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9 Dicembre, 2022
Cantina La Stradina: da zero a cento, in cinque
Cosa possono avere in comune un elettricista, un Dirigente postale di filiale, un dipendente della Lavazza, un Amministratore Delegato di una azienda di imballaggi di cartone e un Fisico ricercatore universitario?
Magari appartenere ad una banda? Può essere. Di certo, l’amicizia, quella con la A maiuscola. Una amicizia che parte da quando si è bambini e che in un comune con poco più di 7000 abitanti come è Gattinara, si può fare. Perché si cresce insieme anche se poi si prendono strade diverse. Per quanto le radici, quelle, non si dimenticano. Sono quelle che ti fanno rimanere con l’anima ed il cuore legato alla tua terra. L’amicizia chiede di più: va coltivata. Come la terra, come le piante. Coltivata, accudita, gestita.
“Perché non ci compriamo un pezzo di terra e ci facciamo il vino?”. Nasce tutto così. Come un gioco. Una battuta, messa sul tavolo da Roberto quando, alla soglia dei 40 anni c’è ancora tanta voglia di stare insieme. Le serate, le cene, le bevute. In fondo siamo a Gattinara nel Vercellese, dove il vino è cosa seria. Sarà perché qui si beve il nebbiolo, anzi il Nebbiolo e perché l’interpretazione di questo ha dato vita nel 1990 alla DOCG. Cosa c’è oltre il Nebbiolo se non il Nebbiolo?
Invece di comprarcelo, ce lo facciamo noi. Come viene viene.
Un modo per stare insieme. Un modo per continuare ad unire cinque amici forse un po’ annoiati dalla monotonia di un piccolo paesino ma con l’animo dei ragazzini che erano e che in fondo sono ancora. Sempre pronti a divertirsi e far baldoria.
Siamo come Ancelotti e se va bene, si vince la Champion.
Comprano mezzo ettaro, si solo mezzo ettaro sul quale ci sono delle piante di nebbiolo.
“Non sapevamo come fare” mi dice Roberto. “io faccio l’operaio e di vino da uno a cento ci capisco venti. Gli altri anche meno”.
Insomma, nel 2004 la banda dei 5 fa la prima vendemmia senza sapere nulla di vino. Vendemmiano il misero mezzo ettaro e chiedono consigli in giro su come fare il vino. “Abbiamo fatto le media delle cose che ci dicevano”. Svegli i ragazzi. Volenterosi e con la voglia di divertirsi.
Prendono in prestito tutto il materiale che serve per fare il vino. Fanno tutte le operazioni così come gli hanno detto di fare financo la macerazione per 12 giorni. Allo svinamento sentono buoni profumi ma non tutti sono convinti. È prima di mettere il tutto dentro una barrique (comprata usata ovviamente) che inizia la discussione sulla qualità del prodotto.
Ecco, vorrei fermarmi qui. Perché quando Roberto mi racconta questa cosa io scoppio a ridere. Ma tanto.
La scena che ho dinanzi agli occhi sembra uscita da un episodio del Muppet Show dove i personaggi litigano. Una sana litigata tra amici. Insulti nel dialetto locale. Improperi che vengono erogati come se piovesse e soprattutto pareri contrari tra chi dice che fa schifo e chi invece che è bevibile; tra chi che è meglio buttare via tutto tanto abbiamo scherzato e chi invece pensa che ormai la barrique c’è dunque va riempita.
Una parola però echeggia ad un certo punto nella discussione. Una parola che è diventata un intercalare piemontese (me ne sono accorto la prima volta che ero a Torino in tram diretto verso il primo giorno di lavoro in Fiat): minchia!
Ecco, minchia è la parola che Roberto pronuncia quando ha assaggia il vino. Quella parola è stata lo spartiacque della banda. Minchia quanto è buono.
Ecco, è buono. Non è spettacolare. Non si parla di sentori, percezioni, sensazioni. È buono. È semplicemente buono.
Tutto qui. Schietto. Preciso. Sincero. È buono e ce lo possiamo bere. Abbiamo raggiunto lo scopo.
Ah ovviamente i lieviti erano quelli in polvere e la malolattica era partita senza che lo volessero. ça va san dire.
L’anno dopo non è che gli venga così bene però. Ma chi se ne frega. Tanto hanno prodotto qualche centinaia di bottiglie nel 2004 che basteranno per un po’ di cene.
Scherza scherza che negli anni cominciano a comprare un po’ di barrique. Di seconda vita però. Basta che dentro sia passato il Nebbiolo. Quelle grandi non si possono prendere perché non entrerebbero in cantina. “Occorrerebbe costruirle dentro ma chi ha i soldi!”
Nel frattempo Giorgio, il fisico, quello che fa il ricercatore, si laurea (pure) in enologia così che l
a banda possa autogestirsi.
Almeno uno intelligente ci vuole nel gruppo no? Giorgio è uno che va al CERN di Ginevra. Una testa!
2000 bottiglie l’anno. Non di più. “All’inizio di agosto andiamo in vigna (quando abbiamo tempo) e tiriamo via un po’ di grappoli per aumentare la qualità”. Le piccole quantità consentono micro vinificaizoni. Quel fazzoletto di terra in realtà ha diverse esposizioni e diversi terreni così da far emergere le differenze. Quasi come se fossero dei mini cru. “però poi la vendemmi la dobbiamo fare nel fine settimana che noi lavoriamo”.
L’anno scorso ci hanno invitato ad un concorso. Ma noi ci andiamo solo se la degustazione è alla cieca
altrimenti chi ci crede a cinque come noi?
Tutta la meraviglia, la schiettezza di Roberto e della banda sta in queste parole. Nemmeno loro ci credevano e non so se, anche ora che uno dei vini ha preso 100, ci credono ancora. Per loro è come se fosse ancora tutto un gioco. Un passatempo. Un modo per autoprodursi il divertimento. Anche se hanno capito che qualcosa di diverso va fatto. A cominciare dalla cantina.
Perché prima la cantina era sotto casa di Giorgio, uno scantinato. Ora che con il mio lavoro ho fatto le cose per gli architetti, ce la siamo aggiustata bene
Non ci credono ancora. Perché ogni annata è diversa, perché ogni anno c’è qualcosa di nuovo. Non vogliono essere omologati. Loro, la banda dei 5, fa le cose come vengono. Come la natura concede. E va bene così. Perché tanto, dopo tanti anni, stanno ancora insieme. A divertirsi. A bere vino. A prendersi in giro l’un l’altro. Anche a Gattinara.
PS il vino è davvero notevole. In un mio post la recensione. Da non perdere!
Ivan Vellucci
Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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7 Dicembre, 2022
Mi sono innamorata dell'Irpinia, parte 2
Mi sono innamorata dell’Irpinia e continuerò questo racconto in questo secondo articolo.
Cantine di Marzo
Quante volte abbiamo bevuto il Greco di Tufo ma chi di voi è mai stato a Tufo? Il mio viaggio è proseguito con la visita a quella che sembra sia la più antica cantina della Campania e sicuramente a una delle più antiche del Sud Italia. Siamo a Tufo, dove nel 1647 Scipione di Marzo, capostipite della famiglia, si rifugiò per sfuggire alla peste che imperversava in Europa. La tradizione vuole che portò con sé le barbatelle di un antico vitigno diffuso sulla costa Campana, chiamato Greco di Nola. Nel corso dei secoli, l’uva si adattò perfettamente alle colline di Tufo costituite da un sottosuolo unico, ricco di minerali, in particolar modo di zolfo, che conferisce al vino la sua particolare mineralità.
A noi oggi rimane degli antichi fasti della famiglia di Marzo, il Palazzo diroccato che ingloba l’antica cinta muraria del paese e le storiche cantine. La nostra guida d’eccezione è stata Angelo Muto (Cantine dell’Angelo) con cui abbiamo visitato il vecchio stabilimento dove si lavorava lo zolfo. La famiglia di Marzo durante la rivoluzione industriale diede il via a questo business. La leggenda vuole che Francesco di Marzo scoprì per caso durante una battuta di caccia un ricco giacimento di zolfo proprio lungo il fiume Sabato, osservando che i pastori bruciavano delle strane pietre per riscaldarsi.
Tufo si trasformò in breve tempo in un importante polo industriale, grazie anche a investimenti statali, offrendo lavoro a più di 800 persone.
Pensate che in cantina sono conservate le antiche fotografie in bianco e nero dei lavoratori tra cui molte donne. Erano loro che lavoravano la polvere da sparo in locali separati dagli uomini ma erano molto emancipate per l’epoca e potevano contare su un salario che veniva pagato con regolare busta paga. Una curiosità: la prima donna sindaco della Campania è stata eletta proprio a Tufo!
Cantine dell’Angelo
Angelo Muto rappresenta la terza generazione impegnata tra i filari e si dedica ai cinque ettari di vigna con cura maniacale a partire dalla raccolta a mano e dalla selezione dei grappoli.
Sentendolo parlare si percepisce immediatamente una passione inesauribile e un amore viscerale per la propria terra. E’ stato lui a farci “pestare “il suolo irpino, ricco di zolfo e di gesso, in giro per vigne.
Ci ha mostrato orgogliosamente una vecchia vigna che ha mantenuto “a raggiera avellinese” con cui intende preservare la biodiversità. Le sue vigne si trovano anche nella zona Campanaro e confinano con gli appezzamenti dei più famosi Feudi di San Gregorio. Dal 2014 ha iniziato a piantare la Coda di Volpe per lasciare un’identità territoriale. Non tutti sanno che questo è un vitigno a bacca bianca, tipicamente campano, diffuso solo in ambito regionale e che prende il nome dalla forma tipica del grappolo, che richiama la coda della volpe. Dal 2018 Angelo ha deciso di vinificare la Coda di Volpe in purezza e il risultato è veramente incredibile perché ha caratteristiche veramente uniche. Gli assaggi si sono concentrati “solo” su Greco di Tufo e Coda di Volpe ma vi assicuro che in me hanno suscitato molte emozioni.
Tenuta Cavalier Pepe
Angelo Pepe era l’ottavo di 10 fratelli: lasciò la sua terra a 19 anni per andare a costruirsi un futuro in Belgio dove si occupa ancora oggi di ristorazione. A soli 40 anni ha ricevuto l’onorificenza di Cavaliere della Repubblica per aver contribuito attraverso il lavoro a far conoscere la cultura italiana all’estero. Egli però non ha mai scordato la sua terra e trasferisce la passione ai suoi discendenti. Ora la Tenuta è costituita da 70 ettari di vigneti (tutti coltivati a vitigni autoctoni) e da 11 ettari di uliveti situati a Luogosano, Sant’Angelo all’Esca e Taurasi.
E’ Milena, la figlia primogenita, che dopo la laurea in viticoltura ed enologia in Francia e in marketing in Belgio, decide giovanissima di prendere in mano le redini dell’Azienda e di vivere qui.
E’ lei che ci ha accolto e intrattenuto portandoci in vigna e raccontandoci che la filosofia aziendale si basa su un concetto molto semplice: il vino si fa in vigna. Con questa convinzione negli anni si è arrivati a praticare un’agricoltura di precisione e nel 2019 la tenuta è stata dotata di centraline meteo per rilevare in tempo reale le condizioni climatiche. Questo permette di gestire l’attività agricola migliorandone la produttività, la qualità e la sostenibilità. Non ci sono quindi forzature grazie anche all’ottimo clima e al suolo prevalentemente d’argilla e calcare che conferisce la spalla minerale. Milena ci racconta che qui si attua “un sistema di qualità che non è marketing ma è know-how dell’identità della terra. In questo modo i bianchi possono addirittura invecchiare anche 30 anni e i rossi 70”.
Milena è una donna molto carismatica, competente e desiderosa di raccontare la sua terra. Non è un caso che uno dei fiori all’occhiello della tenuta sia lo sviluppo dell’accoglienza a 360° (che da queste parti è ancora un po’ indietro). Tantissime infatti sono le proposte di enoturismo, percorsi, eventi, visite, assaggi oltre a un ristorante dedicato e un B&B.
Vi ho fatto venire voglia di Irpinia?
Claudia Riva di Sanseverino
https://www.youtube.com/watch?v=RakajXgmc-E
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6 Dicembre, 2022
Valdo e ASRoma, intervista a Matteo D'Agostino
AS Roma e Valdo Spumanti raggiungono l’accordo di partnership, la cantina veneta diventa “Official Supplier” della squadra capitolina per un progetto che non si ferma alla semplice sponsorizzazione sportiva, ma che ha come cuore pulsante un accordo di licensing internazionale ed un relativo piano di crescita per portare il marchio ASRoma e Valdo in tutto il mondo.
La storia di due eccellenze che si uniscono, ma al tempo stesso, due storie che si intrecciano fin dalla nascita avvenuta a pochi mesi di differenza nel finire del 1926 quella di Valdo Spumanti e nel luglio del 1927 quella della ASRoma. Due marchi che rappresentano nel mondo due territori unici e proprio dal naming hanno un altro punto in comune entrambi richiamano il territorio di origine.
Valdo che contiene già nel nome “Valdobbiadene”, il territorio che ospita la cantina con i suoi vigneti, riconosciuto nel 2019 come patrimonio dell’umanità da Unesco e fiore all’occhiello indiscusso del nostro patrimonio ampelografico.
ASRoma che rappresenta non solo la squadra di calcio ma anche e soprattutto, la storia millenaria della città eterna.
Due storie, come dicevamo che hanno continui richiami reciproci, come le origini del prosecco, prodotto principe della produzione enoica di Valdo Spumanti, che fece le prime apparizioni nella Naturalis Historia di Plinio il Vecchio, un trattato naturalistico risalente al 77 d.C.. nel quale Plinio decantava la sua bontà riferendosi al vino pucino, molto amato da Livia, la moglie dell’imperatore Augusto, per le sue proprietà curative che, narra la leggenda, erano motivo della longevità della donna romana.
Per capire meglio questo progetto abbiamo intervistato il brillante manager dell’azienda veneta Matteo D’Agostino, Global Trade Marketing Manager di Valdo che ha guidato questa partnership e che sempre di più interpreta con capacità e lungimiranza il suo ruolo di innovatore nel panorama enoico italiano.
ASRoma e Valdo un’incontro appassionante, ci vuoi raccontare quando hai capito che era un progetto funzionale al vostro piano di crescita internazionale ?
Da diverso tempo cercavamo un partner in ambito sportivo con dei valori e delle caratteristiche tali che potesse aiutarci a promuovere il nostro brand in Italia ma anche a livello internazionale.
La vittoria in Europa della passata stagione, il forte rinnovamento societario portato dalla nuova proprietà e non ultimo il fatto che sia la squadra della capitale con una comunità di tifosi internazionale incredibile sono stati fattori decisivi nella nostra scelta. Quale è stata la prima cosa che ti ha colpito dell’ambiente Roma? La passione e l’amore indiscusso dei tifosi “Roma non si discute si ama” è un patrimonio incredibile per questa società. Inoltre le professionalità della AS Roma sono di livello internazionale, si vede una ventata di aria nuova in un settore quello del calcio che fino a qualche anno fa era molto provinciale. Ed è un fenomeno che accomuna il mondo del vino a quello del calcio, poer affrontare le nuove sfide di crescita bisogna attrezzarsi con nuove competenze. La tifoseria della Roma è un concentrato di passione e 61.794 di spettatori allo stadio di media in questa prima parte di campionato lo confermano, praticamente sempre sold-out, che emozione hai provato entrando in uno stadio così? Non ero mai stato all’Olimpico ad una partita della Roma e la prima volta è stata un’esperienza incredibile anche per chi come me non è tifoso. Vedere così tanti giovani, famiglie con bambini, età e storie diverse, tutti insieme allo stadio a cantare a squarciagola un lunedì pomeriggio di metà agosto con un acquazzone poco prima del calcio d’inizio è stato incredibile. L’atmosfera che i tifosi della Roma sanno regalare è davvero qualcosa di unico. Siete riusciti ad unire due colossi del made in Italy: il marchio Roma che inevitabilmente si porta dietro la storia eterna della sua città ed il prosecco unico prodotto che nel mondo del vino è stato capace di diventare un marchionimo*. Questo binomio crea un potenziale incredibile e per questo ti chiediamo: cosa ti aspetti da questo accordo pluriennale ed in quale mercato estero pensi di fare bene con il progetto di licensing internazionale? Siamo molto contenti di essere entrati nel mondo ASRoma e siamo convinti che questa partnership ha grandi potenzialità da esprimere. Non ho in mente un mercato estero in particolare, sia VALDO che ASRoma hanno progetti di espansione nel mercato asiatico e negli USA. Mercati nei quali sia il potenziale del Prosecco che quello del brand AS Roma possono giocare un ruolo importante. Facciamo un gioco, noi ti diciamo un personaggio legato alla ASRoma ed alla sua storia e tu ci dici quale vitigno lo rappresenta di più è perché… Partiamo dal passato e visto che siamo in tempi di mondiali…ti chiediamo per primo Bruno Conti? Uno degli eroi di Spagna 82, Bruno Conti è come la Perera di Valdobbiadene un vitigno autoctono, ormai molto raro e per questo prezioso. E se ti diciamo il neo mister dello Spezia, Daniele De Rossi? De Rossi è come la Glera, non molla mai. Adesso il capitano, Francesco Totti? Pinot Nero, di struttura, pregiato, elegante, che da vini longevi Passiamo ai giorni nostri, Nicoló Zaniolo? Un cabernet sauvignon intenso, strutturato. Non possiamo non chiederti il mister, Jose Mourihno ?? Un Moscatel di Setùbal intenso, complesso Quale sarà il prodotto Valdo più apprezzato dai tifosi della Roma secondo te? VALDO è un brand omnicanale chi preferisce acquistare il vino mentre fa la spesa potrà apprezzare il nostro best seller MARCA ORO Valdobbiadene Prosecco Superiroe DOCG, chi invece preferisce acquistare il vino in enoteca o online apprezzerà Cuvée di Boj Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG uno spumante dedicato alla ristorazione che poi è anche lo spumante dell’hospitality dell’Olimpico durante le partite della Roma. Ti ringraziamo per questa intervista e non ci resta che augurare un grosso in bocca al lupo a Valdo ed a ASRoma per questo ambizioso progetto di crescita. A cura della Redazione * marchionimi, ovvero marchi che sono entrati nel gergo comune con un significato generico rispetto a quello di origine. https://www.youtube.com/watch?v=RakajXgmc-E
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La vittoria in Europa della passata stagione, il forte rinnovamento societario portato dalla nuova proprietà e non ultimo il fatto che sia la squadra della capitale con una comunità di tifosi internazionale incredibile sono stati fattori decisivi nella nostra scelta. Quale è stata la prima cosa che ti ha colpito dell’ambiente Roma? La passione e l’amore indiscusso dei tifosi “Roma non si discute si ama” è un patrimonio incredibile per questa società. Inoltre le professionalità della AS Roma sono di livello internazionale, si vede una ventata di aria nuova in un settore quello del calcio che fino a qualche anno fa era molto provinciale. Ed è un fenomeno che accomuna il mondo del vino a quello del calcio, poer affrontare le nuove sfide di crescita bisogna attrezzarsi con nuove competenze. La tifoseria della Roma è un concentrato di passione e 61.794 di spettatori allo stadio di media in questa prima parte di campionato lo confermano, praticamente sempre sold-out, che emozione hai provato entrando in uno stadio così? Non ero mai stato all’Olimpico ad una partita della Roma e la prima volta è stata un’esperienza incredibile anche per chi come me non è tifoso. Vedere così tanti giovani, famiglie con bambini, età e storie diverse, tutti insieme allo stadio a cantare a squarciagola un lunedì pomeriggio di metà agosto con un acquazzone poco prima del calcio d’inizio è stato incredibile. L’atmosfera che i tifosi della Roma sanno regalare è davvero qualcosa di unico. Siete riusciti ad unire due colossi del made in Italy: il marchio Roma che inevitabilmente si porta dietro la storia eterna della sua città ed il prosecco unico prodotto che nel mondo del vino è stato capace di diventare un marchionimo*. Questo binomio crea un potenziale incredibile e per questo ti chiediamo: cosa ti aspetti da questo accordo pluriennale ed in quale mercato estero pensi di fare bene con il progetto di licensing internazionale? Siamo molto contenti di essere entrati nel mondo ASRoma e siamo convinti che questa partnership ha grandi potenzialità da esprimere. Non ho in mente un mercato estero in particolare, sia VALDO che ASRoma hanno progetti di espansione nel mercato asiatico e negli USA. Mercati nei quali sia il potenziale del Prosecco che quello del brand AS Roma possono giocare un ruolo importante. Facciamo un gioco, noi ti diciamo un personaggio legato alla ASRoma ed alla sua storia e tu ci dici quale vitigno lo rappresenta di più è perché… Partiamo dal passato e visto che siamo in tempi di mondiali…ti chiediamo per primo Bruno Conti? Uno degli eroi di Spagna 82, Bruno Conti è come la Perera di Valdobbiadene un vitigno autoctono, ormai molto raro e per questo prezioso. E se ti diciamo il neo mister dello Spezia, Daniele De Rossi? De Rossi è come la Glera, non molla mai. Adesso il capitano, Francesco Totti? Pinot Nero, di struttura, pregiato, elegante, che da vini longevi Passiamo ai giorni nostri, Nicoló Zaniolo? Un cabernet sauvignon intenso, strutturato. Non possiamo non chiederti il mister, Jose Mourihno ?? Un Moscatel di Setùbal intenso, complesso Quale sarà il prodotto Valdo più apprezzato dai tifosi della Roma secondo te? VALDO è un brand omnicanale chi preferisce acquistare il vino mentre fa la spesa potrà apprezzare il nostro best seller MARCA ORO Valdobbiadene Prosecco Superiroe DOCG, chi invece preferisce acquistare il vino in enoteca o online apprezzerà Cuvée di Boj Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG uno spumante dedicato alla ristorazione che poi è anche lo spumante dell’hospitality dell’Olimpico durante le partite della Roma. Ti ringraziamo per questa intervista e non ci resta che augurare un grosso in bocca al lupo a Valdo ed a ASRoma per questo ambizioso progetto di crescita. A cura della Redazione * marchionimi, ovvero marchi che sono entrati nel gergo comune con un significato generico rispetto a quello di origine. https://www.youtube.com/watch?v=RakajXgmc-E
5 Dicembre, 2022
Innovazione, etica, sostenibilità: arriva Wine in Venice
Innovazione, etica, sostenibilità: arriva Wine in Venice, che con questi tre concetti cardine vuole illuminare il fare del prossimo futuro.
Su questi tre principi WineTales, insieme ad un gruppo di aziende, ha costruito il progetto Wine In Venice. Nato su richiesta di Venezia in una location mozzafiato come Misericordia maggiore di Venezia, il gioiello lagunare è da poco stata premiata dal Gambero Rosso come “città dell’anno” ed è intenzionata adesso a puntare sul vino come mondo trainante del momento, l’evento si svolgerà a fine gennaio. Si tratta di una manifestazione ideata e fortemente voluta dal Magazine, il cui programma si sviluppa su tre giorni. L’obiettivo è fare il punto sul mondo del vino e le sue recenti e velocissime trasformazioni, consci della necessità di rivedere il mondo attraverso queste tre chiavi di lettura.
Innovazione
L’innovazione prevede uno slancio creativo e interpretativo del futuro, e il mondo del vino ha oggi a disposizione, in ogni fase della produzione (quindi dal lavoro in vigna sino alla commercializzazione) nuovi strumenti di analisi, controllo, comunicazione.
Il mondo va veloce e con questi ritmi è necessario allinearsi se non si vuole restare indietro. Allinearsi non significa per forza accettare in tutto e per tutto il nuovo. Ognuno deve fare i conti con le proprie realtà territoriali e aziendali, e ognuno deve fare i conti con la burocrazia che più di tutto frena il cambiamento e il necessario adeguamento a bisogni sempre nuovi.
Ma l’innovazione è consapevole quanto più si conosce il passato, il da dove veniamo.
Sostenibilità
La via della sostenibilità spesso cozza con le necessità economiche, le abitudini consolidate di allevamento e coltura, le regole da rispettare.
I disciplinari di produzione sono stati redatti negli anni ‘80: in essi i parametri di coltivazione e produzione erano ben altri e non presupponevano attenzione nei confronti di scelte amiche dell’ambiente. Non vi era coscienza di alcun problema ecologico, quindi forse si potrebbe ripartire da qui.
Ma il passato ha anche molto da insegnarci, ovviamente, quindi non va cancellato, ignorato, va anzi approfondito e studiato proprio per affrontare con lucidità, coscienza e conoscenza le nuove sfide che ci aspettano.
Etica
Il tema dell’etica è altrettanto importante e fondante di una nuova era concettuale e produttivo. L’etica è prima di tutto questione personale, scelta privata, che ognuno di noi può decidere di abbracciare o meno. L’etica viene prima di tutto, ed è questione di coscienza prima, di scienza poi. La sostenibilità è oggi imprescindibile come obiettivo, ma se non viene scelta con serietà, se si limita ad essere facile slogan per semplice marketing finalizzato alla vendita, ha davvero vita breve. Le scelte etiche che si possono fare nel nostro universo enologico sono infinite, e le aziende che verranno scelte per partecipare gratuitamente al red carpet del vino di Venezia ne saranno un esempio virtuoso e reale.
E’ arrivato il momento per ognuno di noi (produttori, comunicatori, appassionati del mondo del vino) di fare cultura partendo da questi semplici ma efficaci dogmi, rispettando noi stessi, la nostra intelligenza e la nostra umanità. Tenere il timone dritto diventa sempre più questione imprescindibile per avere una stella polare che si indichi la strada giusta, che non è mai la più facile, la più remunerativa, la più conveniente.
Sicuramente è l’unica che gli imprenditori eroi ( imprenditore= impresa= chi fa l’impresa, chi intraprende accettando i rischi che ne conseguono) del nostro tempo devono scegliere di percorrere.
Francesca Pagnoncelli Folcieri
Partecipa a Wine in Venice, candida la tua cantina
https://www.youtube.com/watch?v=RakajXgmc-E
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5 Dicembre, 2022
La Scolca: un viaggio tra passione, storia e tradizione.
La Scolca: un viaggio tra passione, storia e tradizione.
Come sapete una delle mie passioni più grandi è quella di raccontare le grandi famiglie del vino e le realtà storiche di questo mondo: impossibile non parlare di La Scolca.
La tenuta La Scolca è stata acquistata nel 1919 e Giorgio Soldati, bisnipote del fondatore, si è dimostrato un validissimo e innovativo interprete del Gavi DOCG: sua è la creazione di vini e spumanti che hanno ampliato la gamma dei prodotti La Scolca senza mai tradire la fedeltà alla terra di Gavi e al vitigno cortese. È stato per volere di Giorgio Soldati, in qualità di primo presidente di Consorzio del Gavi, che La Scolca ha ottenuto la DOC nel 74 e la DOCG nel 98.
Al momento dell’acquisto, la proprietà era in parte coperta da boschi, in parte coltivata a grano. Fu un’intuizione ben studiata piantare nel 1900 vigneti di Cortese in un territorio esclusivamente vocato alla coltivazione dei vigneti a bacca rossa: mai, come in questo caso, il nome dell’Azienda risultò profetico.
Il nome dell’appezzamento dove sorge l’azienda derivava infatti dall’antico toponimo “Sfurca” ovvero “Guardare lontano” e la cascina che vi sorgeva era stata in passato appunto una postazione di vedetta, oltre a questo è facile associare il loro cognome al pieno il carattere fiero e tenace dei proprietari e dei loro vini.
Oggi conduce l’azienda la figlia Chiara Soldati, quarta generazione con uno sguardo già al terzo millennio. II passato ed il futuro convivono in questa azienda che coniuga al meglio la naturalezza di chi vive in questo mondo da sempre con la rapidità di coloro che guardano avanti con la lungimiranza di capitani coraggiosi, mai come nel caso della famiglia Soldati i nomi hanno un significato simbolico.
Non è per nulla un caso che lo scorso 30 maggio Chiara è stata nominata dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella Cavaliere del Lavoro per il settore agricolo e vitivinicolo.
“Sono davvero molto orgogliosa per questa onorificenza che voglio condividere con la mia famiglia e tutto il mio team e che tocca non solo il Piemonte ma tutto il settore vitivinicolo italiano. – dichiara Chiara Soldati, CEO de La Scolca – E’ il riconoscimento di un impegno lungo 103 anni, fatto di sacrifici, di lavoro e di passione. Un motivo di estrema soddisfazione che non considero un punto di arrivo quanto piuttosto una nuova partenza. E’ la spinta per guardare al futuro con coraggio, convinzione e sempre maggiore determinazione e puntare con la consapevolezza degli onori e degli oneri che comporta essere un ambasciatore del vino italiano nel mondo”.
Il 2022 sarà l’anno in cui La Scolca conseguirà la certificazione della sicurezza alimentareFSSC 22000/ISO 22000 e la certificazione per la sostenibilità secondo lo standard Equalitas.
Una azienda che coniuga con eccellenza la tradizione, qualità e rispetto dell’ambiente, creando prodotti unici. Un esempio su tutti che voglio raccontarvi: La Scolca Riserva D’Antan.
Definito come “il Gavi sospeso nel tempo”, è ottenuto con una selezione delle migliori cuvée di uve Cortese, inizialmente destinate alla produzione del Gavi dei Gavi etichetta nera e solo in grandi annate. Questo vino dopo un affinamento che può durare fino a dieci anni, unicamente in serbatoi d’acciaio e sui lieviti autoctoni, giunge alla bottiglia con quella inconfondibile intensità e nobiltà di sensazioni che solo il tempo dona ai Grandi Vini.
Vino raro ed unico, da degustare meditando sulle straordinarie sensazioni gustative che fanno riaffiorare alla memoria, come nella ‘Recherche” proustiana, il sapore dl ricordi lontani.
Insomma non resta che degustare i loro vini unici e fare i complimenti a questa fantastica realtà!
P.s.: la domanda viene spontanea, perciò rispondo direttamente qui, Chiara è cugina dello scrittore, giornalista e regista Mario Soldati, autore del celebre “Vino al Vino.
A cura di Giuseppe Petronio
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2 Dicembre, 2022
Don Ottorino, il professore della vigna
Don Ottorino, il professore della vigna.
Dalla cattedra dell’università alla vigna il passo non è così breve. Sì certo, quando uno è ingegnere è preciso, metodico, attento ai processi sembra sulla strada giusta ma poi, all’atto pratico, la vita del vignaiolo è un “pochino” diversa. Anche perché cinquantaquattro anni passati a Pisa a studiare prima e a insegnare ai giovani aspiranti ingegneri dopo, non sono pochi. Ti segnano. Ti forgiano.
Eppure Ottorino, l’ingegner Ottorino, torna nella sua Calabria quando la vita gli sbatte con forza e prepotenza la porta in faccia, per ricominciare tutto. Per dare un nuovo senso alla sua esistenza. Lo fa con quella forza che solo un uomo della sua determinazione e cultura può avere. Non dimenticando, mai, sia le sue origini sia la sua formazione: ingegnere e calabrese a divinis insomma. Se fai una domanda ad Ottorino è come stappare una bottiglia di bollicine dopo averla agitata. È un fiume in piena. È una forza della natura nonostante abbia passato gli ottanta. Ci tiene a inondarti della sua passione che è fuoco, lava incandescente. Che lo alimenta in maniera forte, prepotente. Senza però portarlo ad eccedere. Umiltà e gentilezza. Questo traspare. Non va fermato. Perché la sua passione per il vino è cosa sana. Che lo ha stimolato, forse tormentato per tutti gli anni nei quali si è sentito, come lui stesso dice, un esule. Lontano dalla sua Calabria, lontano dalla sua terra. Lontano dalla sua famiglia. Diviso tra la passione per l’insegnamento e quella per il vino. La vita spesso ti offre una opportunità. Altre, ti costringe a fare delle scelte. Ad Ottorino capita questa seconda strada. Perdere la moglie e rimanere solo, come un esule, non è più possibile. Questo, proprio questo è il momento per dedicarsi alla sua passione. In Calabria, nelle terre del padre non trova più nulla e non può fare altro che mettersi alla ricerca di quelle viti che dalla Grecia sono arrivate in Calabria nel corso dei secoli. “Ho ritrovato cinque vitigni sconosciuti. L’esame del DNA da esito “sconosciuto”. Probabili imparentati con qualcun altro ma sostenzialmente sconosciuti”. “La Calabria è piena di Magliocco e Greco Nero ma non hanno nulla a che vedere con quelli miei!”. Magliocco e Greco Nero hanno in effetti tanti cloni. Vujnu e Duraca sono invece molto meno noti e diffusi. Tutti e quattro costituiscono la base dei vini di Boccafolle, l’azienda nata dalla lucida follia di Ottorino nel paesino di Monttafollone (poco più di 1000 anime ai piedi del Pollino). Studia, si informa. Legge. Va in cerca delle origini perché da lì parte tutto. Non può e non vuole fare solo vino. Deve, saperne di più. Così è fatto Ottorino. Chissà come deve essere stato come professore. Severo? Cattivo? Me lo immagino giusto. Uno di quelli che pretendono sì, ma giusto. Buono penso io. In Calabria, nella vita numero due, è come se Ottorino avesse riversato su di sé e sulla sua attività di vignaiolo ognuno di quei dettagli che pretendeva dagli studenti. Così vendemmia in maniera naturale. Pretende grande attenzione in vigna così come in cantina. Segue lui in prima persona tutto il processo. Ci tiene. Non delega. È un carico che si mette sulle spalle per un solo obiettivo: produrre un vino eccellente come gli antichi greci facevano in quelle zone. Spesso la passione e l’abnegazione non bastano. Serve la dedizione e lui, ora, ce l’ha. Servono le attrezzature che però mancano. Serve la passione e questa c’è. Serve però anche l’arte della vinificazione. Che non ha. Ancora. Ottorino si rimbocca le maniche e la apprende. Con il tempo. Con la fatica. Con l’umiltà di chi deve imparare. Ma ci arriva. Arriva finalmente a produrre i suoi vini. L’orgoglio di Ottorino si realizza e si specchia nei vini che produce così nelle storie che narra. Sono la sua vita. Gli aneddoti si susseguono e seguono quel fiume inarrestabile. Così mi parla del suo Vujnu, vitigno assai particolare che in bottiglia profuma di Alysso. Le sue uve hanno fatto vincere ad un’altra cantina importanti premi. Racconta di come il suo vino vada negli USA dove le bottiglie di Riserva vengono vendute, in California, a 84$. Racconta di come si sentiva quando il suo vino viene giudicato in maniera eccellente. “L’Amarone non dico scompare ma sicuramente il mio vino affianco all’Amarone non fa brutta figura”. “Chiunque abbia bevuto questi vini non ha trovato difetti”. Queste affermazioni che ai più possono sembrare bestemmie sono sì parole di Ottorino ma in qualche modo “relata refero”. Tutto ciò che le persone aldilà e aldiquà dell’oceano dicono dei suoi vini. Verità? Per ora ho assaggiato il suo Magliocco 2018 e devo dire che mi ha notevolmente convinto (recensione sul @ivan_1969). Ottorino poi parla di Francesco, suo fido collaboratore, e lo fa con orgoglio ed entusiasmo: “ha assorbito tutto quello che gli ho detto come una carta assorbente”. Sa che deve appoggiarsi a qualcuno e ha scelto Francesco come suo studente modello. L’animo del docente non può certo eclissarsi in così poche vendemmie. Non puoi non voler bene ad una persona come Ottorino. Ti fa tenerezza quando ti guarda con quegli occhi carichi di vigore ma anche teneri e luccicanti. Senti che porta dentro di sé la storia di un esule e l’orgoglio di essere tornato in terra natia. Senti che ha la forza di un ragazzo che sperimenta e che vuole diventare grande. Anche se, in cuor suo, sa che l’età non è più quella che gli permette di progettare. “Ma chi se ne frega” sembra dire (anche se non lo dice perché gentile e raffinato). Ecco, Ottorino, l’ingegner Bruno Ottorino, il Professore Ottorino Bruno è una di quelle anime pure che si rispecchiano a pieno nel calice quando assaggi uno dei suoi vini. Bevendo il suo Magliocco e pensando a lui, pensavo ai miei nonni, alle loro difficoltà, all’attaccamento al territorio. Pensavo a come sia difficile andar via dalla propria terra e tornarci sì perché dove te ne sei andato ora è diventato quasi inospitale e con la sensazione di una vita inutile. Pensavo a tutto questo che può certo essere triste. Fino a quando non ricordi il sorriso e lo sguardo di Ottorino che sembrano dirti: c’è ancora tanto da fare. Grazie Ottorino Ivan Vellucci @ivan_1969
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Eppure Ottorino, l’ingegner Ottorino, torna nella sua Calabria quando la vita gli sbatte con forza e prepotenza la porta in faccia, per ricominciare tutto. Per dare un nuovo senso alla sua esistenza. Lo fa con quella forza che solo un uomo della sua determinazione e cultura può avere. Non dimenticando, mai, sia le sue origini sia la sua formazione: ingegnere e calabrese a divinis insomma. Se fai una domanda ad Ottorino è come stappare una bottiglia di bollicine dopo averla agitata. È un fiume in piena. È una forza della natura nonostante abbia passato gli ottanta. Ci tiene a inondarti della sua passione che è fuoco, lava incandescente. Che lo alimenta in maniera forte, prepotente. Senza però portarlo ad eccedere. Umiltà e gentilezza. Questo traspare. Non va fermato. Perché la sua passione per il vino è cosa sana. Che lo ha stimolato, forse tormentato per tutti gli anni nei quali si è sentito, come lui stesso dice, un esule. Lontano dalla sua Calabria, lontano dalla sua terra. Lontano dalla sua famiglia. Diviso tra la passione per l’insegnamento e quella per il vino. La vita spesso ti offre una opportunità. Altre, ti costringe a fare delle scelte. Ad Ottorino capita questa seconda strada. Perdere la moglie e rimanere solo, come un esule, non è più possibile. Questo, proprio questo è il momento per dedicarsi alla sua passione. In Calabria, nelle terre del padre non trova più nulla e non può fare altro che mettersi alla ricerca di quelle viti che dalla Grecia sono arrivate in Calabria nel corso dei secoli. “Ho ritrovato cinque vitigni sconosciuti. L’esame del DNA da esito “sconosciuto”. Probabili imparentati con qualcun altro ma sostenzialmente sconosciuti”. “La Calabria è piena di Magliocco e Greco Nero ma non hanno nulla a che vedere con quelli miei!”. Magliocco e Greco Nero hanno in effetti tanti cloni. Vujnu e Duraca sono invece molto meno noti e diffusi. Tutti e quattro costituiscono la base dei vini di Boccafolle, l’azienda nata dalla lucida follia di Ottorino nel paesino di Monttafollone (poco più di 1000 anime ai piedi del Pollino). Studia, si informa. Legge. Va in cerca delle origini perché da lì parte tutto. Non può e non vuole fare solo vino. Deve, saperne di più. Così è fatto Ottorino. Chissà come deve essere stato come professore. Severo? Cattivo? Me lo immagino giusto. Uno di quelli che pretendono sì, ma giusto. Buono penso io. In Calabria, nella vita numero due, è come se Ottorino avesse riversato su di sé e sulla sua attività di vignaiolo ognuno di quei dettagli che pretendeva dagli studenti. Così vendemmia in maniera naturale. Pretende grande attenzione in vigna così come in cantina. Segue lui in prima persona tutto il processo. Ci tiene. Non delega. È un carico che si mette sulle spalle per un solo obiettivo: produrre un vino eccellente come gli antichi greci facevano in quelle zone. Spesso la passione e l’abnegazione non bastano. Serve la dedizione e lui, ora, ce l’ha. Servono le attrezzature che però mancano. Serve la passione e questa c’è. Serve però anche l’arte della vinificazione. Che non ha. Ancora. Ottorino si rimbocca le maniche e la apprende. Con il tempo. Con la fatica. Con l’umiltà di chi deve imparare. Ma ci arriva. Arriva finalmente a produrre i suoi vini. L’orgoglio di Ottorino si realizza e si specchia nei vini che produce così nelle storie che narra. Sono la sua vita. Gli aneddoti si susseguono e seguono quel fiume inarrestabile. Così mi parla del suo Vujnu, vitigno assai particolare che in bottiglia profuma di Alysso. Le sue uve hanno fatto vincere ad un’altra cantina importanti premi. Racconta di come il suo vino vada negli USA dove le bottiglie di Riserva vengono vendute, in California, a 84$. Racconta di come si sentiva quando il suo vino viene giudicato in maniera eccellente. “L’Amarone non dico scompare ma sicuramente il mio vino affianco all’Amarone non fa brutta figura”. “Chiunque abbia bevuto questi vini non ha trovato difetti”. Queste affermazioni che ai più possono sembrare bestemmie sono sì parole di Ottorino ma in qualche modo “relata refero”. Tutto ciò che le persone aldilà e aldiquà dell’oceano dicono dei suoi vini. Verità? Per ora ho assaggiato il suo Magliocco 2018 e devo dire che mi ha notevolmente convinto (recensione sul @ivan_1969). Ottorino poi parla di Francesco, suo fido collaboratore, e lo fa con orgoglio ed entusiasmo: “ha assorbito tutto quello che gli ho detto come una carta assorbente”. Sa che deve appoggiarsi a qualcuno e ha scelto Francesco come suo studente modello. L’animo del docente non può certo eclissarsi in così poche vendemmie. Non puoi non voler bene ad una persona come Ottorino. Ti fa tenerezza quando ti guarda con quegli occhi carichi di vigore ma anche teneri e luccicanti. Senti che porta dentro di sé la storia di un esule e l’orgoglio di essere tornato in terra natia. Senti che ha la forza di un ragazzo che sperimenta e che vuole diventare grande. Anche se, in cuor suo, sa che l’età non è più quella che gli permette di progettare. “Ma chi se ne frega” sembra dire (anche se non lo dice perché gentile e raffinato). Ecco, Ottorino, l’ingegner Bruno Ottorino, il Professore Ottorino Bruno è una di quelle anime pure che si rispecchiano a pieno nel calice quando assaggi uno dei suoi vini. Bevendo il suo Magliocco e pensando a lui, pensavo ai miei nonni, alle loro difficoltà, all’attaccamento al territorio. Pensavo a come sia difficile andar via dalla propria terra e tornarci sì perché dove te ne sei andato ora è diventato quasi inospitale e con la sensazione di una vita inutile. Pensavo a tutto questo che può certo essere triste. Fino a quando non ricordi il sorriso e lo sguardo di Ottorino che sembrano dirti: c’è ancora tanto da fare. Grazie Ottorino Ivan Vellucci @ivan_1969
25 Novembre, 2022
Il Poggio degli Stenti: aldiquà il Montecucco, aldilà il Brunello.
Brunello? Sua Maestà il Brunello di Montalcino: ma perché c’è dell’altro?
Voglio vedere chi, una volta arrivato a Montalcino patria del sacro Brunello sceglie di proseguire verso Grosseto. Giammai!
Quando si è provato il Brunello o il meno impegnativo Rosso di Montalcino, li si sta. Eppure…. Eppure….
L’Orcia è il fiume che scorre in mezzo alla valle che da esso prende il nome. Dolci colline che da Montalcino scendono verso il fiume per poi risalire. Quelle colline che ogni essere umano ha imparato ad amare grazie a qualche foto o per una visita in queste zone. Verdi in primavera, gialle in estate, marroni in inverno.
Per il vino però ci si ferma a Montalcino dove il Sangiovese ha trovato la sua patria di adozione.
Chi invece, animato da spirito di avventura, attraverserà l’Orcia risalendo la collina, si troverà nella zona del Montecucco DOCG assaggiato il quale il mondo sembrerà differente.
In questa zona la vita è sempre stata difficile. Pochi paesini, mai rinomati come Montalcino. Piccoli borghi con la loro storia certo ma poco blasone. Il terreno è buono per l’allevamento dei bovini e per il foraggio ad essi dedicati.
La difficoltà della vita in queste zone era tale che una fattoria ha scelto di chiamarsi Poggio Stenti: invece del cognome dei proprietari, un nome evocativo della miseria che regnava. Perché ricordare la fame, le sofferenze, gli stenti, aiuta a tenere viva la propria storia.
L’azienda è di papà Carlo Pieri che l’ha ereditata dal suo di papà. Dedito all’allevamento dei bovini tanto che la macelleria poco distante è sempre piena per via della ottima qualità della carne. Vigna? Mah, poca, giusto quella che serviva per produrre il vino di casa, per casa.
Poi ad un certo punto l’illuminazione. Del papà di Carlo? No, della mamma.
Erano i tempi nei quali lavorare i campi non bastava. Troppe incertezze ma anche tanto lavoro per poi nemmeno sbarcare il lunario. Eppure, aldilà dell’Orcia gli americani avevano iniziato ad investire nel Brunello determinandone il grande successo. Come i fratelli Mariani dell’azienda Banfi che decisero di costruire la propria cantina alla stazione di Sant’Angelo Cinigiano, poco dopo l’Orcia, poco distante dal poggio e proprio a pochi passi dalla bottega di macelleria della famiglia.
Ecco che non ci si può far scappare l’occasione di uno stipendio fisso. Così che la mamma di Carlo va a lavorare dai Mariani e lì, proprio lì capisce che il futuro è, anche, nel vino. Perché da lì a poco sarebbero arrivati gli americani e vedere la Toscana e a bere il buon Sangiovese.
Ah la saggezza delle donne di un tempo! Quelle che spingevano i mariti ad andare oltreoceano in cerca di fortuna e quelle che la fortuna avevano intuito si potesse trovare sotto casa. Non trasformando l’azienda. Perché in fondo bisognava sempre campare delle bestie. Ma ampliandola nel suo raggio di azione con il vino. Ma non un Brunello perché di quello non c’era verso stando aldiquà dell’Orcia. Qualcosa di diverso.
Fare vino e farlo bene. Un imperativo per i Pieri ma anche per tutte le aziende adliquà dell’Orcia. Tanta fatica per diventare DOCG solo nel 2011.
A Poggio Stenti ci accoglie Eleonora. Figlia di Carlo (dal quale sono stato già per prendermi una bella fiorentina!). È lei che si prende cura del vino adesso. Sta finendo una degustazione con una coppia americana: “delicious”. Così si esprime la turista americana che scopro essere californiana. Le chiedo come ha saputo del Montecucco e mi risponde “surfing on the web”. Potenza del web dico io. Non credo che molti italiani ne sappiano dell’esistenza (del Montecucco non del web…).
Eleonora è toscana e si sente. Ma non di quelle con la puzza sotto il naso. No, lei è affabile e gentile come una persona che sa il valore delle cose che fa la sua terra, sa il valore del lavoro, sa la fatica che deve fare una azienda come Poggio Stenti stando aldiquà del fiume Orcia quando aldilà c’è sua Maestà Brunello.
“Non c’è un paesino qui. Non ci sono posti da visitare. Un turista qui arriva solo per il vino. Di passaggio.”
È un bel passaggio penso io. Dalla terrazza dove ci accomodiamo si vede tutta la valle. Poche vigne è vero ma il paesaggio merita.
“Ora si dovrà pure bere” fa lei. Abbiamo visto la cantina dove ho apprezzato la perfezione, la pulizia. Le botti, quelle grandi. Hanno ancora qualche tonneau piccolo ma sono passati a quelli grandi. Perché così il Sangiovese ha tutto il tempo per riposarsi e fare il suo lavoro di affinamento.
Qui, sul poggio e sulle vigne intorno, il sole batte forte. Adesso, in una domenica di fine ottobre quando il caldo è anomalo. Figuriamoci in estate. Certo, c’è il fiume Orcia a mitigare. Ci sono i venti dell’Amiata. Tutto sembra far presagire vini di un certo livello, identitari
Partiamo con un bianco. Perché non è che non si possa avere un bianco in Toscana. Cosa se non un Vermentino?
“è un po’ caldo” mi dice Eleonora. Mica tanto penso io. E poi, così vengono fuori i sentori, quelli veri. Quelli di pera, quelli della salvia. Quelli del minerale regalo dell’Amiata. Bella rotondità penso io. C’è una piscina con delle sdraio. MI immagino già li sdraiato in una sera d’estate.
È poi il turno del rosso di ingresso, il Rosso Poggio Stenti, blend di Sangiovese e Cabernet Sauvignon. Molto diretto, molto verticale. Tanta frutta matura. Un vino che è da tutti i giorni ma di quelli che lasciano presagire come i fratelli maggiori siano di altra pasta.
Infatti il Tribulo e il Pian di Staffa, i due vini storici dell’azienda, quelli che li rappresentano perché DOCG (il secondo è una riserva) sono un vero spettacolo. Abbiamo fatto tanta strada per arrivare qui e ne è valsa la pena. Nel Tribulo le note speziate e balsamiche ci sono tutte. Le spezie sono quelle dolci, tali da rendere tutto rotondo, pieno, voluttuoso, sensuale. I tannini sono morbidi e avvolgenti come una sciarpa di cachemire. Il Pian di Staffa ha anche dell’etereo e la persistenza si fa più lunga mantenendo una gradevolezza impressionante. Nessuna asperità, nessuna ruvidità. È tutto un abbraccio avvolgente che sa di sessuale. Lo guardo nel bellissimo calice che Eleonora mi ha messo a disposizione e non posso che rimanere estasiato. Punto il calice verso l’altra parte dell’Orcia e vi viene da pensare al Brunello, a come chi si ferma da quella parte non riesca a godere in questo modo.
Peccato che un vino così memorabile sia per pochi.
Ricordo quando sono stato alla presentazione dei Tre bicchieri Gambero Rosso allorquando i due Montecucco erano affogati tra i 98 vini toscani 16 dei quali Brunello. Io ero lì tra la folla che degustava i vini toscani, quasi isolato dinanzi ai Montecucco pensando a quanto si stavano perdendo.
Assaggiando i due maschi adulti di Poggio Stenti, guardando i colli del Brunello, ho avuto la medesima sensazione. Non so se sia meglio tenersi nascosto un tesoro del genere oppure farlo conoscere….
Ivan Vellucci
@ivan_1969
CANDIDA QUI LA TUA CANTINA ALLA PRIMA EDIZIONE DI WINE IN VENICE!
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24 Novembre, 2022
Sostenibilità a prova di greenwashing
Più volte e in più occasioni nei miei interventi su questa testata ho rimarcato (e credo anche dimostrato) che non è più sufficiente produrre un buon vino per venderlo con successo, ma occorre affiancarlo ad una efficace comunicazione per farlo riconoscere e per anticiparne le qualità e le ragioni per essere scelto.
Le tecniche pubblicitarie e gli strumenti a disposizione per veicolare informazioni in maniera sempre più persuasiva si servono da tempo delle smart labels, che vanno dal QRCode, a quelle non più adesive, ma inserite direttamente nello stampo in fase di costruzione del contenitore, o quella con l’etichetta lenticolare, (spin thebottleswine) il cui diagramma ricorda il “gioco della bottiglia”: quando il consumatore passa davanti allo scaffale l’immagine della bottiglia di quel vino si anima prendendo a girare, catturando così l’attenzione del cliente. Per non parlare poi della tecnologia NFC (Near Field Communication), la cd. speaking label, un dispositivo da applicare all’interno di una etichetta adesiva, leggibile da tutti gli smartphone; per finire (si fa per dire) con l’adesivo per la personalizzazione di un vino persino con la musica.
Soltanto alcuni esempi (sempre in continuo divenire) per comprendere come la semplice bottiglia di vino diventi la fonte di informazioni, che il produttore intende trasmettere al consumatore, alcune obbligatorie (previste nel reg. UE n. 1169/2011 e tra breve anche dal Reg. PAC 2023/2027), le quali attengono alla cd. normativa orizzontale, e altre, riconducibili alla cd. normativa verticale, che riguardano invece le connotazioni sul prodotto, sul consumo consapevole e sui processi di produzione.
L’obiettivo del produttore è infatti quello di commercializzare un vino che il consumatore possa individuare e scegliere perché ha caratteristiche e pregi migliori di quelle dei suoi competitor e su questo trend, si rileva che gli spazi nelle etichette sono sempre più riservati ad informare e a far conoscere elementi che attengono alla filiera vitivinicola, piuttosto che al prodotto in sé.
La maggiore, e direi, più attuale preoccupazione dell’imprenditore in vigna è quello di essere individuato come colui che è impegnato nella “sostenibilità” delle sue azioni, di colui cioè, che ha adottato misure ed approcci organizzativi, oltre che di coltura, in linea con siffatti principi enunciati in sede internazionale e recepiti anche in ambito nazionale.
Per riuscirvi, ecco l’utilizzo di quei claims che infondono fiducia, che attestano l’attenzione del produttore affinché il proprio vino possa definirsi eco-sostenibile, cioè un prodotto che esce da un’azienda in cui l’assetto organizzativo è improntato alle tre indicazioni, che provengono dall’acronimo ESG e cioè ambiente (environmental) lavoro (social) organizzazione (governance). Far riferimento a questi elementi crea attrattività, fa tendenza (e anche fatturato), accresce il valore del marchio.
Ormai è acquisito che anche questo comparto è soggetto alle regole della cd. sostenibilità, che prevedono prassi, incentivi e sanzioni rispetto a scelte e condotte dell’impresa vitivinicola, che non determinano un miglioramento qualitativo del vino, ma incidono sulle modalità strategiche di fare impresa, agendo cioè in maniera responsabile dal punto di vista economico, sociale ed ambientale (la cd. Corporate Social Responsability – CSR).
Così che le scelte di marketing puntano più ad offrire un’immagine di alta sostenibilità di quel vino, esaltando la politica aziendale di quella cantina, che pur avendo presente il profitto, rispetta con la propria organizzazione, l’ambiente, i dipendenti, i fornitori ed è in linea con criteri, programmi e progetti già ben definiti nella Sustainable Wine Roundtable ed implementati in altri interventi legislativi di politica agricola.
Se è più che lecito per un’impresa vinicola rendere noto al consumatore questo impegno sociale ed investimento nella propria reputazione, illustrando le iniziative prese a riguardo, il problema sorge quando il termine “sostenibilità” viene abusato, sfociando nel fenomeno illecito del cd. “greenwashing”, appunto definito come appropriazione indebita di virtù ambientaliste di elevata sostenibilità.
Datato nell’origine, (1986, quando un giornalista creò questo neologismo per denunciare la pratica di alcune catene alberghiere, che in nome di una sostenibilità ambientale, chiedevano un uso ridotto di asciugamani giustificandolo con la una politica di riduzioni di lavaggi e quindi di consumi minori di acqua e detergenti, richiamo che invece rispondeva ad un mero interesse economico), il greenwashing è un fenomeno che sta sempre più intervenendo nel mondo della comunicazione destinata anche ai prodotti vinicoli, di pari passo con la crescente consapevolezza per l’impresa di dover attuare la transizione ecologica e di dover convincere il consumatore a fidarsi maggiormente di quanto allo stesso offerto, perché quel vino è il frutto di un impegno aziendale che consente di definirlo “sostenibile” o “bio” o “eco friendly” .
Si parla di greenwashing nel caso di comunicazione mistificatoria, il più delle volte subdola perché è un’informazione vaga, priva di riscontri accertabili, decantando magari pregi che, seppur veri, sono richiesti dalla legge e non costituiscono un diverso plus; o ancora si descrive un processo aziendale, riportando soltanto due o tre fasi rispetto all’intero percorso e si omette di menzionare il risultato, o ancora quando rileviamo un proliferare di claims facoltativi o la presenza massiccia di messaggi green.
Sotto un profilo più squisitamente giuridico, tale fenomeno rientra tra le forme di pubblicità ingannevole, di pratiche commerciali scorrette, fino alla fattispecie di concorrenza sleale, incorrendo così nelle sanzioni contenute nel Codice di Autodisciplina delle Comunicazioni (art.6), dovendo il produttore, in caso di accertamenti disposti dal Giurì o dalla magistratura competente, essere in grado di dimostrare la validità dei dati comunicati, delle descrizioni, affermazioni ed illustrazioni riportate, nonché delle testimonianze utilizzate.
La scesa in campo di certificazioni etiche da parte di enti nazionali e stranieri (e tra breve della etichetta ambientale, la cui obbligatorietà scatta il 31.12.2022) agevola il consumatore ad orientarsi, ma l’appello allo spirito critico di quest’ultimo è più che mai necessario e lo si acquisisce con una preparazione, in grado di metterlo in guardia da accattivanti richiami, i quali giocano sull’emotività, piuttosto che sulla concretezza e veridicità del messaggio.
Ma l’avvertimento è anche destinato al produttore dal quale si pretende, proprio richiamandolo ai principi etici (ma anche giuridici, di comportamento e di responsabilità a cui il sostantivo “governance” fa appunto riferimento), che offra una comunicazione veritiera e coerente, non solo del proprio vino, ma anche dei valori della sostenibilità a cui fa riferimento perché siano davvero messi in pratica e, è il caso di dirlo, declinati non solo sulla “carta” (leggi etichetta!).
Avv. Paolo Spacchetti
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21 Novembre, 2022
DUE PASSI IN VIGNA 2022
DUE PASSI IN VIGNA 2022
L’anima del vino raccontata: rispetto, amore e terroir
“Un viaggio unico nei territori del vino”.
Quest’anno è stato proprio questo per noi, Partners in Wine, un viaggio di approfondimento su varie tematiche e Terroir, partecipando all’evento “Due Passi in Vigna”, curato nei minimi dettagli dai ragazzi di Vinario4 all’interno del Mercato Centrale di Roma. Un incontro con 20 produttori di diverse parti d’Italia, degustando oltre 70 delle loro migliori etichette in abbinamento ai piatti delle botteghe gourmet situate al Primo Piano del Mercato.
Ogni anno che passa, questo evento diventa sempre più ricco di protagonisti del mondo del vino e della comunicazione. Ed un grazie va sicuramente a questi tre ragazzi, colleghi e amici che dal 2019, uniti dalla stessa passione per la cultura enologica, hanno voluto raccontarci storie di vino, tradizioni e dialoghi costruttivi, ricercando costantemente novità e curiosità da regalarci.
In questa Edizione, ci siamo concentrate maggiormente sulle due grandi Masterclass: la prima sui “Suoli e Markers gustativi” a cura di ATWine Consulenze Enologiche, accompagnata da una degustazione di vini alla cieca; la seconda dedicata alla scoperta della Cantina Muscari Tomajoli con la prima verticale in assoluto del loro Pantaleone e facendoci innamorare della sua Aita, una Magnum di Montepulciano in purezza.
Quanto è importante il terreno nel vino?
A guidarci nella prima Masterclass è stato l’Enologo Pierpaolo Pirone, il quale ha voluto porre l’attenzione proprio sull’importanza del terreno, proponendo un incontro davvero interessante focalizzato su quattro terreni differenti del nostro territorio laziale: calcareo-marnoso, vulcanico, calcareo ferroso e sabbioso costiero. Ci ha spiegato così, tutte le caratteristiche differenti, visive e organolettiche, che ogni terreno può dare.
“Quello che noi andremo a fare questa sera sarà una cosa un po’ complicata. Usciremo fuori dai semplici canoni di degustazione, senza soffermarci sulle sensazioni in sé e per sé, ma ragionando sulle macro sensazioni alla scoperta dei diversi terreni nei vini che abbiamo scelto, di cui in teoria non sappiamo nulla. Vi presenterò quattro suoli molto caratteristici, raccontandovi cosa loro dovrebbero dare al vino e cercheremo insieme di tracciare un profilo basandoci su quanto possa essere intensa e potente la percezione di determinati olfatti”.
Pierpaolo ci spiega che in questi calici troveremo tutti vitigni differenti tra loro, con morbidezze ed acidità diverse e ci consiglia di porre la nostra attenzione sul come il suolo permetta alla pianta di maturare in determinate condizioni che poi vanno ad influire sul vitigno.
Obiettivo unico ma terreni differenti
Iniziamo partendo dai suoli Vulcanici che con la loro attività eruttiva ormai dormiente caratterizzano maggiormente il nostro territorio laziale.
Generalmente, questi suoli sono quelli più fertili perché ricchi di magnesio, fosforo e potassio. Ci donano olfatti potenti e complessi con vini sapidi e minerali, un grado alcolico importante e una forte acidità che è ben bilanciata dalla grande struttura. E’ proprio la grande presenza del potassio che dona, nella parte gustativa, una marcata sapidità con un finale amaricante.
Tra i suoli più pregiati al mondo abbiamo quello Calcareo Marnoso: molto difficile da lavorare se non in determinati momenti dell’anno.
Le marne sono un incrocio tra tanto calcare e tanta argilla. Se le percentuali si equivalgono abbiamo le marne, se abbiamo invece una presenza di calcare maggiore come il carbonato di calcio avremo la marna calcarea. Infine, se il terreno è colmo di silicati di alluminio, avremo un’argilla marnosa ricca di materiale nutritivo.
Dal suolo argilloso-marnoso avremo vini rossi con più struttura e tannino decisamente marcato; nei bianchi, invece, non avremo una grandissima intensità olfattiva ma sensazioni nette e precise, regalando eleganza ma mai potenza. Al palato si ha una sensazione di sapidità più o meno percettibile a seconda del vitigno, ma non con quella chiusura amara come nel caso del suolo vulcanico.
Il suolo calcareo, invece, molto chiaro di colore, è meno ricco di sostanze nutrienti, risultando più freddo e con una buona capacità di trattenere l’acqua. Da questi suoli si ottengono vini più chiari in colore, aromatici, eleganti, non troppo strutturati, con buona acidità e scarsa tannicità.
Le Terre Rosse hanno un’elevata presenza di ossidi di ferro e sono originate per effetto dell’ erosione delle acque piovane. Sono suoli ricchissimi di elementi nutritivi e regalano vini di buona pienezza e complessità con sensazioni di spezie, erbe aromatiche e fiori, buona acidità, un colore intenso e fortemente equilibrati.
Infine, le Sabbie Costiere sono originate dal fondo del mare e dalla sua azione erosiva sulle nostre coste. Sono suoli difficili da lavorare, dove non c’è molta sostanza organica quindi non riescono a spingere la pianta a maturazioni estreme; sono però suoli molto drenanti e ricchi di cloruro di sodio. Da questo tipo di terreno abbiamo vini più freschi e meno longevi, carenti di struttura, ma accattivanti sotto il profilo olfattivo. Valorizzano l’acidità, le parti iodate e salmastre e hanno un finale sapido e “dolce”.
Degustazione alla Cieca: alla ricerca dei suoli
Nel primo calice riscontriamo un colore giallo paglierino chiaro; al naso ci rivela subito sensazioni fresche e minerali con eleganti note di frutta a polpa bianca, mela gialla e ananas, mentre al palato si aggiungono note di salvia e una piacevole sapidità che accompagna nel finale un ricordo di note erbacee.
Qui non abbiamo avuto dubbi, guardandoci abbiamo detto all’unisono: “Questo suolo è quello calcareo-marnoso”.
Il vino in questione è il Maturano Frusinate IGP dell’azienda Antica Tenuta PALOMBO di Atina in provincia di Frosinone.
Nel secondo calice troviamo un colore molto simile al primo, ma con un naso ricco di profumi aromatici accompagnati da piacevoli note floreali. Al palato ha una grande acidità bilanciata da note agrumate. Dobbiamo ammettere che, inizialmente, questo calice ci ha fatto riflettere molto. Dopo alcuni dubbi, infine, abbiamo capito che le caratteristiche non potevano non essere dei suoli delle terre rosse. In degustazione: COLLE BIANCO Passerina Del Frusinate IGT dell’Azienda Casale Della Ioria di Anagni in provincia di Frosinone.
Vini in degustazione delle Aziende: Antica Tenuta Palombo, Casale Della Ioria, Agricola Cavalieri e I Pàmpini
Nel terzo calice notiamo subito una differenza di colore, un giallo paglierino più intenso che in olfazione presenta note varietali speziate e minerali arricchite al palato da note di frutta a polpa gialla matura. Note sapide in contrapposizione ad un’ottima freschezza. Anche per questo calice ci siamo trovate un po’ titubanti e alla fine, non riuscendo a capire il suolo di provenienza, abbiamo atteso che la bottiglia fosse scoperta.
Abbiamo degustato un vino proveniente dal suolo vulcanico: Lazio Bianco IGP Petit Manseng dell’Azienda Agricola Cavalieri di Genzano di Roma, nel cuore dei Castelli Romani.
A conclusione della prima Masterclass, nel quarto calice finalmente assaggiamo un rosso dal colore attraente rubino con riflessi violacei. Al naso presenta un bouquet intenso di frutti rossi, protagonisti mora e mirtillo. Un’esuberanza al palato con note di ribes nero e pepe bianco. Troviamo una buona struttura e un’ottima acidità.
Qui dentro c’è il mare e capiamo fin da subito che il suolo di provenienza è quello delle Sabbie Costiere.
In degustazione: Syrah “Oriente” dell’Azienda I Pàmpini di Acciarella in provincia di Latina.
Ilaria Castagna, Pierpaolo Pirone e Cristina Santini
Seconda Masterclass: CANTINA MUSCARI TOMAJOLI
Marco Muscari Tomajoli ci ha guidato in un viaggio nel tempo con le diverse annate dei suoi vini, coadiuvato da Riccardo Roselli di Vinario 4, e con la partecipazione di Guido Sileoni, l’artista che ci ha permesso di ripercorrere la storia degli Etruschi attraverso le immagini delle sue opere d’arte che ritroviamo sulle etichette aziendali.
“Ho deciso di dedicare questa Masterclass al nostro Pantaleone, è la prima volta in assoluto che facciamo una verticale di Petit Verdot. La mia è un’azienda molto giovane, nata nel 2007 da un’idea di mio padre Sergio Muscari Tomajoli.”
Marco Muscari Tomajoli, Riccardo Roselli e Guido Sileoni
Con queste parole di Marco iniziamo un piccolo percorso alla scoperta della sua azienda che, possiamo già anticiparvelo, andremo presto a trovare. L’Azienda, sita in Tarquinia, nasce dall’idea del padre Sergio, grande appassionato di vino, di produrre le proprie bottiglie, curando tutte le fasi, dalla vigna alla produzione.
Con il loro attuale Enologo, Gabriele Gadenz, nel 2007 decidono di impiantare su terreni vergini, alcune varietà selezionate e particolari: due rossi, il Montepulciano e il Petit Verdot e un unico bianco, il Vermentino.
“Abbiamo la fortuna di avere dei terreni tramandati da più di 100 anni in famiglia. L’azienda è piccola, meno di 2 ettari, situata in una posizione ottimale a Tarquinia, piccola cittadina del Nord del Lazio, abbracciata alle spalle da un grande bosco a pochi km dalla Toscana, a soli 6 km dal mare e a 150 mt s.l.m. Le nostre viti crescono su un terreno argilloso-calcareo con prevalenza di argille rosse”.
La particolarità di queste vigne è che sono vecchie di 100 anni perché la collina è stata disboscata negli anni 30.
“La prima persona che si trovava lì fu il mio bisnonno, a quel tempo erano considerate delle piccole quote che davano ai veterani della prima guerra mondiale. Abbiamo avuto quindi la fortuna di ritrovarci questo terreno che prima di allora era un bosco e che, ancora oggi, cinge i vigneti della nostra azienda”.
Marco ci racconta che, succeduto in azienda al padre nel 2016, ha cercato di imprimere un cambiamento soprattutto su due fattoti principali: la sostenibilità e la qualità. Quest’ultima si basa sul rispetto della vite e del suo ciclo naturale. La cosa fondamentale che li contraddistingue è quella di lavorare tutto a mano, non utilizzando nessun tipo di macchina. Anche per il discorso sulla sostenibilità c’è purezza e semplicità poiché non vengono impiegati erbicidi, concimi, non c’è irrigazione e le fermentazioni sono spontanee ad opera dei lieviti indigeni.
Si lavora solo con prodotti ammessi nell’agricoltura biologica quindi rame e zolfo solo di contatto, argille fini tipo zeolite e propoli. Le rese per ettaro sono bassissime, facendo in totale dalle 6 alle 8000 bottiglie di produzione.
La storia di un popolo antico: gli Etruschi
Arte, Storia e Vino
“Quello di cui mi sono innamorato è la capacità che ha il vino, con pochi elementi, di essere un prodotto culturale, che porta dietro secondo noi la storia del territorio, un prodotto che riesce ad arrivare in profondità”.
Proprio con queste parole, Marco ci tiene a raccontarci la storia della sua amata Tarquinia, iniziando dagli Etruschi e facendoci vedere immagini molto importanti di tombe differenti situate nella Necropoli di Monterozzi, famosa in tutto il mondo per i loro dipinti che dal 2004 è inserita nella lista dei siti Patrimonio Mondiale Unesco.
Al suo interno ha più di 6000 tombe scoperte, scavate nella roccia e con i suoi 130 ettari rappresenta il complesso più esteso che si conosca.
Alcune di queste hanno dato l’ispirazione per le etichette dell’azienda, come ad esempio la tomba degli scudi dove il dettaglio dell’uovo è riproposto nell’etichetta del loro rosato “Velcha”, raffigurante una figura femminile che cinge un uovo; quest’ultima era “Velia Spurinna”, una donna esistita veramente, considerata la Monna Lisa della civiltà Etrusca, di una bellezza incredibile, anch’essa presa dall’immagine di un’altra tomba.
Altre due tombe sono state significative per l’azienda: quella dell’orco all’interno della quale è raffigurata l’Aita, divinità etrusca dell’oltretomba, riportata nell’etichetta della Riserva, e quella dei baccanti che ritroviamo invece nell’etichetta del Panteleone.
Dall’intervento di Guido Sileoni: “La mia esperienza con Marco nasce dall’inizio e mi incuriosì subito perché non è da tutti iniziare un percorso così difficile rivolgendosi ad un artista per la propria produzione di etichette. Sposai subito il progetto considerando come fulcro aziendale la storia degli Etruschi e la valorizzazione della nostra storia. Il Pantaleone aveva bisogno di qualcosa che richiamasse il leone, visto che quest’ultimo era riferito al territorio dove nasce l’azienda. La prima volta che Marco mi parlò di Pantaleone, mi tornò subito alla mente la scena nella tomba dei baccanti che raffigura dei leoni che aggrediscono la gazzella. Inizialmente, inserii entrambe le figure ma ci accorgemmo poi di voler trasmette un messaggio più chiaro, di forza ma il meno aggressivo possibile. Infine, tolsi la gazzella e rimase solo il leone; forte, possente e molto pulito ovviamente allineato al mio stile”.
Alcune delle etichette aziendali
Ora, in alto i calici
Iniziamo la degustazione con Marco, coordinato da Riccardo Roselli, il quale ci spiega che nelle prime annate del Pantaleone nel 2014 c’era una piccola percentuale di Barbera. A proposito di ciò, Marco ci tiene a spiegare:
“All’inizio, dopo vari esperimenti da parte di mio padre e dell’enologo Gabriele, fu impiegata una piccola percentuale di Barbera; poi con il tempo abbiamo capito che un vitigno tardivo come il Petit Verdot (maturità fenolica più lunga e lenta), insieme al nostro clima perfetto, risultava straordinario vinificato in purezza.”
Pantaleone 2020 Petit Verdot 100% Acciaio
Uve vendemmiate nella metà di Settembre, un’annata buona ma non regolare.
Al calice troviamo un’eleganza unica, tanta polpa e un tannino molto fine.
Un connubio perfetto tra freschezza, spalla acida e note balsamiche che non mancano. Una parte speziata che vira molto sulla cannella, chiodi di garofano e liquirizia, una morbidezza che non ti aspetti da un’annata così giovane. La parte vegetale ed erbacea del Petit Verdot è ben integrata in un bouquet inaspettatamente dolce. Nonostante sia un’annata giovane ha note molto rotonde e già immaginiamo l’evoluzione che potrà avere negli anni.
Pantaleone 2018
Annata fresca ma piovosa dopo una 2017 molto siccitosa. Le temperature medie, non così elevate, gli hanno permesso di posticipare la data di raccolta al 27 settembre.
Già dal colore notiamo sfumature diverse, qualche riflesso aranciato. Al naso troviamo subito dei sentori di fiori appassiti, un’esuberanza di frutti rossi, di susine e ciliegie accompagnate da note di radici e spezie orientali. Un vino gioviale e “combattivo” al palato con un’acidità maggiore e con un’espressione più spigolosa di note vegetali caratteristiche del Petit Verdot.
Pantaleone 2016
Annata perfetta con piogge classiche d’inverno e primavera calda. Un’annata equilibrata, di grande qualità.
Sentori di cenere e di prugne disidratate ci inondano il palato. Questa bottiglia è di un’eleganza unica, più composta e avvolgente della 2018. Le note di tostatura, spezie, frutti di bosco e ciliegia ci lasciano sognare ad occhi aperti. Una nota di zafferano improvvisa dà una freschezza e una complessità impressionante. E’ un’espressione territoriale eccellente. Un vitigno indomabile che Marco è riuscito a padroneggiare con sicurezza e determinazione.
“Ho portato queste tre annate, secondo me tra le più rappresentative; il metodo di produzione è sempre lo stesso, ma dopo tante prove, abbiamo capito che il vino per noi è autenticità. L’affinamento è di 6 mesi di acciaio e 6 mesi bottiglia. Tre vini identici, il vitigno è lo stesso, cambia l’annata e ovviamente il dettaglio importante sta nella diversità del clima negli anni”.
Verticale di Pantaleone e Aita 2019
Aita 2019 Montepulciano 100% Riserva
L’aita è il frutto di una selezione delle migliori uve di Montepulciano provenienti da una parcella di un ettaro. Raccolta leggermente tardiva a metà ottobre e fermentazione in acciaio spontanea senza l’aggiunta di lieviti.
L’affinamento è avvenuto per 18 mesi in piccole barriques di primo passaggio chiamate T5, il top di gamma della tonnellerie francese Taransaund.
Il legno di queste barriques è una prima scelta di rovere francese selezionato soltanto in una foresta in Francia, la foresta di Tronçais, stagionato 5 anni all’aria aperta. Infine l’Aita prima di essere messo in commercio rimane in bottiglia per altri nove mesi.
Un vino che esprime caparbietà, forza ed eleganza, elementi rappresentati in etichetta con il disegno di una donna travestita da lupo. Un vino impenetrabile come il suo colore rubino violaceo, una ricchezza di frutto e fiore impressionante. Avvertiamo sentori di ciliegia nera, mirtillo, mora e prugna che si abbracciano perfettamente alle note speziate di cannella, lieve tabacco aromatico, leggera liquirizia e una sottile scia balsamica nel finale. Un tannino non aggressivo ma ben integrato a testimonianza del suo equilibrio e della sua eleganza. Al palato freschezza ed acidità sono le protagoniste, leggere note boisè avvolgono tutto il nostro palato; una grande struttura per quello che noi pensiamo essere un grande vino.
“Il lancio lo abbiamo avuto l’anno scorso a dicembre e per fortuna è tutto sold out, a fine novembre uscirà la seconda annata”.
Ilaria Castagna, Marco Muscari Tomajoli e Cristina Santini
Alla fine delle Masterclass, ci siamo dedicate un po’ alle Aziende che si trovavano ai vari banchi d’assaggio. E’ sempre un onore ed un privilegio conoscere nuovi Produttori o portare un saluto a quelli già conosciuti.
Alcune delle Aziende presenti all’evento: Vigne Del Patrimonio, Tenute Filippi, Palazzo Prossedi e Masseria Barone
Noi, Partners in Wine, ci teniamo a ringraziare i ragazzi di Vinario4, Pierpaolo Pirone di ATWINE Consulenze Enologiche e Marco Muscari Tomajoli per la splendida storia dei suoi vini che in un altro articolo approfondiremo.
Vi lasciamo, come piace tanto a noi ragazze, con una frase di riflessione:
Nulla eguaglia la gioia dell’uomo che beve, se non la gioia del vino di essere bevuto
Charles Baudelaire
Partners in Wine
Ilaria Castagna e Cristina Santini
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