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23 Agosto, 2022

Casa Grazia: Vini in Vigna

Casa Grazia: Vini in Vigna Un sogno, un lago, il destino Carissimi, bentrovati! Oggi desidero portarvi a Gela, in quella parte di Sicilia rivolta verso il mediterraneo ed il nord Africa, da cui arrivano i venti lontani. Tutto parte nei primi anni del Novecento, quando la famiglia Brunetti inizia la coltivazione delle proprie terre, e fra uliveti e frutteti, avvia la produzione di uve da mosto e di uva da tavola. Negli anni Ottanta, quando impegni lavorativi portano Angelo Brunetti ad occuparsi di altro, è Maria Grazia Di Francesco, sua compagna di vita e di viaggio, a raccoglierne il sogno, prendendosi cura di quei vigneti, scoprendosi così donna del vino, affascinata dalla vigna. Il 2005 è l’annata di un ottimo Nero d’Avola che incoraggia ad un passo ulteriore. Così dopo lunghi decenni di lavoro della terra e dei vigneti, Casa Grazia imbottiglia per la prima volta le proprie uve, figlie del Lago Biviere, luogo caro alla memoria popolare, riserva di specie protette e piante rare, il Biviere disegna un terroir particolare dalla spiccata sapidità, tratto distintivo dei vini Casa Grazia. Siamo nella Riserva Naturale protetta del Lago Biviere, ed è in questo luogo legato a miti antichi e intessuto di credenze popolari, che Casa Grazia imbottiglia il frutto di un terroir unico, dove dune, vento e mare maturano buone uve. Un territorio speciale, grazie alla presenza del più grande lago costiero della Sicilia – che si caratterizza ulteriormente in quanto lago salato – che ricade pienamente anche nella D.O.C.G del Cerasuolo di Vittoria, unica D.O.C.G. siciliana. I terreni, sabbiosi e calcarei, si estendono lungo un abbraccio ideale, e disegnano il profilo di un paesaggio plurale che concentra al suo interno tutti i favori bioclimatici della Sicilia. La sapidità del Lago e la salinità che spira dalla costa, nutrono aria e terra portando a maturazione le uve del Biviere, destinate a diventare grandi vini. Uliveti e frutteti fanno da sfondo ai vigneti Casa Grazia e tessono una bellezza pura, fatta di storia, luoghi e memoria. Oggi Casa Grazia racconta, attraverso l’amore dell’imprenditrice per i suoi vitigni, la parabola di una storia personale e aziendale, dove i confini sfumano, felicemente, l’uno nell’altro. Una realtà che nasce da un sogno che racchiude in sé un destino. I vini Casa Grazia raccontano un percorso di crescita e sperimentazione, alimentato dall’amore dell’imprenditrice Maria Grazia Di Francesco, donna in vigna, che ha saputo cogliere il potenziale del territorio, esprimendolo in una selezione di etichette che portano in calice un ritratto di Lago, Terra e Mare. Uve il cui tratto dominante è un’inconfondibile sapidità che trova sempre il giusto equilibrio, tra carattere ed eleganza. Le otto etichette Casa Grazia traducono nel calice le suggestioni di questa parte di Sicilia, il colore dei suoi tramonti e la brezza marina che accarezza le coste. Qui agrumeti, zagare e gelsomini, gerani e violette, carrube e cannella, si fondono alla salinità tipica del lago generando vini dalle sfumature brillanti, grande forza espressiva e sfumature aromatiche. Nei cinque rossi, nei due bianchi e nello spumante si imprime la sinfonia del Mediterraneo. Un’armonia che passa dal palato ai sensi. Ora per comprendere meglio non vi resta che assaggiare questi prodotti e magari pianificare un viaggio su questo lago unico assaporandone i suoi prodotti Vi Aspetto! Cristina Itinerari DiVini è una rubrica a cura di Cristina Mascanzoni Kaiser    
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Claino Cin Arrow Right Top Bg

19 Agosto, 2022

Osteria De Cin - Claino con Osteno

  Qui a Provato Per Voi siamo sempre più entusiasti di raccontare luoghi ed esperienze, soprattutto se si trovano a meno di due ore di auto dalle grandi città (Milano in questo caso). Oggi parliamo della Valle Intelvi un luogo che sta costantemente aumentando il proprio peso come meta turistica per appassionati di sport stagionali, escursionisti e frequentatori di agriturismi e b&b immersi nel verde. Recentemente, quasi per caso devo ammettere, con la scusa di una gita al Borgo Dipinto di Claino, ci siamo imbattuti in un locale estremamente interessante. Un luogo di vero equilibrio tra tradizione e innovazione in un mare magnum, sempre apprezzato intendiamoci, di stracotti, polente, carpioni e selvaggine varie. Osteria de Cin a Claino rappresenta in primo luogo la sfida imprenditoriale di due giovani ragazzi Deborah e Riccardo, che propongono una filosofia di cucina a nostro avviso dirompente e davvero in equilibrio tra tradizione e innovazione.
Osteria de Cin ci ha subito colpiti per l’originalità della proposta: un focus estremamente professionale su carni pregiate. Selezionate, conservate, trattate e raccontate con cura e passione. Ecco che, con nostra sincera sorpresa, a Claino ci siamo trovati nella posizione di dover decidere se mangiare swami beef danese, sashi choco finlandese, vacca clandestina o rubia gallega vacca vegia di 15 anni allo stato brado. La scelta è stata sapientemente agevolata dall’intervento di Riccardo che con professionalità e leggerezza ha contribuito a rendere l’esperienza ancora più piacevole. La sala rispecchia la filosofia di cucina, con un ambiente ricercato e il piacevole contrasto tra elementi tradizionali e moderni. Un espositore a temperatura controllata accoglie i visitatori presentando immediatamente i tagli di carne disponibili. Altra nota interessante, a conferma di un vero approccio innovativo in cucina, è l’impiego della tecnica della maturazione spinta attraverso tecnologia a ultrasuoni. Questa tecnica permette di esaltare tutti gli aspetti organolettici dei prodotti, garantendo un boost in termini di morbidezza, colori,sapori e profumi. Provare per credere. Non solo carne ovviamente: il menù prevede una varietà interessante di primi e alcuni piatti di mare. Ingredienti di stagione e piccoli produttori locali chiudono il cerchio per quanto riguarda la proposta food.
Interessante anche la carta dei vini che dà spazio a un paio di proposte locali, oltre che alle più conosciute denominazioni fino ai brand più blasonati. In conclusione, l’esperienza è stata assolutamente positiva. Osteria de Cin  a Claino si rivela una bellissima sorpresa. Abbiamo pranzato in un ambiente piacevolissimo, siamo stati ingolositi da una proposta dirompente, decisamente innovativa per la zona, siamo stati convinti da un servizio amichevole e professionale (abbiamo pranzato anche con una bambina piccola che è stata da subito messa a proprio agio), abbiamo scelto tra una buona selezione di vini e soprattutto abbiamo una gran voglia di tornare per provare ciò che non abbiamo avuto modo di assaggiare. BRAVI!! 
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la tana dell'istrice Arrow Right Top Bg

17 Agosto, 2022

Mottura e il Grechetto: un'antica storia d'amore

Continuano le incursioni per cantine de Il vino in una stanza questa volta nella Tana dell’Istrice, per raccontare di  Sergio Mottura e il Grechetto: un’antica storia d’amore. Come nel film “Le Cronache di Narnia”, entrando nell’armadio, qui in cantina, ci ritroviamo in un’altra dimensione. Inondate da pareti di pietra, scendendo molte scale, sempre più in profondità, veniamo immerse in una grotta scavata nel tufo risalente al XV Sec.  Adornato da così tanta storia, tradizione e cultura riposa qui lo spumante, in un accumulo stratificato di cenere vulcanica che isola e mantiene una temperatura di 13 gradi che improvvisamente ci da una sensazione rigenerativa dopo il gran caldo vissuto in questa giornata . Ci colpisce la muffa ovunque depositata sulle bottiglie a riposo, la stessa che troviamo nelle cantine dello Champagne.  Nelle Terre del Grechetto Edizione 2022 Siamo a Civitella D’Agliano, nell’Alta Tuscia viterbese, all’evento Nelle Terre del Grechetto XIX edizione. Organizzato dalla Proloco e condotto dal giornalista enogastronomico Carlo Zucchetti, siamo ospiti dal grande Sergio Mottura. Mottura è tante anime: pioniere del biologico dagli anni 90, grande icona del grechetto, vitigno emblema di questo territorio. Ha fondato la propria immagine e la propria produzione proprio su di lui. Ritrovandoci in questa suggestiva piazza medievale, ci accoglie Giuseppe che, accompagnandoci all’interno della sala di degustazione, ci racconta la storia della sua famiglia che noi vi riportiamo con immenso piacere. Una bella storia Una bella storia quella dell’amore tra Mottura e il grechetto, la volete sentire? Giuseppe Mottura, figlio del “Boss” Sergio Mottura (così da lui soprannominato), ci porta con la mente direttamente al 1933, quando Sergio, giovane ragazzo intraprendente e grande sognatore, eredita da un suo prozio paterno piemontese la tenuta a Civitella D’Agliano. Fino agli anni ’60 molte zone d’Italia, compresa questa dove ci troviamo, erano gestite con contratti di mezzadria. Tutto cambiò nel Settembre del ’64: fu rivoluzionato tutto il sistema agrario. Le scelte che cambiano la prospettiva. E’ il momento in cui Sergio inizia a prendere decisioni fondamentali per lo sviluppo dell’azienda. La Scelta con la S maiuscola fu quella di innamorarsi follemente del grechetto. Grechetto super omnia Mottura e il grechetto. Oggi la chiameremmo intuizione, all’inizio fu una semplice scelta derivata dall’aspetto organolettico del vitigno. Tra Orvieto doc, Malvasia, Trebbiano, Procanico, Grechetto e altri, Sergio si rese conto che quest’ultimo dava risultati migliori, qualitativamente più alti. Ha inizio così questa lunga storia d’amore con il grechetto, partendo proprio dal “Poggio della costa”, vigneto piantato a filare negli anni ’70. Sino ad allora e nei decenni precedenti i mezzadri, non potendo impiegare un ettaro di terra solo per la coltivazione della vite, utilizzavano il terreno per altre colture. Quindi la vite era maritata ad un albero da frutto o ad un olmo (stucchio). Tutto questo, ovviamente, venne meno con l’arrivo dell’imprenditoria agricola e con l’impianto dei primi vigneti “puri”. Altra scelta fondamentale arrivò alla fine degli anni ’80, quando Sergio decise di imbottigliare i propri vini, passando da conferitore di uve a produttore, occupandosi di tutte la fasi produttive fino alla commercializzazione, creando il proprio marchio aziendale e divenendo così vignaiolo al 100%. L’istrice simbolo di approccio biologico Terza scelta, anche questa estremamente importante per il progresso aziendale, è stata quella di dedicarsi completamente al biologico. La conversione inizia nel ’91 e la certificazione arriva nel ’96. Perche l’istrice in etichetta ? “L’idea dell’istrice nasce quando mio padre, accanito sostenitore del biologico, comincia a lavorare la terra in maniera più salutare, sostenibile e si accorge del ritorno degli istrici nei vigneti come parte integrante dell’eco sistema. Le tane sono bellissime sotto i nostri 37 ettari vitati. L’istrice diventa così un simbolo di unificazione dei vignaioli che decidono di seguire le orme del bio, del rispetto per la natura creando un mondo agricolo diverso da come era apparso negli anni ’70/80. Un mondo fatto di chimica. Un esempio: dopo anni di utilizzo del verde rame come prodotto previsto per la coltivazione biologica contro la malattia peronospora, oggi alcuni produttori hanno sostituito il metallo pesante che si accumula nel terreno con del semplice tannino di castagno, organico al 100%. Inoltre, viene usata la zeolite come prodotto naturale per rendere la vite più resistente alla siccità e migliorare le caratteristiche fisiche e chimiche del terreno. Oltre le radici della vite Oggi l’azienda fa parte di un gruppo di produttori di Orvieto, l’ORV (oltre le radici della vite), che da anni sta cercando di ricostruire l’immagine dell’Orvieto Doc e di lavorare insieme per una sua identità. Assaggiando e confrontando i vini, questi produttori sono giunti alla conclusione che il grechetto non è un’uva che vale per tutti i territori. Un territorio della Tuscia diversificato in tre macro-aree che hanno origini geologiche completamente diverse: c’è l’area vulcanica che parte del lago di Bolsena e arriva ad Orvieto; c’è la parte nord sedimentale e marina con grosse percentuali di argilla nei terreni; e infine la terza area, principalmente alluvionale del Tevere di migliaia di anni fa, circoscritta tra i due Comuni di Civitella D’Agliano e Castiglione in Teverina. Orvieto DOC Produzioni e terroir completamente diversi fanno sì che la percentuale di uve nell’Orvieto Doc cambi di zona in zona. Chiaramente in questa azienda il grechetto ne è protagonista. Dalla rivalutazione dei vitigni autoctoni, alla ricerca scientifica ed alla sperimentazione su campo, agli studi sul DNA e alle varie vinificazioni scelte per esaltare al meglio le grandi potenzialità del vitigno grechetto, la Famiglia Mottura ha voluto creare soprattutto un lavoro d’ identità e di qualità del prodotto, selezionando come unico denominatore, il Clone G109 ovvero il Grechetto di Orvieto. E’ un’uva difficile, tannica, bisognosa di una pressatura delicata, ma una garanzia per la longevità del vino, come ci dimostrano le bottiglie degustate in questa occasione. Ascoltando Giuseppe: “L’atteggiamento giusto del vignaiolo è considerare il vigneto eterno. Poiché la vite per 40/50 anni subisce stress, bisogna andare a lavorare con la sostituzione delle fallanze della vite che muore il prima possibile in modo che l’età media del vigneto rimanga alta, soprattutto facendo sì che tutte le viti rimangano in produzione”. La degustazione il titolo dell’articolo è Mottura e il Grechetto: un’antica storia d’amore. Il grechetto, infatti, è ovunque. Partiamo con la degustazione: Spumante Metodo Classico Brut Magnum 100% Chardonnay millesimato 2011 – 10 anni sui lieviti sboccatura 05/22.  Nasce da uve Chardonnay, provenienti dal Cru San Martino, situato sulla parte alta dell’azienda. Nobile con un perlage fine ed elegante. Intreccio di sentori di erbe aromatiche con nuances complesse di crema pasticcera e nocciola. In bocca si avverte una grande freschezza vibrante con ritorni di agrumi e frutta secca.  Acidità molto alta: nelle annate in cui la maturazione avviene in giornate ancora molto calde, le uve sono raccolte nelle prime ore mattutine proprio per avere delle uve fresche e acidità maggiore. Racconta Giuseppe: “Mio padre mi racconta che nell’ 83 le prime prove di metodo classico furono fatte con uve Verdello e Grechetto, ma con scarsissimi risultati. Si passò così velocemente ai vitigni classici quali Chardonnay e Pinot Nero. La prima annata ufficiale però uscì nell’ 84 da uve Verdicchio e Grechetto. “      Tragugnano Orvieto Doc 2021 vs 2011  – 50% Procanico 50% Grechetto. Acciaio. (Entrambi tappi a vite plus)  In questo caso l’obiettivo è quello di rilanciare la DOC sia dal punto di vista comunicativo che organolettico. La strategia è quella di mantenere sempre alto l’interesse sul proprio territorio. L’ azienda si regge sulla produzione dell’Orvieto DOC e del Grechetto in purezza; insieme rappresentano quasi il 90% della produzione. L’Orvieto DOC è stato il vino fondamentale per questa zona e se, ad oggi si coltiva grechetto, è proprio perché nella doc da sempre c’è la sua presenza.  L’annata 2021 ha dato vita ad un vino semplice, godurioso e dinamico con piacevoli sentori di mela smith, glicine, pera williams, zenzero e mandorla amara , che rappresentano l’equilibrio perfetto tra la sapidità e l’acidità alta pur mantenendo un tenore alcolico importante.  Tornando 10 anni indietro, ci troviamo a degustare la 2011 che ci colpisce per la sua spalla acida ancora alta e non spigolosa. La mandorla è sempre presente ma più dolce al palato con un arricchimento di frutta a polpa matura e miele con ritorni di pera, mela e nocciola.  POGGIO DELLA COSTA CIVITELLA D’AGLIANO IGT – 100% Grechetto CRU 2020 vs 2014 (50% tappo a vite plus e 50% sughero a scelta del cliente) Uve raccolte rigorosamente a mano, pressate in maniera soffice con decantazione a freddo. Fermentazione e maturazione in acciaio per 6 mesi più due mesi in bottiglia. La 2020 è un vino molto giovane caratterizzato da grande acidità e sapidità. Venature minerali, evidenti note balsamiche e richiami di nocciola tostata e miele di castagno. La sua vibrante freschezza lo rende godibile in qualsiasi occasione. Poliedrico. Estrema: questa è la nostra parola assegnata alla 2014 a conferma della longevità del Grechetto. Il colore dorato ci conquista prima ancora di poggiare il calice al naso, abbiamo l’oro nelle mani. Un mix di frutta tropicale, frutta secca e miele di castagno ci avvolgono l’olfatto che ritroviamo anche al palato. Un leggero picco di ossidazione ci fa sorridere ma uno spiccato e bellissimo finale di fiori appassiti e erbe secche ci convince.    POGGIO DELLA COSTA  Dalle parole di Giuseppe: “Poggio della Costa è un vigneto piantato nel 1970; solo 7 ettari di Grechetto. Inizialmente mio padre prese tralci di grechetto da chi, per tradizione, coltivava e vinificava il Grechetto “buono”. In realtà dopo tanti anni di lavorazione, questo vigneto è diventato il nostro CRU aziendale. Io ho una definizione tutta nostrana e paesana di CRU, ovvero che se da un vigneto, 10 volte su 10, esce il vino più buono della cantina allora quella è sicuramente una vigna di pregio. E’ un vitigno che ha tutta una serie di elementi che in realtà neanche il produttore conosce fino in fondo. Il Grechetto non sbaglia mai sia per qualità sia per costanza; sa vivere a lungo e dopo tanti anni per questa azienda è stato un successo “.  LATOUR A CIVITELLA 2020 vs 2016 Grechetto in purezza fermentato in barriques di rovere francese (95% sughero e 5% tappo a vite plus)  Prima parte di fermentazione in acciaio, seconda fase di fermentazione in barrique fino a giugno; affinamento 9 mesi in legno e riposo in acciaio nella cantina sotterranea per 6 mesi prima dell’imbottigliamento. In realtà la prima annata fu prodotta nel ‘94. In quel periodo, Sergio Mottura conosce l’ amico produttore francese, Louis Fabrice Latour. Fu lui, colpito dalla qualità del vino, a suggerirne l’affinamento in legno, donandogli cinque barrique di sua proprietà. Da qui il nome riportato in etichetta. Chiaramente da allora ad oggi l’ affinamento è cambiato moltissimo. L’obiettivo principale è stato quello di mantenere l’idea di un grechetto elaborato in legno ma senza perdere l’ espressione autentica del vitigno unita all’identità dell’azienda. Una 2020 intensa e luminosa con un impatto olfattivo complesso ed elegante, con sentori di frutta a polpa bianca, burro fuso e nocciola. Decisamente morbido e tattile al palato con un finale piacevole di vaniglia e scorza di agrumi. SOLENNE E POTENTE: la 2016 ci fa innamorare partendo già dal colore. Un dorato intenso che si riflette al calice. Al naso un connubio perfetto di fiori appassiti, sentori di nocciola, fiori bianchi e burro; assaggio solido, complesso con sentori di pasticceria per un finale di gran classe. Chapeau!   MUFFO LAZIO IGT Grechetto Passito 2016  Elegante e complessa espressione di Grechetto passito, ottenuta da uve colpite da muffa nobile e maturato in barrique per 12 mesi. Sontuoso vino da meditazione dal colore ambrato, affascinante nei suoi sentori di miele, burro, fiori gialli, scorza di agrumi canditi e pietra focaia. Intrigante al naso, ci dona anche sentori di frutta esotica. Al palato cremoso, armonico e di buon corpo con una sapidità travestita da dolcezza con timide nuances eteree. Finale speziato. SUBLIME! Tanta materia a conferma del grande potenziale di questo vitigno.      Un ringraziamento speciale a Giuseppe Mottura che ci ha ospitate nella sua dimora regalandoci emozioni, nozioni, curiosità su un grande vitigno, il Grechetto, che ha fatto e farà la storia della nostra Regione.     Vi lasciamo, a conclusione di questa bellissima esperienza, con una citazione di Andy Warhol perfetta per questa occasione. Citazione che rispecchia totalmente la filosofia della Famiglia Mottura. “ Credo che avere la terra e non rovinarla sia la più bella forma d’arte che si possa desiderare” Ilaria Castagna e Cristina Santini Partners in Wine
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brindisi di ferragosto Arrow Right Top Bg

16 Agosto, 2022

Brindisi di Ferragosto

Direttamente dai post Instagram i nostri brindisi di Ferragosto. Per una virtuale festa di redazione ecco di seguito foto e suggerimenti di quello che alcuni di noi hanno stappato per fare festa. In alto i calici alla vita, alla vite e al suo futuro.   Claudia Riva di Sanseverino e Duezerosette Il mio Ferragosto quest’anno è particolare e necessita di una bottiglia altrettanto particolare. Duezerosette Spumante metodo classico millesimato pasdosé 48 mesi dell’Azienda Maffone – inserito nella classifica 50 Great Sparkling Wines of the World 2022 con 93 punti – è il primo ed unico spumante prodotto con uve Oremasco. Ditetro di me la vista di Framura dal …, il mio luogo del cuore, che me lo ha fatto scoprire @crivads   Federico Bovarini e Ornellaia 2015 Anche se è piena estate, oltre allo Champagne, Bolgheri va sempre bene! Finezza, eleganza, sensualità. Buon Ferragosto. @federico_bovarini   Ivan Vellucci e Celeste Ecco il mio vino. Appena scoperto. Un calabrese in purezza di un’azienda (Cantine Benvenuto) del quale scriverò presto in modo più dettagliato. Un’azienda che ha negli occhi brillanti del proprietario Giovanni tutta la forza di una Calabria che può risorgere. @ivan_1969   Valeria Valdata e Aka Charme Il vino del sole, del mare e del sorriso! Per il mio Ferragosto scelgo Aka Charme. Aka in giapponese significa Corallo. Prodotto “primitivo” del mare, rosa intenso e brillante come il sole più caldo, e dalle forme infinite come quelle dei sorrisi di tutte le persone. Produttori di Manduria, la più antica cooperativa pugliese, ci delizia con questo vino fresco e brioso che abbino perfettamente alla mia estate! @valery_and_the_wine   Cristina Mascanzoni Kaiser e il Taurasi Radici Il vino è contrasto. Così il calore e la profondità di Taurasi  Radici di Mastroberardino perfettamente si abbina con il freddo mare di Norvegia su cui mi trovo a navigare questo Ferragosto. Grazie Pasquale e Msc Crociere che portate le eccellenze italiane ovunque nel mondo. Un brindisi di ferragosto nelle lande del nord.   Ilaria e Cristina e il Viognier Avete mai provato il Viognier di Casale Vallechiesa? Intenso e complesso ma chi non lo è? Perché abbiamo scelto questo vino? Dalle terre straniere affonda egregiamente le sue radici sul nostro terreno vulcanico laziale. Se preso tardivamente ha un carattere impegnativo e ti fa perdere la testa. Se preso in giovane età può risultare si fresco, ma timido e ingenuo. Al calice il sole splende come nei suoi vigneti di Frascati che guardano ammirati la capitale. Il suo colore riflette quello che di più buono mostrano i nostri volti: il sorriso. Una precisa terna di profumi disegna il suo carattere imponente ma giocoso: dal floreale all’agrumato condito con fiori di camomilla e spezie dolci. Ancora non vi abbiamo convinto? Abbinatelo al pesce o al pollo speziato e fateci sapere. Buon brindisi di Ferragosto da Ila e Kris – Partners in Wine   Katrin Cosseta e Abissi Ferragosto con Abissi di Bisson. Un pas dosé cullato per 18 mesi dalle onde della baia del Silenzio a Sestri Levante. Con la bottiglia vestita di mare.   Riccardo e Ilaria con Langhe Rosso Un Langhe Rosso di Brangero, prodotto con Nebbiolo (10%) e Cabernet Sauvignon (90%) per un vino fatto con le uve migliori di ogni vigneto. Poche bottiglie…meglio non restare senza. @beaconsrl   Giampaolo Ciceri e metodo classico bergamasco Buon Ferragosto. Il vino…frutto della vite e del lavoro dell’uomo. Così tanta saggezza in così poche parole: qui davvero il bicchiere è pieno. Dall’Azienda Podere Cavagna, Lago d’Iseo, provincia di bergamo, Lombardia, un metodo classico inusuale da provare! @gpciceri   Francesca Pagnoncelli Folcieri e Valdobbiadene Millesimato Una magnum per un pranzo di Ferragosto + festa di compleanno con un grande gruppo di amici – romani – e per accompagnare al meglio una grigliata di carne sontuosa (Macelleria Valentini di Alba di Canazei). Una mega bottiglia di Valdobbiadene Prosecco Superiore Millesimato Val d’Oca extra dry, ideale prima, durante e dopo il pranzo! Brindisi per tutti, tutti felici! @francypagno        
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16 Agosto, 2022

Tenimenti Leone: Veni, Vidi, Vitis

Tenimenti Leone: Veni, Vidi, Vitis Sospesi tra Passato e Futuro Carissimi, bentrovati! Siamo in piena estate, la stagione del mare, della montagna, dei viaggi e delle vacanze estive in generale, il momento in cui le città si svuotano ed allora perché non andare contro corrente? Perché non sfruttare questi momenti unici per godere di una città unica, “Eterna”? Oggi ho scelto di portarvi a Roma e di raccontarvi di una perla che si trova nelle sue vicinanze: Tenimenti Leone. In particolare siamo a Lanuvio nella zona a sud dei Castelli, zona da secoli di vino e di agricoltura, un territorio vocato alla produzione enologica e il profondo desiderio di valorizzare una terra da secoli la culla della civiltà. Tenimenti Leone produce un vino che definiscono sincero che accompagna il cliente alla scoperta di un mondo vero, legato ai valori più autentici. Il tutto si sviluppa in 72 ettari di cui 34 coltivati a vigneto di natura dominati da un’antica torre, un simbolo che racconta una storia antica e che riflette l’influenza romana dello splendido territorio dei Colli Albani. Circondati da vigneti e uliveti. La terra particolarmente fertile e di antica origine vulcanica consente la crescita di 11 varietà di vigneti. Una terra ricca che regala sentori, profumi e sensazioni sempre sorprendenti. Con queste premesse la scelta di produzione biologica è stata una conseguenza naturale essendo un modo di pensare che guida la cura quotidiana dei vigneti. Un approccio diverso, complesso, preventivo, fatto di attenzioni che lavora sulla sanità della pianta e sul suo delicato equilibrio. Una cura che richiede tempo e impegno e che si riflette nella risposta della natura che ci regala vigneti più longevi e una qualità più costante del prodotto. Un profondo rispetto per la natura e per il cliente. Accanto al biologico è chiave l’approccio sostenibile al punto che la cantina è isolata termicamente e l’impianto fotovoltaico permette di sfruttare l’energia naturalmente prodotta dal sole riducendo così il consumo di energia elettrica in azienda. Infine, l’impianto d’irrigazione sotterraneo garantisce una gestione mirata dell’acqua evitando inutili dispersioni. Questo genera diversi prodotti dal bianco al rosso, tutti caratterizzati da qualità biologica e con nomi “romaneschi” molto simpatici, tra cui il Core e il Pischello sono a mio vedere i più curiosi. Mi permetto quindi di raccomandare una visita a tutti voi e di sperimentare le diverse alternative e di farlo vivendo Tenimenti Leoni, soggiornando nel Casale degli Ulivi l’agriturismo interno che si pone come un’oasi di pace e relax in cui riscoprire il sapore genuino della vita all’aria aperta, in armonia con la natura. L’agriturismo è dotato di 10 stanze dotate di tutti i comfort e giardino con piscina dove la cucina tradizionale locale e le varietà di vini della zona accompagneranno nella scoperta di sensazioni autentiche e sapori dimenticati. Per prenotare vi consiglio di visitare: https://www.agriturismoilcasaledegliulivi.it/ A martedì prossimo! Cristina Itinerari DiVini è una rubrica a cura di Cristina Mascanzoni Kaiser    
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13 Agosto, 2022

Dialogo Adagio

Turriga, vino icona di Argiolas, compie 30 vendemmie. La Cantina lo celebra con la mostra Dialogo Adagio, curata dallo studio creativo Pretziada: oggetti di alto artigianato sardo ispirati al vino raccontano le eccellenze dell’isola. Se siete in vacanza in Sardegna, vale la pena fare una tappa a Serdiana, nell’entroterra cagliaritano, per visitare la Cantina Argiolas. E non solo per degustarne i vini. Qui fino al 30 settembre è in mostra Dialogo Adagio, un omaggio artistico al processo di creazione di Turriga, a cura dello studio Pretziada, interpretato da opere inedite che spaziano dalla ceramica alla tessitura, fino a un’installazione site specific permanente. Valentina, Francesca e Antonio Argiolas con Ivano Atzori e Kyre Chenven (Pretziada) Turriga è un gioiello di enologia sarda, un blend di quattro vitigni autoctoni – Cannonau, Carignano, Bovale Sardo, Malvasia Nera – nato dalla visione “alchemica” del grande enologo Giacomo Tachis oggi perpetuata da Mariano Murru, direttore tecnico Argiolas. L’ultima annata uscita, 2018, è quella del trentennale, con tanto di cofanetto in edizione speciale di 1000 esemplari, comprensivo di magnum e catalogo delle opere raccontate dai curatori. Spiega Valentina Argiolas: “L’idea nasce dalla volontà di raccontare questo anniversario attraverso il vino come fonte di ispirazione per l’artigianato sardo. L’elemento vino che si trasforma in altro è in grado di narrare la profonda essenza della Sardegna attraverso oggetti legati alla tradizione ma in grado di essere internazionali. Nessuno meglio di Pretziada avrebbe potuto interpretare il nostro desiderio, tramutarlo in progetto e creare una mostra selezionando artigiani con una visione diversa e nuova. Il loro lavoro sta contribuendo a salvare l’artigianato della nostra isola e a renderlo contemporaneo”. Pretziada è uno studio di craft&design con base in Sardegna fondato sei anni fa da Kyre Chenven, californiana, e dal milanese Ivano Atzori. Il loro obiettivo è promuovere il patrimonio del territorio isolano operando come traduttori culturali: mettono in contatto creativi internazionali e artigiani locali, ridisegnando pezzi classici e producendo una originale collezione di design che reinterpreta la tradizione. Non fanno eccezione i manufatti creati per la mostra Dialogo Adagio. Le ceramiche di Maria Paola Piras attualizzano le forme dell’antico vaso nuragico denominato s’Askoide, utilizzato in origine per conservare liquidi e vino. L’artista ha plasmato una miscela di argilla con proporzioni variabili di terreno dai vigneti che producono l’uvaggio per il Turriga. L’Arazzo di Mariantonia Urru rappresenta nel disegno il contrasto tra la forma controllata dei tralci di vite e il caos selvaggio delle radici. Realizzato con la tecnica denominata Pibiones (che in lingua sarda significa acino), è tessuto con lana locale, tinta con i quattro diversi vini usati nella produzione del Turriga. Gli Utensili di Karmine Piras, realizzati con vecchio legno di vite, rielaborano i cucchiai agricoli sovradimensionati Sa Muriga, tradizionali oggetti quotidiani nella Sardegna pastorale. Martina Silli ha creato una serie di tre incisioni che traducono graficamente i vari elementi che contribuiscono alla creazione del vino. Matteo Brioni ha infine creato una grande opera site specific. Nel cuore della cantina c’è un tunnel che conduce alla bottaia, usata spesso come scenografia per le degustazioni; trasformato con un rivestimento di intonaco di terra cruda – suo materiale d’elezione – ora si presenta come un’installazione permanente e immersiva dedicata all’elemento primario e ancestrale della viticoltura, la terra. All’interno di questo tunnel-scultura sono ospitate delle campionature di terre provenienti da ogni vigneto Argiolas come rimando a un prezioso dna. Dialogo Adagio è un’elegia sarda, un inno al tempo, all’equilibrio tra uomo e natura, al sapere fare, condensato in un unico elemento, il vino. E cos’è il vino, in fondo, se non un’opera di alto artiginato e di mediazione culturale? A cura di Katrin Cosseta  https://www.youtube.com/watch?v=RakajXgmc-E
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Fabio e Anisa Enotria Tellus Arrow Right Top Bg

10 Agosto, 2022

Enotria Tellus: cuore, amore e fantasia

Cuore, amore e fantasia  Quando dai vita ad un progetto che già nel nome, Enotria Tellus, presenta originalità e legame con il passato, significa che lavori di cuore, amore e fantasia. Il significato è presto detto: così nell’antichità ci si riferiva all’Italia per denotare la grande vocazione vitivinicola del nostro territorio. Quando spendi gli anni della formazione tra California, Toscana e Valdobbiadene l’inizio non può che essere in discesa. Questo ha fatto Fabio, che ha fatto tesoro di queste esperienze vitivinicole e oggi produce i suoi innovativi vini Igt Marca Trevigiana nella sua azienda Enotria Tellus a San Polo di Piave. La partenza con 10 ha di proprietà, accresciuti di anno in anno fino ad arrivare a gestirne altri 20 ha. La zona di produzione si trova nella campagna veneta vicino al fiume Piave, nella provincia di Treviso dove è consentita la vinificazione di diversi vitigni fra cui Pinot Grigio, Pinot Bianco, Glera, Merlot e Raboso, quest’ultimo, autoctono della zona. Lo stile Enotria Tellus Lo stile dell’ azienda è unico e inconfondibile, frutto della commistione di intuizioni, sogni, fantasia, e lavoro fisico tanto di Fabio quanto della vulcanica Anisa. E’ Anisa che rende l’azienda un mondo pieno di colori. Con le sue creazioni racconta emozioni. Sceglie i nomi dei vini e ricerca un’estetica non convenzionale per le etichette. E’ di Anisa la voglia di raccontare quest’avventura sui social. E’ una wine front woman d’eccellenza.   Una grande idea è stata la voglia di creare un evento social che oggi è alla sua seconda edizione: “Beux, Bellussera User Experience”, incontro di wineblogger (con cui Wine Tales Magazine collabora felicemente), provenienti da tutta Italia, ospitati nella cornice di Cà di Rajo, cantina limitrofa ad Enotria Tellus, dove, le persone coinvolte hanno vissuto l’esperienza della “Belussera”, antico impianto di allevamento della vite, oggi in disuso, che proprio queste due cantine stanno cercando di riutilizzare e valorizzare, al fine di mantenere la tradizione con un occhio verso il moderno. Fabio e Anisa sono molto legati al loro territorio ed è per questo che cercano di promuoverlo e di esaltarne le caratteristiche salienti.   Vini unici, che parlano Da questo fantastico contesto nascono vini dall’ impronta decisa: freschi, precisi, con una forte identità territoriale. Identità forte impressa dai terreni principalmente sassosi e di medio impasto della zona. Il carattere unico e originale deriva ovviamente anche dalle tecniche di vinificazione scelte, come la vinificazione di Merlot e Raboso in orci di terracotta. Pionieri del Pinot Grigio spumantizzato, intraprendono questo lungo Viajo a dosaggio zero. Semplice e diretto è il Merlot Ombretta vinificato in acciaio. Al naso e al palato troviamo piccoli frutti rossi, pepe bianco. Un vino immediato, acidulo e sapido. Ha l’etichetta che preferisco, sia perché rappresenta uno dei piccoli cane Bassotto che “abitano” in azienda, sia per il significato. Bere un ombra de vin è un detto molto tipico in Veneto e la scelta di questo nome afferma decisamente le radici di Enotria Tellus. Si apre un mondo quando parliamo di Piradobis., il cui nome è un omaggio all’origine Georgiana dell’uso delle anfore per la vinificazione. Alla raccolta a mano e successiva surmaturazione di uve Merlot e Raboso segue la fermentazione di 30 giorni sulle bucce e l’affinamento nelle anfore. Ed infine l’ esplosione di profumi e sapori che rendono questo vino  fortemente rappresentativo di questo territorio. Il vino che mi ha colpito di più? Renovatio, Pinot Bianco in purezza. E’ un vino indomabile perché nato durante la pandemia,  e dal nome augurale: Renovatio infatti significa rinascita. L’ augurio che Fabio e Anisa hanno voluto esprimere con questa etichetta è di poter intraprendere un cammino verso la serenità. Il nostro invito è a recarvi a San Polo di Piave a conoscere Fabio e Anisa e ad assaggiare tutti i loro vini fatti di cuore, amore e fantasia! di Valeria Valdata @valery_and_the_wine https://youtu.be/NGRZPkni6f0
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9 Agosto, 2022

Leone De Castris: un'immagine moderna per continuare a raccontare la storia

Leone De Castris: un’immagine moderna per continuare a raccontare la storia Five Roses: il primo vino rosato italiano ad essere commercializzato nel 1943 Carissimi, bentrovati! Estate, mare cristallino, da sempre voglia di relax e di colori, colori forti di giorno che diventano più tenui sul far della sera, colori rosati. Per questa ragione desidero oggi portarvi in Puglia, a scoprire il primo vino rosato italiano ad essere imbottigliato e commercializzato in Italia, correva l’anno 1943 ed usciva su un mercato sconvolto dal secondo conflitto mondiale un vino al novanta per cento Negroamaro e dieci per cento di Malvasia Nera. Il produttore: Leone de Castris, il nome anglofono: Five Roses. Nel nome l’eco di una contrada nel feudo di Salice Salentino, “Cinque Rose” appunto, ma anche quella tradizione legata al fatto che per molte generazioni ogni Leone de Castris ha avuto cinque figli. Fu sul finire dell’ultima guerra che il generale Charles Poletti, commissario per gli approvvigionamenti delle forza alleate, chiese una grossa fornitura di vino rosato. Italiano sì, ma dal nome rigorosamente americano. Così nacque il Five Roses. Il Five Roses ti conquista al primo sguardo con il caratteristico rosa cerasuolo cristallino e ti rapisce con i sentori fruttati di ciliegia e fragolina di bosco. In bocca è fresco, morbido e piacevolmente persistente. Si consiglia di abbinarlo a risotti, bolliti e piatti a base di pesce e carni bianche. Ottimo con la frisa salentina. Nel 1993 nasce la versione ‘Anniversario’ del Five Roses per festeggiare i 50 anni di vita del primo rosato. Rispetto al Five Roses tradizionale, il Five Roses Anniversario è diverso sia per gusto che per melange, con il suo ottanta per cento di negroamaro (a fronte del novanta che di solito lo contraddistingue) e venti per cento di malvasia (a fronte del dieci). Nasce al contempo anche il “Cinque Rose di Negroamaro” Romanzo da Bere sulla storia del “Five Roses” di Leone de Castris. Il romanzo racconta la nascita della storica etichetta dell’azienda agricola Leone de Castris; una storia, avvincente, in cui un imprenditore, l’Avv. Piero, nonno dell’attuale proprietario, riesce a volgere a proprio vantaggio le innumerevoli e spaventose difficoltà di produrre vino di qualità, a cavallo di una delle pagine più sanguinose della storia d’Italia, l’Armistizio dell’ 8 settembre. Nella Puglia occupata della fine del ‘43, tra, bombardamenti, Generali onnipotenti e Borsa Nera, l’eroe della storia riesce a produrre un vino eccellente e innovativo per una nuova generazione di consumatori, ponendo le basi per l’espansione delle esportazioni in tempo di pace. La storia, che arriva fino ad oggi attraverso tre generazioni, si svolge come un Romanzo da Bere che tiene desta l’attenzione del lettore, raccontando di vigne e vini. Per assaggiare tutto questo vi consiglio di recarvi in un altro posto iconico, inaugurato il 28 giugno 2014, si tratta del wine bar ‘Five Roses Club 1943’, situato di fronte all’azienda a Salice Salentino. Con il suo design semplice ed elegante, questo piccolo e accogliente locale nasce con l’intento di arricchire l’immagine dell’Azienda, proponendo un luogo che coniuga passato e presente dove estimatori, turisti e appassionati possono fermarsi a degustare i vini, accompagnandoli con prodotti di alta qualità esclusivamente provenienti dal territorio pugliese. Il ‘concept’ nasce dalla voglia di raccontare il ‘rosato’ attraverso la gente che lo ama e lo apprezza, di creare un momento di incontro e di scambio di idee tra tutti i fans della famiglia ‘Five Roses’. Il locale è normalmente aperto da metà Aprile a metà Ottobre, ma vi consiglio di verificare e prenotare contattando il 3498253132 o l’email: fiveroseswinebar@leonedecastris.com e potrete assaggiare l’enorme varietà della cantina Leone De Castris in un panorama unico e coinvolgente. Per completezza, infatti, Leone De Castris coltiva in oltre 12 tenute vitigni autoctoni (negroamaro, primitivo, malvasia nera, verdeca, aleatico, malvasia bianca, bianco di Alessano, moscato, susumaniello e ottavianello) e non (chardonnay, sauvignon blanc, shiraz). Il settore agricolo (di circa 5000 ettari nel ‘600) sino ai primi anni ’50 si estendeva ancora su più di 2000 ettari. Ora, sebbene le dimensioni siano sempre ragguardevoli, Leone de Castris rappresenta circa 300 ettari coltivati a vigneto e circa 50 ettari a seminativo, pascolo e uliveto nelle province di Lecce, Brindisi, Bari e Taranto. Le Masserie Maiana, Donnacoletta, Messere Andrea e parte dei terreni facenti parte delle Contrade Ursi e Rena appartengono alla famiglia da secoli; altri fondi da tempo più recente. Per visite ed apprezzare la varietà potete anche fare riferimento alla pagina ad hoc dedicata sul sito: https://www.leonedecastris.com/visite/ A martedì prossimo! Cristina Itinerari DiVini è una rubrica a cura di Cristina Mascanzoni Kaiser    
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8 Agosto, 2022

Un binomio da comunicare…Vino e Valle d'Aosta

Un binomio da comunicare…è così che Stefano Di Francesco, presidente del Consorzio Vini Valle d’Aosta, inizia la nostra intervista, un messaggio che vuole unire la bellezza del posto alla qualità del vino.   Siamo a Morgex, tra i filari e la meravigliosa vista, al primo evento Vini in Vigna- Valle d’Aosta nel bicchiere, la cui organizzazione è stata affidata al nuovo Consorzio Vini Valle d’Aosta, insieme al presidente Stefano Di Francesco e all’agenzia n8marketing, in cui ventitré aziende hanno portato i loro vini per dare la possibilità  a tutti i partecipanti di farsi conoscere e riconoscere le qualità organolettiche del patrimonio ampelografico Valdostano. Un evento accompagnato non solo dalla degustazione dei vini ma anche dagli assaggi della cucina dello chef Café Quinson Agostino Buillas e dalla dolce voce della cantante Silvana Bruno (in foto).   Lo stesso evento verrà poi ripetuto il 20 Agosto ad Aymavilles per fare conoscere le altre aziende vitivinicole della Valle d’Aosta.Durante la nostra intervista, Stefano ci racconta che il Consorzio è stato costituito da pochi mesi, il 28 Marzo di quest’anno e raggruppa il 92% delle cantine valdostane, sia privati che società cooperative. Il binomio da comunicare, rappresenta il messaggio principale della nascita del Consorzio Vini della Valle d’Aosta, e si evolve infatti nel volere trasmettere a tutti che questi meravigliosi paesaggi nascondono le difficoltà di una viticoltura eroica e verticale che sono alla base della produzione del loro vino. Un territorio che si estende per ben 70Km all’interno del quale coesistono 14 DOC, unico al mondo! Ovviamente ritroviamo anche i vitigni  autoctoni per la produzione di vini internazionali. Sono anche definiti “I vini più alti di Europa”, estendendosi da circa 1250m per scendere a 400-500m. Dai bianchi ai rossi, la loro fondamentale caratteristica è data da mineralità e sapidità. Stefano chiude l’intervista riportando uno dei principi verso cui anche loro sono molto attenti, la sostenibilità ambientale, nonostante la voglia dei viticoltori ma anche del Consorzio stesso sia quella di crescere. Investire nel territorio significa portare turismo aumentando la conoscenza dei prodotti tipici e della territorialità e quindi la conoscenza del vino della Valle D’Aosta, un binomio da comunicare.  “Oltre alle Montagne c’è anche il Vino”. A cura di Elisa Pesco  https://www.youtube.com/watch?v=RakajXgmc-E
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