Maria Vignanica Arrow Right Top Bg

29 Ottobre, 2022

Vignanica: piccoli piccoli, grandi grandi.

Vignanica: piccoli piccoli, grandi grandi. Ca fari cu ‘na vigna accussì nica. Mancu u vino pi casa to. Immagino proprio così abbiano detto a Maria quando disse a casa che avrebbe voluto usare quel pezzetto di terra del nonno per produrre vino.  Eppoi, chi ni sai tu ri vinu? Maria, Maria, Maria.  Maria Genovese da Barcellona Pozzo di Gotto. Una laurea in Scienze della Comunicazione in tasca insieme a tante belle speranze di conquistare il mondo. Papà architetto impegnato a Barcellona (Pozzo di Gotto eh!), nonno che si è fatto da solo andando a vendere i suoi limoni fino in Germania. Famiglia bene di Barcellona (sempre Pozzo di Gotto!). Troppo stretto per Maria e le sue belle speranze. Speranze di trovare una sua sistemazione nel mondo. Perché il mondo è tanto grande e la Sicilia troppo stretta per una come lei. È facile dire di volersene andare. È facile dire di voler lasciare quella terra baciata dal sole. Facile a dirsi ma non a farsi.  Maria, Maria, Maria.  Maria non è che non riesce nel suo intento. È che non resite a stare lontano e al ritornare alla sua terra di origine. Si ma a fare cosa? Cosa può fare una ragazza intelligente, capace, dinamica, determinata. Viva? Le origini. Si ricorda delle sue origini e di suo nonno che amava la terra perché è “la nostra vera ricchezza” le diceva. Già ma la terra è piccola, nica. Nica e incolta. Con solo quel piccolo vigneto che nonno utilizzava per produrre il vino di casa.
Ecco allora l’illuminazione. Maria decide senza pensarci due volte di voler produrre vino. Ma non un vino qualunque. Un vino che possa essere rappresentativo della terra, della sua terra. E non in una maniera qualunque né “semplicemente” in biologico. Lei lo vuole in biodinamico perché la terra è cosa seria e non può certo deludere il nonno così come non può e non vuole alterare i sapori della sua terra. Certo, qui non siamo come sull’Etna dove ogni cosa che si tocca diventa oro.  Vero, Maria non ha la fortuna di stare su quella montagna baciata da Dio. Difficile ma generosa. Eppure le terre di Barcellona (Pozzo di Gotto) è come si trovassero nel mezzo di due fuochi, i due vulcani attivi della Sicilia: Idda, la montagna, l’Enta; Iddu, Stromboli il vulcano delle Eolie. Simili nei nomi, con la speranza che nessuno dei due “Idda” se la prenda.   Tra due Iddu la terra non può che essere ancora generosa. Come in ogni parte della Sicilia in fondo.  La Sicilia è infatti terra magica e ovunque si pianti qualcosa, li, cresce rigoglioso il frutto. Ricordo ancora quando la nonna di Sebastiano, un mio caro amico, ci offrì dell’anguria fresca dicendo: questo è frutto del mio orto. E Sebastiano: ma nonna, tu non hai mai avuto angurie. Lei, seraficamente rispose: figghiu miu, tuo fratello Roberto sputò i semi nell’orto e ora ci sono le angurie! Ecco, così è la Sicilia. Generosa.   La terra di Maria affaccia sulle Eolie, a nord dell’Isola. All’ombra serale di Idda, quello grande, dietro il quale il sole tramonta. Di sole appunto ne prende tanto così come di vento che arriva dal mare carico di sale e iodio. E questo non può che far bene all’uva! Ma mer ti no. Sillabandolo si capisce meglio quanto è bello questo nome. Nome che Maria fa subito suo. Mamertini erano gli antichi abitanti della provincia di Messina. Antichi greci qui insediatisi. Cultori di Marte, Dio della terra. Qui iniziarono, come nelle migliori delle tradizioni greche, a produrre vino arrivato fino a noi passando finanche per Giulio Cesare. Oddio, fino a noi proprio no perché se non fosse stato per una manciata di produttori locali sarebbe andato perso nei tempi. Eppure Ma mer ti no è oggi una DOC piccola ma significativa che grazie all’utilizzo di Nero d’Avola (che qui, anche perché siamo veramente vicino, viene chiamato ancora Calabrese), Nocera (simile a Nerello Mascalese e Cappuccio) per i rossi; Ansonica e Catarratto (normale e lucido) per i bianchi, sta cercando una difficile rinascita.   Si va bene tutto. Va bene la terra generosa. Va bene il clima. Vanno bene i Mamertini. Ma sempre su un fazzoletto di terra Maria può disporre. Tanto che la prima vendemmia, quasi dieci anni fa, le concede a malapena due ettolitri. Niente. Ma non abbiamo a che fare con una qualsiasi. Maria è caparbia e determinata. Maria non si ferma. Lei studia, osserva, impara. E agisce.  Usa il biodinamico come propulsione. Investe in qualità cercando le rese giuste in vigna. Usa la natura per contrastare i problemi che il tempo le pone dinanzi. Come questa estate dove per contrastare il grande caldo cosparge le piante di zeolite e riduce la produzione per far arrivare nutrimento ai grappoli più resistenti. Chi facisti? Ogni rappa tagliato, ‘na buttigghi ri vinu pirduto. Maria sa però che è l’unico modo per far funzionare le cose in una terra come questa. È l’unico modo per realizzare qualcosa di unico e speciale come devono essere i suoi vini. Il disciplinare consente 75 quintali per ettaro? E lei ne fa 45. Perché la qualità non può essere compromessa.  Gli ettari intanto sono cresciuti così come la produzione. Da quei due ettolitri che le hanno regalato meno di 300 bottiglie il primo anno è passata ad averne ora 11.000. Niente male per una ragazza partita da zero. Maria, Maria, Maria. Che cuore. Un cuore che troviamo nei suoi vini. Ho avuto il piacere e l’onore di assaggiare il suo Mamertino del 2018 (qui il mi post), blend di Nero D’avola, Nocella e Nerello Mascalese. Un vino che fa solo acciaio e per 24 mesi così da ricordare la sua terra, i suoi odori, i suoi sapori. Nel bicchiere il vino è ancora giovane e lo si vede dal colore sì rubino ma con riflessi porpora. Non è un vino carico e profondo come ci si aspetterebbe da un vino del sud. Ma così fine da essere addirittura trasparente. Degli effluvi mi colpisce l’immediatezza, la balsamicità e lo iodio. Il gusto poi è fresco segno di ancor giovinezza con tannini che non infastidiscono. Non è impetuoso come Iddu (grande o nico) ma deciso senza essere civettuolo.  Ora capisco perché Giulio Cesare lo ha voluto bere.   Non ti fermare ora. Anche se sei nica. Ah già nica. Dalla debolezza, dalla inesperienza, dalla esiguità dei mezzi, la sua grande forza. Nica, vigna, Vignanica. Piccola vigna ma grande cuore. Il suo, quello di Maria. Ivan Vellucci @ivan_1969
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28 Ottobre, 2022

Mi sono innamorata dell'Irpinia, prima puntata

Mi sono innamorata dell’Irpinia e ve lo racconterò in due articoli che narrerranno le qualità di un territorio incredibile! Quindi adesso mettete comodi ed iniziate a leggere. Come prima cosa scordatevi quello che vi aspettereste di trovare al Sud! L’Irpinia è una terra fredda fatta di montagne e colline, attraversate da torrenti e fiumi, che si susseguono e si arrampicano fino a raggiungere i 1800 metri sul livello del mare. Una terra quindi mai uguale a se stessa, con esposizioni e altitudini che variano continuamente. Pensate che 6 milioni di anni fa il mare era qui! L’Irpinia, prima che la conoscessi attraverso il vino era nella mia testa una terra lontana e sconosciuta che associavo al terribile terremoto del 1980. Perdonatemi una piccola divagazione: durante il lockdown mi sono imbattuta su Instagram in Autoctono Campano. Ideato da un geniale ragazzo di Reggio Emilia, Stefano Franzoni, innamorato di questa regione, dei suoi vini variegati e diversi nelle loro espressioni grazie anche al fatto di contare oltre 100 vitigni autoctoni. Il “gioco” lanciato dal profilo IG consisteva nel dare ogni settimana spazio a una provincia diversa e nel ripostare chi si impegnava nella ricerca della bottiglia, raccontando nel post il vino prescelto e la sua storia. Un modo per evadere dalla prigione della pandemia, per socializzare e scambiarsi opinioni, una possibilità per viaggiare attraverso il gusto alla scoperta di vini che altrimenti non avrei mai acquistato. Si è costituita così una community che nel tempo, si è incontrata passando dal virtuale al reale. Si sono creati forti legami tuttora esistenti. E proprio uno di questi mi ha spinto a scoprire questa terra. Villa Raiano Il mio viaggio in Irpinia inizia con la visita a Federica, con cui ci eravamo ripromesse di incontrarci fin dai tempi della pandemia. Federica (@winesoul__) che cura l’accoglienza a Villa Raiano, rappresenta in modo perfetto la professionalità e la passione che ho trovato in questa terra. Mi ha dedicato un intero pomeriggio con il benestare della Proprietà che ringrazio ancora, per raccontare il clima, i vigneti, le particelle, la produzione e mostrarmi questa cantina dalla concezione moderna. E’ stata infatti completamente rinnovata secondo i più moderni criteri tecnologici e architettonici. Pensate che gli spazi sono pensati per accogliere fino a 200 persone per gli eventi, circondati da un panorama mozzafiato. Villa Raiano è nata nel 1996 nei vecchi opifici dell’oleificio della famiglia Basso (produttori d’olio da 3 generazioni). I Basso hanno fortemente creduto nel potenziale di un territorio straordinario, per cultura e tradizione vitivinicola e hanno avviato un ambizioso progetto, ad oggi direi pienamente realizzato. La Cantina è situata sulla cima di una collina a 600 m. sul livello del mare e deve il nome al piccolo borgo vicino a cui si trova. Attualmente può contare su 27 ettari di vigneti in vari areali. Si producono solo vitigni autoctoni campani, Greco di Tufo, Fiano di Avellino, Aglianico di Taurasi e Falanghina, vinificati tutti in purezza per conservare intatte le caratteristiche del singolo vitigno. Due le linee prodotte: la “classica” e i Cru, proprio a sottolineare le differenze degli areali irpini e di come clima, esposizione e suolo giochino ruoli determinanti nel risultato finale. Gianni Fiorentino E’ stato il caso che mi ha fatto conoscere Gianni Fiorentino. Avevo una mattina libera e l’ho contattato. Gentilissimo malgrado il poco preavviso, mi ha accolta nella sua cantina costruita secondo i principi di Bio-archittettura già nel 2012. Per il profondo rispetto che nutre nei confronti della sua terra e della sua storia, Gianni si è concentrato sui soli due vitigni autoctoni che coltivava il nonno, ovvero l’Aglianico e la Coda di Volpe. La Cantina è un vero gioiello. Gianni mi ha raccontato che il lavoro per una piccola cantina come la sua è artigianale e certosino. Per l’Aglianico la vendemmia è tardiva e manuale su vigneti a 450 mt. Il disciplinare del Taurasi richiede un grande sforzo economico per una piccola cantina come la sua, ma le vendite vanno fortunatamente bene. Gianni mi promette che la prossima volta mi farà da guida in questo suo mondo fatto di storie non raccontate e tramandate di generazione in generazione: mi cita l’Eneide, ma anche la storia di Carlo Gesualdo il principe assassino. “Il vino è anche un viaggio nelle storie di chi lo fa e di chi lo ama. Grazie a te per quanto farai, anche attraverso il tuo racconto”. Questo mi ha detto salutandomi. Quindi almeno questa storia ve la racconto! Il principe Carlo Gesualdo, tanto per inquadrare il periodo storico, era figlio di Fabrizio e Geronima Borromeo – sorella di quel San Carlo, arcivescovo di Milano, che troviamo nei Promessi Sposi. È stato un musicista raffinatissimo ed eccezionale precursore della musica moderna, amante delle lettere e noto mecenate e diventò uno dei più illustri madrigalisti di ogni tempo. Visse nel castello di Taurasi e sposò Maria d’Avalos, una delle donne più belle e sensuali di Napoli. Carlo aveva 20 anni e Maria 26. La differenza di età, gli interessi culturali diversi, il fascino inesistente del principe, il matrimonio imposto da interessi familiari, portarono ben presto la bella Maria fra le braccia di Fabrizio Carafa, duca d’Andria e conte di Ruvo, conosciuto ad un ballo e soprannominato per la sua bellezza “l’arcangelo”. La tresca durava da parecchio tempo ed era ormai risaputa. Il Principe decise di vendicarsi del tradimento e una notte finse di partire per una battuta di caccia mentre rimase appostato nelle cantine del suo palazzo con tre fidati sicari. Non dovette aspettare molto l’arrivo del duca d’Andria. Nonostante gli amanti avessero messo di guardia una giovane cameriera, furono sorpresi nel pieno della notte e atrocemente uccisi. Il principe non partecipò materialmente all’uccisione e rimase nell’anticamera; solo quando tutto fu compiuto si accanì col suo pugnale, prima sul cadavere del duca, quasi volesse cancellare la sua bellezza, e poi sul ventre della moglie. I corpi straziati e nudi degli amanti furono esposti al pubblico ludibrio sul portone di casa, per mostrare alla città che l’onore del principe di Venosa era salvo.   Feudi di San Gregorio Il mio viaggio è proseguito per Feudi di San Gregorio, una cantina impressionante di cui sarebbe banale parlare. Non si può però prescindere dal visitarla perché è veramente bellissima. Nasce nel 1986 e insieme a Mastrobernardino condivide il merito di far conoscere l’Irpinia nel mondo. Nel 2001 viene totalmente ristrutturata dal giapponese Hikaru Mori che disegna una cantina dalle linee essenziali, recuperando i fabbricati preesistenti e creando spazi di grande impatto sia all’interno, sia nei giardini esterni, trasformandola in una delle prime cantine d’autore. All’esterno troviamo un giardino di erbe aromatiche e un grande roseto anche se il suo sviluppo è per la maggior parte sotterraneo. E’ stata esposta per ben due volte alla Biennale di Venezia come eccellenza architettonica. Qualche numero: 4 milioni di bottiglie 300 ettari di cui 180 provenienti dai conferitori. Antonio Caggiano La Cantina di Antonio Caggiano è un altro luogo imprescindibile da visitare se si è da queste parti. Non mi dilungo troppo perché l’amico Ivan Vellucci ha scritto un bellissimo articolo che avrete sicuramente letto e non potrei scriverlo meglio. Qualche numero: 180 mila bottiglie, volutamente un numero basso 30% di prodotto esportato all’estero per la maggior parte nel mercato Americano, Giappone e resto del mondo 1994 primo vino che esce dalla cantina. 4 i livelli su cui si sviluppa la cantina. Una collina svuotata e riempita di materiali di recupero collezionati con amore e pazienza. Infatti dopo il terribile terremoto Antonio andava a prendere le pietre degli edifici crollati e le destinava a nuova vita. Ricorderò sempre il suo sorriso e i suoi occhi vivaci mentre ci raccontava le sue avventure in giro per il mondo. Una frase per tutte : La donna è un’opera d’arte E nel mio cuore la frase del suo brindisi “ai vostri sogni segreti”. Per ora mi fermo qui ma non perdetevi la seconda puntata di questo approfondimento irpino… Claudia Riva di Sanseverino
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24 Ottobre, 2022

Il palazzo che nasce da un grande errore

Questo palazzo nasce da un grande errore…è così che Marco inizia il suo racconto sulla “Tenuta i Lecci”. Ci troviamo a Monticello in provincia di Arezzo, tra i borghi della Toscana. Marco e Roberta sono i proprietari della tenuta, Marco è cresciuto e ha vissuto i cambiamenti di questa terra mentre Roberta si è trovata a vivere la sua nuova esperienza un po’ per amore e soprattutto per passione, d’altronde si sa che la Toscana lascia senza fiato.  Siamo negli Anni 70, quando il padre di Marco, per poter costruire le fondamenta della sua casa di famiglia , ha dovuto scavare a fondo ed il risultato è stato un “palazzo” molto alto anche se non particolarmente visibile da un occhio poco attento. La tenuta possiede otto ettari dei quali due e mezzo di vigneto impiantato nel 1970 e cinque ettari a oliveto, coltivati secondo la coltura biologica nel rispetto della natura. Marco insieme all’enologo si dilettano nella produzione di vino, le cui cantine si trovano nei sotterranei di questo enorme “palazzo”. Due piani  sono dedicati interamente alla produzione con affinamento ed imbottigliamento e successiva conservazione prima della vendita. Un agriturismo per gli ospiti di passaggio, appartamenti ben pensati, dal più grande al più piccolo, con arredamenti che vanno dal moderno al classico per soddisfare famiglie, coppie o single e godere di pace e tranquillità. Tra le chicche, una sala comune al piano terra, una parte dedicata ai giochi, con biliardo, biliardino, scacchi, dondolo e ping pong; mentre  la restante parte della sala è dedicata alla degustazione dei vini e all’occorrenza può trasformarsi in sala cinema per intrattenere gli ospiti. Gli spazi esterni, intorno all’agriturismo sono stati suddivisi in aree connesse tra loro, la piscina e il gazebo dedicato al barbecue con accanto il dondolo sull’albero, alquanto fiabesco e rigenerante, soprattutto, se considero la musica in filodiffusione che accompagna questa meravigliosa atmosfera. Ovviamente un parcheggio dedicato agli ospiti, anch’esso pensato per non creare distonia tra la realtà industrializzata e la natura. Un agriturismo, ma anche un nuovo modo di vivere tra equilibri: l’Uomo, la Natura e i Prodotti, ricavandone sensazioni e suggestioni per un completo bilanciamento tra esperienze di colori, profumi e gusto. La chiave d’ingresso della Tenuta i Lecci: ospitalità, accoglienza e cortesia ma anche una bellissima vista al tramonto tra le colline e le luci fino al giungere della sera accompagnata dal cielo stellato. Vi ho detto che il “palazzo”, l’agriturismo è molto alto?!?! Beh, ecco, altri progetti sono in “work in progress” e noi di Winetales siamo curiosi di tornare. A cura di Elisa Pesco   
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Vigne Bocale Arrow Right Top Bg

21 Ottobre, 2022

Bocale. Un soprannome, una storia di famiglia.

Papà posso andare a giocare a pallone nel pomeriggio? No Vittorio, oggi c’è la vendemmia. Lo sai. Papà Valentino lo dice con tono dolce ma deciso e Vittorio sa che non può ribattere: la vendemmia è il momento più importante per la sua famiglia. Non si può non esserci e dare una mano. Anche lui. Ecco, la famiglia. Unita. Siamo a Montefalco, in Umbria. La patria di quel gioiello che è il Sagrantino. È qui che trovo l’intera famiglia Valentini dell’azienda Bocale intenta a lavorare l’uva Trebbiano appena raccolta.  È una domenica mattina e la giornata è già iniziata da un pezzo. Mi accoglie Valentino, colui che quindici anni fa ha deciso di dare una svolta alla vecchia azienda di papà Ennio che amava produrre e vendere il vino fatto con le sue mani. Ovviamente nelle damigiane come aveva sempre fatto. Valentino no. Lui capì come quel territorio fosse vocato al Sagrantino. Oltre che al Sangiovese, al Colorino e al Merlot di papà Ennio.   Valentino sembra più che una pila, una biglia di un flipper. Dopo avermi salutato comincia infatti ad andare da tutte parti. Ma non senza senso. Ogni movimento, ogni gesto, ha un preciso scopo e vuole ottenere un preciso risultato. Come un meccanismo che per funzionare ha bisogno di un impulso. Che lui ha il dovere di fornire.  Faccio amicizia anche con Achille, uno splendido cagnolino che mi saltella intorno.  Hanno appena passato nella deraspatrice il primo carico di uve Trebbiano Spoletino e il secondo sta per arrivare. Mentre Valentino va alla pesa poco lontano da lì io rimango con papà Ennio e zio Claudio a chiaccherare di quanto sia difficile oggi produrre vino. Trovare chi vendemmia, quando lo dice l’enologo (perché questo ti dice che devi farlo oggi e mica puoi ritardare), non è semplice. E meno male che ci sono i pakistani. Brava gente che arriva anche di domenica e con rapidità e professionalità fanno tutto. A mano eh! Qui non si usano macchinari.    Eh difficile trovare ragazzi che vogliono lavorare. Specialmente nei campi. Mio padre (è Ennio che parla), diceva che nei campi ci sono solo tre giorni di festa: Natale, Pasqua e quando piove.  Saggezza popolare. Ennio e Claudio sono uniti e si vede. Lavorano insieme in sintonia. Si, magari avranno pure qualche screzio, ma quando c’è da fare il vino, non è il caso. Il carico di Trebbiano (bello nei sui grappoli e nei colori vivi) arriva con il trattore e la pigiaderaspatrice viene messa di nuovo in funzione. C’è un’altra montagna di uva da lavorare. La squadra deve scendere in campo con una formazione collaudata. Valentino è sulla scala a smuovere il carico (anche se l’effetto biglia non si placa perché scende, sale, prende il badile, aziona i macchinari come da fantasista di centrocampo). Zio Claudio è al ghiaccio secco e a controllare che tutti fili per il verso giusto. Papà Ennio ai macchinari e quando tenta di salire sulla scatola il regista Valentino lo riporta al suo posto: mica vorrai farti male papà. Vittorio, con tanto di forca in mano, a eliminare i raspi. Cinzia, la moglie di Valentino, a pulire il pulibile e badare che Vittorio non faccia nulla di strano. Antonello, fratello, è a manovrare il trattore e svuotare i cestoni dell’uva nella deraspatrice. Manca all’appello solo mamma Luciana che sarà sicuramente in cucina a preparare il pranzo.   Formazione vincente, non si cambia.  È una squadra che non si ferma. Non molla. Attenta e precisa. Soprattutto, ogni membro della stessa mostra il sorriso e la gioia di star facendo qualcosa di bello. Per loro. Per la famiglia. Perché la terra è la loro vita e si vede in ogni gesto. Bella l’armonia. Bello lo spirito di squadra. Bella ciò che vedo e leggo nei loro occhi. Non sono né mi sento un estraneo perché per loro sono come un amico venuto a vedere la vendemmia. Per me è un onore e un piacere vedere quello che sembra un bel quadro in movimento. Anzi, sono anche io parte del quadro. Con Valentino scendiamo giù nella cantina a vedere come il tino si riempie. Mi giro e me lo ritrovo sulla scala prima, appollaiato sul tino dopo. Una biglia impazzita insomma.  In cantina apprezzo la pulizia e la precisione di tutto ciò che vedo. Poche attrezzature ma essenziali: le grandi botti di affinamento, le barrique, i tini. Tutto in perfetto ordine. La biglia arriva anche qui penso. L’azienda non è grande. Poco meno di sei ettari per quasi 40.000 bottiglie prodotte, molte delle quali vanno all’estero. Valentino cita di slancio e con orgoglio tutti i paesi dove esporta. “Posso definirmi Export manager?”. Non solo Export manager dico io. Anche Marketing, CFO, CEO. Perché davvero Valentino è l’anima di questa azienda e, come la biglia, lui fa un po’ tutto. Anche se quando si tratta di vendemmiare, diventa uno della squadra.  Il vanto è ovviamente il Sagrantino che qui c’è in due versioni. Una DOCG e la Ennio, ovviamente dedicata al papà. Poi il Montefalco Rosso come blend di Sangiovese, Colorino e Merlot. Non può mancare il Passito e una grappa (fatta in una distilleria locale così sono sicuro che le faccia con le mie vinacce, si affretta a dire Valentino). Ah, ovviamente il Trebbiano Spoletino!  Tutti prodotti con lieviti locali ad eccezione di Ennio che di lieviti non ne usa proprio. Perché papà Ennio non ha bisogno di nulla che non sia lui stesso!   Valentino non ha giustamente il tempo per farmi provare i vini ed è dispiaciuto. Non ce la fa fisicamente dovendo star dietro a tutto. A me francamente importa poco perché quello che ho visto mi basta per apprezzare ciò che viene prodotto dal lavoro della squadra. I vini che porto con me non potranno che essere fantastici perché nati dalla passione che vedo non solo in Valentino ma in tutta la sua famiglia. Quando Valentino me li descrive ha gli occhi che gli brillano. È come se, fermandosi un attimo e tenendo per le mani quelle bottiglie, capisse dove è arrivato e quanta strada ha ancora da fare. Quando prende in mano Ennio, il Sagrantino dedicato al papà e chiuso in una scatola di legno, gli occhi sono ancora più luccicanti. La famiglia Valentini, questo il loro cognome, è una bella famiglia che ha capitalizzato il lavoro di papà Ennio. Dopo quindici anni di ulteriore duro lavoro, i frutti si vedono. Una famiglia e una squadra. Vincente!  Magari tra qualche settimana Vittorio potrà andare a giocare a calcio. Non oggi, né nei prossimi giorni perché sarà tempo di vendemmiare il Sagrantino. Ma non mollare Vittorio! Ovviamente non ho resistito e la sera ho aperto sua maestà il Sagrantino appena arrivato a casa: bottiglia 1301 di 5420 prodotte nel 2017 (Valentino ci tiene così tanto alle bottiglie che non può fare a meno di numerarle). Avevo solo una costata bella alta e ho provato a capire il paring. Qui il link della prova.  Un vino regale, sontuoso, già da quel colore rubino intenso che quando inclini il calice mostra una lama violacea quasi a rivelare la sua natura cardinalizia. Bella luminosità anche nella sua compattezza.   Il bouquet al naso non è particolarmente ampio e la frutta nera ancora da maturare c’è tutta. Cosi come le note dolci di vaniglia, noce moscata, tabacco, fori di campo. Una leggera nota ematica e di sottobosco completano il quadro. In bocca è unico. Immediatamente secco. Immediatamente caldo. Immediatamente fresco e soprattutto tannico. Di quella freschezza che indica quanto ancora sia giovane. Un tannino che è aggressivo sì ma che degrada dolcemente lasciando che la frutta, adesso matura, rimanga a chiudere in maniera precisa, quasi elegante, la bocca. La sapidità aiuta ulteriormente. Mai come per questo vino, questo in particolare, vale il proverbio “Amico e vino vogliono essere vecchi”: il Sagrantino di Valentino devi aspettarlo. Ah, con la costata si è rivelato ottimo! Ps per chi si stesse chiedendo il perché del nome Bocale, sappiate che era il soprannome usato per indicare la famiglia Valentini. In dialetto umbro è il boccale da due litri usato per servire il vino. Meglio di così! Ivan Vellucci @ivan_1969
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18 Ottobre, 2022

San Marzano – Non solo pomodori

San Marzano – Non solo pomodori Il Primitivo DOP dal 1962 Carissimi, bentrovati! Eccoci in Puglia! Terra forte, ricca di sapori, odori e colori tutto l’anno. Il sole qui è forte, come il carattere delle persone che vivono questo mondo unico. Oggi desidero parlarvi di una realtà moderna, ma con una storia di ormai 60 anni, il cui nome rimanda alla varietà di pomodoro, ma che, vi dirò, sa stupire anche coi propri vini. Si tratta di San Marzano Wine. San Marzano è un piccolo paese nel centro della DOP Primitivo di Manduria, una striscia di terra tra i mari che bagnano la Puglia. È qui che 19 vignaioli nel 1962 fondano Cantine San Marzano. Ben prima che nascesse la denominazione d’origine e il Primitivo di Manduria fosse riconosciuto nel mondo, inseguivano un sogno. Nel 1982 Francesco Cavallo viene nominato Presidente del C.d.A. Personalità vulcanica e visionaria, che porta quarant’anni di presidenza ininterrotta, progettando il futuro e sorvegliando il presente della cantina, che dal 1996 imbottiglia, portando le proprie bottiglie ed il proprio brand nel mondo. Dal 2015 San Marzano wine è legato ad un fantastico spazio di 120 ettari: Samia. Si tratta di una Masseria del XVI secolo che si scorge passeggiando tra gli interminabili filari di vite, le distese di piante arbustive e i campi di alberi da frutto. Luogo di lavoro e di produzione, laboratorio di sostenibilità in continua evoluzione. Teatro ideale di condivisione e mediterranea bellezza, distillato dell’esperienza che San Marzano offre al mondo. Il Pumo è un oggetto decorativo che da secoli, in Puglia, adorna balconi e corrimano di antiche scalinate. Simbolo dell’ abbondanza e generosità della natura, fatto dell’argilla che un tempo nutriva le vigne. Qui è uno spettro di colori, declinazione di varietà e denominazioni. I prodotti che vengono offerti sono molteplici e comprendono tutta la miglior produzione vitivinicola pugliese, cui viene anche abbinato l’olio. Personalmente mi sento di suggerirvi il Pumo Primitivo Salento IGP. Un vitigno che nel mondo racconta la Puglia, un inconfondibile rosso rubino intenso dai riflessi violacei. Profumo avvolgente, complesso. Inoltre, il Pumo è un oggetto decorativo che da secoli, in Puglia, adorna balconi e corrimano di antiche scalinate. Simbolo dell’ abbondanza e generosità della natura, fatto dell’argilla che un tempo nutriva le vigne. Qui è uno spettro di colori, declinazione di varietà e denominazioni. Se poi vi appassionate come me, vi suggerisco di valutare di aderire al Wine Club San Marzano, un club che fornisce vantaggi unici ai propri soci tra cui bottiglie esclusive ed eventi ad hoc. Tuttavia fin d’ora vi suggerisco di prenotare una degustazione e cominciare ad assaporare il Salento a tutto tondo. Per farlo i contatti li trovate su: https://sanmarzano.wine/contatti/ Vi Aspetto! Cristina Itinerari DiVini è una rubrica a cura di Cristina Mascanzoni Kaiser    
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16 Ottobre, 2022

A Londra si degustano le eccellenze Italiane

La promozione della filiera vitivinicola e agroalimentare italiana Possiamo finalmente affermare che le attività di promozione per la filiera vitivinicola e agroalimentare sono ufficialmente riprese in grande stile. Dalle principali fiere di settore alle manifestazioni non fieristiche diffuse nelle grandi città italiane fino ai piccoli tasting organizzati direttamente da importatori e distributori nazionali ed esteri.  Proprio in quest’ultima categoria cade l’evento di cui parliamo oggi nella nostra rubrica dedicata all’internazionalizzazione delle imprese Italiane. An Italian Wine Journey arriva alla sua terza edizione, un evento 100% londinese organizzato da GS Wines e Beacon. Lo scopo è quello di presentare ai clienti B2B e B2C del Wine Merchant inglese, una serie di cantine di potenziale nuovo inserimento oltre che alle nuove annate e alle novità dei clienti già presenti in lista. Un focus molto importante sulle piccole produzioni e su quelle che gli inglesi amano definire le Hidden Gems of Italy. Vitigni autoctoni, produzioni limitate, blend particolari e soprattutto tanto Storytelling sia aziendale che di territorio.   The Hidden Gems of Italy Questa edizione vede il coinvolgimento di oltre 15 nuove cantine le quali potranno far degustare i propri prodotti direttamente al pacchetto clienti dell’importatore e a un selezionato gruppo di invitati. Il format consente quindi di velocizzare molto il processo di approccio al mercato coinvolgendo l’intera filiera corta internazionale dalle porte della cantina al cliente finale d’oltremanica, il tutto mediato dal ruolo fondamentale dell’importatore. La maggior parte dei vini delle aziende partecipanti, sono state selezionate da Beacon in virtù della Partnership stabilita con GS Wines diversi anni orsono. Un modus operandi molto affine alle cantine micro e piccole che possono così approcciarsi a una piazza difficile e satura come quella londinese ma allo stesso tempo molto posizionate e con importanti nicchie di mercato da conquistare. L’investimento estremamente contenuto, l’assistenza in materia doganale e il coinvolgimento diretto dell’importatore, fanno dell’Italian Wine Journey uno strumento utile per avvicinarsi al Regno Unito con cautela e senza esporsi eccessivamente.  Dal 25 al 26 ottobre un ristretto gruppo di operatori e privati clienti londinesi avranno la fortuna di assaggiare prodotti sorprendenti, di qualità e lontani dal cosiddetto mainstream. Entriamo ora nel vivo di quesa terza edizione. Esordiamo dicendo che ci saranno oltre 50 etichette in degustazione, 15 aziende vinicole da 9 regioni Italiane, 3 masterclass condotte da 2 esperti presenter / sommelier londinesi.  Portfolio di GS Wines Territorio e diversità di stili, rappresentano due cardini nel portfolio di GS Wines che con questo evento intende ampliare notevolmente l’offerta per i propri clienti, ecco l’elenco delle cantine partecipanti (da Nord a Sud) Sajni Fasanotti (Trentino) – Serralunga Casamia Luigi Vico (Piedmont); Caminella – Caven – Maggi Francesco – Pagnoncelli Folcieri – Scolari – Gralò (6 from Lombardy); Fiorotto (Veneto) – Celli (Emilia Romagna); Le Sorgenti – Orlandini (2 from Tuscany); Cantina Dessena (Sardinia) – Zagarella (Calabria) – Fischetti (Sicily) Marzemino, Barolo Prapò, Buttafuoco Storico, Moscato di Scanzo, Albana, Nebbiolo e Arvisionadu sono solo alcune delle eccellenze nostrane che saranno presente durante l’evento.  Se è vero che i vini sono importanti in iniziative del genere, le persone hanno un ruolo ancora più centrale. Passiamo quindi velocemente in rassegna il panel di ospiti e collaboratori che concorreranno al successo di  questa terza edizione. Intervistato dal sottoscritto, Mr. Gordon Stuteley, CEO di GS Wines Ltd, si presenta e ci introduce alcuni attori chiave dell’evento:  GS Wines inizia la propria attività nel 2014 con lo scopo di presentare ai propri clienti una selezione di vini particolari e lontani dal cosiddetto “Mainstream”.    Selezioniamo, importiamo e vendiamo vini da ogni parte d’Italia. Al momento abbiamo uno stock di circa 90 vini da circa 26 cantine in 12 regioni. I vini spaziano da prodotti leggeri, fruttati di facile beva, a bollicine di vario genere (Martinotti e Metodo Classico), a vini opulenti da “meditazione” fino a sontuosi vini da dessert. Molti di questi fatti da uve autoctone virtualmente sconosciute nel Regno Unito. Nel 2019 ampliamo alla licenza governativa AWRS per la vendita diretta al segmento trade. Le Mastercalss Abbiamo coinvolto due figure importanti sulla piazza di Londra per garantire lo svolgimento delle tre Masterclass in programma. La prima è Luciana Girotto sommelier da oltre 30 anni in diversi ristoranti stellati in Italia e in Regno Unito. Importatrice e tra i titolari di Dvine Cellars Enoteca di livello in Clapham Londra. In Italia ha preso parte a diverse commissioni DOC e DOCG oltre che a molte giurie di consorsi internazionali. Ha attivamente supportato lo sviluppo di AIS in Inghilterra. Il suo sogno recente è quello di conferire una nuova percezione al Lambrusco! Missione difficile ma non impossibile… La seconda Masterclass sarà condotta da Giusy Andreacchio Sommelier AIS e 1-3 livello WSET. Grande esperienza nel brocheraggio internazionale di vini e nel portfolio management.  Ha lavorato come account manager per uno dei più grossi distributori del Paese. Originaria della Calabria, ha una predilezione per i vini di quella regione. Wine educator a tutto tondo, affianca diversi brand italiani nel loro sviluppo in UK.  L’inserimento della Lombardia Da quando abbiamo stretto la nostra partnership con Beacon, abbiamo iniziato ad interessarci molto di più ai vini della Lombardia. Al momento ne abbiamo diversi in portfolio e ne avremo ancora di più a breve. La Lombardia si sta dimostrando una tra le principali regioni italiane non più solo per volume di produzione ma anche come fucina di vini particolari e di altissimo profilo. L’interesse è crescente e i nostri clienti sono assetati di storie e curiosità su quella Regione ancora poco conosciuta qui da noi. Siamo orgogliosi di avere in lista i vini dell’azienda Agricola Maggi Francesco e rinnoviamo i nostri complimenti a Marco Maggi per essersi aggiudicato il premio Angelo Betti 2022 come miglior vignaiolo di Lombardia.  Come dicevo, c’è molta Lombardia e siamo davvero onorati di poter avere come ospite al nostro evento Federico Bovarini che anche quest’anno si è aggiudicato il titolo di terzo migliore sommelier AIS della Regione. Non conosco ancora Federico di persona, il suo CV però parla molto chiaro: sommelier, degustatore e relatore AIS. Diploma di Master Sommelier ad Alma nel 2018, esperienze nel mondo della ristorazione stellata e Ambasciatore del Moscato di Scanzo. Sono certo che porterà un grande valore aggiunto all’evento e saprà spiegare, molto meglio di me, i pregi dei vini lombardi ai molti contatti che sono stati invitati alla terza dedizione de “An Italian Wine Journey” An Italian Wine Journey C’è quindi molto da fare e da raccontare. An Italian Wine Journey rappresenta per molte delle cantine partecipanti un primo step di un percorso verso una presenza stabile nel Regno Unito.  Continueremo, insieme ai colleghi della rivista inglese specializzata “The Buyer” a riportare notizie e curiosità su questo evento che rappresenta di fatto, un primo step operativo di un percorso in internazionalizzazione.  A cura di: Riccardo Rabuffi
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14 Ottobre, 2022

Il Podere dell’Etna segreta

Il Podere dell’Etna segreta.  È proprio vero, mai credere agli stereotipi, mai credere che ciò che si pensa non possa mai accadere. Perché alle volte, invece, accade. L’Etna, Iddu, la Montagna, sovrasta tutta la Sicilia. È il luogo da dove tutto nasce e tutto può finire. Può donare la vita come può toglierla. Sulle sue pendici nascono paesi, vivono persone. La terra è nera per le continue colate. Il cielo da sereno può diventare cupo perché il vulcano emette fumo, lapilli, cenere. Custodisce in sé i minerali che dalle viscere della terra emergono e la rendono unica, speciale. Coltivare qui qualunque cosa è unico. Ma difficile. Difficile per le piogge di cenere che devastano ciò che incontrano. Difficile per i pendii scoscesi e poco riparati. Unico perché che la terra dona è ricco di qualcosa che solo qui si trova. I venti del mare poi portano il sale, quelli della montagna la freschezza.  Ma ciò che la montagna dona, la montagna si prende. Senza avvisare. Senza chiedere permesso. Senza poi scusarsi. Se non restituendo la quiete fino alla prossima eruzione. Su questi terreni scoscesi e impervi, nascono vini meravigliosi, minerali, ricchi, complessi. Unici. Questa è la terra del Carricante così chiamato perché generoso così da consentire di “caricare” gli asini. È la terra del Nerello Mascalese e del Nerello Cappuccio che solo qui trovano la loro essenza, la vera e unicità siciliana. Bere questi vini vuol dire trovare la mineralità, la salinità, la verticalità, il corpo. Esperienza. Pura esperienza che ritrovi nel bicchiere anche lontano da qui. Quando sei sull’Etna, al Rifugio Sapienza e fin su ai crateri attraverso la funivia, senti il vulcano sotto di te. Senti la potenza di Iddu, della Montagna. Vedi e tocchi con mano ciò che un gigante può fare senza che l’umo possa opporsi. Quella stessa potenza che trovi nei vini dell’Etna. Mai però ti aspetteresti di trovare qualcosa di altrettanto unico. Così, davvero per caso, trovo un ristorante che mi attrae per il nome: Il Podere dell’Etna segreta. Trovarlo non è semplice. Le strade che da Ragalna dobbiamo percorrere non sono per nulla banali. È quasi notte, perché la notte qui arriva presto. Il tramonto è già alle spalle goduto fino in fondo guardando il mare dalla Montagna. Strette trazzere larghe a malapena per una macchina. Poi il navigatore dice che siamo arrivati. Ma c’è solo un cancello chiuso. Un campanello da suonare e nient’altro. Suono e il cancello si apre. Una strada sterrata (ne sentivamo il bisogno) in completa discesa mette a dura prova l’auto (meno male che è un fuoristrada e al diavolo quelli che dicono che i fuoristrada sono inutili). Alla fine uno spiazzo anticipa una costruzione bassa che sembra un dammuso. L’entrata è stretta e si percorrono con timore piccole stanze che si aprono, alla fine, su un patio. Veniamo accolti in maniera gentile e condotti al tavolo che affaccia su un meraviglioso giardino, una vigna di alberelli che con le luci della notte assume una suggestività incredibile. È davvero un giardino segreto, un sogno che si materializza. Cenare con un tavolo direttamente sulle vigne è un sogno.  Scegliamo il menù degustazione e per il vino aspetto che mi si proponga qualcosa. Producono loro il vino ma non è quello che ti aspetti sull’Etna, dall’Etna.    Le Cùcchie ha una etichetta che svela il significato di questa parola sicula: due volti di donna con i menti in bella vista. Cùcchia vuol dire mento. L’illuminazione minimale del tavolo e la luce della luna che splende esaltano un colore rubino profondo come se arrivasse dalla gola del vulcano. I riflessi granata confermano che il vino ha anni sulle spalle (è del 2018). Il naso è ampio di frutti rossi, ciliegie, fragoline di bosco. Il tarocco siciliano non può mancare in questa terra. C’è il sottobosco, il tabacco e le spezie. Tante spezie La nota ematica chiude il bouquet. Bello, caldo, intenso. Così come il sorso che evidenza il calore del vulcano e la sua mineralità. Morbido, secco, con tannini delicati, quasi eleganti. Una persistenza financo lunga senza mai essere stucchevole, invadente. Insomma un vino che mi conquista specialmente quando lo degusto con il percorso gastronomico che unisce l’estrosità e l’innovatività dello chef ai prodotti dell’orto e di questa meravigliosa terra. Non riesco ad abbinarlo perfettamente con tutti i piatti del menù degustativo. Ma non importa. Non serve. Sorseggiarlo è un piacere. Dinanzi a questo spettacolo, una esperienza. Cosa ha di tanto particolare questo vino?  Il blend. Un blend che non ti aspetti fatto da vitigni piemontesi che mai ti saresti aspettato fossero stati costretti a solcare i mari per essere impiantati sulla terra vulcanica: Barbera e Grignolino in una versione che solo l’ingegno e la follia dell’uomo potevano generare. L’austerità sabauda che si fonde con la Sicilia. Un terreno vulcanico e un impianto ad alberello che mai questi due vitigni avrebbero mai sognato di trovare. Non certo in Piemonte. Eppure da oltre cinquanta anni sono qui. Si sono adattate, fuse tanto da consentire di trovare nel bicchiere i tratti caratteristici dell’Etna.  Un piemontese trapiantato in Sicilia non è più un piemontese specialmente se Iddu, la Montagna, lo accetta come figlio suo e lo trasporta nelle sue viscere. Così le radici della vite scavano nel profondo dove vengono accolte, coccolate, curate da Iddu. Che le nutre fino a che del Piemonte non sentono più la mancanza. Il segreto di un giardino, di un podere, di una cultura, di un vino. Ivan Vellucci @ivan_1969
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13 Ottobre, 2022

OLTREPO’ PAVESE, DIMENSIONE PARALLELA

L’Oltrepò Pavese, dimensione parallela, un mondo a sé stante, per certi versi quasi fatato. Qui sembra che i ritmi, così come le persone, appartengano ad altri tempi, il che non deve essere visto come difetto: tutt’altro, si tratta di una realtà che va osservata, letta e capita con attenzione e dedizione. Il carattere di questa terra di Lombardia, inserita fra Piemonte ed Emilia Romagna, in provincia di Pavia, a cavallo fra il 45° parallelo, ha ammaliato negli anni tanti turisti. Persone che arrivavano da fuori trovavano qui facilmente una seconda casa, innescando, cosi, un mix di abitudini e culture differenti.  E, forse, è proprio perché il territorio ha queste svariate sfaccettature che, ancora oggi, non gli si riconosce una sua specifica identità. Certo è che il rapporto tra la gente dell’Oltrepò e il vino è qualcosa di magnificamente ancestrale, che solo visitando e vivendo la zona, si può comprendere. L’Oltrepò Pavese fino a ora è rimasto timido e chiuso in sé stesso, non riuscendo ad autopromuoversi come, invece, hanno fatto, già tempo addietro, molte altre zone di Italia. Infatti, questa terra solo ora sta facendo conoscere le proprie capacità e potenzialità nel mondo della spumantizzazione, quando invece ne vanta una lunga tradizione. Inoltre non ha mai fatto breccia con l’adeguata autostima, vitalità e prepotenza nell’universo del vino rosso, che annovera su tutti questo vitigno straordinario: il pinot nero.   Vinificato in rosso, principalmente nei terreni calcareo argillosi, qui in Oltrepò si presenta di color rubino cristallino, con unghia che vira al granato nelle versioni riserva o con qualche anno di invecchiamento. I profumi intensi conducono verso note di frutta macerata in alcol, confettura di ciliegia, spezie e sentori di sottobosco, a volte con una tendenza amarognola che definirei ammandorlata, finale. Questa tipologia si abbina ad arrosti e brasati di carne di manzo e selvaggina, piatti tradizionali del luogo. Vinificato in metodo classico, soprattutto nelle zone a carattere gessoso e nelle colline più elevate, il pinot nero acquista un colore giallo paglierino dorato, profumo intenso e persistente, con note di lieviti e crosta di pane e frutta esotica matura. Questi metodo classico di grande personalità e struttura, ben si adattano ai salumi e ai primi piatti della cucina locale.   L’Oltrepò Pavese, ora, si sta muovendo verso una nuova dimensione e lo dimostra l’evento “Terra di Pinot Nero”, giunto alla sua seconda edizione, voluto dai produttori della zona e sostenuto dal Consorzio di Tutela Vini Oltrepò Pavese, che si è svolto il giorno 26 Settembre, presso la splendida e antica Tenuta Pegazzera sita in Casteggio, rivolto esclusivamente a stampa e wineblogger di settore.   Iniziata con la conferenza stampa condotta dal direttore del suddetto Consorzio, Carlo Veronese, che ha evidenziato lo stato di crescita di questo lembo di terra a forma di grappolo, primo per estensione in Italia nella produzione di Pinot Nero e terzo nel mondo, la giornata si è svolta con la “walking around tasting” (ossia il “classico” assaggio al banco), con oltre 30 cantine presenti, contro le 20 dell’edizione precedente. Due le Masterclass tenutesi durante la giornata: “Il Pinot Nero vinificato in rosso” e “Pinot Nero Metodo Classico”, condotte rispettivamente da Filippo Bartolotta e Chiara Govoni, entrambi comunicatori del vino, sommelier ed esperti del vitigno in questione.   La scelta dei vini è stata mirata a mostrare, soprattutto, l’eclettismo del territorio. Svariati i terroir, differenti le vinificazioni o tempi di rifermentazione, diversa la scelta dell’invecchiamento o, riguardo al metodo classico, del residuo zuccherino. Insomma, una bella scelta, mirata, intrigante ed estremamente efficace, che ha mostrato le grandi potenzialità e sfaccettature di questo territorio. Stupefacente, la degustazione dell’annata “1988” dell’ azienda “Montelio” di Codevilla: colore vivo, profumi in evoluzione nel calice e gusto imponente. E unica nel suo genere la bolla “Farfalla Cave Privée”, millesimo “2013” dell’azienda “Ballabio” di Casteggio.   Ai banchi di degustazione molti i vini con note eccellenti ma ne ho individuati alcuni dalle caratteristiche peculiari: “Ca del Gè” Metodo Classico DOCG Brut millesimato 2016. 36 mesi sui lieviti. Prodotto a Montalto Pavese. Marcate le note di crosta di pane e di lievitazione. Spuma morbida al palato e finale elegante. Adatto ad aperitivi.     “Manuelina” Metodo Classico VSQ Dosaggio zero. Prodotto in una delle zone sicuramente più vocate alla spumantizzazione di Pinot Nero, Santa Maria della Versa. Al naso ha intense note fruttate e di crosta di pane e mi ha colpito per la pulizia, la sapidità e la finezza al palato. Adatto a primi piatti delicati o a carni bianche.   “Cantina Scuropasso” “Roccapietra Cruasé”. Cruasé, marchio che definisce lo spumante Metodo Classico rosé ottenuto dalle sole uve a bacca rossa Pinot Nero e racchiude in sé il significato di Cru: Cru-asé.   La cantina si trova a Pietra de Giorgi. Altra zona vocata per gli spumanti. Questo rosé si presenta brillante, il perlage è fine e persistente. Al naso note di frutti rossi, come la fragolina di bosco. Il palato è abbastanza caldo e avvolgente con note che ricordano i frutti rossi, la crosta di pane e note vegetali. Chiude con freschezza in note mentolate. Adatto a crostacei e salumi. Molti i prodotti, ampia la scelta e di gran qualità! Dunque, cosa manca a questo territorio per prendere il volo? Probabilmente la comunicazione e la spinta a uscire dai propri “confini”. Quindi, benissimo affidare a esperti la conduzione delle masterclass, ma perché non sceglierli fra persone che vivono la realtà oltrepadana quotidianamente o formarli sul campo per creare ambassador consapevoli e inseriti in questo contesto, in grado forse di trasmettere in maniera più viscerale la passione per questo vino? Una cosa è certa! Con questo evento si è dato il via ad un lungo viaggio che farà sognare chi avrà il piacere di bere Pinot Nero Oltrepò Pavese!   Valeria Valdata
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12 Ottobre, 2022

Villa Bogdano 1880: natura, biodiversità e vigne storiche

Siamo a Lison di Portogruaro, vicino a Venezia, tra le Alpi e il litorale Adriatico e qui sorge l’azienda Villa Bogdano 1880. Una storia legata ai fasti della Serenissima, alla fine del ‘500 sorge infatti la Villa da cui trae ispirazione il nome in etichetta, restaurata nel 1880, periodo a cui si fa risalire l’inizio certo dell’attività vitivinicola in azienda. Una tenuta secolare edificata in un luogo incontaminato, proiettato verso un futuro sostenibile che parla di natura, vita e passione. In questi luoghi fanno capolino caprioli, gufi, talpe e numerose specie di uccelli durante migrazioni, svernamento e nidificazione. Ai margini dell’azienda è presente infatti un bosco planiziale risalente al 1200 e parte integrante della tenuta, eletto dalla Comunità Europea sito di Tutela delle Biodiversità Natura 2000, con numerose specie di flora e fauna protette, dichiarato nel 2018 dal Ministero per i beni e le attività culturali area di notevole interesse pubblico. I Vigneti Dei 105 ettari a vigneto della Tenuta, tutti condotti in regime biologico, 18 ettari sono definiti storici. Le 117 viti della varietà autoctona Tocai Friulano (Lison Classico Docg) infatti risalgono addirittura a inizio ‘900: rappresentano un patrimonio unico, oggetto di studi e ricerche. Altri impianti, sempre della varietà Tocai, risalgono invece agli anni ‘40 e ’50, mentre è presente in azienda un impianto di Merlot, messo a dimora negli anni ’60. In Tenuta, con l’obiettivo primario di valorizzare le varietà autoctone, sono coltivati il Refosco dal Peduncolo Rosso, il Glera e la Malvasia, storicamente diffusa e rinomata nel territorio già ai tempi della Repubblica di Venezia. Completano la gamma alcune varietà internazionali che si sono ben adattate al nostro territorio, quali Pinot Grigio, Chardonnay, Sauvignon Blanc, Pinot Nero, Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon e Merlot I vini L’azienda segue con cura e impegno tutto il ciclo di produzione, proponendo una vasta gamma di vini, tra cui una linea di varietali in purezza, composta sia da vitigni autoctoni che internazionali, una linea composta da 3 differenti tipologie di prosecco, ed una linea composta dalle seguenti selezioni: 185 – Lison Selezione – Tocai Friulano da vigne impiantate nel 1943, con 18 mesi di affinamento, in parte in vasche di vetrocemento e in parte in barrique di rovere francese di media tostatura. Un vino che spicca per le sue doti di intensità e struttura, emblema della valorizzazione delle vigne storiche dell’azienda. 186 – Refosco Dal Peduncolo Rosso Doc Riserva – Refosco Dal Peduncolo Rosso da vigne impiantate nel 1992 che segue 12 mesi di affinamento in vasche di vetrocemento, 18 mesi in botti di rovere di media tostatura da 45 hL. 187 – Chardonnay Selezione – Chardonnay da vigne impiantate nel 2015 con fermentazione in barrique di rovere francese di media tostatura, e permanenza nelle stesse per 18 mesi. 195 – Merlot Selezione – 85% Merlot, 15% Cabernet Sauvignon – da vigne impiantate rispettivamente nel 1960 e nel 2003, segue 12 mesi di affinamento in vasche di vetrocemento e 18 mesi in botti di rovere francese di media tostatura da 45 hL. Anche questa etichetta è identitaria del patrimonio aziendale L’adesione a The Old Vine Conference Per dare risalto a questo patrimonio unico a giugno 2022 Villa Bogdano 1880 diventa nuovo sponsor di The Old Vine Conference, associazione inglese per la valorizzazione delle vigne storiche fondata da Masters of Wines come Sarah Abbott e Alun Griffiths insieme a personalità di spicco del mondo vitivinicolo. Un passo importante per la tenuta che è da sempre impegnata nel mantenimento della biodiversità e della storia vitivinicola come i suoi vigneti storici tra cui un raro esemplare di Tocai Friulano allevato a cassone padovano, tecnica risalente ancora ai frati benedettini. The Old Vine Conference è stata costituita proprio per valorizzare queste vigne creando una connessione tra le aziende, studiosi, esperti, produttori e amanti del vino, con l’obiettivo di valorizzare e far riconoscere a livello globale le vigne storiche come una nuova categoria commerciale, mettendo in condivisione le migliori pratiche e strategie di gestione delle vigne. Complimenti a Villa Bogdano per la sua capacità di rispettare il contesto naturale, favorire la biodiversità e per la sapiente valorizzazione di un patrimonio viticolo storico unico! Villa Bogdano 1880: natura, biodiversità e vigne storiche A cura di Giuseppe Petronio 
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