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28 Settembre, 2022

I simboli del Verdicchio: Tombolini e l’anfora verde

L’azienda Tombolini ha radici lontanissime e più di cento anni di storia: tutto nasce quando Sante, giovane fante salvatosi dalla peggior disfatta dell’esercito italiano nel 1917 a Caporetto, torna ad Ancona e sposa Nemorina Staffolani, con cui avvia l’attività di famiglia nel 1921. Da allora, dopo varie vicissitudini, la strada prosegue con figli di Sante – Giovanni e Paolo – stabilizzano e ampliano l’attività, puntando sul Verdicchio e la vinificazione in acciaio, e adottando la celebre bottiglia ad anfora insieme ai produttori dell’epoca, cavalcando il miracolo economico degli anni ’50 e ’60 ed espandendo enormemente l’attività avviata padre. In quegli anni l’anfora diventa sinonimo di Verdicchio dei Castelli di Jesi. Tra i fondatori delle DOC più importanti delle Marche, il Verdicchio dei Castelli di Jesi e il Rosso Conero, la famiglia Tombolini è stata pioniera nel valorizzare i Castelli di Jesi, rendendolo celebre anche oltre oceano. Successivamente il marchio cambia in Castelfiora e, negli anni ’90 Fulvia, figlia di Giovanni, prende in carico l’azienda innovando la storica cantina, portando a 30 gli ettari di vigna, puntando sulla qualità della materia prima prodotta dai terreni di famiglia che converte alla sostenibilità e all’agricoltura biologica. Si concentra su un solo Verdicchio, lo veste con un abito da sera “all-black”, lo distribuisce con i marchi dell’eccellenza del vino italiano. Ed è così che riporta Tombolini a New York, Monaco e Tokio. Il richiamo della terra diventa irresistibile per Carlo Paoloni, figlio di Fulvia, che nel 2013 abbandona la sua carriera di banchiere a Londra per dedicarsi all’azienda di famiglia. Inizia così un nuovo corso con Castelfiora e Doroverde, entrambi Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore che ricercano, ciascuno in modo diverso, la massima espressione di questo straordinario vitigno delle Marche divenendo i due vini di punta dell’azienda. I vini Castelfiora – Verdicchio dei Castelli di Jesi DOC Classico Superiore è un vino in cui le caratteristiche uniche del Verdicchio, in particolare la sua ineguagliata longevità tra i bianchi autoctoni d’Italia, si sposano con una intatta freschezza anche dopo lustri di affinamento in bottiglia. E’ un Verdicchio in purezza ottenuto dalle migliori uve raccolte a mano negli appezzamenti più vocati della tenuta Tombolini: vigne caratterizzate da suoli particolarmente ricchi di argilla, arenaria e sabbia che donano al contempo potenza e finezza olfattiva. La pressatura avviene da grappoli interi, con inizio di fermentazione in acciaio che prosegue in contenitori di legno. Buona parte del vino affina in barili di rovere francese per circa 10 mesi, mentre una parte passa attraverso macerazioni di diverso tipo (incluso in otri di ceramica). Doroverde – Verdicchio dei Castelli di Jesi DOC Classico Superiore è un Verdicchio in purezza prodotto con uve provenienti da vigneti di circa 20 anni piantati su suoli argillo-calcarei che donano peculiare sapidità. E’ un vino che nasce dalla ricerca di un equilibrio perfetto tra il carattere vibrante del Verdicchio e la sua eleganza, tra la tipica freschezza del vitigno e una distintiva finezza. Le uve sono selezionate a mano con raccolta in cassetta cui segue la pressatura dei grappoli interi. La vinificazione avviene al riparo dall’aria per avviare mosti integri ad una fermentazione in acciaio cui segue l’affinamento su fecce fini per circa 6 mesi, mentre una frazione termina la fermentazione in contenitori di cemento al fine di ottenere maggiore complessità e piacevolezza. Doroverde rievoca nel nome i Dori, e cioè i greci siracusani che fondarono Ancona, ma anche il colore delle campagne dei Castelli di Jesi e del Verdicchio. Anfora come opera d’architettura Il 2021 è stato l’anno del centenario dalla fondazione dell’azienda, e per questo motivo Carlo decide di lanciare la nuova Anfora Tombolini “100 anni”, nata dopo un lungo studio di design insieme all’Architetto Simonetta Doni di Firenze. Una bottiglia verde, come i riflessi del Verdicchio, elegante e slanciata come una renana, che rivisita in chiave contemporanea, con stile e leggerezza, le iconiche anfore che la famiglia ha utilizzato sin dal 1954. Una bottiglia preziosa, un oggetto di design concepito per contenere vini di grande finezza, una forma sinuosa simbolo del nuovo corso, una bottiglia gioiello creata per contenere i migliori Verdicchio dell’azienda. Ma è già nel 1972 che l’anfora è anche opera d’architettura: è in quell’anno che Giovanni Tombolini incarica un noto designer, l’architetto Luigi Massoni di Milano di sviluppare l’anfora personalizzata per il primo Verdicchio dalla sua nuova cantina di Staffolo, ovvero l’anfora Castelfiora. Nel 2021 l’azienda è quindi una delle pochissime cantine marchigiane ad avere due modelli di anfora registrati e disegnati da grandi architetti. Il ritorno all’anfora rappresenta una scelta di rottura, coraggiosa e lungimirante, per tornare orgogliosi della propria storia e rendere immediatamente riconoscibile il territorio e la denominazione nei contesti più prestigiosi del vino. Rievocare l’anfora come simbolo di vini prestigiosi e di altissima qualità, oltre ad rievocare la storia di un territorio e di un vitigno autoctono straordinario. Complimenti a Tombolini per aver valorizzato l’unicità storica ed identitaria che solo in pochi possono permettersi di avere! I simboli del Verdicchio: Tombolini e l’anfora verde A cura di Giuseppe Petronio 
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27 Settembre, 2022

Cantine Scarfò: Vino Ansonaco dell'Isola del Giglio

Cantine Scarfò: Vino Ansonaco dell’Isola del Giglio Una Storia di Passione Carissimi, bentrovati! L’estate è volta al suo termine e siamo entrati nel periodo di vendemmia. Desidero iniziare questo periodo raccontandovi di un’altra vendemmia eroica ed isolana, quella delle vigne Sarfò. Siamo sull’isola del Giglio, una realtà tristemente nota alle cronache per il naufragio della Costa Concordia, ma che oggi è totalmente restituita al suo splendore. La tradizione di fare il vino in quest’isola precede I romani. Evidenze architettoniche testimoniano che in quest’Isola si produceva vino in epoca greco-etrusca, romana e bizantina. I terrazzamenti in pietra, le vasche scavate nel granito, le anfore vinarie ed altri manufatti utilizzati nella produzione del vino, testimoniano che l’Isola è stata vissuta e coltivata dagli albori della civiltà. Valorosi Mastri vignaioli, spaccando i massi di granito con la mazza ed i punciotti per ricavarne pietre, hanno realizzato nei secoli, quasi in ogni angolo dell’Isola, un incredibile architettura di muri a secco, per sostenere la terra. Anticamente la vinificazione non avveniva nelle cantine, ma nei palmenti, vasche scavate nel granito all’interno delle vigne, dove l’uva diventava mosto, per poi divenire vino all’interno di capienti anfore in terracotta. Altre costruzioni visibili in tutta l’Isola sono I “capannelli”, piccole strutture voltate realizzate con granito e malta di calce, sabbia e cocciopesto. Queste costruzioni erano utilizzate dai vignaioli come un luogo di riposo e ristoro durante le lunghe e faticose giornate di lavoro nelle vigne, oltre che come piccola casa e magazzino. Durante l’estate, nelle ore meridiane, entrare in un “capannello” dà una sensazione di frescura e di tregua dal sole cocente che fuori arroventa le pietre ed offre la possibilità di una pennichella. Oggi la tradizione isolana di fare il vino continua grazie a vignaioli che con passione custodiscono le antiche terrazze e con cura e costanza continuano a coltivarle amorevolmente a mano, per produrre una piccola ma preziosa quantità di vino. Tra i vignaioli desidero raccontarvi di Cantine Scarfo’, una piccola impresa portata avanti da Cesare Scarfo’ e sua moglie Amy Bond. Cesare ha vissuto l’Isola del Giglio da prima di nascere, venendo qui tutte le estati, esplorando i posti, le vigne ed il mare. Da piccino cominciò a conoscere e fare amicizia con i vignaioli del Giglio e da questi amici vignaioli Cesare, come allievo di bottega, ha imparato il mestiere qui assai difficile e faticoso di fare la vigna ed ha conosciuto la tradizione del vino. Il principale tipo di vino prodotto al Giglio è l’Ansonaco: colore ambra, profumo sottile, piacevole, di fiori e miele di macchia. In bocca, robusto, gustoso, con noti di mela, frangipani, corbezzolo, albicocca. Seguendo l’antica tradizione dei vignaioli isolani, il vino Ansonaco è vinificato prevalentemente con uva Ansonica alla quale viene aggiunta una piccola quantità di altre uve bianche tra le quali il procanico, la malvasia, l’empolo ed il biancone. Nelle vecchie vigne sono sempre presenti anche alcuni calzi di uva nera, tra le quali ricordiamo il granace, l’uva corbolana e l’aleatico che, aggiunte alle altre, conferiscono al vino aromi e profumi particolari. Il proposito di questa piccola azienda a conduzione familiare è quello di produrre vini con semplicità e sincerità, lasciando che siano l’uva ed il luogo a definire vino così da proporre un’esperienza unica ed originale. Per consentire all’uva di esprimere se stessa ed il territorio, in cantina il vino è realizzato col massimo rispetto ed il minimo intervento. La vendemmia avviene solitamente nella seconda metà di settembre, quando i chicchi sono ben maturi e ricchi di aromi. L’uva viene raccolta solitamente in due giorni, con l’aiuto degli amici vignaioli. I grappoli sono pigiati entro poche ore dalla raccolta e le bucce vengono lasciate assieme al mosto durante i primi quattro giorni di fermentazione, come dalla tradizione gigliese. Visitare il giglio e gustare il suo nettare è un’esperienza unica e per farlo vi suggerisco di contattare Cesare Scarfò sul form https://cesarescarfo.com/contatto.html Vi Aspetto! Cristina Itinerari DiVini è una rubrica a cura di Cristina Mascanzoni Kaiser    
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26 Settembre, 2022

Lugana un vino nato per invecchiare

Un vino nato per invecchiare “Immediatezza e longevità”, un titolo che racchiude tutta la natura e le potenzialità del Turbiana, il vitigno da cui nasce la storica Doc Lugana: un vino nato per invecchiare. Nata nel 1967, una delle prime in Italia, è una denominazione interregionale lombardo-veneta, che si estende nell’area a sud del Lago di Garda.  È stato un viaggio meraviglioso per noi, Partners in Wine, partecipare alla Masterclass ” Lugana Armonie senza tempo”, promossa dal Consorzio di Tutela Lugana Doc, tenutasi a Villa Piccolomini, nel cuore di Roma. Raccontata minuziosamente da Daniele Cernilli, fondatore della testata e guida vini Doctor Wine, affiancato da Fabio Zenato, Presidente del Consorzio, abbiamo scoperto le tante versioni della Doc Lugana: Spumante, Base, Superiore, Riserva e Vendemmia Tardiva. L’esperienza ci ha dimostrato come il tempo possa essere un valido alleato, regalandoci in ogni calice vini di grande spessore, versatili, con un’acidità predominante e un’evoluzione sorprendente. Il terroir del Turbiana Chiamato anche Trebbiano di Lugana, il Turbiana fa parte della variegata famiglia dei trebbiani e presenta alcune similitudini con il verdicchio. È coltivato per lo più in Lombardia, in cinque Comuni, Sirmione, Desenzano, Lonato, Pozzolengo e Peschiera su terreni morenici, ovvero sbriciolati dai ghiacciai, ricchi di argilla bianca, componenti calcaree, minerali fino a diventare sabbiosi verso le colline. Il Lago di Garda, il più grande d’Italia, è la testimonianza di quel che resta di un antico ghiacciaio di diecimila anni fa che si è ritirato. È una massa d’acqua importante che rappresenta un’isola mediterranea, una sorta di enclave all’interno della Pianura Padana. Il clima mediterraneo favorisce la crescita sana delle uve e una ventilazione costante, addolcendo le temperature mitigate dalle brezze del lago. Sono zone altamente soleggiate, prive di nebbia, con un microclima unico, ottimo per la coltivazione di quest’uva dalla buccia spessa e dal grappolo compatto. Il Consorzio: numeri e obiettivi Dalle parole del Presidente: “Il Consorzio sta in una fase di crescita continua, in particolare all’estero; il Lugana Doc conta ad oggi 2500 ettari vitati ed è una denominazione che produce 27 milioni di bottiglie l’anno di cui il 70% viene esportato all’estero soprattutto in Europa, America e Asia. È un vino che sta crescendo anche al suo interno in termini di piccole e medie aziende che stanno operando in modo qualitativo e rappresentano identità uniche nel territorio. In questa giornata siamo in veste di promotori del nostro territorio; è una denominazione molto conosciuta all’estero e che in Italia vive una fase molto importante di crescita che si sviluppa soprattutto sull’asse Milano-Venezia. Ecco allora la volontà di raccontare anche qui a Roma il territorio attraverso i vini e poter poi condividere con Voi, Operatori e la Stampa, quello che è il senso del Lugana”.   Lugana: una sorprendente degustazione In questa prima parte, abbiamo avuto modo di degustare 10 referenze a confronto e alla cieca. I primi cinque vini erano della stessa annata, una orizzontale della 2021 di cinque cantine differenti. La seconda batteria dei cinque vini era di diverse annate, una verticale della 2020, 2018, 2017, 2009, 2002 vendemmia tardiva. I temi affrontati in questa sessione sono stati l’autolisi dei lieviti, l’immediatezza e la capacità di sfidare il tempo del Lugana, caratteristiche peculiari di questo vitigno dalla grande personalità. L’autolisi è il percorso più importante: la permanenza sulle fecce di fermentazione, ricche di proteine, che arricchiscono la massa di elementi che vanno a formare le molecole odorose, al di là delle note fruttate, donano un’ampiezza maggiore al risultato finale. Si vengono ad originare così caratteristiche organolettiche che ritroviamo in ogni calice, come firma di una linea stilistica simile per tutti i produttori, dovuta alla coltivazione in terreni e con condizioni climatiche abbastanza uniformi. Tutti elementi che fanno sì che il Lugana diventi riconoscibile e unico. Le note organolettiche che riscontriamo comunemente sono la pietra focaia, candela spenta, note di combustione, note sulfuree che si incrociano con note fruttate, agrumate, e un’amabile mandorla fresca. Annata 2021 In questa annata abbastanza classica, un po’ più calda rispetto a quella in corso, le note descritte sopra sono evidenti fin da subito, avvertendo proprio una sorta di comunità stilista soprattutto nei primi tre calici degustati. È sorprendente il livello di acidità molto interessante considerando che, come ci racconta Cernilli, la zona si trova a Nord del 45° parallelo, come Bordeaux, e che ha invece questo clima mediterraneo mite grazie alla sua vicinanza al lago che ha questa azione di termoregolazione sulle temperature. Tutti i vini 2021 in degustazione passano dai quattro agli otto mesi sulle fecce sottili e vinificano in acciaio. In alcuni sono evidenti più le note fermentative, citriche/agrumate; in altri più le note floreali e fruttate. Nei primi tre calici non c’è un frutto definito, è sempre un’attesa olfattiva. Troviamo una comunione di elementi primari, fermentativi ma anche terziari. Non ci sono elementi di calore alcolico, è più marcata la salivazione in alcuni calici in funzione della freschezza. Il quarto calice è un vino composto, che dà l’impressione di avere un residuo zuccherino dovuto però alla sua dolcezza alcolica, molto completo al livello olfattivo che esprime le caratteristiche tipiche del Lugana con meno sentori di pietra focaia. Un vino piacevole, morbido. Infine nel quinto calice troviamo una nota sulfurea molto presente, dovuta forse alla sua permanenza più lunga sulle fecce, un’acidità più alta e una astringenza leggera sulla punta della lingua. C’è qualche elemento in contrapposizione che lo determina e lo rende interessante per la sua “rusticità”. Per cui, in definitiva, si alternano vini con maggiore acidità e salinità rispetto alla struttura, più immediati; altri con una struttura più predominante, più completi nella composizione dei vari elementi organolettici. (In ordine di degustazione: La Meridiana, Cantina Bulgarini, “Le Creete” di Ottella, “Montunal” di Montonale, ” Capotesta” di Cascina Maddalena). Annata 2020 Annata più fresca che porta nel calice determinati aspetti di acidità più evidenti. Naso divertente e complesso, note agrumate, meno pietra focaia, spiccata acidità, meno struttura, meno calore alcolico, croccante, nota più fresca: “dove i valori del Nord vincono sui valori del Sud”, ci spiega Cernilli. Da qui, confrontandoci, capiamo con più determinazione che il Lugana non è soltanto un vino che si esprime in modo orizzontale con caratteristiche uniformi come nella 2021, ma a seconda dell’annata ha delle espressioni diverse. Questo calice ha un’espressione più verticale. Si sente tutto il Nord. (Lugana Doc “Sorgente” Citari). Annata 2018 Annata simile alla 2020, leggermente più fredda. In questo calice sentiamo note agrumate più aspre quasi di limone, un’evoluzione di pietra focaia, candela spenta, più sapido che aiuta la salivazione, un ottimo rapporto tra struttura e acidità. Un vino sinestetico per metafora, più verticale, più ghiaccio rispetto alla 2021; è l’espressione di quella che potrebbe essere l’ampiezza di un Lugana, non è un vino banale che verte solo sulla frutta esotica, ma un vino che non ci si aspetta di degustare e stupisce. (Lugana Doc “Demesse vecchie” di Olivini). Annata 2017 La 2017 è stata la prima annata veramente tropicale. Sia all’olfatto sia al palato pensiamo possa fare un passaggio in legno e da qui il colore più carico, la presenza di note di frutta tropicale esotica e di mandorla fresca. All’inizio ha qualche nota fenolica dovuta sicuramente alle alte temperature che hanno favorito le parti solide. Molto piacevole e gastronomico. (Lugana Doc Riserva ” Sermana” di Corte Sermana) Annata 2009 Un’annata che gioca tutto sull’acidità e quindi sulla longevità di questa bottiglia. Colore dorato, all’olfatto sentiamo delle note di cereali, c’è un ricordo di fermentazione nonostante il tempo passato, miele, mango, acidità spiccata. Qui siamo al di là del semplice frutto. Alla faccia dei bianchi che non invecchiano!!! Un vino fantastico da tenere in cantina e saper attendere. (Lugana Doc “Madre Perla” di Perla del Garda). Annata 2002 Questa annata è stata terribile in tutta Italia, piovosa e fredda. Nonostante il tempo, questo calice è straordinario. È un’espressione sontuosa di Lugana che ha un’acidità alta ancora presente dopo venti anni. All’olfatto sentiamo profumi di cereali, note terziarie, agrumate, tioliche. Avvolgente al palato come una poesia con un’ottima tenuta. Una gran bella scoperta il suo potere di invecchiamento. Nel corso dell’evento abbiamo degustato altri Lugana, altre versioni anche spumantizzate e annate più vecchie, grazie alle 38 aziende presenti sotto la loggia, venute a Roma a rappresentare le tante sfumature di quest’uva meravigliosa che ci ha regalato tante emozioni nei calici. Calici che, in ogni tipologia, hanno egregiamente accompagnato gli antipasti di salumi e formaggi di varie stagionature e i giochetti al ragù in bianco. Abbiamo avuto il grande piacere, tra le tante ottime aziende, di degustare tutti i prodotti della Cantina Le Morette del Presidente del Consorzio, Fabio Zenato. Concludiamo, come sempre, lasciandovi con una frase che, secondo noi, rappresenta anche i nostri caratteri e pensieri : “Il vino mi ama e mi seduce solo fino al punto in cui il suo e il mio spirito si intrattengono in amichevole conversazione”. Hermann Hesse Cristina e Ilaria Partners in Wine
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24 Settembre, 2022

Wine Media Conference 2022, inizia il conto alla rovescia...

La Wine Media Conference è oramai alle porte! E’ iniziato il conto alla rovescia e mancano solo tre giorni e siamo pronti a raccontarlo “live” con la nostra redazione che avrà l’onore di partecipare. Il sipario si alzerà il prossimo 27 settembre ed andrà in scena per la quattordicesima volta…ma la vera sorpresa è che per la prima volta sarà in Europa e grazie ad Ascovilo in Lombardia e precisamente a Desenzano del Garda in provincia di Brescia. La Wine Media Conference è la rassegna mondiale dedicata alla comunicazione del vino, fondata nel 2008,  evento internazionale dedicato al settore del vino che riunisce ogni anno wine blogger, giornalisti di settore, wine media tradizionali, influencer dei social media e operatori di settore, in particolare statunitensi, offrendo una occasione unica di incontro. I professionisti esperti di vino partecipano per migliorare e arricchire le proprie competenze e per conoscere e raccontare all’esterno i territori del vino più importanti del mondo. La Wine Media Conference nel 2021 si è svolta a Eugene, in Oregon, mentre quest’anno dal 27 settembre al 3 ottobre per la prima volta arriverà in Europa. Gli organizzatori hanno infatti scelto la Lombardia con Desenzano del Garda che per una settimana diventerà la capitale mondiale della comunicazione del vino. Un risultato storico ottenuto grazie all’impegno organizzativo di Ascovilo, l’associazione che raggruppa 13 consorzi vitivinicoli lombardi. L’iniziativa si propone di valorizzare e far scoprire la Regione Lombardia come terra di vini straordinari e meta turistica di alto livello presso un target nazionale e internazionale. “E’ un onore ospitare per la prima volta in Europa, proprio in Lombardia e in particolare sul lago di Garda, un evento mondiale come la Wine Media Conference – ha commentato l’assessore regionale all’Agricoltura, Fabio Rolfi -. I vini lombardi e i territori che rappresentano saranno al centro del mondo. Una occasione che sapremo sfruttare nel migliore dei modi. La Lombardia è terra di grandi prodotti. Dobbiamo imparare a comunicare meglio ciò che facciamo anche attraverso i racconti di testimonial ed esperti del settore che sappiano informare e influenzare i consumatori. Il vino è la carta di identità di un territorio e dobbiamo valorizzare le nostre etichette anche in chiave turistica in maniera strutturale. Ringrazio la presidente Giovanna Prandini per la proficua collaborazione. Questa manifestazione, ospitata per la prima volta in Europa, è il fiore all’occhiello dell’azione di Regione Lombardia in questi anni finalizzata alla promozione e valorizzazione dei nostri vini, considerando il vino non un semplice prodotto, ma il veicolo di racconto di un territorio”. La conferenza si terrà dal 29 settembre al 1 ottobre all’Hotel Acquaviva del Garda di Desenzano. Durante la conferenza sono previste diverse attività di divulgazione e degustazione tra cui Educational sessions, Discovery sessions, Live Wine Social, pranzi e cene a tema con abbinamento dei vini.
“Portare in Europa la Wine Media Conference per la prima volta, in particolare in Italia ed in Lombardia , è un grande risultato per Ascovilo reso possibile da un incontro fortunato e fattivo con Laura Donadoni a Merano nel 2021 e che premia il desiderio dei nostri Consorzi di Tutela di fare insieme azioni strutturate e coerenti per la promozione dei vini di Lombardia – ha aggiunto il presidente di Ascovilo, Giovanna Prandini -. Come Associazione dei consorzi vitivinicoli lombardi avremo una straordinaria opportunità di rivolgerci al mercato americano in modo coordinato, potendo confrontarci con oltre 50 giornalisti di primissimo livello negli Stati Uniti, con un programma pensato per rendere memorabile l’appuntamento italiano volto a valorizzare e far scoprire la Regione Lombardia come espressione plurale di vini DOCG , DOC e IGT. Parlare di territorio tuttavia non basta per cogliere a pieno la tradizione e cultura lombarda, per questo la Wine Media Conference sarà preceduta e seguita da escursioni volte ad esplorare i diversi paesaggi che ospitano le produzioni regionali e non mancheranno eventi conviviali : a titolo esemplificativo cito due appuntamenti a Desenzano, nelle splendide cornici del Museo Rambotti e in Castello, in collaborazione con Grana Padano nel chiostro del museo in data 30 settembre e con Valtenesi e Lugana insieme sabato 1 Ottobre. Inoltre grazie alla collaborazione con il Consorzio Garda Lombardia abbiamo proposto per gli accompagnatori dei giornalisti impegnati nella Conference, un programma speciale a forte vocazione turistica affinchè il ricordo di questa esperienza rimanga nel cuore dei visitatori e delle loro famiglie“. “Siamo sempre molto felici di poter essere un veicolo di valorizzazione dei prodotti che ricadono sui nostri territori. – ha aggiunto Stefano Berni, direttore generale del Consorzio Grana Padano, sponsor della serata del 30 settembre nel chiostro del Museo Rambotti -. Abbiamo prodotti straordinari e un patrimonio enogastronomico unico da tutelare e da valorizzare e il Grana Padano, in quanto formaggio DOP più consumato al mondo, deve farsi parte responsabile per diffondere la cultura del gusto e della qualità in tutto il mondo”.
“Ho visto nascere questa conferenza dedicata ai professionisti della comunicazione del vino, partecipando negli States ad ogni edizione come giornalista e ambasciatrice dei territori italiani – ha ribadito Laura Donadoni, giornalista, wine educator e divulgatrice della cultura del vino italiano in USA -. Quando Allan Wright lo scorso anno mi disse di voler portare la WMC per la prima volta in Europa mi sono ripromessa che avrei fatto di tutto perché fosse il mio Paese d’origine a ospitarla. Era un’occasione troppo preziosa, il coronamento del lavoro di anni nel promuovere con orgoglio il vino italiano negli Stati Uniti. Ho trovato in Giovanna Prandini a capo di Ascovilo la stessa determinazione e amore per la nostra terra: una scintilla che ci ha permesso di far diventare realtà quella promessa. L’abbiamo proposto a Regione Lombardia per la portata nazionale della manifestazione e abbiamo trovato subito entusiasmo e voglia di portare a casa il risultato. Ora non dobbiamo sprecare l’occasione, innanzitutto per i nostri produttori che hanno storie straordinarie per far innamorare la stampa di settore della Lombardia e dell’Italia”. “Il turismo del gusto è una componente fondamentale dell’offerta turistica gardesana e fra gli elementi principali che concorrono alla scelta di una località dove trascorrere una vacanza. Il Garda e la Lombardia più in generale si presentano al mercato turistico internazionale con un’offerta strutturata: cantine, degustazioni, percorsi fra i vigneti, abbinamento ai piatti del territorio, vini di altissima qualità e che già sono presenti sui mercati mondiali. La Wine Conference è una manifestazione di altissimo profilo che darà l’opportunità al nostro territorio di farsi conoscere e aprirsi a nuove opportunità. Su questi motivi si fonda la collaborazione del consorzio Garda Lombardia con Regione Lombardia e con Ascovilo che, grazie al lavoro della sua presidente Giovanna Prandini ha portato sul Garda e per la prima volta così tanti autorevoli media statunitensi”, ha spiegato Massino Ghidelli, presidente Consorzio Garda Lombardia. Il sindaco di Desenzano del Garda, Guido Malinverno, non ha nascosto la soddisfazione: “Vino, comunicazione e valorizzazione dei prodotti dell’entroterra sono tutti ingredienti di una manifestazione che è unica nel suo genere, specialmente per un Comune come Desenzano del Garda. Abbiamo l’onore e l’onere di essere la prima città in Europa ad ospitare questa rassegna di caratura mondiale, ma sono convinto che la meravigliosa cornice del Lago di Garda e la ricettività offerta dalle strutture del nostro territorio formeranno il perfetto connubio per offrire a chi verrà in occasione del Wine Media Conference un’esperienza indimenticabile”. Non solo. Anche Pietro Avanzi, Assessore alla Cultura della cittadina lacustre, è sulla stessa linea di pensiero: “L’anno scorso questo evento si è tenuto a Eugene, in Oregon, mentre tra pochi giorni avremo la fortuna di ospitarlo qui a Desenzano: già questo elemento rende l’idea dell’importanza di questa manifestazione non solo per la nostra città, ma per l’Italia intera. Considerando poi che il nostro territorio ha da sempre la cultura e la propensione alla produzione vitivinicola e alla sua esportazione internazionale, il Wine Media Conference diventa un appuntamento di portata storica, un’occasione imprescindibile per le tante opportunità che offre e per la creazione di nuovi rapporti da instaurare con tutti i paesi del mondo presenti”. Nei giorni precedenti e successivi alla conferenza si svolgeranno 6 escursioni che coinvolgeranno 7 Consorzi di Tutela del Vino di Lombardia Pre-Conferenza
27/09/2022 VALCALEPIO + MOSCATO DI SCANZO
28/09/2022 LUGANA
28/09/2022 VALTENESI
Post-Conferenza
02/10/2022 VINI MANTOVANI
02-03/10/2022 VALTELLINA
02-03/10/2022 OLTREPO La redazione di WineTales Magazine 
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23 Settembre, 2022

L’Irpinia e le sue Radici

Radici vuol dire tornare alla terra. Alle origini dove tutto è nato e dove tutto torna.  Radici della vite che devono arrivare in profondità per il nutrimento della pianta. Più riescono a penetrare il terreno, più son forti, più il frutto assorbirà dalla terra le sostanze che caratterizzeranno il vino. Radici, le nostre radici. Quelle di un territorio, quelle della gente.  Radici è il resort di Mastroberardino, la famiglia che forse più di tutte rappresenta l’Irpinia nel vino. Grazie a Mastroberardino si sono valorizzati a pieno vitigni come Fiano, Greco e Aglianico. Tre mostri sacri della enologia italiana che il mondo ci invidia. Mastroberardino non solo li ha salvaguardati, li ha esaltati con tecniche moderne ed internazionali.  Siamo in Località Piano Pantano a Mirabella Eclano (Av), immersi nelle colline vitate tra le quali si snoda uno stupendo campo da golf a 18 buche. È qui che sorge il Resort Radici, un paradiso di tranquillità, di gastronomia, di enologia.   La reception già racconta del vino, delle origini, delle Radici di Mastroberardino: le barrique, i quadri, le bottiglie. Veniamo accolti nella sala del ristorante. Magari poco chic, ma fa nulla. Tutto intorno sa di vino in maniera soft, elegante, soffusa. Poche stanze di grande charme che si affacciano sulle colline dove ogni filare, ogni nuvola, ogni uccello, sembra parte di un affresco. Dalla terrazza della stanza sembra di essere in uno di quei documentari dove tutto è perfetto. Provo la spa del resort. Intima. Coccolosa. Una bottiglia di bollicine ben fredda aiuta il relax. La cena è servita in un ambiente che sembra una serra grazie alle imponenti superfici vetrate utili per osservare le opere d’arte offerte dalla natura e modellate dall’uomo.   Il menu è particolare. Materie prime del territorio interpretate in chiave moderna. Senza strafare. Senza voli pindarici. Con concretezza e tanta arte. Chiacchiero col cameriere, che in realtà è un po’ il tuttofare, scoprendo che è anche il sommelier. Non posso non scegliere il “percorso culinario” per il quale si offre di farmi assaggiare i loro migliori vini. Iniziamo con il Fiano che accompagna l’entree, un vol-au-vent con stracciata di bufala. Il matrimonio è perfetto. C’è un connubio di sapori che impreziosisce il piatto ed esalta i sapori.  Per l’antipasto, una sfera di melanzane, sarebbe previsto un vino diverso da quello che lui tiene a farmi assaggiare: il Nero a metà, Aglianico vinificato in bianco.   L’accostamento purtroppo è azzardato e lui lo sa ma è la voglia di farmi provare questo vino è tanta perché sa che il prodotto è di livello.  Il risultato è che la sfera di melanzane è ottima, il vino stupendo ma l’abbinamento non c’è: l’Aglianico, anche se vinificato in bianco non è così gentile e la sua persistenza è comunque importante. Ciò non mi impedisce di metterlo già nel carrello della spesa. Anche perché decido di non cambiarlo per accompagnare il primo piatto, spaghettoni all’acqua di pomodorini con stracciata di bufala. L’abbinamento diventa migliore. Non ottimo ma perlomeno accettabile. Grande vino davvero. Difficile da abbinare tanto che penso a qualche carne o a della pasta con sugo (in bianco o pomodorino leggero) di carne.    Il secondo, una tagliata in crosta accompagnata da scarola, non può che vedere vicino un Taurasi. Riserva ovviamente. Non si può che chiamare “Radici” perché il Taurasi è il vino che rappresenta a pieno il territorio, le origini, la storia, le radici. Ecco, qui non c’è partita e l’accoppiata risulta vincente. Il Taurasi è spettacolare già dal complesso corredo olfattivo. In bocca, tutta la sua grandiosità, la persistenza, l’armoniosità. Nel carrello senza dubbi. Sul dolce, un cremino al pistacchio, poi ci tiene a farmi assaggiare Melizie il loro passito da Fiano derivato da muffe nobili botrytis cinerea. Starebbe meglio su dei formaggi (nasce per questo scopo) ma comunque va bene. Anche questo nel carrello. Non è facile trovare Radici così come non è facile trovare le proprie radici. Percorrendo l’autostrada A16 da Napoli verso Bari, prima di Grottaminarda, se si guarda verso destra si notano le colline vitate ma non si può intuire che, aldilà della sommità si apre un paradiso. Radici dimostra come non mai quanto terre che sono lontane dal turismo di massa, lontane dall’immaginario collettivo, riservino invece sorprese stupende. Persone cordiali. Grande fierezza. Grande cura e rispetto dell’ospite.   Il tutto in un territorio che sembra nulla avere a vedere con il “sud”. Qui dove l’inverno è rigido e le estati non particolarmente calde. Qui dove le alture e le esposizioni sono quelle giuste per la vite.  Qualcuno ha definito il Taurasi come il Barolo del sud. Eppure potremmo sostenere il contrario visto che del Nebbiolo si iniziano ad avere notizie dal Duecento mentre l’Aglianico era già noto ai Greci e introdotto in Italia intorno al VII secolo AC. Non serve fare confronti tra vitigni. L’unica cosa che serve è non mancare di visitare questi luoghi, compenetrarsi nella cultura del territorio e vivere a pieno esperienze che, ne sono certo, rimarranno nel cuore. Ivan Vellucci @ivan_1969 https://youtu.be/RakajXgmc-E
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22 Settembre, 2022

Italia vs Francia finisce uno a zero

Non sono impazzita ora ve ne spiego il motivo. Ci troviamo nel comune di Sommacampagna vicino al paese di Custoza. Una zona ricca di testimonianze della coltura della vite che si deve probabilmente agli Etruschi e portata avanti poi da Veneti e Celti. Quando i Romani arrivarono in questo territorio trovarono coltivazioni ben avviate e non fecero altro che portare avanti e incrementarne la produzione. Si resero conto che era una zona particolarmente vocata grazie a un clima mite dovuto alla posizione tra il Lago di Garda e le colline moreniche dai terreni argillosi e calcarei, alcuni sabbiosi. Questo microclima favorevole, oggi lo sappiamo bene, regala ai vini prodotti, caratteristiche molto ricercate quali freschezza, leggera aromaticità, bevibilità e abbinabilità. San Michelin Torniamo al titolo: l’Azienda Gorgo, mette in produzione un vino Custoza che viene chiamato “Bianco di Custoza del Podere di San Michelin” anche come atto di devozione a San Michele la cui immagine è conservata appunto in una piccola Cappelletta vicino a un antico vigneto. Una precisazione: in dialetto veneto San Michele viene chiamato confidenzialmente Michelin. Azienda Gorgo 1- Michelin 0 Scoppia una bomba a colpi di carte bollate, cause e ricorsi durati anni, perché il famoso omonimo colosso Francese rivendica l’assoluto diritto di utilizzo di questo nome, senza considerare che non ci sono minimamente problemi di concorrenza e di eventuale confusione di marchio. Così Roberto Bricolo, titolare dell’azienda Gorgo, dopo ben 10 anni di battaglie legali, vince la causa e il Custoza può mantenere questo nome che ha conservato ancora oggi. Ammiro quest’uomo per aver “tenuto duro” e per aver combattuto per una causa in cui credeva. Mi auguro che stia ancora festeggiando di gusto per come si è conclusa la faccenda, ovviamente non a champagne! La visita La visita all’azienda se siete in zona è doverosa. Gli ambienti sono accoglienti e caldi e sembra di stare in un salotto di casa, merito anche di un recente intervento architettonico di ampliamento e ristrutturazione, dedicato sia alla cantina di vinificazione sia agli edifici riservati all’accoglienza degli ospiti. La degustazione è stata condotta con simpatia e competenza da Susy che ci ha spiegato che l’Azienda è nata nel 1975 per volontà di Roberto e di sua moglie Alberta, che hanno deciso di rinunciare completamente alle attività delle rispettive famiglie per inseguire insieme il sogno di far nascere un’azienda vinicola, investendo così anima e corpo in questa avventura. Sono infatti loro tra i primi che negli anni ’80, precorrendo i tempi, parallelamente alla vigna curano anche l’aspetto di quello che oggi chiamiamo enoturismo: accolgono in cantina ospiti, dando loro modo di incontrare personalmente chi lavora attivamente in azienda e attraverso la visita e la degustazione, fanno conoscere la loro visione di viticoltori. Ora Gorgo è guidata con determinazione e passione dalla figlia Roberta che, dopo aver completato gli studi classici a Verona e aver intrapreso una carriera da avvocato, decide che la cantina è il suo mondo. Sostenibilità Roberta non si è limitata solo a prendere in mano le redini dell’Azienda e a proseguire quanto creato dai suoi genitori, ma ha fatto un ulteriore passo avanti, convinta che il vigneto debba essere in equilibrio con l’ambiente che lo circonda. Ha infatti investito in nuove tecnologie convertendo a bio a partire dal 2014, tutti i vigneti dell’Azienda (53 ettari certificati) la cui prima annata risale al 2018. 17 le etichette prodotte e 3 le linee tutte biologiche (Classica – con cui si vuol mettere in risalto i vitigni autoctoni –  Superiore e Spumanti). Ho particolarmente apprezzato l’attenzione alla sostenibilità (anche attraverso l’utilizzo di bottiglie leggere) e il fatto che il “core” sia tutto al femminile.   La degustazione Con Susy abbiamo assaggiato le bottiglie che vedete nella foto e cioè: CUSTOZA D.O.C. Perlato – Spumante Brut Garganega (Cortese, Trebbiano Toscano, Durello) linea classica CUSTOZA D.O.C. Garganega (Bianca Ferranda, Trebbiano Toscano) linea classica CUSTOZA SUPERIORE D.O.C Summa (Garganega, Bianca Ferranda, altri) un Custoza ottenuto con uve raccolte in surmaturazione linea Superiore e non poteva ovviamente mancare il famoso: CUSTOZA D.O.C. San Michelin (Garganega, Cortese, Trebbiano) linea Superiore CHIARETTO DI BARDOLINO D.O.C. (Corvina, Rondinella, Molinara) linea classica BARDOLINO D.O.C. (Corvina, Rondinella, Molinara) linea classica Questa bella storia, era stata argomento di un mio post su Instagram con tanto di video della visita, mi sono accorta però che dal mio feed è misteriosamente scomparso, cancellato. Vediamo se questa volta qualcuno oscura l’articolo. Claudia Riva di Sanseverino @crivads   https://youtu.be/RakajXgmc-E
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19 Settembre, 2022

CUVETTE VILLA FRANCIACORTA: LA FORZA DEL TEMPO ATTRAVERSO LE BOLLICINE.

È una mattina di fine giugno e a Monticelli Brusati il sole è già caldo. Siamo in una delle estati più calde della nostra storia. Le foglie guardano la terra che, polverosa e arida a causa della siccità, trasmette lo sforzo che ogni singola pianta di vite sta vivendo in questo periodo difficile per le condizioni climatico-ambientali. Meravigliosa è la brezza che dal lago di Iseo invoglia a camminare tra le vigne, in attesa di quello che è un evento che raramente avviene in Franciacorta: la verticale di ben dieci annate di Cuvette.  Villa Franciacorta ci regala ogni anno spumanti millesimati Franciacorta con lavorazioni lunghe sui lieviti. Cuvette appartiene alla romantica storia di essere stato il vino di nozze di Roberta Bianchi e Paolo Pizziol, oggi titolari dell’azienda, donatole dal papà, Alessandro. Un Franciacorta caratterizzato da una personalità decisa e solida, che dà conferma a chiunque lo degusti. 85% Chardonnay e 15% Pinot nero con una lavorazione di circa 6 mesi e i seguenti 66 mesi l’affinamento è sui lieviti (per l’ultima annata prodotta). Una bollicina che già sposa l’idea del tutto pasto, che rimane al centro dell’attenzione se servita dall’antipasto al fine pasto, nel rispetto delle portate ad essa abbinate.    Accolti nella sala delle degustazioni, siamo stati felicemente accomodati ad un tavolo imperiale per circa cinquanta giornalisti del settore, ristoratori ed enotecari. Siamo dunque stati guidati magistralmente da Nicola Bonera, miglior Sommelier d’Italia nel 2005, percorrendo così la storia di Cuvette e dell’azienda attraverso una “macchina del tempo”.  2016 Descrizione tecnica: Una grande vendemmia. Un anno certamente non facile sotto l’aspetto climatico con fasi alterne che hanno consentito di raggiungere risultati sorprendenti sotto l’aspetto qualitativo. L’andamento climatico particolarmente favorevole della primavera, senza grosse insidie dal punto di vista fitosanitario, ha consentito una ripresa vegetativa in media con annate precedenti e lasciava prevedere una buona evoluzione. Ai primi di giugno un clima più fresco e umido con piogge frequenti ha comportato un rallentamento delle fasi fenologiche con conseguente posticipo della maturazione. A fine luglio l’annata si presentava con un potenziale produttivo di grande interesse e indubbia qualità con una riduzione quantitativa tutto sommato limitata. Gradazioni ideali, ottime acidità, profumi intensi e fragranti, e come sempre, caratteristica di questo terroir, la eccellente sapidità hanno dato vita ad una grande annata. Inizio vendemmia: 25 agosto  Bottiglie prodotte: 8.155 Data sboccatura: agosto 2021 Note di degustazione: Colore meraviglioso, brillante e lucente. Il naso sprigiona note intense; è un naso pieno e completo; Si percepiscono i sentori di frutta gialla ancora croccante, le linee sottili di spezia e delicata balsamicità. Le sensazioni fragranti di lievitati accompagna, e mai schiaccia, il ventaglio di profumi. In bocca sprigiona una forza elegante con particolare ricchezza sia di aromi che nell’equilibrio gustativo. Freschezza tesa e grande pienezza nel sorso. Persistenza straordinaria e nota sapida particolarmente percettibile. 2015 Descrizione tecnica: La stagione vegetativa 2015 è cominciata senza intoppi con il germogliamento intorno alla prima decade di aprile. Da aprile ad agosto la stagione 2015 è stata la meno piovosa degli ultimi anni. L’andamento meteorologico del mese di luglio, caratterizzato da pioggia quasi assente e temperature medie giornaliere piuttosto alte, ha rallentato l’attività metabolica delle vigne, riportando la progressione della maturazione ad un andamento più regolare. Le raccolte sono cominciate intorno a Ferragosto e sono proseguite per circa venti giorni. Il perdurare di temperature medie piuttosto elevate ha comportato una vendemmia breve e concentrata. Infatti, per le uve destinate alla spumantizzazione è molto importante la tempestività della raccolta per garantire il mantenimento del corretto corredo acidico, che assicura la caratteristica freschezza e longevità de Franciacorta. Sul piano quantitativo rispetto alle premesse iniziali, le rese realmente registrate in cantina sono tra il 5 e il 10% inferiori alle aspettative, in quanto la quasi assenza di precipitazioni durante tutta la stagione vegetativa ha determinato un alleggerimento del peso dei grappoli. Sul piano qualitativo complessivamente quella del 2015 è da considerarsi un’annata interessante, con profilo da vini più orientati a struttura e complessità che in altre annate. Inizio vendemmia: 14 agosto Bottiglie prodotte: 7.061 Data sboccatura: maggio 2020 Note di degustazione: Il colore si presenta sempre molto bello. La nota varietale dello Chardonnay al naso si esprime in maniera diretta e nitida. Deciso e verticale con leggere sfumature erbacee, verde e una frutta bianca succosa e croccante. La pulizia di bocca e l’equilibrio di beva sono eccellenti. Ha il difetto, se così si può chiamare, di non colmare mai la sete. Si continua bere e molto volentieri. Talmente cremoso e ricco che ricorda un Saten. Si percepisce a livello generale che l’annata è stata particolarmente bella ed equilibrata. Non si percepiscono shock, tutt’altro, è fluido e leggiadro, come ci si aspetta da una bollicina di questa caratura.  2012 Descrizione tecnica: Ottima annata caratterizzata da repentini cambiamenti climatici, che hanno alternato periodi caldi e secchi a periodi freddi e umidi. In particolare, un periodo freddo ed umido in concomitanza della fioritura ha determinato una sensibile riduzione della quantità dei grappoli, mentre un periodo di caldo torrido e secco è coinciso proprio con l’inizio della vendemmia. La conoscenza del terroir associata alla corretta gestione delle pratiche agronomiche, hanno consentito di avere un ottimo raccolto dal punto di vista qualitativo e buono da quello quantitativo. Inizio vendemmia: 17 agosto Bottiglie prodotte: 6.030 Data sboccatura: marzo 2018 Note di degustazione: Bollicine e colore fini ed eleganti dal punto di vista visivo. Sia l’impatto olfattivo che quello gustativo portano al racconto del vino finezza e una sensazione un pochino più esile rispetto alla grande annata 2015. Da aspettarselo ed esaltarlo in quanto la precisione con la quale si esprime questo spumante è davvero esaltante. Belle le note mentolate, di anice, fresche e balsamiche regalate dal pinot nero. Una frutta un poco più a pasta bianca e le note speziate che ricordano la 2016.  2010 Descrizione tecnica: Buona annata, dopo un inverno freddo e umido il germogliamento è iniziato con sensibile ritardo. Buona emissione di grappoli con un equilibrato rigoglio vegetativo. Fase della maturazione caratterizzata da un insolito periodo fresco e piovoso che ha portato ad un ritardo del periodo della vendemmia; i grappoli hanno mantenuto acidità elevate, superiori alla media, con gradazioni medio basse. Inizio vendemmia: 30 agosto Bottiglie prodotte: 7.710 Data sboccatura: febbraio 2017 Note di degustazione: Anche nella 2010 il colore e la bollicina sono meravigliosi alla vista. Al naso si percepiscono note di leggera ossidazione, una frutta particolarmente matura, sfumature di caramello, spezie che tendono all’orientale e un finale di erbe aromatiche molto piacevole. Il sorso è pieno, rotondo, particolarmente “grasso” dettato anche da una bollicina più fine e meno impetuosa. Lo Chardonnay è caldo e carico e il Pinot nero dona struttura e ricchezza gustativa. Bello il finale esotico e di liquirizia in polvere, nonostante la lunghezza non sia da segnalare. La sapidità è una costante.  2008 Descrizione tecnica: Ottima annata. L’inverno non particolarmente freddo ha favorito una buona ripresa vegetativa con una giusta emissione di grappoli. La primavera, caratterizzata da continue piogge accompagnate da basse temperature, ha ritardato le fasi vegetative incidendo in maniera sensibile sul momento della raccolta. Nella media la produzione quantitativa, regolare in tutti gli apprezzamenti. Ottima la matura- zione dello Chardonnay, che ha conservato un patrimonio aromatico importante ed ha consentito una produzione vinicola qualitativamente superiore alla media. Buoni i tenori zuccherini con acidità elevate. Inizio vendemmia: 26 agosto Bottiglie prodotte: 7.495 Data sboccatura: marzo 2016 Note di degustazione: Il naso è il più floreale trovato finora: spensierate le note di violetta accompagnate dalle note di erbe aromatiche come la salvia e il timo, tutti particolarmente intensi, che si percepiscono ancora prima di avvicinare il calice al naso. In bocca la bollicina è numerosa e persistente, ma non invasiva. Si può definire vinoso, con una leggera sfumatura liquorosa ben riequilibrata dalla freschezza e sapidità che a braccetto danno quel leggero colpo di durezza che un’annata come la 2008 necessitava. Il finale è speziato e si intravedono le note di pasticceria e di panettone. La balsamicità sempre presente in persistenza.  2007 Descrizione tecnica: Buona annata caratterizzata da un inverno mite, con temperature quasi mai al di sotto degli 0° C, e da una primavera particolarmente calda dove la ripresa vegetativa precoce ha portato ad una fioritura anticipata di 2-3 settimane. Il successivo altalenarsi di ritorni di freddo a temperatura al di sopra della media non ha particolarmente favorito l’allegagione incidendo sensibilmente sulla quantità di uva prodotta. L’impennata di temperatura del mese di luglio ha accelerato nuovamente la maturazione portando ad un anticipo della raccolta di 10-15 giorni rispetto alla media delle annate precedenti. Le uve raccolte oltre ad un perfetto stato sanitario presentavano un ottimo contenuto zuccherino con buoni livelli di acidità. Inizio vendemmia: 8 agosto Bottiglie prodotte: 14.612 Data sboccatura: maggio 2014 Note di degustazione: Tostatura. La prima cosa che si percepisce al naso è quel leggero sentore di nocciola tostata e coccio di abete ardente. I terziari si fanno sentire e la parte di frutta, pur essendoci e raccontandosi, passa leggermente in secondo piano. Il sorso colpisce ancora per la bollicina viva. Grande equilibrio anche per questa 2007. Bella è la persistenza tattile, più che gustativa, in quanto la sapidità rimane sulle labbra e dona quella piacevolezza di beva che da un vino così longevo non ti aspetteresti. 2006 Descrizione tecnica: Ottima annata. Ripresa vegetativa in condizioni climatiche ottimali, che ha favorito una buona emissione di grappoli al punto che in taluni appezzamenti si è reso necessario il diradamento. Un inizio dell’estate particolarmente caldo e asciutto ha fatto temere un ripetersi dell’annata 2003. Grazie però ad un sostanzioso cambiamento delle condizioni climatiche che hanno portato acqua in quantità ideali per lo svolgimento delle fasi vegetative della vite, per l’accrescimento degli acini. La formazione degli zuccheri e la salvaguardia del patrimonio acido e aromatico, al momento della raccolta le uve si sono presentate perfette dal punto di vista sanitario con un ideale contenuto di zuccheri, acidità buone con una concentrazione alta di componenti aromatiche. Inizio vendemmia: 23 agosto Bottiglie prodotte: 18.910 Data sboccatura: ottobre 2011 Note di degustazione: Già al naso percepiamo che questo 2006 sarà uno spumante dalle mille freschezze. Verticale al naso e colpisce ancora una volta la capacità di lettura dell’annata da parte del vino. Un’annata più fresca che porta sensazioni fragranti, leggera mentuccia, spesse sensazioni semi aromatiche, una punta di incenso e mela golden in abbondanza. In bocca sia la bollicina che la struttura del vino danno la sensazione di essere meno potente, più sottile, più delicata, ma diretta e tagliente.  Può sembrare esile, ma ha in sé la vigoria di un Franciacorta che ha fatto un passaggio in legno, seppur minimo, che non sovrasta, ma ne arricchisce il sorso.    2003 Descrizione tecnica: Buona annata. Fino alla fine di giugno andamento climatico nella norma. Durante i mesi di luglio e agosto si è manifestato un periodo molto caldo e asciutto con temperature prossime ai 40°C. Vendemmia molto anticipata rispetto alle annate precedenti con gradazioni spesso elevate e bassa acidità. Scarsa resa del mosto. La natura e la profondità dei terreni aziendali hanno mitigato notevolmente i disagi climatici dell’annata consentendo comunque di ottenere bollicine di buon spessore. Inizio vendemmia: 13 agosto Bottiglie prodotte: 14.000 Data sboccatura: febbraio 2008 Note di degustazione: Siamo difronte ad una delle migliori bottiglie della verticale. Un colore che ricorda l’oro colato con i riflessi ancora vivi e vivaci. Già dal suo aspetto si può intuire il potenziale di un vino che ha sulle spalle 21 anni, di cui 16 dalla sboccatura. Il naso si presenta regale, sommo e austero per certi versi. Dopo qualche istante si sprigiona un’intensità profonda e un ventaglio di aromi che continua ad evolvere senza mai perdere di intensità. Le note di ossidazione ricordando vini come la vernaccia di Oristano, con uno spetro olfattivo tridimensionale. Ricco al naso con profumi di miele, frutta secca, albicocche disidratate, anice stellato, chiodi di garofano, fichi secchi, menta peperita…e potrei continuare per ore a narrarlo. La bocca stupisce con una bollicina galoppante e una freschezza ancora netta, a tratti tagliente. Un tripudio di lunghezza gustativa e straordinaria piacevolezza. In forma la bottiglia? Può essere, ma solo chi fa in maniera passionale, consapevole e attenta il vino può regalare emozioni di questo tipo attraverso “una propria creatura”. 1999 Descrizione tecnica: Annata contraddistinta da una buona ripresa vegetativa. Buona produzione e stato sanitario eccellente. Gradazioni medio-basse con buona acidità caratterizzata da alti livelli di acido malico, che hanno consentito un eccellente sviluppo delle potenzialità aromatiche dell’uva. Inizio vendemmia: 1° settembre Bottiglie prodotte: 13.050 Data sboccatura: marzo 2003 Note di degustazione:  Una delle prime bottiglie prodotte cha ha la caratteristica di avere un grado zuccherino un po’ più elevato (in etichetta troviamo l’indicazione “extra dry”). Le motivazioni dell’utilizzo di questa dose extra di zucchero sono molto semplici da comprendere: la conservazione del vino. Non si tratta di una scelta stilistica, ma pura chimica e fisica. Le sensazioni che regala un vino spumante del 1999 sono emozionanti a priori, in quanto la capacità di riuscita di un prodotto fatto in epoche con tecnologia e conoscenza inferiori a quelle di oggi. Tuttavia, il vino si presenta dal corredo aromatico interessante, sicuramente evoluto e con la maturità propria di uno spumante di questa annata. Molto complesso e ricco e, degustandolo, mantiene ancora viva bolla e freschezza. La dose di dosaggio rende tutto molto rotondo e morbido, ma non stucchevole. Persistente al palato, sicuramente un vino che si avvicina più all’abbinamento con formaggi erborinati o con un dessert fresco ed estivo.   A degustazione conclusa, un grande insegnamento che rimane è l’impotenza dell’uomo di fronte alla natura. Nonostante se le idee siano ottime, le tecniche affinate, i metodi di produzione all’avanguardia, in ultimo i conti sono da fare con la natura che ci circonda, le stagioni che si susseguono e con tutto il creato. Saranno questi fattori che aiuteranno nell’ottenimento di un prodotto eccellente o, al contrario, complicheranno la produzione e le aziende. Definire questa esperienza straordinaria è riduttivo, senza considerare l’unicità delle annate e delle bottiglie aperte. La vera esperienza è come il vino permetta all’essere umano di tornare indietro nel tempo e di viaggiare riscoprendo idee, filosofie, esperimenti, prove, successi, sconfitte, attraverso un ricordo tangibile. È qualcosa che ti riporta ad un periodo che ormai non c’è più, ma che non si dimentica e che non si deve dimenticare, perché proprio grazie a chi c’è stato, oggi noi siamo. Federico Bovarini Descrizione tecnica per ogni annata a cura di Villa Franciacorta    
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17 Settembre, 2022

Château La Coste: vino, arte e architettura

Château La Coste è un museo en plein air, capace di portare tra le vigne della Provenza il meglio dell’arte e dell’architettura contemporanea. Da Ai Weiwei a Renzo Piano, passando per Bob Dylan. Château La Coste, tra Aix en Provence e il parco vinicolo del Louberon, è una tenuta estesa su 200 ettari, di cui 130 coltivati a regime biologico. Un luogo di produzione di grandi vini rosé (non solo), ma soprattutto di cultura. Una meta da non perdere per chi, come me, ama il vino, l’arte e l’architettura. Meglio ancora se goduti in simultanea, e nella rilassata dimensione del viaggio. Un muro di cemento, un hangar e un enorme ragno: questi i tre “segnali” di benvenuto alla tenuta, non esattamente incoraggianti. Ma non tutto è ciò che sembra, ovviamente. Il grande muro non delimita nulla, è come una quinta d’autore nel paesaggio. Chi mastica di architettura riconosce subito la cifra stilistica di Tadao Ando, progettista cult giapponese. A lui il proprietario della tenuta – il collezionista d’arte e magnate irlandese dell’hotellerie Patrick McKillen – chiede nel 2007 di progettare L’Art Centre, aperto al pubblico nel 2011. L’edificio triangolare in vetro e cemento, che cita Le Corbusier, funge da centro di informazioni e accoglienza, libreria, ristorante, ma anche contenitore museale. Nello specchio d’acqua che lo circonda giganteggia il ragno di cui sopra, dalla celeberrima serie Crouching Spiders di Louise Bourgeois, ma si specchia anche una delle sculture mobili di Alexander Calder. Non male come premessa. Questo è il centro nevralgico da cui si diparte una promenade naturalistica (tra vigneti e boschi), artistica e architettonica unica al mondo, che conta oltre 40 “tappe”, tra sculture, installazioni, padiglioni per esposizioni temporanee. Gran parte delle opere nascono in-situ: artisti e architetti sono stati negli anni invitati nella tenuta (che ovviamente comprende anche un resort esclusivo, Villa La Coste) e hanno personalmente scelto il luogo di ispirazione e collocazione del proprio lavoro. Tra le varie architetture spicca la doppia struttura metallica a tunnel, il già citato hangar. L’avveniristica costruzione in lamiera ondulata d’acciaio non è una rimessa: è la cantina di vinificazione, progettata da Jean Nouvel nel 2008, in sostituzione di quella storica riconvertita a sede espositiva. Poco distante, da un movimento tellurico di coperture in vetro dall’apparente equilibrio precario prende forma il Music Pavillion firmato da Frank Gehry. Inaugurato da pochi mesi, un edificio curvilineo, immerso in una vigna di vermentino, ospita una sala mostre e un auditorium. Ha un valore speciale, perché è l’ultimo progetto del grande architetto brasiliano Oscar Niemeyer: vede la luce a dieci anni esatti dalla sua scomparsa, alla veneranda età di 105 anni. Anche la galleria che si protende a sbalzo nel paesaggio, come un cannocchiale puntato sulle colline, è il testamento del suo autore, Richard Rogers. Non a caso l’estetica industriale della struttura richiama quella del Centre Pompidou a Parigi, coprogettato con Renzo Piano. E poteva forse mancare Piano, in questo gotha dell’architettura contemporanea radunato tra le vigne? Il suo padiglione espositivo si immerge nella terra con una lunga e austera rampa, ma è inondato dalla luce grazie ai lucernari a vela che ricalcano i profili dei colli in lontananza. Al momento della mia visita ospitava la mostra Drawn Blank in Provence: una serie di dipinti di Bob Dylan, evidentemente folgorato dalla luce della regione, come ai tempi Cezanne e Van Gogh. Il tutto in dialogo con opere di Picasso, Matisse, Monet, e Chagall. Chapeau, si dice lì in zona. Il Nobel-cantautore ha voluto definitivamente accreditarsi come artista lasciando allo Chateau anche una grande installazione permanente in ferro, Rail Car. Ci si può arrivare percorrendo un sentiero in pietra, opera di Ai WeiWei, dopo avere magari già apprezzato gli interventi di artisti del calibro di Richard Serra, Sean Scully, Yoko Ono, Sophie Calle, Jenny Holzer, Daniel Buren solo per citarne alcuni. Concludere la visita con la degustazione delle tre gamme di vini proposte dalla Cantina, ognuna declinata in rosé, rosso e bianco (che meritano una trattazione a parte), è la degna conclusione di un’esperienza totale, dei sensi e dello spirito. Château La Coste rappresenta al meglio una tendenza in atto già da qualche anno (anche in Italia, vedi Ceretto, Antinori, Cà del Bosco e molti altri) per cui dalla cantina passano nuove forme di mecenatismo d’arte, di marketing territoriale, di alta ospitalità che unisce gusto e cultura. E la cantina stessa, grazie all’architettura, si trasforma in landmark. A cura di Katrin Cosseta  https://www.youtube.com/watch?v=RakajXgmc-E
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Ivan e Antonio Caggiano: il vino per brindare alla vita Arrow Right Top Bg

16 Settembre, 2022

Antonio Caggiano: cavaliere, geometra, fotografo, pittore, viaggiatore.

Antonio Caggiano: il vino per brindare alla vita. La vita del cavaliere Antonio Caggiano, del geometra Antonio Caggiano, del fotografo Antonio Caggiano, del pittore Antonio Caggiano, dell’artista Antonio Caggiano, del viaggiatore Antonio Caggiano. Il Taurasi, il Fiano, il Greco Antonio Caggiano. Il metodo Classico Antonio Caggiano.    Antonio Caggiano è tutto questo. Mi permetto di dargli del tu perché me lo ha chiesto lui chiacchierando della sua vita, con il vino quasi in secondo piano. Certo mi dice è lui che ha portato le tecniche giuste in questa zona, a Taurasi. Ma lo dice così, disinteressatamente. Ci tiene di più a farmi vedere le sue foto scattate tanti tanti anni fa nel deserto. Gli sia accendono gli occhi quando parla di quei tempi e della meravigliosa donna che ha immortalato. Delle forme, della fotografia. Perché la vita scorre mentre l’obiettivo di una macchina fotografica coglie, immortala nei ricordi. Rende fisso nel tempo un attimo. Antonio Caggiano, il viaggiatore Antonio Caggiano ha girato il mondo e, come dice lui, si è divertito. E tanto. Meraviglioso come gli occhi gli brillino quando allude all’essersela goduta la vita. Così mi dice Antonio. Del vino mi dice solo ha voluto dare al Fiano il nome di Bechar, città dell’Algeria, perché gli ricordava quegli anni passati in Africa. Il libro di foto la dice tutta.   L’ingresso della cantina è una galleria di un negozio di arte con foto, scattate da Antonio, il fotografo Antonio Caggiano e di quadri realizzati da Antonio, il pittore Antonio Caggiano. Antonio ci tiene a farmi vedere come tutto in quegli spazi sia realizzato da lui, a mano, recuperando quanto riesce a recuperare dalla produzione del vino. Così con le botti, che si devono cambiare dopo i tre anni di invecchiamento del Taurasi, realizza tavoli, sedie, armadi. Tutto. Davvero tutto.  Si sa che nell’osservare quanto ci circonda non ci si può fermare alla superficie perché il meglio è sotto. Mai come in questo caso si tratta di verità. Perché la cantina di Antonio deve essere visitata per capire bene. Occorre scendere, scendere e ancora scendere.  Antonio, il geometra Antonio Caggiano, ha letteralmente scavato la collina ricavando con materiali di recupero ambienti dove conserva non solo il vino ma anche tutta la sua vita. Ogni ambiente, ogni piano, ogni nicchia custodisce vino in bottiglia o in botti ma anche oggetti utili alla sua produzione.  La storia è qui. Un museo che affascina. Un misto di sacro e profano: nella grande sala scavata nella roccia, c’è una chiesa (non consacrata si affretta a dire) con l’altare e una grande croce incavata nel muro. Riempita di bottiglie di Taurasi.   Antonio ha fatto tutto ciò da solo, con le sue mani e con l’aiuto della sua gente.
Siamo a Taurasi, un piccolo gioiello dell’Irpina dove tutto è magico. Le vigne che circondano il paese sembrano tratte da un quadro per quanto sono belle, colorate, rigogliose. Bisognerebbe venire qui a vedere come l’eccellenza non sia prerogativa di zone più rinomate. L’Irpina, che da sola custodisce tre delle quattro DOCG della Campania, è terra verde, fertile, gentile. Come lo sono le persone. Schiette, genuine, buone. E il vino? Il vino passa quasi in secondo piano dinanzi a tanta passione, a tanta vita che vedi scorrere in ognuno degli ambienti che compongono la cantina, alla gentilezza delle persone.  Ma come fa a non essere eccellente un vino, anzi i vini di Antonio?    Un Taurasi (il Vigna Macchia dei Goti) che è prezioso, quasi invadente per la sua grandiosità e complessità. Le botti di rovere hanno fatto il loro dovere egregiamente. Il Fiano (Béhcar) e il Greco (Devon) vanto della enologia italiana non sono meno imponenti. Preferisco il Fiano a dirla tutta per la sua grande espressività e la grande sapidità. Oltre ai mostri sacri mi porto via una bottiglia di metodo Classico rosato da uve Aglianico pas dosè. Una chicca non ancora in commercio e che non vedo l’ora di stappare per apprezzarla al meglio. La cantina di Antonio Caggiano è la storia di Taurasi, del vino, dell’Irpina. È la storia e la passione di un uomo che sta passando il testimone al figlio ma con i piedi e la testa ben salda nella sua azienda. Uomini come Antonio, il cavaliere Antonio Caggiano, sono il vanto della nostra cultura che solo una terra meravigliosa come l’Irpina ci poteva regalare. Antonio Caggiano: il vino per brindare alla vita.   Ivan Vellucci @ivan_1969   
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