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27 Gennaio, 2023

Cantina De Vita, crescerò e solo per il mondo andrò

Cantina De Vita, crescerò e solo per il mondo andrò Vi ricordate la pubblicità dei biscotti Plasmon? Si i biscotti Plasmon quelli che mangiavamo da bambini e che, per chi ha avuto fratelli o sorelle, rubavamo di nascosto (c’è pure chi ha continuato a mangiarli da adulto tanto che la stessa Plasmon ne ha prodotto una versione per adulti). Ecco, un jingle della pubblicità faceva
Crescerò, e solo per il mondo andrò Mò che c’entrano i biscotti con il vino? Un momento no? C’entrano con la storia che sto per raccontare. Quella di una persona che sa di dover crescere ma ha già le idee chiare. Per il vino non per i biscotti. Per puro caso mio padre mi fa sapere che avevamo reimpiantato il vigneto della masseria di famiglia ed erano dunque pronte le uve per essere vendute. Alla fine mi sono chiesto: ma perché dobbiamo vendere le uve? Ferma tutto! Vorrei provare ad iniziare la strada da produttore Così inizia Roberto De Vita il suo racconto e così inizia la sua storia di vignaiolo. Di professione? No, di amore. Roberto è un broker farmaceutico come lui stesso ama definirsi che si avvicina al vino per puro caso. Un po’ per sfidare sé stesso un po’ per creare e vivere quelle emozioni che solo il vino sa dare. Non è certo uno sprovveduto né uno che fa le cose per caso. Studia. Si informa. Si confronta con tutti perché vuole creare qualcosa di concreto. Oltre alle emozioni. Sperimenta soprattutto. Anche se questo vuol dire confrontarsi, anzi scontrarsi con il proprio enologo. Che spesso ci azzecca come direbbero da queste parti. Ah ecco, dimenticavo di dirvi quali parti. Siamo vicino Salerno con soli due ettari nemmeno vicini. Un pezzo negli Alburni a circa 50 km da Salerno; l’altro alle porte del capoluogo- La vigna è in mezzo ad una vallata e difronte a me ho la regina indiscussa dei vini dei colli di Salerno che è Montevetrano. Praticamente ci guardiamo. In effetti dove sorgono le vigne e la masseria di famiglia, si è dentro un canalone che porta fino a gettarsi nel golfo di Salerno. Esposizione fantastica e soprattutto posta in una posizione che riesce a godere delle brezze marine. La masseria di famiglia c’è da metà 800 e fino agli anni 30 del secolo scorso produceva vino. Per la famiglia mica per venderlo. Poi quando uno fa il farmacista, broker farmaceutico scusate, non è che ha molto tempo per la vigna. Almeno fino a quando non capisce che tesoro si ritrova tra le mani. Serviva un enologo e una cantina per vinificare. In attesa di ristrutturare la masseria. Pragmatico ed attento Roberto. Come un farmacista appunto. Perché sa che questo è un modo che prima di dare emozioni richiede sacrificio. Investimenti e sacrifici. L’idea comunque è un vino che potesse rappresentare il territorio. Il suo territorio. E quando senti parlare Roberto lo capisci che quello è un attaccamento viscerale. Quando parla dei suoi vini e delle differenze con quelli cilentani, irpini, beneventani. Ci tiene a tenerli nell’alveo di Salerno. Ecco che per creare un vino rappresentativo prende i due vitigni che sono la Campania: la Falanghina e il Fiano. Creare un blend per rendere il Fiano meno opulento e la Falanghina meno impegnata. Ne ricava il Saltalavia (recensito su @ivan_1969)con un 80% di Fiano e un 20% di Falanghina. Un ettaro di vigneto diviso con le stesse identiche proporzioni del blend: così è la vigna, così è il vino. Perché impegnarsi a fare le quote quando le puoi ottenere già dalla vigna? Ecco appunto la vigna. 4 anni, un po’ troppo giovane per poter ottenere un vino interessante. Eppure Roberto ci si butta a capofitto (dopo aver fatto le analisi ovviamente) in maniera semplice e diretto! Come il vino che ne deriva dopo solo sei mesi di acciaio.       Pane, burro e alici dinanzi ad un tramonto. Questa l’idea che vorrei comunicare con Saltalavia. Quello che assaggio, un 2021, è davvero interessante. I sentori del Fiano ci sono tutti. Quelli della Falanghina pure. Ci sono i frutti i frutti a pasta bianca come la pesca, c’è il mandarino e soprattutto la nocciola. Vivida, intensa che mi ricorda le mozzarelle di bufala di Battipaglia. C’è macchia mediterranea segno che le brezze del mare arrivano, sì che arrivano. Profumi floreali e fruttati della Falanghina che spezzano l’opulenza del Fiano. Anche in bocca dove è Fresco, sapido, secco. Un vino verticale, pulito, equilibrato con sentori e sapori che si evidenziano uno dietro l’altro. La giovinezza prevale e si evidenzia dal finale che va verso l’amarognolo ma non ci arriva. L’uva deve essere già di qualità in vigna per poi dare un prodotto interessante. Roberto sa della giovinezza delle sue vigne e sa anche che anno dopo anno i suoi vini saranno sempre meglio. L’ottavo anno è quello a cui punta per avere una pianta matura. Calcoli da vero farmacista. Non certo da broker farmaceutico. Assaggiamo poi il Capofilaro. Aglianico del mio territorio. Tanto per ribadire il concetto. Piante di 8 anni poste ad una altitudine di circa 600 metri. Vendemmia 2020 con un anno di acciaio e 8 mesi di botte piccola secondo/terzo passaggio. L’idea è ammorbidire il rognoso Aglianico. “Un vino che dovrebbe rimanere in bottiglia ancora sette/otto mesi”. Lo assaggiamo comunque per capirne le potenzialità. Rosso rubino con riflessi porpora. Emerge molto la terrosità, il sottobosco. Insomma il vegetale che arriva prima dei frutti, prima delle spezie, prima delle tostature. Segno che il vino deve ancora riposare. L’impetuosità, o rognosità che dir si voglia, ha bisogno di tempo. Serve domarla questa forza dirompente dell’Aglianico. Ma che potenzialità! La freschezza è forte, così forte da far venir meno l’equilibrio. La spalla è forte. Il tannino potente ma non invadente, non aggressivo. Questo mi fa capire quanto sia un vino di prospettiva che deve evolversi in bottiglia. Non più in botte per evitare di acquisire altri sentori. La differenza tra naso e sorso è evidente. Così come lo squilibrio e quel finale che tende ad essere ammandorlato. Ma è un vino che acquisterei per tenermelo in cantina per berlo a più riprese apprezzandone l’evoluzione. Piccole produzioni da queste parti. Meno di 3000 bottiglie per l’Aglianico Capofilaro e circa 4700 bottiglie per il blend Falanghina/Fiano Saltalavia. Ne ha di tempo Roberto per crescere. E sono certo che crescerà bene perché quello che ho assaggiato ha mostrato, a pieno, le sue potenzialità. Certo anche Roberto sa che deve aspettare e sa anche che dovrà continuare a scontrarsi (o confrontarsi) con il suo enologo.     Sono un po’ testadura e dico all’enologo: facciamo così. Poi però quando sbaglio gli dico che aveva ragione. Sa che deve provare. Deve sperimentare proprio perché è all’inizio e di vino ne sa poco. E già ha in serbo un bel rosato che recepirà una base di Cabernet e Merlot. Piano piano crescerò. Lo sa. Lo vuole. Ci crede. Vedete che il jingle della Plasmon ci stava bene? Bravo Roberto. Continua. Continua a crederci fino in fondo. Perché la terra, la tua terra, saprà regalarti (e regalarci) davvero belle cose.   Ivan Vellucci Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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26 Gennaio, 2023

Botte vecchia fa buon design

A San Patrignano, botte vecchia fa buon design. Barrique, la nuova vita del legno, è un progetto di recupero a 360 gradi: di persone, materiali, saperi. Tutto inizia dieci anni fa dalla collaborazione tra Riva1920, azienda brianzola del mobile con il binomio legno&design nel dna, e la più grande comunità di recupero dalle dipendenze in Europa. Dal legno delle botti esauste della cantina di San Patrignano, e dal suo laboratorio di falegnameria, nasce una collezione di oggetti d’arredo, firmati da noti nomi del design, dell’architettura, dell’arte e della moda. Oggi il progetto prosegue con nuovo slancio, sempre sposando creatività e sostenibilità. Ma andiamo con ordine. La comunità di San Patrignano ha sviluppato negli anni un’importante attività vitivinicola. I suoi ospiti si prendono cura (e viceversa) dei 105 ettari vitati sulle colline di Rimini. Qui, a un’altitudine di 200 metri, sono coltivati sangiovese, cabernet sauvignon, merlot, cabernet franc, pinot noir, chardonnay e sauvignon blanc. Il microclima favorevole determinato dalle brezze marine dell’Adriatico e dalla presenza del monte Titano e la recente direzione tecnica dell’enologo Luca D’Attoma (succeduto a Riccardo Cotarella) parlano di qualità. Alcuni rossi della cantina affinano in barrique e tonneau in legno di rovere francese stagionato all’aria aperta almeno per tre anni. Dopo tre vendemmie questi contenitori esauriscono la loro vita utile, ma il loro legno acquisisce una bellezza intrinseca, ricca di sfumature color vinaccia. Materiale da esaltare in nuove funzioni. Ogni singola doga da scarto si trasforma così in risorsa creativa per i designer chiamati da Riva1920. Come nell’ultimo modello entrato in collezione, il Wine Table di Carlo Colombo: più che da un designer sembra creato da un maestro d’ascia, vista la struttura che evoca uno scafo navale. La doga, nell’omonimo tavolo disegnato da Michele de Lucchi, ripetuta e accostata diventa un piano dal suggestivo pattern grafico. Bottea di Mario Botta non è un gioco di parole ma una panca che l’architetto ticinese rende in grado di trasformarsi in libreria grazie a ingegnosi incastri; poco importa che i piani siano concavi. La sedia Goffo di Alessandro Mendini è un oggetto tra il rustico e lo spiritoso che bene interpreta la personalità colta e irriverente del designer.La chaise longue DOC creata da Marc Sadler è sinuosa come una colonna vertebrale. Nel paravento Plié dell’archi-designer Matteo Thun le doghe si liberano dalle cerchiature metalliche e si distendono in inedite geometrie lineari. La concreta leggerezza tipica del design di Alberto Meda si esplica nel progetto Cinquedoghe: un’altalena per regalare un senso di euforia e di ebbrezza, come fa il vino. Il pop-designer Karim Rashid nello sgabello Inverso rovescia letteralmente la botte, portando all’esterno la parte interna, color del vino. Non possono che esprimere eleganza due progetti legati a nomi della moda. Virgola di Anna Zegna è una variante chic della classica poltrona sdraio, la poltroncina Draghessa di Chiara Ferragamo e Davide Rocchi punta sull’alternanza quasi optical tra gli elementi in tinta vinaccia e rovere. Questi sono solo alcuni esempi della versatilità d’arredo della collezione Barrique, ma soprattutto dell’insospettabile capacità di metamorfosi di una botte. A dimostrazione che, a San Patrignano, una botte non fa solo buon vino, ma anche buon design. Mi è sempre piaciuta l’espressione “botte esausta”. Dà l’idea di qualcuno che ha svolto fino in fondo il proprio compito, senza risparmiarsi. Ha senso dunque che da scarto si trasformi in materiale nobile di progetto, capace di generare, dopo gioia per il palato, bellezza per gli occhi. Tra sostenibilità ambientale e sensibilità sociale. Postilla Leggi&Bevi Vino consigliato per accompagnare la lettura di questo articolo: Colli di Rimini Rosso Noi. È l’etichetta di SanPatrignano che già nel nome celebra la coralità, il carattere collettivo della missione della Comunità e del progetto di cui ho scritto sopra. Per questo non può che essere un blend. Di sangiovese, cabernet sauvignon e merlot, assemblati prima di andare in bottiglia (6 mesi di riposo), dopo un affinamento di 12 mesi in barrique di secondo passaggio. Note di marasca, mora matura e ribes e un a bella trama tannica per un vino per tutte le occasioni. Noi è un’etichetta storica di SanPatrignano e l’annata 2020 è la prima firmata Luca D’Attoma.   A cura di Katrin Cosseta 
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23 Gennaio, 2023

Quota 101 ottiene la certificazione Casaclima Wine

Quota 101 ottiene la certificazione Casaclima Wine Cari amici, questa mia prima pubblicazione del 2023 mi riporta su uno degli argomenti che ho più a cuore: la sostenibilità nel mondo del vino. Vi racconto di Quota 101, un’azienda vitivinicola a conduzione familiare immersa nei Colli Euganei, nelle vicinanze di Padova, area D.O.C. di origine vulcanica. Il suo nome deriva proprio dall’altitudine, perché è situata a 101 m.s.l.m. sulla cima di una collina, incastonata nel mezzo del Parco Regionale dei Colli Euganei, lontano da strade trafficate e con una vista mozzafiato che arriva fino a Venezia. I Colli Euganei, per chi non ne avesse mai sentito parlare, sono l’incredibile risultato geologico di fenomeni vulcanici risalenti a oltre 40 milioni di anni fa dove le colline hanno un cuore vulcanico ma non assomigliano ad una tipica catena montuosa. Ciascun colle è il risultato di uno specifico spostamento della crosta terrestre e di conseguenza possiede una forma unica e una particolare composizione del suolo e minerale. L’azienda segue una filosofia ben definita: i vini sono certificati biologici e prodotti nel rispetto dell’ambiente, e sebbene produrre abbia sempre un impatto, la sfida che si pone l’azienda è quella di ridurlo al minimo, migliorando continuamente la sostenibilità delle proprie azioni. L’idea parte dopo il restauro della vecchia cantina che oggi è la barricaia per l’affinamento dei vini. Nell’autunno del 2019 è stato dato il via alla costruzione di una nuova cantina in uno spazio in precedenza destinato alla stalla in disuso, e per farla è stata fatta la scelta di essere più rispettosi possibili nei confronti del bene più prezioso, la natura in cui l’attività aziendale si immerge. Questo percorso ha portato a dicembre 2022 questa realtà ad essere la nona cantina (sono effettivamente poche!) a certificare secondo il protocollo CasaClima Wine la propria struttura di produzione. La progettazione della nuova cantina, oltre ad aver posto una particolare attenzione all’aspetto della progettazione architettonica, ha scelto di rispettare i parametri e i criteri stabiliti da CasaClima Wine in termini di efficienza energetica e consumo di risorse. Con un impianto fotovoltaico da 50 KW, la scelta di un innovativo sistema costruttivo in legno X-Lam (pannelli di legno massiccio a strati incrociati, composti da più strati di lamelle o tavole, sovrapposti e incollati uno sull’altro a 90°) e una gestione idrica particolarmente attenta che ha permesso che si potesse mantenere le stesse condizioni idriche esistenti prima della costruzione grazie ad un sistema di vasche di raccolta che consente il recupero dell’acqua piovana. Tutta la scelta progettuale, oltre a seguire canoni di estetica o operativi, è stata fatta nel modo più rispettoso possibile nei confronti della natura: si è scelto infatti di rivestire le pareti esterne con delle tavole di larice naturale creando così una parete ventilata che, sfruttando le naturali caratteristiche del legno, permette di mantenere nel tempo un dialogo con l’ambiente circostante. Una quinta di alberi preesistente è stata mantenuta e salvaguardata durante la costruzione per fare da filtro tra il manufatto moderno e l’ambiente esterno alla proprietà, inoltre, l’edificio al piano superiore, è dotato di uno spazio che ha come prima funzione quella di essere luogo di appassimento delle uve, mentre nel resto dei mesi è lo spazio destinato agli eventi e alle degustazioni dotato di grandi vetrate per dare alla natura intorno la possibilità di mostrarsi nel suo splendido panorama. In questo spazio le pareti sono rivestite da uno speciale pannello fono assorbente che elimina il riverbero acustico, rendendo confortevole la conversazione. Scelte che, nel rispetto dei parametri della certificazione, non riguardano solo l’efficienza energetica, ma considerano anche altri aspetti, come il riciclo dell’acqua, il comfort degli ambienti, la qualità dell’aria, oltre a focalizzarsi anche su requisiti specifici come il packaging, l’impronta di CO2 delle bottiglie, abbattuta adottando delle bottiglie più leggere, o la valorizzazione degli scarti di lavorazione. Quota 101 si è preoccupata di curare ogni aspetto, dall’isolamento termico agli aspetti di fono-assorbimento nel locale di accoglienza all’utilizzo fonti rinnovabili attraverso un impianto fotovoltaico, preferendo illuminazione ad alta efficienza. La sostenibilità è fatta di tante scelte e Quota 101 ha scelto andare nella direzione giusta ponendo attenzione alle generazioni future e all’ambiente, perché il pianeta è un prestito ricevuto dai nostri figli che dobbiamo restituire nel miglior modo possibile, ed ognuno deve fare la propria parte! A cura di Giuseppe Petronio 
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20 Gennaio, 2023

Agricola Le Querce e la determinazione della nuova generazione

Agricola Le Querce e la determinazione della nuova generazione. Partirono in due ed erano abbastanza. Un pianoforte, una chitarra e molta fantasia. Più o meno così è stato per Federico e Valentina. Solo che al posto del pianoforte e della chitarra c’erano 40 ettari di terra. La fantasia si, tanta ma più ancora poté la determinazione. Federico 30 anni, Valentina 29. Parte integrante dello studio paterno lui, consulente lei. Ma cosa diavolo ci fanno in Toscana, a Campiglia Marittima tra Venturina e Piombino? La cosa che più mi colpisce di Federico è la sincerità. Non è uno sprovveduto né uno che non sa il fatto suo. Ma è “quadrato” nonostante la sua età. E Valentina che gli sta al fianco, non è da meno. Quando si presenta, così come fa sul sito internet dice che la loro è una “piccola” azienda. 40 ettari di cui 20 vitati che diventeranno 25 in poco tempo. Lo dice con sincerità senza, spavalderia. Anzi, noto decisione e determinazione. Quella che ha preso il posto della fantasia. Federico e Valentina sanno che quella che hanno per le mani è una vera azienda. Non una semplice cantina. E se vuoi far fruttare una azienda, hai bisogno di volume. È quello che ti insegnano e che professi quando fai il consulente. Così come quando ti devi occupare dei lati fiscali, contrattuali e tributari delle aziende. Insomma, il lavoro di Valentina e Federico. Tanta, tanta responsabilità. Che si sentono addosso ma con quella leggerezza tipica dei giovani. Belli tosti questi ragazzi. Magari ad avercene. Idee chiare. Progetti concreti. Piani da applicare. Per fare tutto questo non ci si può improvvisare. E loro non si improvvisano. Ovvero non si improvvisano vignaioli. Certo, hanno le loro idee. Hanno i loro gusti. Ma lasciano fare a chi sa avendo, sempre, sotto controllo i processi, le procedure, i metodi. Mantenendo comunque un imprinting. Il loro. Biologico? Certamente. Meccanizzato? No! Selezione a mano con cassette da 20kg. Macerazioni? Ovvio. Controllo della temperatura? Nemmeno a chiederlo. Barrique? Certo ma a di quelle a tiratura limitata. Anfore? Perché no. Bianco in barrique? Senza pensarci su. Il wine bar in vigna? Obbligatorio. Se guardi questi due ragazzi, se parli con loro, se li ascolti, capisci la loro forza, la loro passione, la loro capacità. Che non è spocchia. Non è arroganza. È solo capacità. Determinazione. Non è voglia di arrivare. È voglia di esserci. Di affermarsi in un mondo così difficile come quello del vino. Non guardano ai mostri sacri che hanno intorno o più lontani. Guardano alla loro azienda. Guardano alle persone che lavorano. Giovani. Siamo un’azienda di giovani. Tanti giovani che affiancano a persone più esperenziate creando quel mix che serve. Tanto coinvolgimento. Continui brainstorming. Tutto deve girare per il meglio. Processi, tempi, metodi. Ci impegniamo perché ogni piccola cosa non passi inosservata. Federico si ritrova con questa azienda da circa sette anni quando il padre decide di acquistarla. Lui se ne innamora. Quando ho visto l’azienda per la prima volta, è stato amore a prima vista. Anche perché da buon pugliese, con tanto di nonno che lo scorrazzava per le vigne di famiglia, sa il valore della terra. Se ne innamora ma sa anche non può lasciare così, da un momento all’altro, lo studio di famiglia. Quindi fa il pendolare tra Milano e Campiglia Marittima. 382 km. Mica pochi per un pendolare. Vallo a spiegare a chi non vuole spostarsi dalla propria città. Si certo, l’azienda è sua. Ma potrebbe fare come molti facendola gestire da altri e usandola solo per il fine settimana. No, lui no. Lui deve esserci. Deve e vuole essere presente. Per organizzare, per gestire ma, soprattutto, per fare squadra con tutte le persone che lavorano nell’azienda. Anche questo ti insegnano quando lavori in una grande azienda o per le aziende. Il team. L’importanza del team. Valentina non è da meno. Uniti non solo per i sentimenti ma anche dagli obiettivi e dalla determinazione. Si, sempre quella che ha preso il posto della fantasia. Quando fai la consulente devi mettere mano ai processi e magari cambiarli. Poche volte tocchi con mano le cose. Spesso un consulente “fa le slide” e indica cosa fare. Qui invece Valentina pensa ma subito agisce. In simbiosi ma anche in indipendenza con Federico. Due parti di un medesimo ingranaggio. Sincroni quando serve. Altrimenti asincroni. Sono così Federico e Valentina. Una coppia che sa il fatto proprio. Fanno avanti e indietro da Milano insieme. Si alternano, si completano. Federico in vigna, Valentina in cantina. Bello vedere come le origini tornino. Come la frenesia della città lasci il passo alla campagna. Come due ragazzi si gettino in qualcosa che sanno poter essere loro. Valentina ci tiene sempre a dire che l’azienda è di Federico. Ma lei è parte integrante. Ogni mattina mi sveglio presto e faccio un giro nelle vigne. Come se fosse un giardino. Mi piace guardarla dall’inizio fino alla vendemmia. Questa è la meraviglia che Federico si trova dinanzi. Che fa sua e non vuole delegare. Abbiamo iniziato a studiare qualcosa di nuovo come studi all’università. Valentina da buon (ex) consulente non si ferma mai di studiare. L’organizzazione è qualcosa che ti porti dietro. Organizzare con un calendario settimanale tutte le lavorazioni, gli assaggi, la cantina. Così come per Federico l’esperienza nello studio del padre ha pagato. Sentendoli parlare ci si rende conto di come abbiano i processi in mano. Eppure sono posati. Fanno le cose con ponderazione. Prendendo in esame le proprie potenzialità, cercando di superarsi. Ma senza strafare. Assaggiamo due vini, entrambi espressione della loro azienda. Il primo è Dodicilune, un Vigogner in purezza che matura in barrique per 6 mesi e sei mesi in anfora (bella scelta questa, non affatto banale e studiato per esaltare i sapori). Un vino semplice, non immediato, non banale. Già dai sentori ti conquista per la sua iodicità (siamo e meno di tre km dal mare) che si unisce alla frutta e ai fiori. Trovi il miele nel bicchiere. Al sorso non può che conquistarti per la grande coerenza tra olfatto e gusto. Persistenza lunga che richiede un abbinamento studiato. Finale lievemente mandorlato. Il secondo, Vinalia 2020 è un blend di Cabernet Sauvignon e Merlot con 18 mesi di barrique. Bello e intenso il colore rubino che trovi nel bicchiere. Alla prima olfazione regala tante spezie dolci e sentori caramellosi di aceto balsamico. Poi arrivano frutti e fiori rossi. Sarei curioso di averlo nel bicchiere tra dieci anni perché secondo me l’evoluzione porterà sentori eterei a completare il bouquet. Al sorso c’è tutto e c’è tutta la sua giovinezza. Dall’olfazione ti aspetteresti una rotondità che non ritrovi a pieno nel bicchiere. Ma è giovane e deve riposare ancora un po’. I tannini sono comunque poco aggressivi. Insomma un grande vino. Questi due vini dimostrano a pieno come siano già riusciti a far girare le cose per il meglio. Come ci sia la mano giusta in vigna, come l’enologo e i processi di cantina siano ben gestiti. Come, soprattutto, abbiano saputo dare una vera identità, loro, al prodotto finale. Bravi ragazzi. Programmi per il futuro tanti. Altri vitigni, altri procedimenti. Altre sperimentazioni. Senza la voglia di rappresentare a pieno il territorio toscano che li ospita. Certo, rispetto totale ma utilizzo sapiente delle terre per coniugare al meglio i vitigni. Idee davvero chiare. Stupiscono ancora. Stupiscono per non omologarsi a ciò che sta loro intorno. Scegliendo forse la strada più complicata. Ma anche quella con maggiore potenzialità. Hanno tanto entusiasmo Federico e Valentina. Non posso che augurare loro tante e tante vendemmie piene di successo. Magari con ancora più fantasia. Perché in fondo, bomba o non bomba noi arriveremo a Roma, malgrado voi!   Ivan Vellucci Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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19 Gennaio, 2023

Il Progetto ZEI - Zero Environmental Impact

  Si fa presto a dire sostenibilità ma è molto più difficile trovare soluzioni concrete. Come molti di noi sanno, il fil rouge dello scorso Merano Wine Festival è stato il problema dell’acqua in quanto risorsa primaria e fondamentale per la vita, sviluppato all’interno di importanti temi come l’innovazione, la sicurezza alimentare e la sostenibilità. E’ stata in questa occasione che ho avuto l’opportunità di assistere a una masterclass durante la quale è stato presentato un progetto che mi ha decisamente affascinato e convinto, il Progetto ZEI. Facciamo un passo indietro e diamo per scontato che la fertilità del suolo e la salubrità della pianta siano fondamentali per la produzione di vino. Da qualche anno, ormai, ci si è accorti di come l’utilizzo di componenti chimici da sempre ritenuti innocui per l’uomo e indispensabili alla vigna, non sia esattamente una passeggiata per la salute. Un esempio su tutti, l’utilizzo del rame, vaporizzato da decenni a difesa della produttività. Come lo zolfo, però, anche il rame è un metallo pesante che, dopo aver eliminato i funghi nocivi, penetra nel terreno e vi si deposita, legandosi chimicamente ad altri minerali e svolgendo un effetto inibitore della capacità della vite di assimilare altri microorganismi utili al suo sviluppo. Questa conclusione è stata scientificamente verificata da un gruppo di ricerca dell’Università della Tuscia, guidato dal Prof. Marco Esti e dall’agronomo Dott. Alessandro Leoni. Ed è qui che hanno vacillato le mie certezze sui dogmi che sostengono le certificazioni bio. Se infatti, da una parte, “biologico” significa fare agricoltura senza prodotti di sintesi, dall’altra tale protocollo permette l’utilizzo di sostanze come questa. Gli effetti del rame come fattore di alterazione La ricerca ha evidenziato come il rame elimini i microorganismi che incontra durante la sua penetrazione nel terreno, impoverisca la fillosfera (la parte visibile della pianta della vite), e distrugga la rizosfera, ovvero la capacità biotica del terreno. Anno dopo anno, i trattamenti con il rame provocano un accumulo di questo elemento nel suolo, rendendo sempre più difficoltosa l’assimilazione da parte delle viti di altre sostanze nutritive essenziali per lo sviluppo e la resistenza della pianta, arrivando addirittura a comprometterne la stessa sopravvivenza. Nei terreni viticoli in cui è presente un’elevata concentrazione di rame accumulato emergono, inoltre, problematiche di vinificazione dovute all’effetto inibitore del rame sulla trasformazione del mosto e la fermentazione del vino. Un ulteriore effetto della presenza di questo metallo nel terreno è che esso, legandosi alle foglie e al frutto, altera i profumi del vino, oltre al rischio di tossicità per via dell’accumulo nel fegato umano qualora finisca nella bottiglia. Ovviamente, nessun produttore vorrebbe mai sentire alterato il profumo e il sapore del proprio vino. Ciò nonostante, questo è ciò che accade ad oggi in moltissimi casi. La natura ritrovata: il progetto ZEI Una volta accertata l’influenza negativa del rame sulla qualità biologica della vite e sulle proprietà organolettiche del vino, il Prof. Esti e i ricercatori dell’Università Della Tuscia hanno dato il via a sperimentazioni su possibili sostituti biologici. Perché infatti non pensare di trattare la vite con estratti di origine naturale, senza residui e senza rischi tossicologici per gli operatori e che hanno anche il vantaggio di migliorare sensibilmente la qualità delle uve? Tre anni fa è quindi partita la sperimentazione nei terreni della Cantina Feudi Spada, proprietà umbra del noto enologo Alessandro Leoni, dove erano presenti vigneti antichi, alcuni originari della Francia. La cura e il ripristino di quei vigneti è stato un test ideale per lo sviluppo di nuovi prodotti e metodologie in grado di rinvigorire i processi naturali coinvolti nella coltivazione della vite e nella vinificazione. Proprio da qui ha preso vita il progetto ZEI, acronimo di Zero Environmental Impact (Impatto Ambientale Zero), coordinato dal Dott. Alessandro Leoni, allargatosi ad altri piccoli appezzamenti e a porzioni di filare, in modo da poter controllarne l’efficacia in modo immediato. I campi sperimentali sono nel tempo passati a oltre 70 ettari divisi tra Oltrepò Pavese, Toscana, Lazio, Umbria, Campania, Piemonte e Puglia, sia su varietà autoctone che internazionali, allo scopo di avere ampie possibilità di verifica dei risultati. I prodotti di biosintesi e gli estratti essenziali Una delle sfide più importanti di oggi è la capacità di bilanciare l’applicazione delle tecnologie e delle conoscenze con il rispetto degli equilibri e dei processi naturali. Nel caso del progetto ZEI, l’idea del gruppo di ricerca è stata quella di testare alcuni estratti vegetali provenienti da altre piante, come l’acido salicilico e l’etilene, che migliorano il metabolismo-della vite, arrivando alla sintesi di miscele bilanciate, completamente prive di elementi chimici tossici e in grado di proteggere la pianta e arricchirne le qualità organolettiche a partire dalle bucce delle uve. Una piccola rivoluzione Dopo il periodo di sperimentazione in vigna e in cantina, la trasformazione delle miscele in composti microbiologici standardizzati e prodotti in serie è stata affidata all’azienda Prime Evolution, un’azienda giovane, dinamica e innovativa, nata per volontà degli imprenditori Valeria Bombelli e Francesco Civati, impegnati dal 2005 nel settore della ricerca in biotecnologie. Decisi ad operare una piccola rivoluzione nel settore, hanno portato realtà e concretezza al progetto iniziando ufficialmente la produzione e la commercializzazione di prodotti biostimolanti, bioattivanti e di estratti vegetali. Quando le ho telefonato per avere maggiori informazioni, Valeria si è mostrata ben felice di condividere con me alcuni dettagli in più rispetto a quanto era stato trattato durante la masterclass. Durante la nostra conversazione, ricordo un suo pensiero che condivido appieno, secondo cui “siamo sempre in evoluzione (da qui il nome dell’azienda, Prime Evolution) perché crediamo che tutto derivi da lì, dalla natura, che occorre solamente osservare e che ci mette a disposizione tutto ciò che necessitiamo. I nostri prodotti infatti sono tutti di origine vegetale”. Prosegue Valeria: “in Azienda ci si occupa di studiare e ricercare, con tecniche sempre più precise, le esigenze di difesa, stimolazione e nutrizione in tutte le colture agricole, dalla viticoltura alle colture da reddito e ornamentali, al fine di progettare e formulare nuovi bio-fertilizzanti e stimolanti tecnologicamente avanzati per risolvere i problemi legati allo sviluppo vegeto-produttivo nel suo complesso”. Personalmente, sono rimasta affascinata da questo progetto e dall’entusiasmo con cui viene portato avanti. Prime Evolution, in collaborazione col Prof. Marco Esti e l’enologo Alessandro Leoni, ha quindi sviluppato una gamma di prodotti pronti all’uso per ogni fase della produzione, con protocolli di utilizzo per la soluzione di problemi specifici. Con il rilascio dei nuovi prodotti sul mercato, è stato possibile anche definire un protocollo ZEI per certificare l’assenza di sostanze chimiche e metalli pesanti nelle uve, permettendo ai viticoltori di guadagnare in qualità e proporre una rivalutazione del prezzo di vendita delle proprie bottiglie. Il progetto prevede di raggiungere buoni risultati economici a partire da una produzione di 5.000 bottiglie l’anno, risultando quindi adatto e conveniente anche a cantine medio-piccole. Tra le domande della platea non poteva mancare quella sui costi. L’ho girata a Valeria, che mi ha risposto che “il Progetto ZEI ha un’incidenza di investimento tra i 15 e i 20 centesimi/bottiglia, un costo di poco maggiore di un metodo convenzionale, in alcuni casi attestandosi allo stesso livello”. Quindi, nessuna scusa! La possibilità di migliorare c’è ed è affrontabile, considerando i vantaggi. La masterclass Tornando alla masterclass, dopo il benestare degli esperti, il vino è stato versato nei calici, contribuendo a un’atmosfera più rilassata e fluida, permettendoci di assaggiare i vini con un diverso stato d’animo, oltre che con molta curiosità. Gli assaggi proposti, in un carosello di profumi, aromi e sapori, sono stati: –          Vesali, 2021 100% Fiano, Tredaniele –          Madonna 2020, 100% Chardonnay, Feudi Spada –          Cerbero 2018,  90% Croatina – 10% Merlot, Mantovani –          Il Privilegiato 2021, 100% Nero di Troia, Planisium Per dovere di cronaca, su sette vini prodotti dai vitigni antichi della cantina Feudi Spada con il metodo ZEI, ben tre hanno ricevuto prestigiosi riconoscimenti da persone molto più esperte di chi scrive. Al di là dei premi, credo che la soddisfazione maggiore per questi viticoltori, in una certa misura visionari e decisamente pionieri, sia sapere di avere prodotto un vino di ottima qualità senza cedere alle lusinghe della chimica o ai dogmi “poveri” della biodinamica, coerentemente con quello spirito di adattamento imprenditoriale che vede la tecnologia e la ricerca al servizio della natura e non vice versa.   Claudia Riva di Sanseverino  
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14 Gennaio, 2023

Wine in Venice e TheFork insieme, nasce: "365 days of Wine in Venice"

Una delle app più innovative degli ultimi anni, si unisce alla kermesse Veneziana per un progetto rivoluzionario. Mancano oramai poche settimane alla prima edizione di Wine in Venice, il mondo del vino è oramai pronto a sbarcare a Venezia in grande stile, come impone la magia di questa città. Venezia diventerà dal 28 al 30 Gennaio 2023 il centro enoico del nostro paese, ospitando il primo Red Carpet del Vino per un evento semplicemente iconico. Un palcoscenico dedicato a protagonisti, storie, contaminazioni…un contenitore ideale per parlare dei tre temi (sostenibilità, etica ed innovazione) scelti dagli organizzatori (Winetales, Beacon, The Media Company Store e Venezia Unica) per la prima edizione della manifestazione. Tre temi che saranno al centro del dibattito di tutti i Wine Talk con tanti grandi ospiti che si confronteranno insieme per immaginare: “Il Vino del Futuro” Etica, Innovazione e Sostenibilità sono le tre discriminanti selezionate dai giurati per assegnare le venti Wine Wild Card e garantire così l’accesso finale, una per regione d’Italia, al prestigioso red carpet nel suggestivo scenario della Grande Scuola della Misericordia di Venezia e nello storico palazzo del Cà Vendramin Calergi. Venti cantine dicevamo che rappresenteranno ognuna la propria regione di appartenenza, un vero premio al duro lavoro in vigna che ogni anno per situazioni economiche e climatiche diventa sempre di più eroico, un vero premio perché non sarà richiesta nessuna quota di partecipazione alle cantine selezionate. La magia di Wine in Venice tuttavia non finisce qui: grazie al contributo di TheFork nasce un progetto rivoluzionario “365 days of WINE IN VENICE” ovvero un anno di esperienze con le venti etichette premiate nei tre giorni della kermesse che diventeranno un’esclusiva Wine Selection nella rete di ristoranti aderenti a disposizione degli utenti della famosa applicazione. “TheFork punta da sempre a collaborare con realtà del settore importanti, innovative e prestigiose convinti come siamo che il nostro successo dipenda da quello dei ristoranti nostri partner. Siamo quindi particolarmente felici di partecipare a un’iniziativa che esalta le eccellenze italiane dell’enogastronomia in una cornice unica come Venezia. Riteniamo che possa essere una vetrina importante per il settore della ristorazione e i nostri strumenti e servizi digitali possono moltiplicarne il potenziale” dichiara Valentina Quattro, Industry Relations TheFork.   Il progetto completo 365 days of Wine in Venice e le modalità di fruizione saranno presentati al termine della manifestazione, per sottolinearne la centralità di questa iniziativa anche per le future edizioni della kermesse Veneziana. Un progetto sicuramente rivoluzionario ed ambizioso, reso possibile grazie ai numeri impressionati di TheFork che vanta una rete di 60.000 ristoranti partner in 12 diverse nazioni, di cui 20.000 in Italia, oltre 30 milioni di download della sua app, 20 milioni di recensioni pubblicate dalla community e più di 20 milioni di visite mensili. Attraverso TheFork gli utenti possono facilmente selezionare un ristorante in base alle loro preferenze, consultare le recensioni degli utenti, controllare la disponibilità in tempo reale e prenotare immediatamente online 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Ai ristoranti, TheFork fornisce inoltre un software, TheFork Manager, che consente di ottimizzare le prenotazioni e le operazioni e di migliorare servizio e ricavi. “Innovazione, interazione ed esperienze sono il nostro mantra quotidiano, siamo davvero onorati di poter presentare questo progetto insieme a TheFork che permetterà alle cantine di avere un nuovo strumento commerciale ed agli utenti della App di poter beneficiare di esperienze esclusive” dichiara Damiano Antonelli, Ceo di W.T. Group azienda organizzatrice di Wine in Venice. ”Siamo molto contenti di poter iniziare questo progetto con TheFork. Un player di grande rilievo che ha concretamente contribuito a cambiare l’approccio e la fruizione del pubblico verso il settore della ristorazione. I tre temi di Wine In Venice calzano perfettamente con la progettualità che insieme stiamo pianificando” dichiara Riccardo Rabuffi, Amministratore Unico  di Beacon srl azienda organizzatrice di Wine in Venice. “Avere la possibilità di sviluppare progetti che mettono al centro i Clienti, costruendo innovazione e favorendo la filiera produttiva italiana è un piacere ed un dovere per noi, siamo molto felici di iniziare questo percorso con TheFork” dichiara Alessandro Bartolini, Amministratore Unico di The Media Company Store srl, azienda organizzatrice di Wine in Venice. A cura della Redazione Per acquistare l’ingresso alla manifestazione Clicca Qui   https://www.youtube.com/watch?v=RakajXgmc-E
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13 Gennaio, 2023

Mustilli, quando gli antenati ti guardano

Mustilli quando gli antenati ti guardano palazzo Mustilli a Sant’Agata dei Goti Passeggiando per le stanze delle antiche dimore, alle volte ci si imbatte nei ritratti di personaggi vissuti in epoche lontane. Pochi hanno la fortuna di avere sparsi per casa ritratti di antenati propri. In ogni caso, ci si sente scrutati, osservati. Financo giudicati. Spesso incutono timore perché ti guardano altezzosi dall’alto verso il basso. Ricordo bene questa sensazione quando andavo a casa dei miei nonni! Ora, con una simile premessa, a chi verrebbe in mente di mettere i ritratti degli antenati sull’etichetta delle proprie bottiglie di vino? Non basta essere scrutati mentre si attraversano le stanze del proprio palazzo? Serve pure qualcuno che ti scruti e ti giudichi mentre bevi il vino che hai prodotto? Solo persone animate da sana follia potevano pensare a questo. Siamo a Sant’Agata dei Goti, un meraviglioso paese nel cuore del Sannio. E nel mondo enologico, il Sannio richiama l’eccellenza dei vini campani: la Falanghina. Qui, Paola e Anna Chiara dirigono l’azienda di famiglia: Mustilli Leonardo Mustili, papà di Paola e Anna Chiara era uno di quei pionieri artefici della riscoperta prima, del successo poi, della Falanghina. Tempi difficili quelli degli anni 70 per un vino campano. Ma pure ora non è che le cose vadano a gonfie vele con la enorme concorrenza che c’è. Eppure, Paola e Anna Chiara sono li, a sostenere, con la determinazione che solo due donne così, in un mondo maschilista, il loro prodotto. I loro prodotti. Il fattore, quando mia sorella disse che della azienda se ne sarebbe occupata lei rispose che non aveva fiducia nelle donne. Insomma, l’inizio difficile. Ma pure il proseguo non è che sia stato semplice per due donne. Il testimone lasciato da un papà, forte ma non ingombrante, con l’obiettivo di portare avanti e far evolvere quanto di buono era stato fatto. Un terreno particolare quello del Sannio. Matrice vulcanica e tanto tufo. Tanta finezza, complessità e mineralità da portare nel bicchiere con semplicità e nel rispetto della natura. Senza badare alle convenzioni. Non solo Falanghina ma anche il Piedirosso (Per’ e Palumm) “che noi vinifichiamo in maniera leggiadra senza usare lunghe macerazioni perché tanto non ci tiri niente fuori anche se lo lasci a macerare per lungo tempo”. Le vigne di Mustilli 15 ettari vitati con 50% Falanghina. Poi Greco, Aglianico e Piedirosso. Oltre che piccole zonazioni per creare le eccellenze della casa: Cesco di Noce da Aglianico, Artus da Piedirosso, Vigna Segreta da Falanghina. Non ci sono vini piacioni dice Paola. La strada è quella della tradizione ovvero vinificando ciò che arriva dalla campagna. Una scelta che in tempi non recenti ha portato a soffrire per un mercato che tendeva ad altro. Ma ora c’è spazio. Determinazione. Costanza. Coerenza. Due sorelle che riescono a cavarsela. Con allegria. A Napoli la definirebbero “A’Cazzimma”. Un imprinting che è DNA della famiglia. Caratterialmente siamo tremende. Siamo molto sincere. Molto empatiche e diciamo sempre quello che pensiamo. O chi odi o ci ami. A’Cazzimma appunto Camminiamo per la nostra strada. Siamo liberi e la libertà per noi è molto importante. Idee chiare. Barra dritta. Determinazione. Volontà. etica. Le decisioni prese in due. Trovando un accordo. Anna Chiara si occupa della parte agricola e di cantina. Paola non scende nel suo mondo. Perché quando lo fa diventa un operaio. Mi ha costretto durante la pandemia a impiantare tre ettari di vigna a mano. Piantato a mano con il teorema di pitagora… Paola si occupa della parte commerciali e amministrativa. La prima bottiglia di Falanghina Mustilli Sono loro l’azienda. Si appoggiano a pochi collaboratori. Anna Chiara pretende che le cose siano loro a farle. Perché così può avere tutto sotto controllo. Perché così si è artefici del proprio destino. Paola magari se la prende. Ma pure lei è della stessa filosofia. In fondo. Bellissimo il rapporto tra le sorelle. Entrambe agronome ma Io è come se non avessi fatto agraria perché su certe cose decide solo lei. Paola lo sa e lascia fare. Perché è tranquilla e serafica nelle decisioni così come nel dividersi i compiti. Amore e odio. Ma soprattutto amore. Durante la vendemmia cerco di scomparire, mentre con i rapporti con il pubblico ci sono io perché lei è un po’, come dire, ostica Ascoltare Paola che parla del rapporto tra le sorelle è una esperienza unica. Sembra di assistere ad una commedia di Scarpetta. Non lo conoscete? Allora non siete proprio partenopei o amanti di quella cultura. Io, per fortuna, avevo i nonni e i genitori che mi hanno fatto scoprire quelle commedie riprese da Eduardo De Filippo. Eduardo, Scarpetta però era quello che iniziò il filone della commedia napoletana. Se citassi “Miseria e nobiltà” sarebbe più noto? Ora, senza divagare, io immagino davvero Paola e Anna Chiara come parte di una commedia di Scarpetta. Parte di una famiglia che è unita sotto tutti i punti di vista e che, come è giusto che sia, si infervora, si scalda, litiga. Ma poi il rispetto per la famiglia, anzi la Famiglia e per i ruoli, riconducono, sempre, la discussione sulla retta via. Le scene che Paola mi racconta mi fanno ridere e non poco. Lei che viene (bonariamente) vessata per gli impianti della vigna. Lei che si nasconde durante la vendemmia per non incombere nelle rigide disposizioni di Anna Chiara. Anna Chiara che viene tenuta lontana dai clienti per evitare atteggiamenti poco consoni. Ma sono due sorelle. Parte diverse di una stessa medaglia. Che si integrano perfettamente come gli ingranaggi di un orologio, di una azienda che opera al femminile. Quasi in maniera matriarcale. E si sa che le donne sono precise, tremende, senza pietà.
Il quadro che ho dinanzi è divertente ma reale. Crudo e preciso. Due sorelle che hanno raccolto l’eredità dal padre che, si vede, le ha davvero instradate nel migliore dei modi. Determinate e ostinate. Pronte a non cedere il passo pur di rimanere (a ragione) attaccati alle proprie idee. Alle tradizioni. Al rispetto delle cose concrete e non certo delle chiacchere. I personaggi della commedia appaiono sul palco della Mustilli uno per volta, non tutti nello stesso atto. Si definiscono nelle parole di Paola. Se ne delinea il loro ruolo nell’azienda. Il carattere. Le peculiarità. Sempre a contorno dei due personaggi principali: Paola e Anna Chiara. C’è la mamma. Che è presenza costante ancorchè defilata. Un grappolo di Falanghina C’è il marito di Paola che lei definisce musicista e che insegna musica a Lecce. Ci sono i figli di Paola. Ben quattro. Uno che fa il piazzaiolo in Svizzera. Una femmina di 21 anni che studia mediazione linguistica ed aiuta nelle visite in cantina. Due gemelle di 18 anni: “una ha deciso che vuole fare la ballerina dunque balla tutto il giorno. L’altra che ancora non ha deciso ma si vuole iscrivere a giurisprudenza e si è presa un anno sabbatico” C’è Antonella, la figlia della signora Maria (cuoca di famiglia) che è come se fosse la terza sorella. In amministrazione, persona di fiducia. Comanda a bacchetta le sorelle per tutto ciò che riguarda i conti. Poi ci sono le persone che aiutano in vigna e in cantina nonché gli stagionali. Personaggi che sembrano a contorno ma fondamentali per la narrazione e la vita della cantina. Entrano ed escono nei racconti rendendoli unici, frizzanti, veri. Gli aneddoti si rincorrono e si uniscono in una grande rappresentazione teatrale. Sullo sfondo c’è la dimora di famiglia. Un palazzo storico che ha ospitato gli antenati. Ci sono le diverse stanze. La vigna. La cantina. Ecco, adesso immaginatevi tutti questi personaggi che entrano ed escono di scena in un alternarsi di dialoghi e battute. Stupendo! Chiedo a Paola cosa ne sarà della azienda dopo. La continuità con i figli che oggi sembrano impegnati in altro. L’eventuale problema futuro. Quale problema. Ci vendiamo l’azienda. Noi siamo ben felici perché non siamo attaccati alle cose materiali Pragmatismo. Determinazione. Forza. Caparbietà. A’ Cazzimma. E i vini? Come fanno a essere da meno. Da due sorelle così caratteriali. Da un teatro così verace come possono non uscire vini di carattere? Vini per i quali non serve struttura ma identità. Vini che rappresentano il territorio poiché espressione della famiglia. Vini che nascono per essere bevuti, non contemplati. Assaggiamo tre vini che sono espressione di tre particolari zonazioni. Il primo è Vigna Segreta, 2019. Una Falanghina del Sannio che fa solo acciaio. Un vino delicato che si presenta nel bicchiere con sentori floreali che donano delicatezza ed eleganza. C’è la nocciola ed il balsamico. Giusti, puliti, meravigliosi. Sa di Falanghina! Il terreno è vulcanico così che il sorso non può che essere sapido e minerale; secco e moderatamente caldo. Un sorso assolutamente coerente con gli odori. Finale ottimo e pulito. Bella persistenza. Convincente. Continui a berlo abbinandolo facilmente anche con una mozzarella di bufala. Poi arriva il turno di Artus 2018 da uve Piedirosso. Fermentazione e affinamento in anfora (10 mesi). Perché il Piedirosso ha bisogno di aria. Pochi tannini. Pochi antociani. Necessita di micro ossigenazione per evitare fenomeni di ossidazione e l’anfora è l’ideale. Che non faceva papà Leonardo. Io penso che ne sarebbe soddisfatto del risultato. Ha sempre dato molta fiducia a noi. Bel colore rubino che sta per virare sul granato. Molto fresco anche al naso. Ci sono i frutti rossi non ancora maturi. Ha un buonissimo sentore di tabacco, noce moscata, chiodi di garofano. C’è una prugna matura che emerge. C’è il floreale e il minerale. Bouquet completo. Andrebbe servito intorno ai 13 gradi per apprezzarne meglio i sentori e i sapori. C’è così complessità al naso sembra abbia fatto botte. Ma nemmeno l’ha vista! In bocca è fresco. Piacevolmente fresco con bella coerenza con olfatto. Sapido ma non eccessivamente. Non estremamente caldo. Lo puoi abbinare a carni non corpose ma sta bene anche con la mozzarella. Chiusura di bocca precisa. Un altro vino che non smetti di bere. Infine, Cesco di Nece 2017. Un aglianico diverso dai soliti. Non è un vino palestrato. È diretto. Ha un bellissimo bouquet che si arricchisce fino ad essere complesso continuando a restare nel bicchiere: prugna, fiori rossi, spezie, pietra focaia.  In bocca è molto fresco per un Aglianico. È un vino certo più difficile nell’abbinamento per via del tannino aggressivo che lo fa però resistere al tempo. Bella la chiusura di bocca. Strutturato e convincente. Un crescendo di sensazioni grazie a vini splendidamente connessi tra di loro. La mano è la stessa: Anna Chiara L’occhio non può che cadere sulle bellissime etichette. Gli antenati. Dai quadri sono scesi sulle etichette. In una forma meno austera però. L’idea è stata di mia madre. Siamo appassionati di musica di quei tempi. Poi per caso mio marito è musicista. Abbiamo detto agli antenati scendete da lì e metteteci la faccia anche voi. Antenati con un tocco di modernità grazie a piccole aggiunte di particolari “contemporanei”: gli occhiali di Lennon, la mascherina di Annie Lennox, il fulmine di David Bowie. Ma ci sono altri antenati? Uhh ce ne abbiamo un sacco! Insomma per le etichette c’è ancora tanto futuro. Con la speranza che Paola e Anna Chiara non vendano. Perché una azienda come questa dovrebbe essere annoverata nel patrimonio dell’umanità!   Ivan Vellucci Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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IL BUON VINO NASCE DALLA BUONA TERRA AZIENDA MUSCARI TOMAJOLI Arrow Right Top Bg

12 Gennaio, 2023

IL BUON VINO NASCE DALLA BUONA TERRA

IL BUON VINO NASCE DALLA BUONA TERRA AZIENDA MUSCARI TOMAJOLI TARQUINIA 2022 Come nasce un buon vino? Dalle mani sapienti di chi lavora la terra oppure dal rispetto dell’espressione della terra stessa? Quella che vi raccontiamo in questo articolo è la storia d’amore, di rivoluzione, di rinascita di un’Azienda che ha posto le sue redini nella tradizione e nel valore primario del rispetto per il suo territorio. Devozione che viene mostrata osservando i bisogni della terra e del vigneto, ogni anno diversi e specifici. Un grande rispetto portato avanti da tutte le persone che, attualmente, ne fanno parte. Noi, Partners in Wine, in una giornata uggiosa, siamo andate alla scoperta di questa piccola ma sorprendente ed unica realtà: l’Azienda di Marco Muscari Tomajoli situata a Tarquinia, un piccolo gioiello incastonato su un colle nel Nord del Lazio, Patrimonio UNESCO Etrusco. Con calorosa accoglienza, incontriamo Marco ed il suo fedele amico e collega Pietro Mosci, il quale, con grande gentilezza e disponibilità, ci racconta la storia di questa realtà camminando in mezzo ai filari e accompagnandoci nella visita alla cantina. Come sempre, siamo attratte dai vigneti che, nonostante in questo periodo dell’anno sono a riposo dopo un lungo e faticoso lavoro, ci emozionano. Il vento tra i capelli, il profumo della terra fresca e il tocco della pianta ci fanno sentire vicine alla natura, regalandoci un senso di libertà, di leggerezza e respirando la “vita” che si percepisce in questo luogo. Pietro inizia a raccontarci che l’azienda di Marco è molto piccola e a livello familiare ed è per questo che lui non ha un ruolo ben specifico. “Il mio lavoro dipende dal periodo nel quale ci troviamo: in quello della raccolta sono in cantina con le varie lavorazioni e le ultime sfecciature; durante il Natale mi occupo un po’ anche della parte commerciale con gli ordini dei clienti e nel resto dell’anno sono immerso tra i filari a lavorare la terra. Mi occupo a 360° dell’azienda e sono 5 anni che ne faccio parte. Io e Marco siamo amici da quando eravamo bambini ed è, oltre che un piacere, anche molto facile lavorare insieme a lui per il bene che ci lega. Ho molta esperienza sul campo e faccio continui affiancamenti con l’enologo seguendo molto le sue direttive. Amo molto la terra, soprattutto questa. “ AZIENDA MUSCARI TOMAJOLI  TARQUINIA 2022   (In alto vitigni a bacca rossa, in basso vitigni a bacca bianca ) Se guardiamo dall’alto i filari di Marco, possiamo notare una forma ad elle, da una parte abbiamo i rossi e dall’altra i bianchi, in totale 2 ettari di vigna: il Montepulciano ad inizio filare, il Petit Verdot spostato più verso il mare, due piccoli appezzamenti di Barbera ed Alicante inizialmente sperimentali ed infine il suo meraviglioso Vermentino. Il Montepulciano viene utilizzato sia per la riserva “Pantaleone”, per la quale fanno una selezione scrupolosa dei filari durante l’annata con una raccolta tardiva a metà di ottobre, sia per il rosato “ Velca” raccolto un mese prima. Fanno tutte micro vendemmie, iniziando dal Vermentino per mantenere l’acidità alta, poi il Montepulciano per il rosato, il Petit Verdot e così via. Il lavoro in vigna viene svolto da Marco, Pietro e all’occorrenza da Stefano, un altro loro collaboratore. Gli impianti sono stati tutti innestati nel 2007 dal padre di Marco, Sergio Muscari Tomajoli, toscano di nascita, andato in pensione dopo una grandiosa carriera da ufficiale di Marina. Da sempre è stato un grande appassionato di vino che lo ha portato a vivere un’esperienza anche in Francia con i primi corsi di avvicinamento e da sommelier. Nel 2007 Sergio si ritrova un piccolo appezzamento di terreno lasciatogli dal bisnonno di Marco da parte della madre che, a suo tempo, veniva utilizzato solo per il bestiame. Riprende in mano la situazione facendo varie ristrutturazioni come la cantina, il casale, gli impianti e innestando le nuove viti. Ci fu una prima fase iniziale di sperimentazione anche con il supporto dell’enologo Gabriele Gadenz, il quale sposò subito il progetto di Sergio. L’importanza della Terra Inizialmente dalle prime analisi del terreno è emerso che quella terra era vergine e per questo le viti non avevano bisogno di lavorazioni particolari. Gli esperimenti furono molteplici prima di arrivare alla prima produzione del Nethun, il loro Vermentino, e del Pantaleone. Quest’ultimo in origine era un blend, Petit Verdot, in percentuale maggiore, insieme a piccole partite di Barbera e Montepulciano. Con l’entrata in azienda di Marco, nel 2017, succeduto al padre purtroppo venuto a mancare, insieme allo storico enologo si scelse di vinificare in purezza il Petit Verdot, questo grande vitigno che più si adattava al clima, sempre molto rigoglioso e mai con una malattia. A tal proposito, Pietro prosegue nella sua spiegazione: “Noi lavoriamo con inerbimento permanente, non facciamo irrigazione, non concimiamo, lasciamo fare tutto quanto alla natura. Anche come filosofia aziendale, è una nostra scelta far soffrire le piante e condurle a trovare, da sole, i vari nutrienti. Usiamo solo zolfo e rame ovviamente quando serve. Non siamo certificati biologici, perché al momento non ne sentiamo la necessità, ma ovviamente lavoriamo in maniera biologica e naturale e nel completo rispetto delle volontà della pianta. La cosa bella di una realtà piccola come questa è che puoi lavorare artigianalmente. Per quei pochi prodotti che diamo, usiamo ancora la pompa a mano; stessa cosa per la raccolta, scrupolosamente a mano, dalle potature allo sfalcio del verde. Facciamo molta attenzione ai tempi di raccolta, calcolando anche il clima dell’annata. Infatti, quest’anno, abbiamo dovuto anticiparla poiché è stata un’annata molto calda. Rispettiamo i tempi delle piante e siamo sempre in vigna per intervenire nel momento del bisogno”. Due sono i valori principali di questa azienda: la sostenibilità e la qualità. Quest’ultima si basa sul rispetto della vite e del suo ciclo naturale. C’è purezza e semplicità nel loro lavoro, c’è tanto rispetto e amore per quella che considerano una terra unica e naturale. Tutto questo porta l’azienda ha rese per ettaro bassissime e ad una qualità del vino eccellente. Siamo a 170 metri slm ed i terreni sono argilloso-calcarei, a pochissimi chilometri dal mare e a pochi metri dal bosco circostante. Le viti che si trovano a ridosso del bosco sono protette dai venti freddi e proprio per questa barriera crescono meno in altezza rispetto a quelle a fondo valle. Nonostante la vicinanza al mare, non ci sono terreni sabbiosi, ma in profondità c’è questa pietra particolare, chiamata Pietraforte (come da foto). E’ una pietra calcarea, una marna argillosa che solo loro hanno in questa zona, dovuta alla compattazione di argilla, creatasi in milioni di anni, con cemento carbonatico. E’ possibile infatti notare sopra questa pietra delle striature bianche ovvero il calcare rimasto compresso in essa. Questa composizione la ritroviamo in superficie con alte tracce di calcare attivo ovvero il calcio che dona tantissimi nutrienti alle piante. Ad oggi, questa pietra è ancora in fase di studio analitico per le sue componenti che con ogni probabilità influenzano il vino, come per esempio la grande spalla acida percepita degustandolo che potrebbe essere, secondo Marco, una delle caratteristiche ereditate. All’improvviso un retaggio dal passato Camminando tra i filari, in lontananza, notiamo alcune piccole viti. Cosicché Pietro ci racconta che disboscando una parte del terreno, hanno da poco ritrovato una vigna impianta dal bisnonno di Marco. Le piante hanno sicuramente dai 60 ai 70 anni e sono tutti vitigni misti poiché una volta si mescolavano per ottenere uve diverse e alcuni sono addirittura a piede franco. Al momento, stanno approfondendo l’analisi e l’identificazione genetica per capire se in futuro sarà possibile tenerle in considerazione per qualche progetto interessante. Una piccola ma fruttuosa cantina Entusiaste arriviamo in cantina dove Pietro ci fa strada: “Inizialmente era un annesso agricolo dove il nonno di Marco teneva tutti i suoi attrezzi, poi è stata trasformata in una vera e propria cantina. Facciamo tutto da soli con pochi macchinari e attualmente produciamo circa 7.000 bottiglie l’anno. Un terzo di queste le vendiamo in America, tramite un importatore conosciuto da Marco, il quale, lavora con aziende piccole nella zona del Massachusetts e di New York, e le restanti bottiglie qui in Italia. Tutte le etichette sono state rielaborate dall’artista Guido Sileoni di Tarquinia. Sono disegni meticolosi e precisi. Guido ha seguito varie scuole d’arte ma ha avuto un forte legame, fin da piccolo, con il lavoro del padre che faceva l’architetto. Questo, ad oggi, lo riscontriamo nella sua arte, nelle forme geometriche dei suoi disegni, nella sua precisione e nei tratti spigolosi. Ha creato a Tarquinia un murales raffigurante molte divinità etrusche, sua grande passione”. Entrando, notiamo subito disegnate sui muri varie raffigurazioni di queste particolari e bellissime etichette, una stanza che ospita barrique T5, le protagoniste dedicate soltanto alla Riserva, e in un’altra pochi ma essenziali macchinari. Il modello T5 è una barrique molto particolare, in rovere francese, proveniente dalla foresta di Tronçais, in Francia, stagionata per 5 anni all’aria aperta. Rappresenta il top di gamma della Tonnellerie Taransaud. La loro Riserva, l’Aita, affina qui per 18 mesi prima dell’imbottigliamento per poi riposare almeno altri 9 mesi in bottiglia. Attualmente l’Azienda produce tutto in purezza: per il Pantaleone quasi 2000 bt, per il Nethun altre 2000, per il rosato Velca 1800 bt e infine per la Riserva circa 500 bt annue. AZIENDA MUSCARI TOMAJOLI  TARQUINIA 2022 La cantina di vinificazione e la barricaia Un piccolo casale accogliente: in alto i calici! Terminato il nostro giro nei vigneti e nella cantina, Marco ci ospita nel suo piccolo ma accogliente Casale, risalente ai primi anni del ‘900, ristrutturato completamente dal padre che, ad oggi, funge da sala di degustazione e da base operativa. Iniziamo qui la degustazione insieme a Pietro e Marco, il quale, ci racconta di più sul progetto delle nuove etichette. “Questo progetto è frutto di una bellissima collaborazione con il pittore Guido Sileoni, Italo-argentino, nato a Buenos Aires, da mamma argentina e padre italiano. Si sono trasferiti a Tarquinia quando lui aveva 5 anni poiché a quei tempi la situazione in patria era molto difficile e la famiglia decise di tornare in Italia. Legato da sempre al mondo dell’arte e dopo aver svolto lavori di altro genere, ha deciso di seguire la sua più grande passione. Anche lui ha perso suo padre molto giovane e credo che, proprio dopo questo evento, ha deciso di intraprendere la carriera artistica. Su questo siamo molto simili”. Marco continua a spiegarci che l’inizio della collaborazione con Guido avvenne nel 2012, in seguito alla sua visita ad una mostra da lui creata molto particolare e importante che organizzò nella chiesa sconsacrata di Tarquinia. Un luogo molto evocativo. “In quell’occasione, secondo me Guido, ha definito e concretizzato chi voleva essere, le sue linee, i suoi tratti, i suoi colori ed il suo meraviglioso stile. Io per caso andai a quella mostra e ne rimasi folgorato, da lì in poi gli proposi una collaborazione. Tra bozze, sperimentazioni e prove varie siamo usciti ufficialmente con le prime due etichette nel 2014, il Nethun e il Pantaleone”. L’idea di prendere in considerazione le tombe etrusche per le etichette dei vini fu di Guido. Marco desiderava che rappresentassero un elemento del loro territorio in maniera fedele e autentica e avessero una loro storia. Dovevano essere identitarie e così è stato. “Questa cura che Guido ha dei dettagli, quasi maniacale, mi ha fin da subito colpito perché volevo che trasmettesse all’osservatore tutto il lavoro che si nasconde all’interno della bottiglia”.    VINO, ARTE O STORIA?  Il primo calice che degustiamo è il loro Velca  2021, un Rosato da uve Montepulciano in purezza. Al naso strabilianti note floreali di garofani e note fruttate di ciliegia. Al palato freschi sentori di frutti rossi, banana, arancia e un pizzico di erba fresca. Avvolgente e con un bel finale sapido e minerale. Un vino di un’eleganza straordinaria. Per questa etichetta, Sileoni ha scelto la Tomba dell’Orco che rappresenta una donna etrusca che cinge un uovo, fanciulla realmente esistita che si chiamava Velia Spurinna, considerata un po’ la Monna Lisa della civiltà Etrusca, di una bellezza incredibile. Gli Spurinna, a quei tempi, erano una delle famiglie più importanti della storia di Tarquinia. Il dettaglio dell’uovo invece è stato preso dalla Tomba degli Scudi, raffigurante moglie e marito che si stanno scambiando un uovo, simbolo di vita, di fertilità e di rinascita per le coppie di quei tempi. Il secondo calice che degustiamo è il Nethun 2021, Vermentino in purezza. Il clone è il Corso, proveniente da Sartène, nel sud della Corsica. Qui avvertiamo proprio la salsedine del mare e capiamo fin da subito che il grande potere d’invecchiamento di questo vino è dato proprio dal terreno. Il naso respira intense note di gelsomino, susina e camomilla, toni erbacei e avvolgenti nuance balsamiche. Al palato si avverte una nota netta di pera Williams e agrumi, una sferzante sapidità che lo contraddistingue portandoci con l’immaginazione tra le onde del mare. Lo troviamo molto equilibrato e le note di cedro, mandarino ed anice ci fanno pensare ad un abbinamento ai crudi di mare. Per l’etichetta di questo vino, l’Artista si è ispirato di nuovo alla Tomba dell’Orco sulla quale in un angolo si intravedono dei tralci di vite con delle foglie stilizzate. L’idea è stata quella di voler richiamare il legame del Vermentino con il mare rappresentando la fusione tra i tralci di vite e i pesci stilizzati. Il nome è di origine etrusca come la divinità del mare, Nethuns, per i Romani il Dio Nettuno. Il terzo calice in degustazione è il Pantaleone 2019, Petit Verdot in purezza. All’olfatto avvertiamo immediatamente la sua parte erbacea e balsamica, mentre al palato un insieme di frutti rossi, prugna, cannella, chiodi di garofano e liquirizia legano armoniosamente fra di loro. Una morbidezza eccezionale, un’acidità e una freschezza ben integrate. Un connubio perfetto che ci emoziona. Per l’etichetta, Guido ha preso in considerazione la Tomba dei Baccanti, la quale nella parte più alta è raffigurata la scena di due leoni che stanno cacciando due gazzelle. Il messaggio che vuole essere trasmesso è quello della forza del leone possente e lineare ovviamente nel suo stile artistico.   Per l’ultimo vino in degustazione, Marco ci sorprende con la sua meravigliosa Aita 2020, 100% Montepulciano. Un grande vino che, impenetrabile come il suo colore rubino violaceo, al naso ci regala note di ciliegia nera, mirtillo, mora e prugna in un connubio perfetto assieme a sentori di cioccolato e tabacco. Sul finale leggere note balsamiche e speziate, di cannella e liquirizia. Un tannino davvero molto equilibrato ed elegante. Qui ci lasciamo per un attimo andare degustando le sue dolci note boisé. Etichetta nuovamente ispirata alla Tomba dell’Orco, nella quale, da una parte, viene raffigurata l’Aita, divinità etrusca dell’oltretomba, corrispondente all’Ade Greco. In molti la scambiano per una donna poiché il suo viso tende ad avere dei lineamenti molto femminili, ma in realtà è una divinità maschile con un copricapo raffigurante la testa di un lupo. <<Marco, qual è l’etichetta che più ti rappresenta?>> Con una bellissima risata, Marco risponde: “Ho un legame unico e profondo con ognuna delle mie etichette. Un legame unico ma diverso. Nethun sicuramente è quella più rappresentativa che si è espressa sempre in maniera più nitida ed è quella che ci ha fatto conoscere di più nel commercio.  Il Velca, nel suo piccolo, è stata l’etichetta che ha ottenuto più riconoscimenti importanti”. Come obiettivi futuri, Marco ci confida che vorrebbe ampliare il vigneto e con un po’ di Vermentino in più a disposizione concepire un bianco riserva tra qualche anno. In più continuerà a studiare quelle viti molto antiche ritrovate da poco per capire se possono essere utilizzate per produrre un altro eccellente vino. Marco Muscari Tomajoli  “E’ iniziato tutto da mio padre. Mio nonno è morto nel 2000 ed era quello che si occupava della terra e degli animali. Mio padre invece ha ricostruito tutta la struttura, tutto il casale e impiantato le prime viti nel 2007, ma ha iniziato tutto questo con la visione di un hobby di fine lavoro, di uno sfizio personale. Poi ha conosciuto il nostro attuale enologo, Gabriele Gadenz e insieme hanno iniziato a sperimentare. Io sono subentrato quando mio padre è venuto purtroppo a mancare e mi sono reso conto che è una grande macchina, un ciclo continuo che non si ferma e che ha bisogno costantemente di investimenti”.   Ringraziamo di cuore Marco Muscari Tomajoli e Pietro Mosci per la bellissima visita e accoglienza a noi riservata. Conoscere la storia, la filosofia ed il pensiero di ogni azienda che visitiamo è per noi fondamentale. Ed il rispetto, l’amore, la determinazione e caparbietà che ogni giorno i  produttori mettono per far bene il loro lavoro, può soltanto essere per noi motivo di ispirazione e grande stima. Vi lasciamo come sempre con una frase a noi cara: “Credo che avere la Terra e non rovinarla sia la più bella forma d’arte che si possa desiderare”. Andy Warhol                 Ilaria Castagna e Cristina Santini Partners in Wine Ci trovate su Instagram: Kris_lifes_somm Cristina Santini Winefood_and_therapy Ilaria Castagna                 https://www.youtube.com/watch?v=RakajXgmc-E            
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9 Gennaio, 2023

Wine in Venice, the place to be

Wine in Venice, the place to be Anno nuovo vita nuova, Buon Anno a tutti Voi pertanto, e innanzitutto. Per Wine Tales il 2023 parte alla grande. Il 28,29,30 gennaio saremo tutti a Venezia, città magica per eccellenza, per dare voce e per raccontare il primo evento dell’anno dedicato al vino. Wine in Venice è infatti il primo evento dell’anno dedicato al vino ed è alla sua prima edizione. Un nuovo format nato appositamente per cercare di dare nuova linfa vitale ad un mondo che, nonostante i grandi cambiamenti e i grandi scossoni che gli anni di restrizioni hanno dato, stenta ancora ad abbracciare il futuro. Wine in Venice è nata da due pensieri di base, semplici ma necessari da affermare: i produttori di vino devono essere protagonisti della narrazione ma non tutti indiscriminatamente, non i soliti noti, banalmente. I nostri eroi sono selezionati dalla nostra giuria per le scelte importanti e coraggiose portate avanti per mettere in pratica i principi di etica, sostenibilità, innovazione. Innovazione, Etica, Sostenibilità: sono questi i tre capisaldi che la direzione scientifica ha evidenziato come fondamentali per sostenere il dibattito e indicare le nuove vie da intraprendere, nel nostro mondo enoico. Innovazione, Etica, Sostenibilità: tre termini se vogliamo abusati, ma non per questo privi di significato. Al contrario li riteniamo fondanti per poter affrontare le incertezze di questo momento storico, necessarie per fare si che il vino sia ambasciatore di un cambiamento che pone al centro l’uomo e l’ambiente in cui si trova ad agire. Vino e terra, vino e territorio, vino e uomo. In fondo è di questo che parliamo, e più verità riusciamo a mettere nel fare quotidiano e nel modo di pensare, ragionare, realizzare – verità che inseguono i tre fari che abbiamo individuato come fondanti di Wine in Venice- maggiore sarà la consapevolezza con cui riusciremo a guidare un cambiamento necessario, prima mentale che pratico. Le cantine che verranno selezionate dalla nostra Giuria d’eccezione, una per regione, eccellono oltre che per la qualità dei prodotti, proprio per aver puntato su queste tre carte. E per questo verranno messe sotto i riflettori di Wine in Venice, saranno ospiti e protagoniste di una manifestazione che vuole fare conoscere a tutti realtà virtuose e coraggiose, che mettono al primo posto il futuro. La cosa più edificante è sapere che Wine in Venice non sarà affatto un evento spot, ma diventerà un appuntamento annuale nella sua forma di grande kermesse e di red carpet del vino italiano. Oltre a questo, collateralmente e sui diversi piani, la discussione che prenderà il via a fine mese sarà alimentata durante l’intero anno solare, per continuare con le riflessioni che verranno messe in campo, per creare diversi momenti e occasioni di confronto, per tenere viva e accesa l’attenzione di tutti fino a gennaio 2024. Seguiteci, partecipate, venite a scoprire quanto abbiamo da raccontarvi. Editoriale a cura di  Francesca Pagnoncelli Folcieri Partecipa anche tu a Wine in Venice Clicca qui ed acquista il tuo ingresso. Sei un sommelier? un giornalista? un vignaiolo?  un buyer? Richiedi il tuo pass scrivendo una mail a press@wineinvenice.com https://www.youtube.com/watch?v=RakajXgmc-E
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