti suoli e microclimi, ad un’altitudine media di 300 m s.l.m.. L’80% dei vigneti è costituito da 15 differenti cloni di Sangiovese, accuratamente selezionati, che esprimono tutti i caratteri autentici di questa antica e incredibile uva che rappresenta l’anima della Toscana. Il restante 20% è coltivato a Merlot, Cabernet Sauvignon, con una piccola percentuale di uve bianche di Trebbiano e Malvasia, usate per la produzione del famoso Vin Santo del Chianti Classico DOC, creato secondo le più tradizionali tecniche che lo rendono un prodotto davvero prezioso.
In azienda vengono vinificate esclusivamente le uve provenienti dei vigneti della tenuta in una moderna cantina con vasche in acciaio a temperatura controllata ed i vini prodotti affinano in botti di rovere francese nell’antica cantina d’invecchiamento sotterranea, un luogo magico che protegge naturalmente da improvvisi sbalzi di temperatura e che pone le condizioni ottimali per la maturazione dei vini.
I vini prodotti sono il Chianti Classico, presenti anche nella versione Riserva e Gran Selezione, tre IGT (rosso, rosato e il Supertuscan “Commendator Enrico”), un Chianti Colli Senesi e, infine come detto, il Vin Santo.
Come sapete amo evidenziare le cantine che lavorano nel pieno rispetto dell’ambiente con il mio #vinosostenibile e qui siamo difronte ad una realtà che ha scelto da diversi anni di ridurre l’impatto ambientale delle proprie azioni, implementando nuove pratiche etiche e sostenibili per garantire soluzioni rispettose dell’ambiente e delle sue risorse alle generazioni future.
La via che persegue lo sviluppo sostenibile è ormai imprescindibile, ed è per questo che nel 2022 la cantina ha ricevuto dal Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali (Mipaaf) la certificazione SQNPI (Sistema di Qualità Nazionale Produzione Integrata), che certifica e garantisce un sistema agricolo di produzione basato su metodi agronomici di difesa che prediligono l’utilizzo di risorse e di meccanismi di regolazione naturali, limitando l’impatto sull’ambiente.
Una via che vede la cantina impegnata nella salvaguardia e mantenimento dei boschi di proprietà, nel favorire la biodiversità, favorendo l’insediamento di insetti impollinatori, attraverso l’inerbimento del vigneto durante tutte le fasi vegetative, nell’adottare tecniche di produzione integrata, prevedendo l’utilizzo di risorse e meccanismi naturali, limitando l’impatto sull’ambiente eliminando ogni prodotto chimico fertilizzante ed erbicida.
Ma oltre a questi aspetti il rispetto dell’ambiente vede anche la minimizzazione degli interventi e trattamenti, la produzione di energia pulita rinnovabile, nonché le iniziative per il sociale: in vigna è stata installata una stazione meteo che consente l’utilizzo di modelli previsionali di malattie del vigneto in modo da trattare solo quando necessario, nel corso di quest’anno viene utilizzato un sistema di produzione di energia elettrica tramite un impianto fotovoltaico per coprire i fabbisogni aziendali per tutti i processi di produzione, vengono infine attuati e sviluppati progetti a favore della collettività, con l’obiettivo di fare impresa in maniera condivisa e inclusiva, aiutando anche i consumatori a fare scelte responsabili e compatibili con la salute ed il benessere.
Insomma una realtà del Chianti Classico che merita davvero di essere nel vostro calice!
Fattoria Lornano, storia e qualità sostenibile
A cura di Giuseppe Petronio
Mi trovi su Instagram @peppetronio
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15 Marzo, 2023
Il Carso: fascino di una terra di confine
Mini tour dei vini del Carso. Bastano poche ore nei posti giusti.
A me e ai miei compagni di viaggio dell’Amber Press Tour sono bastate meno di 24 ore per avere un’idea della potenza di questo territorio. Al nostro arrivo, siamo stati accolti calorosamente da Igor Gabrovec e Giorgio Rossi, rispettivamente Sindaco di Duino Aurisina e Assessore al Comune di Trieste, che ci hanno parlato di come le istituzioni vogliano dare visibilità e voce a questo territorio, ancora sconosciuto e poco valorizzato. Fazzoletto di terra sospeso tra mare e Carso, area di confine martoriata dalla storia e dalla Grande Guerra, questo territorio deve la sua forza proprio alla mescolanza di tanti tipi di diversità. Lingue, culture, storie, popoli che fortemente sentono di appartenere a un’unica regione. Regione che secondo le carte geopolitiche non esiste. I vini del Carso, però, sono decisamente una realtà.
Il ‘carsismo’. Amico o nemico del vino?
Il Carso è nei fatti un altopiano roccioso, di origine calcarea, che comprende le province di Trieste e Gorizia e si estende fino al territorio sloveno. Qui troviamo l’omonimo fenomeno detto “carsismo”, determinato dalle rocce calcaree che, permeabili all’acqua, vengono da essa col tempo modellate, creando così cavità e grotte. Questa conformazione del suolo fa sì che, per poter piantare i vigneti, la roccia calcarea vada abbattuta in modo da creare micro-terrazzamenti. Questi devono poi essere ricoperti con la terra rossa carsica, ricca di ferro, che si trova nelle cosìddette doline, cavità naturali della roccia formatesi, appunto, a seguito dell’erosione dell’acqua. Altro elemento imprescindibile in questo particolarissimo contesto è l’esposizione ai quasi costanti venti di bora, fortunatamente assenti durante la nostra visita.
La roccia carsica si trova sotto il terreno, ma fa parte al tempo stesso del DNA di chi questo suolo lo calpesta tutti i giorni. Lo si percepisce subito, quando si incontrano le persone del luogo. Personalmente, mi sono fatta un’idea del perchè siano, almeno in apparenza, persone dotate di una certa durezza e diffidenza nei confonti di chi in questo territorio si avventura. Credo che ciò dipenda dal lungo e duro adattamento alle numerose asprezze e difficoltà di questo particolare contesto. Nel tempo, gli abitanti del Carso hanno dovuto imparare a sfruttare al meglio un materiale duro per antonomasia, la pietra. Col tempo e con fatica se la sono fatta amica, utilizzandola a loro favore e ideando metodi per assecondarla, sfruttandola ad esempio nella realizzazione delle loro cantine. La roccia protegge bottiglie e botti senza bisogno di condizionatori. Posso quindi affermare senza tema di smentita che qui la sostenibilità è presente da molto tempo.
Le cantine all’arrivo
Il primo produttore che ci ha accolto, Benjamin Zidarich, ci ha orgogliosamente spiegato che la sua cantina è naturale perchè si trova dentro una grotta con 5 piani a circa 23 metri sotto il suolo. Ci ha anche informato che altri due piani sono attualmente in costruzione, insieme a un pantheon dalle cui vetrate si potranno ammirare il sole e la luna. Tutto il materiale che troviamo dentro è completamente naturale. Le pietre, lavorate interamente a mano da artigiani locali, mantengono la temperatura tra i 12 e i 14 gradi e l’umidità è costante al 70%. Qui, tutto il vino viene lavorato e imbottigliato per gravità. I vini del Carso si confermano all’insegna della #sostenibilità.
Pochi metri più in basso, siamo poi arrivati alla cantina di Sandi Skerk il quale ci ha mostrato fieramente gli scavi nuovi che sono attualmente in opera per allargare la sua cantina. Qui abbiamo ammirato il tramonto, sorseggiando Vitovska, Malvasia, Terrano e Ograde (quest’ultimo un blend in quattro parti uguali di Vitovska, Malvasia, Sauvignon e Pinot Grigio). La sorpresa è stata l’assaggio di una bollicina, a base Glera, che riposa un anno in legno e viene poi imbottigliata e fatta rifermentare con il mosto ottenuto dalla successiva vendemmia. Riposerà poi in bottiglia per quattro anni. Scordatevi però la Glera a cui siamo abituati. Questa è Glera carsica!
Tra Italia e Slovenia
Il giorno dopo siamo partiti alla volta della cantina seguente, dove Uroš Rojac ci ha raccontato della sua filosofia di produzione dei vini del Carso. Secondo questo approccio, per riassumere in un sol motto, “il vino si crea in vigna”. Lo sforzo inizia quindi dalla maniacale cura durante il processo di coltivazione, unitamente alla selezione dei vigneti e dei terreni su cui essi crescono. Abbiamo iniziato la degustazione con Royaz, una “bolla” ancestrale naturale, molto piacevole. Siamo passati poi alla sua interpretazione del Renero, un Refosco autoctono prodotto da uve selezionatissime e soltanto in annate eccezionali, sottoposto a lunga macerazione e poi tenuto in botte per molti anni. Un vino “esplosivo” come il suo produttore!
Abbiamo concluso il tour in Slovenia, nella cantina di Uroš Klabjan, il quale ci ha accolto raccontandoci che già il nonno lavorava quelle viti, tra le quali ve ne sono ben 13 storiche. A queste è riservata l’etichetta nera, mentre per i vini da vigne che hanno “solo” dai 20 ai 30 anni il colore è il bianco. Uroš è tra i fondatori dell’Associazione Vinnatur, che applica un rigidissimo protocollo di controllo non solo sulle viti e i prodotti utilizzati nella coltivazione, ma anche sui terreni, per garantire la qualità dei suoi vini. Qui non esistono ricette prestabilite e i vini vengono realizzati in maniera diversa a seconda dell’annata, i produttori guidati dal un solo obiettivo: non essere invasivi e impattanti né sull’uva né sul vino.
Falsi miti
A questo punto, io e i miei compagni di viaggio ci siamo presi l’impegno di raccontare quello che abbiamo imparato per “smontare”, per così dire, i falsi miti che circolano sui vini amber, presenza importante tra i vini del Carso. Ad esempio, si pensa che questa tecnica nasconda il varietale e che si tratti di vini bianchi ossidati. Nulla di più falso. Abbiamo riconosciuto chiaramente le Malvasie, i Terrano e i Moscati, lavorati in stili diversi pur provenendo da vigne confinanti!
Gli assaggi si sono concentrati principalmente su vitigni autoctoni che non avevo mai assaggiato, come la Vitovska, una Malvasia istriana la cui origine pare risalire all’antica Grecia (diffusasi poi in Istria grazie ai fiorenti commerci della Serenissima) e il Terrano che, come dice il nome, è legato alla terra rossa del Carso, ma è fatto con uva Refosco dal peduncolo verde, che qui esprime grande acidità e poco alcool.
Impressioni ed emozioni da questo tour dei vini del Carso
Sono molte le emozioni e impressioni che questo tour mi ha regalato. Primo, coltivare la vite in una zona così difficile e selvaggia non è per tutti e, anche se non è praticamente mai nominata, per me questa è viticoltura eroica tanto quanto quelle in Liguria o in Val d’Aosta. Secondo, c’è un assoluto impegno nel mantenere la qualità senza scendere a compromessi per assecondare esigenze legate alle mode o al gusto. Terzo, una ricerca costante e continua sperimentazione. Ultimo ma non ultimo, una grandissima passione e un forte rispetto della tradizione. Dei produttori incontrati, tutti avevano un nonno che si dedicava alla viticoltura, anche solo per uso casalingo.
Turismo enologico ma non solo
Se non conosci questa zona oppure vuoi approfondire quanto già sai, segnati queste date: il 21 e 22 Maggio 2023, nella storica sede del Castello di San Giusto a Trieste ci sarà l’Amber Wine Festival.
Un’occasione unica per visitare (se ancora non ci sei riuscito) anche la città di Trieste, con la sua magnifica Piazza Unità d’Italia affacciata sul mare. Nei dintorni, meta obbligatoria è il Castello di Duino che racchiude i ricordi di quando fu centro culturale ed umanistico e dove soggiornarono ospiti di prestigio come Elisabetta d’Austria (la principessa Sissi, poi imperatrice d’Austria), l’Arciduca Francesco Ferdinando, il cui assassinio innescò la Prima Guerra Mondiale, i compositori Johann Strauss e Franz Liszt e il poeta Gabriele d’Annunzio, tanto per citarne alcuni. Imperdibile poi il Castello di Miramare, fatto costruire dell’arciduca Massimiliano d’Asburgo. Un edificio imponente, con stanze che si susseguono complete degli arredi originali e circondato da un magnifico parco di circa 22 ettari. Io qualche spunto te l’ho dato…
Claudia Riva di Sanseverino
https://www.youtube.com/watch?v=RakajXgmc-E
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13 Marzo, 2023
IoVino Roma
IoVino Roma
Ho partecipato a decine di degustazioni e manifestazioni sul vino. Quella di ieri 12 marzo al TH Carpegna Palace di Roma organizzato da IoVino aveva un che di particolare.
Due regioni possono sembrare poco. Magari c’è anche chi ha snobbato l’evento pensando ad una diminutio. Chiunque lo abbia fatto ha sbagliato di grosso. Due regioni possono rappresentare tanto. Possono esprimere aziende e persone che meriterebbero una maggiore notorietà. Due regioni che offrono visioni del vino diverse, magari non accomunate da nulla. Se non dalla consapevolezza di offrire prodotti di assoluto rilievo oltre i mostri sacri che le stesse offrono.
Le Marche che può andare aldilà del Verdicchio e delle sue espressioni. Che trova in tutti i produttori presenti reinterpretazioni dei bianchi e dei rossi di una moltitudine di sfaccettature.
La Campania poliedrica e determinata ad andare oltre l’Aglianico, Il Greco e il Fiano (comunque eccellenti!) focalizzandosi su vitigni autoctoni spesso non valorizzati come il Piedirosso, il Pallagrello, l’Asprinio per citarne alcuni
Ho incontrato produttori schietti e sinceri. Abbiamo discusso dei loro vini. Abbiamo scherzato. Abbiamo riso. Ci siamo confrontati sui loro prodotti che ho trovato non mediamente ma tutti di ottimo livello.
Un plauso all’organizzazione e un plauso a tutti i produttori che hanno realmente portato la loro terra, la loro esperienza, il loro amore per questo settore in quel di Roma
NB I miei vini sono nelle stories “IoVino” del mio account Instagram (link sotto)
Ivan Vellucci
Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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10 Marzo, 2023
Azienda Agricola La Greggia e la Toscana che non ti aspetti
Azienda Agricola La Greggia e la Toscana che non ti aspetti
Lui è il gatto, io la volpe, siamo in società.
Di noi ti puoi fidar Essere azienda agricola in Toscana non è cosa semplice. Produrre vino, vino di qualità, è ancora più complicato. Non già perché non ci sia un terreno vocato o un clima ideale. È che occorre rispettare la tradizione, quella che porta ad usare il Sangiovese e poco altro. Quella che fa produrre vini che ne rappresentano l’anima e vogliono rappresentare solo quello. Quella tradizione che vuole che il vino si debba vendere anche sfuso e in grande quantità. Insomma, un mix di fattori che rendono la vita complicata, se non impossibile a chi vuole iniziare l’avventura enoica in queste zone. Senza tralasciare il doversi scontrare con i mostri sacri del vino italiano. Alfredo Moretti fonda l’azienda La Greggia in quel di Tizzana, borgo tar Pistoia e Prato, insieme alla moglie Katlhleen. Siamo nel 2012 circa. Le vigne impiantate qualche tempo prima seguendo i consigli raccolti qua e là così da ritrovarsi con del Merlot, del Cabernet Sauvignon e ovviamente l’omni presente Sangiovese che in Toscana non può mai mancare. Insieme a Alicante Bouschet e Barsaglina: due vitigni non proprio comuni. O facili. La produzione è giusta ma l’esperienza enologica forse non è al massimo così che, per dare una sferzata inizia la collaborazione, quasi fortuita, con Andrea Paglietti, enologo piemontese. Quando sono arrivato io la tecnica enologica di cantina era un po’ arretrata e i vini non all’altezza. Insomma, non erano un granché. Alla cantina avrei dato un 3, ai vini 5/6 grazie ad un cantiniere appena arrivato Insomma un po’ di esperienza importata dal Piemonte. Mica poco. La qualità del vino è subito salita grazie ad una cantina pronta. Esposizioni belle. Belle vigne Migliorare la qualità è e deve essere l’obiettivo da raggiungere. Detta così non sembra difficile. Ma in un mondo dove il vino è quello da tavola, dove la produzione deve essere alta e dove il Sangiovese comanda, è complicato. Se non complesso. Un classico della zona. Hanno tutti premura di vendemmiare presto. A fine agosto si raccoglie il Merlot. A fine settembre il Cabernet. In mezzo il resto. Ora ho imposto che quando gli altri raccolgono il Sangiovese noi raccogliamo il Merlot Andrea ha una lunga esperienza e le idee chiare. Ma si scontra con la tradizione che è dura da cambiare. Non è stato facile far passare il discorso delle basse produzioni e che si vendemmia con calma Eh ma ci vuole pure la parte commerciale. Così si ricostruisce la linea dei vini, si creano nuove etichette, si usa Barsaglina, Alicante e Sangiovese per il vino sfuso. Arriva Alberto, Funghi, per dare un po’ di freschezza commerciale. Non capita tutti i giorni
Di avere due consulenti
Due impresari, che si fanno
In quattro per te Alberto ed Andrea. A&A. Il gatto e la volpe. È così che me li immagino quando si alternano a raccontare della cantina, del vino, delle esperienze, del loro operato. Una bella coppia che si spalleggia a vicenda. Andrea ha il piglio del piemontese. Schietto ma delicato. Pulito ma deciso. Ha portato la cultura piemontese in toscana cercando di ammorbidire l’acidità e i tannini toscani. Duri. Forti. Determinati. Alberto è un toscano atipico. Non ha l’esuberanza tipica perché pacato ma il piglio commerciale è quello giusto. Saper bene dei propri prodotti, toccando le leve giuste, non è da tutti. I risultati in bottiglia ci piacciono e piacciono alla ristorazione così come ai clienti Insieme sono una bella coppia. Attiva e dinamica. Si passano la palla ridendo l’uno dell’altro. Si spalleggiano. Il gatto e la volpe insomma. Quattro i vini prodotti (oltre al Vin Santo e all’olio): Moraie, Merlot in purezza; Vicomoro, Cabernet Sauvignon e Franc; Fontanaccio, Sangiovese in purezza. Ah il quarto, l’Iracondo, blend di Cabernet Sauvignon, Franc e Merlot Dedicato al socio che si scaldava un po’ tanto Andrea ci tiene ad una sottolineatura Il rapporto qualità prezzo è 8. Ciò che manca per arrivare al 10 è l’essere famosi. Alla cieca i nostri vini sono pari o meglio di marchi blasonati Non vedi che è un vero affare
Non perdere l’occasione se noi poi te ne pentirai Andrea è sempre più schietto ma pragmatico. Non dice cose che non ritiene vere e lo testo subito assaggiando i vini. Assaggiamo dunque prima il Vicomoro (recensito anche sulla mia pagina Instagram @ivan_1969). Cabernet Sauvignon e Franc annata 2018. Bel colore rubino intenso con piccoli riflessi granata. Si vede che è ancora un pelino giovane nonostante gli oltre quattro anni. I sentori confermano la necessità di maggiore evoluzione. C’è prevalenza di vegetale e frutta ancora aspra. Le tostature e le spezie ci sono. Con i legni siamo blandi per una alta percentuale di terzo, quarto e quinto passaggio Arriva anche del caffè e del cacao. Un vino che è intrigante perché, avendo necessità di apertura, regala qualcosa in più ad ogni rotazione del calice. In bocca la freschezza c’è tutta e si evidenzia, se ancora ce ne fosse bisogno, la necessita di un ulteriore anno di affinamento. Il tannino maturo è ancora un po’ aggressivo così che senza un abbinamento diventa mordente. Non puoi berlo da solo! Ciò che mi piace è la coerenza tra olfatto e gusto e il retro olfatto di frutta fresca. Come mi diceva un rappresentante in toscana vino è franco: Colore, naso, bocca e retro olfattivo convergono Persistenza buona. Equilibrato di quell’equilibrio appena arrivato. Sicuramente meno spigoloso di un Chianti. Lineare, completo. Bel biglietto da visita. Ora il Moraia, Merlot in purezza, annata 2019. Scuro, compatto, attraentemente seduttivo grazie ad un rubino intenso con riflessi porpora. L’annata è stata calda e la frutta si sente matura, al limite della confettura. Prugna e ciliegia a profusione. La frutta sembra masticabile, croccante. I 12 mesi di barrique, sempre di diversi passaggi fanno emergere sentori terziari. In bocca la sensazione rispetto al Vicomoro è di maggi or calore e persistenza minore. Un vino più facile, forse più piacione. Dotato di una morbidezza che migliorerà ulteriormente con il tempo. Freschezza ancora importante. Tannino che c’è ed è maturo. Equilibrio e coerenza con la parte olfattiva. Ha un finale che sembra andare verso l’amarognolo senza però mai raggiungerlo. Entrambe i vini sono sia da bere adesso, purché “accompagnati”, sia tra un anno o due ovvero quando si “arrotonderanno” un pò. Il Vicomoro riuscirei ad abbinarlo comunque più facilmente: siamo in Toscana e con una bella “ciccia” ci starebbe da Dio. Freschezza, alcolicità, capacità di invecchiare. Questo il miglioramento da apportare. Gli sforzi, tanti, hanno portato a vini strutturati, colorati. Alle volte un po’ troppo alcolici. Insomma, La Greggia non ha una lunga storia alle spalle. Può essere definita una cantina giovane, ancorché con vigne di età compresa tra i 18 e i 25 anni. Rappresenta però il coronamento del sogno di Alfredo Moretti e oggi, grazie ad Andrea ed Alberto può dormire sonni tranquilli. È una ditta specializzata, fa un contratto e vedrai
Che non ti pentirai Ivan Vellucci Mi trovi su Instagram : @ivan_1969
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Di noi ti puoi fidar Essere azienda agricola in Toscana non è cosa semplice. Produrre vino, vino di qualità, è ancora più complicato. Non già perché non ci sia un terreno vocato o un clima ideale. È che occorre rispettare la tradizione, quella che porta ad usare il Sangiovese e poco altro. Quella che fa produrre vini che ne rappresentano l’anima e vogliono rappresentare solo quello. Quella tradizione che vuole che il vino si debba vendere anche sfuso e in grande quantità. Insomma, un mix di fattori che rendono la vita complicata, se non impossibile a chi vuole iniziare l’avventura enoica in queste zone. Senza tralasciare il doversi scontrare con i mostri sacri del vino italiano. Alfredo Moretti fonda l’azienda La Greggia in quel di Tizzana, borgo tar Pistoia e Prato, insieme alla moglie Katlhleen. Siamo nel 2012 circa. Le vigne impiantate qualche tempo prima seguendo i consigli raccolti qua e là così da ritrovarsi con del Merlot, del Cabernet Sauvignon e ovviamente l’omni presente Sangiovese che in Toscana non può mai mancare. Insieme a Alicante Bouschet e Barsaglina: due vitigni non proprio comuni. O facili. La produzione è giusta ma l’esperienza enologica forse non è al massimo così che, per dare una sferzata inizia la collaborazione, quasi fortuita, con Andrea Paglietti, enologo piemontese. Quando sono arrivato io la tecnica enologica di cantina era un po’ arretrata e i vini non all’altezza. Insomma, non erano un granché. Alla cantina avrei dato un 3, ai vini 5/6 grazie ad un cantiniere appena arrivato Insomma un po’ di esperienza importata dal Piemonte. Mica poco. La qualità del vino è subito salita grazie ad una cantina pronta. Esposizioni belle. Belle vigne Migliorare la qualità è e deve essere l’obiettivo da raggiungere. Detta così non sembra difficile. Ma in un mondo dove il vino è quello da tavola, dove la produzione deve essere alta e dove il Sangiovese comanda, è complicato. Se non complesso. Un classico della zona. Hanno tutti premura di vendemmiare presto. A fine agosto si raccoglie il Merlot. A fine settembre il Cabernet. In mezzo il resto. Ora ho imposto che quando gli altri raccolgono il Sangiovese noi raccogliamo il Merlot Andrea ha una lunga esperienza e le idee chiare. Ma si scontra con la tradizione che è dura da cambiare. Non è stato facile far passare il discorso delle basse produzioni e che si vendemmia con calma Eh ma ci vuole pure la parte commerciale. Così si ricostruisce la linea dei vini, si creano nuove etichette, si usa Barsaglina, Alicante e Sangiovese per il vino sfuso. Arriva Alberto, Funghi, per dare un po’ di freschezza commerciale. Non capita tutti i giorni
Di avere due consulenti
Due impresari, che si fanno
In quattro per te Alberto ed Andrea. A&A. Il gatto e la volpe. È così che me li immagino quando si alternano a raccontare della cantina, del vino, delle esperienze, del loro operato. Una bella coppia che si spalleggia a vicenda. Andrea ha il piglio del piemontese. Schietto ma delicato. Pulito ma deciso. Ha portato la cultura piemontese in toscana cercando di ammorbidire l’acidità e i tannini toscani. Duri. Forti. Determinati. Alberto è un toscano atipico. Non ha l’esuberanza tipica perché pacato ma il piglio commerciale è quello giusto. Saper bene dei propri prodotti, toccando le leve giuste, non è da tutti. I risultati in bottiglia ci piacciono e piacciono alla ristorazione così come ai clienti Insieme sono una bella coppia. Attiva e dinamica. Si passano la palla ridendo l’uno dell’altro. Si spalleggiano. Il gatto e la volpe insomma. Quattro i vini prodotti (oltre al Vin Santo e all’olio): Moraie, Merlot in purezza; Vicomoro, Cabernet Sauvignon e Franc; Fontanaccio, Sangiovese in purezza. Ah il quarto, l’Iracondo, blend di Cabernet Sauvignon, Franc e Merlot Dedicato al socio che si scaldava un po’ tanto Andrea ci tiene ad una sottolineatura Il rapporto qualità prezzo è 8. Ciò che manca per arrivare al 10 è l’essere famosi. Alla cieca i nostri vini sono pari o meglio di marchi blasonati Non vedi che è un vero affare
Non perdere l’occasione se noi poi te ne pentirai Andrea è sempre più schietto ma pragmatico. Non dice cose che non ritiene vere e lo testo subito assaggiando i vini. Assaggiamo dunque prima il Vicomoro (recensito anche sulla mia pagina Instagram @ivan_1969). Cabernet Sauvignon e Franc annata 2018. Bel colore rubino intenso con piccoli riflessi granata. Si vede che è ancora un pelino giovane nonostante gli oltre quattro anni. I sentori confermano la necessità di maggiore evoluzione. C’è prevalenza di vegetale e frutta ancora aspra. Le tostature e le spezie ci sono. Con i legni siamo blandi per una alta percentuale di terzo, quarto e quinto passaggio Arriva anche del caffè e del cacao. Un vino che è intrigante perché, avendo necessità di apertura, regala qualcosa in più ad ogni rotazione del calice. In bocca la freschezza c’è tutta e si evidenzia, se ancora ce ne fosse bisogno, la necessita di un ulteriore anno di affinamento. Il tannino maturo è ancora un po’ aggressivo così che senza un abbinamento diventa mordente. Non puoi berlo da solo! Ciò che mi piace è la coerenza tra olfatto e gusto e il retro olfatto di frutta fresca. Come mi diceva un rappresentante in toscana vino è franco: Colore, naso, bocca e retro olfattivo convergono Persistenza buona. Equilibrato di quell’equilibrio appena arrivato. Sicuramente meno spigoloso di un Chianti. Lineare, completo. Bel biglietto da visita. Ora il Moraia, Merlot in purezza, annata 2019. Scuro, compatto, attraentemente seduttivo grazie ad un rubino intenso con riflessi porpora. L’annata è stata calda e la frutta si sente matura, al limite della confettura. Prugna e ciliegia a profusione. La frutta sembra masticabile, croccante. I 12 mesi di barrique, sempre di diversi passaggi fanno emergere sentori terziari. In bocca la sensazione rispetto al Vicomoro è di maggi or calore e persistenza minore. Un vino più facile, forse più piacione. Dotato di una morbidezza che migliorerà ulteriormente con il tempo. Freschezza ancora importante. Tannino che c’è ed è maturo. Equilibrio e coerenza con la parte olfattiva. Ha un finale che sembra andare verso l’amarognolo senza però mai raggiungerlo. Entrambe i vini sono sia da bere adesso, purché “accompagnati”, sia tra un anno o due ovvero quando si “arrotonderanno” un pò. Il Vicomoro riuscirei ad abbinarlo comunque più facilmente: siamo in Toscana e con una bella “ciccia” ci starebbe da Dio. Freschezza, alcolicità, capacità di invecchiare. Questo il miglioramento da apportare. Gli sforzi, tanti, hanno portato a vini strutturati, colorati. Alle volte un po’ troppo alcolici. Insomma, La Greggia non ha una lunga storia alle spalle. Può essere definita una cantina giovane, ancorché con vigne di età compresa tra i 18 e i 25 anni. Rappresenta però il coronamento del sogno di Alfredo Moretti e oggi, grazie ad Andrea ed Alberto può dormire sonni tranquilli. È una ditta specializzata, fa un contratto e vedrai
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7 Marzo, 2023
Osteria dei binari, tra suggestioni e suggerimenti di buona vita
L’Osteria dei Binari, in via Tortona 1, Milano, accanto alla stazione di Porta Genova, un luogo ricco di suggestioni e suggerimenti di buona vita.
Avevamo poco tempo, giusto un’oretta per incontrarci per pranzo e fare due parole su alcuni progetti da sviluppare, per poi tornare tutti alle faccende in cui siamo perennemente affaccendati.
La scelta è stata puramente casuale, direi strategica per non dover attraversare la città tra l’ultimo appuntamento della mattinata e il primo del pomeriggio.
Il nome ha sicuramente attratto: Osteria dei Binari. Per mancanza di tempo non ho guardato alcuna recensione, alcun menù, nulla. Sono rimasta colpita da qualche foto che preannunciava l’ambiente accogliente in cui poi ci siamo immersi volentieri.
Si entra e si fa un tuffo nel passato, nella Milano di inizio ‘900, e tutto quanto parla di atmosfere di allora, di un modo diverso di stare a tavola, di frequentare locali, di consumare le giornate. Si entra qui e si è invogliati a rallentare. Se all’ingresso fornissero anche abiti dell’epoca nessuno avrebbe da ridire ad indossarne uno e fingere di tornare indietro nel tempo.
L’Osteria dei Binari è uno scrigno di bellezza liberty, ricco di oggetti e arredi d’epoca. Uno spazio enorme per un locale milanese, con tante sale interne, stanze al piano interrato dove vengono anche conservati i vini, un dehors dove in passato i campi da bocce fornivano un passatempo semplice e sano agli avventori. Camini, lampade in ferro, specchiere meravigliose, porte, tendaggi, poltroncine rosse. Tutto parla di un tempo che fu, e che viene da rimpiangere. Ogni zona si presta ad usi diversi: pranzo, cena, aperitivo, serate in stanze riservate per trascorrere buon tempo in compagnia.
Anche gli avventori che abbiamo trovato seduti ai tavoli vicino al nostro sapevano di habitué, di chi va sul sicuro e vuole assaggiare piatti semplici, conosciuti, confortevoli, in un posto che sa di casa. Tra i tavoli si aggirano lo chef, il patron, il personale, con naturalezza e dei caldi sorrisi. Tutto scorre via liscio, senza intoppi, senza ansie da prestazione, senza fretta.
E’ un locale che fa bene all’anima e allieta il palato con piatti tipici della tradizione lombarda e milanese, con qualche digressione, e noi abbiamo optato per la classica cotoletta alla milanese, ovviamente. Non potevamo non inserirlo nella nostra rubrica Provato per voi.
Carta dei vini davvero interessante, e varietà di proposte al bicchiere che ha soddisfatto i gusti di tutti.
Non vi sveliamo tutto, potete leggere le informazioni generali direttamente dal sito del ristorante.
“Un luogo affascinante. – commenta Simone Angelone – Mi sono sentito trasportato nella sua atmosfera vintage, elegante e raffinata. I ricordi del passato l’han fatta da padrone, e mi sono immerso in un viaggio fantastico tra collegamenti con vecchie pellicole cinematografiche e memorie dei racconti del mio papà su quella milano esplosiva di vita e lavoro degli anni ’70.
All’osteria del binari si respira una cultura rara, ricca di valori e fatiche che non dimentica le sue radici.Un grazie allo staff che ci ha trasmesso la sua passione e un ringraziamento speciale a Fabrizio che ci ha accolti nella sua seconda casa con una semplicità genuina d’altri tempi regalandoci emozioni uniche grazie alla sua dedizione superlativa. Un luogo che mi ha donato veramente tanto, il luogo perfetto per grandi cose.” Abbiamo vagato ovunque e sentito raccontare di ciò che è stato e ciò che sarà. Ci torneremo, sicuro, e chissà mai che possiate essere ospiti di una serata speciale. Orari apertura: Da lunedì a domenica
7:00-15:30 – 19:30-01:00 Telefono +39 02.89409428
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All’osteria del binari si respira una cultura rara, ricca di valori e fatiche che non dimentica le sue radici.Un grazie allo staff che ci ha trasmesso la sua passione e un ringraziamento speciale a Fabrizio che ci ha accolti nella sua seconda casa con una semplicità genuina d’altri tempi regalandoci emozioni uniche grazie alla sua dedizione superlativa. Un luogo che mi ha donato veramente tanto, il luogo perfetto per grandi cose.” Abbiamo vagato ovunque e sentito raccontare di ciò che è stato e ciò che sarà. Ci torneremo, sicuro, e chissà mai che possiate essere ospiti di una serata speciale. Orari apertura: Da lunedì a domenica
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3 Marzo, 2023
Vitivinicola Amar, il centro dell'isola
Vitivinicola Amar, il centro dell’isola
“Cerco un centro di gravità permanente. Che non mi faccia mai cambiare idea sulle cose sulla gente”
Al centro c’è tutto. Il centro è il cuore. Il centro è il luogo dal quale parte e arriva tutto. Spesso il centro non cambia perché qualora cambiasse, tutto il resto ne risentirebbe.
Siamo a Sorgono (NU), nel Mandrolisai, nel centro esatto della Sardegna. Un luogo collinare, difficile, pieno di contraddizioni e, al contempo, tradizione. Qui sembra che il tempo si sia fermato ai primi del 900. Ogni sasso, ogni zolla di terra, ha la sua storia che custodisce in sé come celasse segreti. I solchi scavati sui volti degli anziani sono gli stessi che trovi nei campi. Sono la storia di questi luoghi. Da loro, parte il futuro. Un futuro che non può che avere solide radici nel passato.
Vitivinicola Amar è una piccola, piccolissima realtà di queste terre. Piccola come tutte le altre. Perché qui la terra è sacra e si tramanda di padre in figlio. Perché qui la terra è così sacra che la si rispetta come se fosse parte integrante della propria famiglia. Sacralità legata alla necessità. Di essere autonomi, indipendenti: in un’area così complessa ed isolata della Sardegna, occorreva (e in parte occorre ancora) far da sé e per sé.
Qui la tecnologia non è mai arrivata. Per impossibilità economica ma anche per rispetto delle tradizioni. O forse anche perché siamo al centro dell’isola e chi ci viene fino qui a portare la tecnologia! Essere biologici come lo è Amar, non è un vezzo né una scelta commerciale. È una necessità. Un dato di fatto.
È così e non si può fare diversamente.
Riprendere quello che è sempre stato fatto dai miei genitori. Loro dai loro padri. Le vigne sono state estirpate più volte nel corso dei secoli però sono sempre li. Il nonno di mia madre diceva che lui conosceva quella vigna da quando era piccolo e il nonno gli aveva raccontato che quella vigna era lì da quando c’era suo nonno. Sono lì da sempre
Le vigne di famiglia coltivate ad alberello proprio vicino casa.
Andrea e la moglie Angelica prendono il testimone dai loro genitori. È il 2015 quando gli anziani genitori non riescono più a portare avanti le vigne. Come potrebbero d’altronde? Senza nessuno ad aiutarli per i lavori totalmente manuali. No, non è più cosa loro. Andrea e Angelica. Ci sono loro. Solo loro. Nel rispetto delle tradizioni. Per la continuità.
Non vivono qui però. Sono a Cagliari. Hanno altri lavori, altra vita. Ma c’è la tradizione.
Già la tradizione. Non possono, non vogliono sottrarsi alla tradizione. Al loro destino. Quelle vigne non possono non essere coltivate. Costretti dunque a fare i pendolari nel tempo libero. Almeno due ore di viaggio. Se ti va bene. Per le difficili strade della Sardegna che da Cagliari portano su nel Mandrolisai fino ai 700 metri di Sorgono. Almeno due ore di viaggio. Se ti va bene.
L’azienda c’è sempre stata. È una vita che è li. Anzi più di una vita. Comprendono però la necessità di dover innovare, apportare qualcosa di diverso. Dare una svolta. Perché prima l’uva era conferita e il vino che si produceva venduto sfuso. Alla vecchia maniera.
Prima si pensava di più a massimizzare le rendite. Il vigneto doveva produrre quantità. Per sopravvivere. Adesso conta di più la qualità. Questo il Mandrolisai
Già, la qualità. Conta più di tutto.
I vecchi clienti sono rimasti un po’ delusi perché abituati ad altre quantità. Per fortuna ci sono state buone annate e adesso abbiamo molto vino in affinamento
Da sempre si è prodotto vino in queste zone. Ognuno pensava a sé producendo vino da vendere sfuso e conferendo le uve alla cantina sociale. Così da produrre vino. Un solo vino che potesse rappresentare tutti. dando da mangiare a tutti.
Due ettari e mezzo sono pochi per far diventare questo il primo lavoro. Sufficienti a malapena per continuare la tradizione continuando, comunque, a vendere vino sfuso. Allargare l’azienda? Come si fa! Troppo complicato. A distanza e con un lavoro da portare avanti. E una famiglia.
Già una famiglia. Perché appena presa in mano l’azienda, era il 2016, arriva il primo figlio. Poi, nel 2018, due gemelli. Difficile la vita. Ma nessuno si tira indietro. Figuriamoci per gente così orgogliosa.
Poco più di 5000 bottiglie prodotte in sole tre tipologie sempre da Bovale, Monica e Cannonau: Serratzargiu, rosso che fa solo acciaio; Salvaleonicco, rosso con almeno 6 mesi di barrique; Mesania, rosè.
Ho avuto modo di provare il Serratzargiu scelto appositamente per capire bene il territorio.
Non volevo contaminazioni da legno e questo vino fa si botte ma completamente scarica
Il vino mi ha riportato davvero in Sardegna. L’odore del mirto, i sentori erbacei di sottobosco, l’anice stellato, il balsamico, la frutta nera. Il sorso è irruento con i suoi tannini decisi e la spiccata sapidità. Un retro olfatto che richiama la frutta e il mirto. Un vino nero, scuro e impenetrabile come questa terra ma che di questa terra assorbe e restituisce ogni cosa.
Questo vino è il vino della svolta per Andrea, vignaiolo a mezzo servizio che continua, incessantemente, il suo pendolarismo. Senza mai lamentarsi. Senza mai perdere il suo sorriso. Andrea che quando arriva in azienda trova sempre il papà e la mamma che continuano a vivere qui. Tornare alle origini e trovarli è la migliore delle ricompense.
Siamo partiti nel 2019 avendo un po’ di fretta. Con molta impazienza di uscire. Lasciamo alla bottiglia il tempo di affinare
Si c’è fretta ma ci sono vigne antiche. Terra antica. Il vino non può che essere già buono.
La fretta. Quella fretta che non è per nulla parte di Andrea. Persona calma e pacata. Che sorride al mondo. Sorride alla vita. Sentendo la responsabilità delle vigne di famiglia. Con la voglia di far bene, di rappresentare il territorio. Anche perché sa che i suoi figli dovranno continuare la sua opera. È tradizione.
Sorride Andrea. Anche dei suoi progetti. Perché ha cominciato a crederci. A capire che da tanta storia, da tanta tradizione, può nascere qualcosa di grande. In fondo gli alberelli delle vigne sono storici. Il terreno è in altura. Le esposizioni sono buone. Allora occorre sperimentare e attivare dei progetti alcuni di essi già in cantiere. Come il metodo classico.
Siamo la prima cantina del Mandrolisai a fare il metodo classico. Anzi, proprio le bollicine
In uscita a breve il 24 mesi rosé. Poi il Monica in purezza. Poi il Cannonau. Poche bottiglie, circa 1000 all’anno, per sperimentare nella tradizione.
Non ci piace puntare su un mono prodotto. Come tempo fa dove si produceva, con la cantina sociale, un solo vino che rappresentasse tutto il territorio
Bella questa volontà di rappresentare il territorio. Rappresentarlo sì ma con prestigio. Senza sconti. Senza voglia di cedere qualcosa.
Non si accettano compromessi. Perché questo è il centro della Sardegna. Perché da qui parte e arriva tutto.
È quel centro di gravità permanente di un’isola senza il quale non ci sarebbe l’identità e forse non ci sarebbe la stessa isola.
Ivan Vellucci
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2 Marzo, 2023
Tenuta Mazzolino e il Pinot Nero, tra passione, eleganza e amore per la terra
Tenuta Mazzolino e il Pinot Nero, tra passione, eleganza e amore per la terra
Non tutti conoscono l’eleganza del Pinot Nero, uno dei principi dei vitigni internazionali che trova la sua maggiore diffusione in Francia, in particolare nella Côte D’Or, in Borgogna, e nella Champagne, dove viene principalmente spumantizzato. Questo vitigno, tra i più nobili esistenti insieme al nostro Nebbiolo, e di certo tra i miei preferiti in assoluto, rappresenta una grande sfida per gli enologi mondiali sia per la sua difficile coltivazione e vinificazione, sia perché è un vitigno che risulta estremamente dipendente dalle caratteristiche del terroir.
In Italia è ormai presente in diverse regioni, ma trova alcune delle sue migliori espressioni alla stessa latitudine della Borgogna, una linea che passa per le nostre regioni del nord, una in particolare la troviamo in Lombardia, nell’Oltrepò Pavese.
Proprio qui affonda le sue radici la Tenuta Mazzolino, venti ettari vitati, dolcemente adagiati sulla riva destra del Po, nella zona collinare a ridosso degli Appennini nella provincia di Pavia, una terra fatta di sapori e tradizioni tutte da scoprire.
L’azienda si trova nello specifico nei pressi di Corvino San Quirico e fin dagli esordi – nel 1980 – la proprietà decide di intraprende percorsi inediti, reinterpretando il territorio con un occhio rivolto alla Borgogna – grazie anche a collaborazioni illustri con enologi di fama internazionale come Giacomo Bologna, Jean François Coquard e Kyriakos Kynigopoulos quest’ultimo ancora oggi figura di riferimento per la parte enologica.
Ma sono l’amore per la terra e una filosofia da sempre rispettosa delle tradizioni e dei tempi a dettare la cifra del lavoro in vigna: la bassa produzione per ettaro, la potatura corta e l’inerbimento naturale dei vigneti senza l’uso di concimi chimici sono il passaporto per ottenere vini di grande qualità.
Ma non c’è solo il Pinot Nero: oggi la cantina vanta 8 etichette – cinque bianchi e due rossi – che raccontano una storia, fatta di tradizione e innovazione, di identità e di passione: il Noir – punta di diamante nella produzione dell’Azienda, un Pinot Nero in purezza, frutto dell’oasi di Borgogna ricreata dall’azienda in Oltrepò, il Blanc 100% Chardonnay, dal profilo elegante, morbido e anch’esso ispirato alla scuola enologica della Borgogna; lo Spumante Rosé Cruasé DOCG Pinot Nero vino raro e originale, dal carattere deciso. Il metodo classico Blanc de Blancs è intenso, ricco e molto fresco, profuma di frutta gialla, fiori, agrumi e pan brioche. Seguono i due vini d’ingresso, il Terrazze, un Pinot Nero in purezza, dal colore rosso rubino, fresco e autentico, il Camarà, ottenuto con uve Chardonnay dei vigneti nell’omonima frazione da cui il vino prende nome, un bianco fresco, elegante e armonico, morbido e sapido. E infine immancabile per questo territorio la Bonarda – da uva Croatina, da secoli vitigno autoctono dell’Oltrepò Pavese – e il Moscato, vino dolce cremoso e avvolgente. Ultima etichetta arrivata in ordine di tempo è Terrazza Alte, un Pinot Noir – nome omen – ottenuto vinificando separatamente le uve provenienti dalla parte alta delle vigne del Terrazze. Si tratta di un Pinot di razza, profondo e dinamico. Un vino di colore rubino delicato, ma brillante con leggeri riflessi rosso mattone; al naso risulta intenso, con quegli aromi tipici da pinot nero con sentori di frutta rossa, arancia sanguinella e qualche nota speziata. Il finale è persistente con un ritorno di buccia di arancia sanguinella, e sentori di frutti rossi a polpa acida che anticipano la progressione di un sorso profondo. Al palato è agile e regala un tannino equilibrato e vellutato. Le severe vene calcareo-gessose gli donano profondità e dinamicità di sorso. Elegante e raffinato come solo il Pinot Noir sa essere, ma anche fresco e intenso, figlio di una vigna “difficile” e come tutte le cose che richiedono più tempo e fatica, il Terrazze Alte rivela un carattere unico e deciso.
In questo periodo, purtroppo, si sente parlare sempre più della siccità che attanaglia il nostro paese, e Tenuta Mazzolino ha scelto di portare avanti la lotta a questa problematica attraverso la consapevolezza e le buone abitudini, adottando una serie di pratiche intelligenti per contrastare i danni delle alte temperature: per ovviare a questa allarmante situazione climatica, da anni viene messo in atto la pratica del sovescio che, anziché venire interrato, viene fatto rullare al suolo nel tentativo di ridurre l’irraggiamento e conservare la freschezza e l’umidità, inoltre la cantina, parallelamente alle altre soluzioni adottate, si impegna per evitare tagli troppo rasi del manto erboso ed a praticare l’abbandono totale della defogliatura e della cimatura.
Quest’ultima tecnica consiste nell’avvolgere sulla sommità del filare gli apici dei germogli, anziché tagliarli, vengono avvolti, in modo da creare un “cappello” per ombreggiare i grappoli, che giovano dell’ombreggiatura che risulta nettamente maggiore.
Per Tenuta Mazzolino le scelte che iniziano in vigna, “finiscono” in bottiglia e costituiscono la filosofia stessa dell’azienda. La ricerca dell’eccellenza enoica in bottiglia continua anche con la terza generazione alla guida della tenuta: Francesca Saralvo, milanese, nel 2015 abbandona i codici dell’avvocatura per dedicarsi a tempo pieno alle vigne tra cui è cresciuta fin da bambina. Ne sposa la filosofia e mette testa e cuore in questo progetto che mira a proporre vini legati al territorio ma con un respiro internazionale.
Azienda che voi amici winelovers non dovete assolutamente perdervi!
A cura di Giuseppe Petronio
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28 Febbraio, 2023
Le Langhe non si perdono
La mia prima volta a MeranoWineFestival è stata densa di scoperte ed esperienze. Tra queste sicuramente la stimolante Masterclass della Cantina Borgogno brillantemente condotta da Andrea Farinetti, mattatore indiscusso della serata. Il titolo del mio pezzo nonchè filo conduttore della serata fa riferimento a uno dei centodue versi della poesia “I mari del sud” di Cesare Pavese, ricca di note autobiografiche.
“Tu che abiti a Torino… “
mi ha detto “…ma hai ragione. La vita va vissuta
lontano dal paese: si profitta e si gode
e poi, quando si torna, come me a quarant’anni,
si trova tutto nuovo.
Le Langhe non si perdono”.
Pavese, nato in campagna e portavoce della realtà popolare e contadina, racconta di come le persone che si trasferiscono nella grande città abbiano nostalgia per le loro origini. Il luogo dove si è nati e cresciuti segna in modo indelebile il proprio percorso e diventa parte del proprio essere le nostre radici. Le Langhe non si dimenticano, nemmeno cambiando vita, perché è attraverso di loro che Pavese ha imparato a conoscere il mondo.
Andrea Farinetti prende spunto da diverse considerazioni per lanciare un nuovo manifesto, un nuovo modo di intendere le Langhe, anime diverse di un unico territorio.
Ecco un estratto dalla Masterclass tramite le sue parole, riportate quasi integralmente.
“Abbiamo la fortuna di vivere nella regione più importante per il vino italiano, senza in realtà particolari meriti, perché non abbiamo deciso di nascerci, ma ci è capitato così. Dobbiamo quindi farci perdonare, avendone cura e rispettando questa terra. Ma è importante rispettare anche chi ci vive. E il modo migliore è cercare di dare pari opportunità a tutti. Dare la stessa importanza e considerazione anche alle zone meno fortunate, a chi vive ai margini. Perché nessuno sceglie dove nascere e perché abbiamo un’eccezionale qualità di terroir in tutto il nostro territorio. Tante peculiarità che vanno valorizzate, in modo univoco e sinergico. Pensiamo però che il modello attuale ci impedisca di dare il giusto valore al nostro territorio e ai nostri produttori.
Per analizzare al meglio la situazione immaginate di essere un marziano e di vedere per la prima volta la nostra regione. Oggi abbiamo 28 DOC e 6 DOCG. Un marziano non ci capirebbe nulla o quasi. Troppa confusione, troppe denominazioni. Solo nelle Langhe, 34 denominazioni, che diventerebbero più di 500 se guardassimo all’Italia nella sua interezza. Non è troppo? Non pensiamo di essere troppo complicati? Chi ci guarda, non capisce. C’è da perdersi.
La proposta è un nuovo territorio che raggruppa tutto, le Langhe con le sue DOCG Barolo, Barbaresco e Roero. Vorremmo un modello diverso, più semplice, immediato e che innalzi il valore di ogni singolo vino. Un progetto ambizioso, che si chiama “Langhe”. Questo nome rappresenta tutti noi contadini e comprende tutte le nostre terre, dalle più fortunate a quelle meno blasonate. “Langa” è oggi il nome più iconico, popolare e sinonimo di qualità che rappresenta i vini del basso Piemonte. Serve però una nuova prospettiva. Serve una taratura mentale diversa, un cambio di paradigma che ci faccia approcciare in modo diverso a questo territorio ed ai suoi vini. Ci piacerebbe che rimanessero solo i vitigni tipici che meglio si esprimono sui nostri territori. Dolcetto, Barbera, Nebbiolo, Nascetta e Arneis, potranno essere riportati in fronte sotto la denominazione “Langhe”. Tutti gli altri solo in retro, nel testo. Ci piacerebbe censire tutti i comuni per inserirne le menzioni e fare lo stesso anche per i nomi storici delle vigne, così da innalzare il valore di “Langhe” e dare la medesima forza a tutti. Ovviamente i Comuni e le vigne del Barolo, Barbaresco e Roero, saranno escluse dalla menzione. Il nome “Langhe” gode di grande e meritata fortuna, frutto secolare di caparbi contadini che hanno speso e continuano a spendere energie in vigna, in cantina e sui mercati nazionali ed internazionali. Ad oggi “Langhe” ha infatti acquisito un valore importante, una certezza che evoca un determinato territorio ed è legato a sua volta ad un concetto di grande prestigio, in tutto il mondo”.
Andrea ha poi invitato ad intervenire sul palco Walter Massa (per chi non lo sapesse anche chiamato il Re del Timorasso perchè è stato lui a recuperare quest’uva dimenticata negli anni Ottanta e da allora ha portato a nuova fama questo vitigno e il suo territorio). Walter prosegue il discorso così: “penso di essere l’uomo più fortunato al mondo per essere in un territorio con tanti anni di storia che un tempo non si filava nessuno, perché l’obiettivo era quello di vendere le uve e non fregava a nessuno del territorio. Negli anni ’70 la scuola enologica indicava nelle Langhe il Dolcetto come vino simbolo ed il Barolo non si avevano la potenza e pazienza di farlo rimanere 3 anni in cantina. Era il tempo della “malora”, dell’abbandono dei terreni per andare a lavorare in città nelle grandi industrie. Il momento storico del rilancio del Barolo fu a metà degli anni ’80”.
Importanti considerazioni che fanno riflettere. Al termine, è stato dato il via alla degustazione di:
Scaldapulce Colli Tortonesi Timorasso Derthona Doc 2019
100% Timorasso. Di colore giallo intenso, al naso è complesso, fruttato, ci si trovano la pera, sensazioni floreali di acacia e biancospino, miele e i classici sentori di idrocarburo. Equilibrato e persistente.
Ancum Dolcetto Langhe Doc 2021
100% Dolcetto. Colore rosso rubino con riflessi violacei. Al naso arrivano intense note di frutti rossi croccanti, ciliegia e fragola, e leggere sensazioni speziate balsamiche. Armonico ed equilibrato.
Bartomè Langhe Doc Nebbiolo Doc 2020
100% Nebbiolo. Colore rosso rubino con riflessi violacei e di leggero granato, è al naso intenso, con note floreali di viola e frutti rossi, lamponi e ribes, e qualche spezia. Con un tannino elegante, ha una bella persistenza nel palato.
Bompè Langhe Doc 2020
100% Barbera. Rosso rubino. Al naso, intense note fruttate di frutta a bacca rossa e frutti di bosco. Un accenno di affumicato, equilibrato e persistente.
Barolo Cannubi Docg 2017
100% Nebbiolo. Di colore rosso rubino intenso con riflessi granato, arriva al naso complesso, con sentori di frutti rossi e leggere note floreali e speziate. Al palato, ha una bella struttura, equilibrata e armonica.
L’ambizioso progetto prevede di ridurre le denominazioni a 4 principali (Langhe, Barolo, Barbaresco, Roero), senza tuttavia dimenticare le vigne, le indicazioni comunali e le M.G.A., che potranno essere riportate in etichetta per un giusto riconoscimento.
Cosa ne pensate?
Claudia Riva di Sanseverino
https://www.youtube.com/watch?v=RakajXgmc-E
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