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6 Agosto, 2022
Matti per l’Asprinio
Matti per l’Asprinio. Matti con l’Asprinio. L’Asprinio di Vitematta
Napoli, la pizza, il Vesuvio, la “costiera, Capri, la mozzarella di bufala. La camorra”. Ecco a voi la Campania nell’immaginario collettivo. Permettetemi la semplificazione fin troppo legata alla realtà (di chi non sa). Per troppo tempo i luoghi comuni si sono impossessati dei più e i social non aiutano.
Certo, chi legge questo articolo dirà di no, che la Campania ha molto di più. Chi ama il vino penserà alle meravigliose eccellenze del territorio come l’Aglianico, il Fiano, il Greco o alle meraviglie della viticultura eroica della costiera amalfitana. Già quelle.La terra felix ha molto di più, anche se i luoghi comuni sono difficili da sconfiggere.
Siamo a Casal di Principe in provincia di Caserta.
C’è un paesino che per i più non esiste; per altri è meglio se non fosse esistito. Siamo a Casal di Principe in provincia di Caserta. Patria della Camorra, del clan dei Casalesi. Siamo al centro della terra dei fuochi, nel luogo dove fino a qualche anno fa neanche le forze dell’ordine si azzardavano ad entrare.
L’agro aversano è una terra tanto piatta quanto fertile che i Borboni avevano saputo sfruttare a pieno. Anche con il vino rendendolo spumante poiché ricco di acidità. Con la particolarità delle viti maritate ovvero legate agli alberi di pioppo che si innalzavano fino a 20 metri dal suolo. In questo modo crescevano rigogliose e con grande qualità. Certo difficile da vendemmiare poiché lavoro esclusivamente manuale di abili equilibristi che salivano su precarie scale di legno per raccogliere i grossi grappoli. All’epoca come adesso. Non c’è altro modo in fondo.
Con le difficoltà della raccolta (e non solo) e alla “particolarità” del territorio, le cantine che lavorano questa uva sono ovviamente poche. Una semplice ricerca su Google darà infatti scarsi risultati.
Conoscete l’Asprinio?
Di passaggio in quelle zone, dopo una pizza accompagnata dalla bottiglia fatale che mi ha fatto diventare matto per l’Asprinio, ho scelto a caso un produttore. Per arrivarci non è stato semplice anche con l’uso del navigatore. La cosa strana è che sono arrivato al centro di Casal di Principe. In un luogo insolito per una cantina, ho trovato qualcosa che mi ha aperto il cuore.
Arrivo in un posto che sembra una corte. Si vedono i bancali con le bottiglie, uomini intenti a maneggiare attrezzi da cantina: sono nel posto giusto. Entro nello stabile e sulla sinistra vedo una serie di bottiglie esposte. Bancali di bottiglie, contenitori per la macerazione. Sono davvero in una cantina!
Chiedo ad una bellissima signora se posso acquistare del vino. Mi risponde con entusiasmo di accomodarmi. Le chiedo così di parlarmi dei loro vini perché, come sommelier sono molto interessato all’Asprinio. Voglio conoscerlo meglio.
Si chiama Paola e parla della azienda come se fosse sua. In realtà lo è ma non lo dà a vedere. Parla con voce pacata, sincera e, soprattutto, una grazia disarmante.
Vitematta e la cooperativa Eureka Onlus
Mi racconta di come la loro sia una azienda e al tempo stesso
una cooperativa (Eureka Onlus) che si occupa del recupero di ragazzi disagiati con problemi di salute mentale (abbiamo già raccontato di una cantina socialmente virtuosa, Selvanova, con Stefano Franzoni). Ci scherza su ricordando di come uno di essi abbia avuto problemi di alcolismo. Eppure lo hanno aiutato e recuperato nonostante siano una cantina.
Il loro progetto è iniziato oltre dieci anni fa grazie ai beni confiscati alla Camorra: la cantina e le terre. Lo dice con orgoglio come a significare che ci sono anche persone per bene.
Ci tiene a farmi conoscere il “direttore” come lo chiama lei. È Vincenzo, un ormone che arriva con un meraviglioso sorriso e mi stringe la mano come se mi conoscesse da una vita. È lui che mi racconta ancora della cantina, della loro storia. Mi parla dei suoi vini e soprattutto di lui, l’Asprinio. Ne parla con entusiasmo ed energia narrando di come occorra esaltare quanto di meglio e di buono il territorio offra. Ma è difficile, tutto maledettamente difficile.
Mia madre era di un piccolo paese poco distante da qui, Camigliano. Quando glielo dico i suoi occhi si accendono ancora di più perché capisce che quella terra è nel mio cuore quanto nel suo.
Parla con passione ed enfasi della vite maritata e delle difficoltà della vendemmia che quest’anno partirà tra pochissimo per via del caldo e della siccità. Ma sarà un buon anno.
Ci piace da matti l’Asprinio
Mi mostra con orgoglio le sue creazioni e si sofferma sul metodo classico. Perché l’Asprinio spumante è cosa seria. Lui è andato in Franciacorta a studiare come si produce un metodo classico ed ora lo fa qui. Non come altri che mandano le uve al nord…
Non solo metodo classico tre le creazioni ma uno Charmat, un fermo, un rifermentato, un IGT che fa barrique e anche un passito. Ma anche altro. Tutte sue creature. Tutte sperimentazioni delle quali va fiero.
Vitematta. Ecco il nome della cantina. Vitematta che produce Asprinio. Asprinio che è una eccellenza del territorio che però è difficile anche da far conoscere perché si scontra contro i mostri sacri del metodo classico. Un territorio che può tornare ad essere vivo e a dimostrare che qui, dove prima si scappava, ora si può vivere.
Non conoscete l’Asprinio? Beh prendetene uno e abbinatelo con una mozzarella di bufala o una pizza. Poi ne riparliamo. Noi ormai siamo matti per l’Asprinio.
Perché il territorio offre non solo prodotti ma anche abbinamenti unici.
Sempre.
Ivan Vellucci
@ivan_1969
https://youtu.be/RakajXgmc-E
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5 Agosto, 2022
Passione ed eleganza a Casal Montani
Passione ed eleganza a Casal Montani, una bellissima dimora storica che sorge su un’altura nel cuore del Frascati DOC. La passione è quella di Andrea Evangelisti che ci racconta il suo legame indissolubile con la natura, la vite ed il vino.
Grande imprenditore che pur mantenendo con gli anni il suo attuale impiego, dal Gennaio del 2020, Andrea Evangelisti da conferitore ultra decennale decide di diventare produttore.
Con solenne determinazione e la giusta combinazione trova per caso Casal Montani e, cambiando in parte un famoso proverbio a noi molto conosciuto, diremmo “ la persona giusta nel posto giusto.”
Un Casale del ‘600
Il Casale risale al ’600 ed è stato completamente ristrutturato nel 2020. Poggia sui ruderi di una villa romana del I sec. di cui, grazie agli scavi, realizzati in accordo con la sovraintendenza dei beni archeologici, possiamo oggi ammirare alcuni mosaici e tre piani di antiche grotte, lunghe 400 metri, stratificate nel tufo, pozzolana e sperone.
A Casal Montani troviamo anche 120 nicchie per le botti che fino al 1950 fungevano da frigorifero naturale per conservare il Frascati, testimonianza della grande tradizione vinicola del territorio.
Passione ed eleganza, a Casal Montani, hanno dato vita ad una azienda che tiene alla sua unicità e che gode di una vista sulla Capitale da togliere il fiato.
La passione per il bello
Secondo Evangelisti un’azienda deve avere una visione a 360°: il vino deve essere una componente importante di un servizio completo per il visitatore, che comprenda anche ospitalità e ristorazione. Casal Montani è questo e si definisce Azienda Agrituristica e Wine Resort. “ Il bello piace a tutti. Ammirare un bel posto, una cantina pulita e degustare vini di qualità, sono dei requisiti fondamentali per l’immagine di un’azienda” afferma Andrea.
Entrando nella sala troviamo un bellissimo mosaico, preziosamente custodito, con al centro il “nodo di Salomone” simbolo di buon auspicio e di continua esistenza. Disegno che ritroviamo con piacere sulle etichette, eleganti e raffinate, immediato richiamo con la storia del luogo.
Storia che parte da Marco Antonio il quale, tornato dalle crociate, riceve dal Papa i terreni intorno alla campagna romana tra Frascati, Marino e Grottaferrata, come testimoniano le varie torri ritrovate, similari a quella tuttora esistente a Casal Montani, appartenenti ai contadini.
Oltrepassando un antico portone, di fronte alla cantina , troviamo la cisterna Romana perfettamente funzionante, che raccoglie ancora tutte le acque dopo ben 2000 anni.
Il progetto è quello di approfondire gli scavi sotterranei e di completare il ritrovamento del tempio Mitraico che, secondo gli archeologi, nasconde una stanza con un altare raffigurante un toro.
Le vigne
L’azienda conta su circa 17 ettari di vigneti, caratterizzati da vari sistemi di allevamento a seconda della varietà e dell’età della vite. Ci sono sesti d’impianto antichi, per le viti dell’ 86 con pochissimi ceppi per ettaro, a pendolino per la Malvasia del Lazio e per i nuovi vigneti sistemi di allevamento più stretti.
Si coltivano nuove varietà con le quali sperimentare nuovi blend mantenendo l’identità autoctona tradizionale.
Tra le uve a bacca bianca abbiamo la Malvasia di Candia, il Trebbiano, Incrocio Manzoni, Bombino, Bellone e il Viognier; tra le uve a bacca rossa Montepulciano, Cabernet Franc e Shiraz.
Nuovo progetto di quest’anno sarà l’entrata nel circuito dell’apetta SQNPI (Sistema di Qualità Nazionale di Produzione Integrata), che porterà ad una maggiore attenzione e sostenibilità dell’ambiente, togliendo diserbi, utilizzando tecniche meno invasive e alternando, tra i filari, lo sfalcio della vegetazione ed evitando l’erosione del suolo.
Oggi il vino Frascati, dopo anni di declino, torna alla riscossa. Dimentichiamo la quantità, dimentichiamo il vinello facile e il suo colore bianco carta bevuto nelle fraschette negli anni ‘80: il glorioso vino di Roma si mette di nuovo in mostra, ottiene riconoscimenti, torna finalmente alla sua antica fama.
Dalla tua esperienza di vignaiolo, quali sono le problematiche inerenti al nostro territorio?
“Partendo dalla comunicazione sicuramente il nostro mantra è il suolo vulcanico. Il territorio è il valore da comunicare e il nsotro è così importante che potrebbe diventare, come già ragionato con il Consorzio e i Comuni, patrimonio dell’ UNESCO. Obiettivo comune è anche la realizzazione di prodotti di alta qualità a prezzi competitivi. Riscontriamo però ancora sul mercato una certa diffidenza dovuta ai retaggi del passato. Le grandi produzioni stanno terminando per far posto ad una produzione di qualità con rese molto più basse. Questo ci porterà a diventare, nel tempo, una DOC e una DOCG di altissimo livello”.
Cosa ci aspettiamo di trovare nel tuo vino?
“Degustare un nostro calice è respirare il territorio, quel vento Ponentino che arriva da Roma, quel fresco che abbiamo nelle vigne tutti i giorni, che le asciuga, e tutte le erbe aromatiche che sentite nella bottiglia derivano da questo. Chiudendo gli occhi e bevendo un calice del nostro vino, dobbiamo immaginarci, il nostro grande territorio”.
Nel vino ci deve essere personalità, spontaneità e grande passione.
Nei vini di Andrea Evangelisti ritroviamo tutto questo, riscoprendo un grande legame con la terra e sentori che ci riportano all’importante lavoro che l’uomo fa per produrlo.
L’eleganza dei vini
Partiamo dalla degustazione in anteprima di uno spumante metodo classico dosaggio zero 2021. Un grande progetto, giunto ai suoi 20 mesi di affinamento sui lieviti, in cui rientrano Bellone e Bombino. Si presenta come un giovane, bello e vigoroso, ancora nella sua fase di crescita ma con una bolla già raffinata ed elegante. Immaginiamocelo alla fine dei suoi 48 mesi!
Frascati Superiore Docg “Vigne Casal Montani”
2020 e 2021 a confronto; acciaio contro cemento da uve che provengono da un vero e proprio Cru. A comporre il blend di Malvasia del Lazio, piccole percentuali di Bellone, Bombino e Greco.
Ci siamo trovate a provare sentimenti contrastanti: una 2020 con una spalla acida imperiosa e grandi note balsamiche con salvia e menta in evidenza; una 2021 più complessa con sentori vanigliati.
Lazio IGT
2020 e 2021 “Uno Tre Tre” (codice numerico del registro nazionale delle varietà di vite). Una 2020 affinata in acciaio, con un effluvio di fiori, frutta a polpa bianca e miele; una 2021 maturata in cemento, caratterizzata da note vegetali e una spiccata freschezza.
Frascati Superiore Riserva Docg 2020
Non ancora in commercio del Cru “Vigna Casal Montani” affinato in anfora per 10 mesi. Un calice che sottolinea la macchia mediterranea, note agrumate e sentori avvolgenti di pasticceria.
Lazio IGT Rosso 2020
“Aleph” composto da uve Cabernet Franc, Aleatico e Montepulciano.
Un vino giovane con una grande parte balsamica e fini sentori di cenere che donano una leggera piccantezza avvolgente. Note di tabacco, cioccolato e una squisita caramella Mou date da un leggero passaggio in legno.
Lazio IGT Passito
“Antho” 2020 Malvasia del Lazio in purezza. Un capolavoro di sentori di frutta secca bilanciato a frutta fresca di albicocche, nespola e pesca gialla con una complessità agrumata e spiccati sentori di zafferano e ramo di vaniglia.
Da questa nostra esperienza sensoriale, ci portiamo a casa un bagaglio di emozioni, lo spirito del ritrovarsi, la convivialità senza fronzoli, tenendo in mano un calice di vino, per poche ore di assoluta serenità.
Il grande obiettivo di Andrea Evangelisti è far diventare la sua azienda un riferimento per il Frascati e far sì che tutta la zona ne possa beneficiare.
A cura di Cristina Santini e Ilaria Castagna
https://youtu.be/RakajXgmc-E
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3 Agosto, 2022
Wine Destinations: Serbia e Montenegro Intervista a Roberto Zoppi, Presidente di ITALJUG Camera di Commercio Italiana per la Serbia e il Montenegro
Stiamo attraversando un periodo molto particolare. Da un lato viviamo un moto di ripresa e di riapertura, gli effetti post Covid ci spingono a riprendere le tanto compiante attività estere in presenza, dall’altro, come magistralmente raccontando nel nuovo editoriale di Francesca Pagnoncelli Folcieri, molte ombre incombono sulla scena interna e internazionale. Le attività di promozione per le cosiddette Wine Destinations stanno finalmente ricominciando a farsi strada nelle nostre caselle mail e sulle bacheche dei principali social media. Parlando di Wine Destinations, non potevamo ignorare quanto accaduto il 26 luglio scorso a Vibo Valentia, dove gli organizzatori della manifestazione Vicoli diVini hanno voluto mettere in scena, in collaborazione con le principali istituzioni locali, un interessante forum dal titolo: “ Il vino come traino dello sviluppo calabrese: un’analisi sulla promozione nazionale e internazionale” Tra i relatori Roberto Zoppi, Presidente di ITALJUG – Camera di Commercio Italiana per la Serbia e il Montenegro. Due Paesi che sicuramente non ricorrono spesso come prime mete di sbocco per i processi di internazionalizzazione. Ho quindi deciso di fare qualche domanda al Dott. Zoppi con lo scopo di saperne di più su questi Paesi e sull’istituzione di cui è a capo.
Quali sono le ragioni che hanno portato alla creazione di una Camera di Commercio Italiana per Serbia e Montenegro?
L’Italia è praticamente da sempre uno dei principali partner commerciali della Serbia, da sempre nella top 3 superata solo dalla Germania. Un player commerciale fondamentale per ciò che concerne import-export. Da sempre tra le prime nazioni investitrici in Serbia. In modo particolare l’Italia vanta degli investimenti molto importanti come per esempio lo stabilimento produttivo di FIAT e gli investimenti di San Paolo, tra i principali attori a livello internazionale nel settore bancario. Tutto questo, unitamente al crescente interesse per il Montenegro, ha costituito le premesse per creare, nel 1992, ITALJUG. Un soggetto che si propone di supportare le aziende italiane interessate ad operare nel mercato di Serbia e Montenegro per esportare i propri prodotti e quindi realizzare una presenza commerciale stabile in questi mercati.
A chi si rivolge ITALJUG e cosa propone?
ITALJUG è una Camera di Commercio iscritta alla Sezione di Unioncamere come Camere di Commercio Italo Estere ed Estere in Italia. Si propone di supportare le aziende italiane interessate ad operare nel mercato di Serbia e Montenegro per esportare i propri prodotti e quindi realizzare una presenza commerciale stabile in questi mercati. Ci rivolgiamo anche ad aziende che sono interessate a realizzare investimenti produttivi nelle due aree oppure ancora aziende che sono invece interessate a reperire nei mercati di Serbia e Montenegro materie prime oppure prodotti semilavorati o ancora ad allacciare rapporti di collaborazione industriale con fornitori locali. La nostra Camera di Commercio lavora con le aziende italiane fornendo una gamma il più possibile ampia di servizi quali per esempio la realizzazione di attività promozionali come presenza in manifestazioni fieristiche oppure missioni imprenditoriali ancora invece servizi più operativi come consulenza tributaria, societaria e fiscale rivolta a chi intende effettuare investimenti in loco. La nostra attività è in particolar modo concentrata sulle piccole medie imprese che sono quelle aziende che hanno poi maggiore necessità di servizi esterni per poter compensare una carenza di risorse operative sia finanziarie che umane.
Possiamo quindi considerare Serbia e Montenegro come mercati di sbocco per il vino italiano?
Partiamo da una premessa: la Serbia e il Montenegro sono due paesi di piccola dimensione. La Serbia ha una popolazione di circa 8 milioni di abitanti con una capacità di spesa abbastanza limitata stante il fatto che il reddito medio di un cittadino serbo è di circa 500-600 €. Questo significa che la Serbia, per ciò che concerne i prodotti vinicoli, deve essere considerata come un mercato di nicchia. Attualmente il mercato serbo è valutabile e su circa 1 miliardo di euro questi sono dati che sono stati stimati per quanto riguarda il 2020 con un consumo medio pro capite che viene valutato circa intorno ai 10-15 litri per anno. Il consumatore serbo consuma vino abitualmente durante i pasti e in occasioni equiparabili al nostro aperitivo o al consumo dopo cena. Attualmente nel mercato serbo sono presenti numerosi vini italiani e il nostro paese è tra i primi tre esportatori in Serbia per prodotti vinicoli. Si stima che circa un quarto del mercato serbo sia rappresentato da prodotti importati. I vini italiani che sono presenti in Serbia sono soprattutto vini piemontesi toscani e veneti. C’è una scarsa presenza di vini di altre regioni in particolare di vini del sud Italia. I canali di consumo dei vini italiani sono sia il settore Ho.Re.Ca che la distribuzione. Il consumatore serbo ha una buona conoscenza del prodotto e quindi è in grado di distinguere tra prodotti di alta qualità e di bassa qualità. Attualmente sul mercato serbo vengono venduti sia prodotti con livello di prezzo medio basso che prodotti con livello di prezzo medio alto. La quantità però che viene acquistata è inferiore rispetto a quella che può essere la media di acquisto di un cittadino italiano o di altre mete vinicole europee.
Il Forum di Vicoli diVini ha voluto portare alle cantine Calabresi un pool di esperti in campo internazionale che potessero condividere degli aspetti pratici e oprativi per approcciare i rispettivi mercati. Quali consigli per avvicinarsi efficacemente a Serbia e Montenegro?
Per poter operare efficacemente in Serbia è sicuramente necessario seguire alcune strade fondamentali. La prima è quella di realizzare una efficace collaborazione con un partner locale quindi un importatore o distributore, senza il quale è sostanzialmente molto difficoltoso poter essere presente nel Paese. La seconda strada che deve essere perseguita è quella dell’attività promozionale. Cercare di promuovere il proprio prodotto focalizzandosi sia sul brand che sulla qualità del prodotto stesso. Importante anche fare rete con altre aziende, così come risulta molto importante partecipare a manifestazioni fieristiche e realizzare attività promozionali come degustazioni e incontri di networking. Terzo elemento che è fondamentale è quello di considerare come canale di sbocco non soltanto il settore della distribuzione ma anche il settore Ho.Re.Ca che oggi rappresenta un buon punto di partenza per quanto riguarda l’introduzione del vino italiano nel mercato nel mercato serbo. Un elemento da considerare è la particolare legislazione della Serbia che prevede che ci sia un dazio pari al 30% sui prodotti importati. Esiste una quota pari a 25.000 ettolitri di vino che può essere importata senza dazi, sorpassata questa quota ogni successivo litro di vino importato deve essere gravato dal dazio.
Per quanto riguarda il Montenegro il mercato interno è chiaramente molto piccolo perché sono 600.000 abitanti e quindi una realtà molto limitata quasi una regione, paragonabile per estensione geografica, all’Abruzzo e al Molise sebbene con capacità di spesa certamente superiore a quelli della Serbia. Tuttavia, rappresenta uno sbocco molto importante per il settore Ho.Re.Ca per tutta la parte costiera, ricca di attività turistiche, che conta un numero molto importante di visitatori e turisti che provengono da tutta Europa. Questo consente di avere un consumatore con una elevata capacità di spesa e permette di poter proporre vini di segmento più alto. Anche in questo caso, l’importatore si rivela una figura importantissima, unitamente ad attività promozionali sempre più mirate e cucite sul brand da proporre.
Progetti futuri per ITALJUG?
Negli ultimi anni ITALJUG ha sviluppato e realizzato molteplici progetti legati al settore dell’agro alimentare italiano promuovendo in Serbia e Montenegro vari prodotti tipici della gastronomia italiana come per esempio la norcineria Toscana piuttosto che, sempre per la Toscana, la carne fresca di Chianina e di Cinta Senese. Abbiamo sviluppato anche molti progetti legati alla promozione del vino italiano nel mercato di Serbia e Montenegro; in tal senso nei prossimi nei prossimi mesi andremo a sviluppare un progetto legato alla promozione dei vini siciliani attraverso la realizzazione di sei attività promozionali che consisteranno in quattro masterclass e due cene di gala, in cui saranno coinvolti i principali operatori commerciali – importatori distributori – serbi e montenegrini e i principali rappresentanti istituzionali con un ruolo fondamentale nella realtà economica serba e nell’interscambio tra i due Paesi e l’Italia.
Ringraziamo Roberto Zoppi, Presidente di ITALJUG – Camera di Commercio Italiana per la Serbia e il Montenegro per averci fornito un quadro dettagliato su due Paesi di sicuro interesse sia per le aziende vinicole Italiane che per i lettori di InternazionalMente.
Per informazioni e approfondimenti: info@italjug.com
A cura di: Riccardo Rabuffi
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2 Agosto, 2022
Lunae: Un’oasi vinicola tra mare e montagna
Lunae: Un’oasi vinicola tra mare e montagna
Una famiglia, una storia, una tradizione
Carissimi, bentrovati!
Oggi desidero accompagnarvi in Liguria.
La Liguria è un sottile arco d’Italia che va dal confine con la Francia sino alla parte settentrionale della Toscana. Solcata dalle montagne, ossia dalle Alpi ad ovest e dagli Appennini ad est, si affaccia interamente sul Mare Ligure: per questo, fra le regioni dell’Italia settentrionale, la Liguria gode di un clima particolarmente temperato.
I Colli di Luni si trovano nell’angolo più orientale della regione. L’area si affaccia sul Mar Tirreno dal Golfo di La Spezia ed è protetto alle spalle dalle Alpi Apuane: questa posizione privilegiata le regala un microclima unico, dove l’alternarsi di brezze marine e montane crea la condizione ottimale per la coltivazione delle vigne e la produzione di vini di eccellenza.
Già nel 177 a.C. una colonia romana fu fondata alle foci del fiume Magra e denominata “Portus Lunae”. Plinio il Vecchio, nella sua opera “Naturalis Historia” a proposito del vino di questo luogo scriveva: “Etruriae Luna palma habet…”(65 d.C.) : “…dell’Etruria, quello di Luni ha la palma…”.
E’ proprio da questa citazione che nasce il nome Lunae, racchiudendo in sé tutti i principi che hanno guidato e che guidano tutt’ora il lavoro in vigna e in cantina. La famiglia Bosoni è infatti da sempre legata a questo territorio. Da quattro generazioni per lavoro e per vocazione facendo tre cose: coltiviamo la vigna, produciamo vino e preserviamo la cultura del nostro territorio.
La massima attenzione alle qualità e i caratteri dei singoli vigneti e le diverse zone di produzione sono le caratteristiche proprie di Lunae. Vinificato in vasche d’acciaio a temperatura controllata, i vini sono affinati preferendo soprattutto botti in legno di grandi dimensioni, preservando freschezza, armonia e identità di ogni singola etichetta.
Cantine Lunae significa vitigni autoctoni: Vermentino, ma anche Albarola, Vermentino Nero, Malvasia, Pollera Nera e Massareta. Lunae si estende su un comprensorio di 65 ettari, dove è protagonista anche la viticoltura biologica, coltivazione di nuovi vigneti con antiche tecniche locali e, soprattutto, l’utilizzo di energia verde che si sostanzia in impianti fotovoltaici, geotermici e strutture di produzione a basso impatto ambientale.
Circa 100 piccoli vignaioli locali sono la famiglia allargata. Il modo in cui si cerca di preservare il territorio non ha solo valenze ambientali. Ciascuno dei vini cerca di dare voce ai Colli di Luni, affinché possano raccontare di sé, della propria storia, della propria ricchezza.
Ciascuno dei nostri vini cerca di esaltare i vitigni tradizionali e i relativi terroir, esprimendone le caratteristiche al meglio delle potenzialità.
Cantine Lunae ha un cuore pulsante in cui siamo suggerisco di andare a chiunque abbia voglia di scoprire e approfondire il vino, il territorio ed il modo in cui viene realizzato. Si chiama Ca’ Lunae, ed è un luogo in cui il lavoro svolto in vigna e a Cantine Lunae si può esprimere e racconta una propria storia unica. Ca’ Lunae è un antico casale del Settecento che, in linea con la vocazione per la valorizzazione del territorio, è stato completamente ristrutturato nel rispetto delle forme e delle materie. Ca’ Lunae è per un punto d’incontro, un luogo di relazione dove accogliere i visitatori e permettere loro di sperimentare direttamente il nostro territorio. Grazie alla collaborazione con artigiani e piccoli produttori locali, associazioni ed enti, Ca’ Lunae può dare visibilità alla tradizione e all’unicità che costituiscono la grande ricchezza dei Colli di Luni ed offrire una esperienza unica al cliente visitatore.
In particolare vi racconto di visite e progetti unici pensati per esperti ed appassionati, fatti anche di tour esperienziali che possono anche concludersi nel wine shop, che a differenza del nome, propone in vendita e in degustazione non solo tutti i vini Ca’ Lunae, ma anche olio extravergine d’oliva, liquori artigianali, confetture prodotte dalle cucine di Ca’ Lunae e una selezione di specialità gastronomiche locali come la pasta, i condimenti tradizionali e i dolci tipici. Sopra l‘enoteca si trova una grande sala dove gli ospiti possono apprezzare l’abbinamento tra i vini e i prodotti gastronomici tradizionali.
A proposito di Gastronomia, le cucine di Ca’ Lunae, attraverso la sensibilità di Antonella e Debora Bosoni e in collaborazione con enti di tutela locale, ricercano e propongono specialità gastronomiche di piccoli produttori locali, ratificandone la genuinità con il proprio logo. Il pesto alla ligure, la salsa di noci, le olive taggiasche, la pasta, le farine e le zuppe locali sono solo alcune delle specialità che le cucine di Ca’ Lunae selezionano e propongono in vendita all’interno della del proprio spazio.
Infine vi segnalo come all’interno di Ca’ Lunae si trovi Essentiae, un antico laboratorio per la preparazione di liquori secondo le ricette tradizionali del territorio. Attraverso una grande vetrata che si affaccia sull’aia del casale, gli ospiti hanno la possibilità di osservare l’interno del laboratorio e scoprire gli antichi metodi di produzione. Ogni fase della lavorazione si compie manualmente, utilizzando materie prime di alta qualità escludendo l’utilizzo di coloranti e conservanti.
Il tutto viene poi celebrato nel Museo del Vino nelle stanze dell’antica casa padronale. Il Museo nasce dalla raccolta personale di Paolo Bosoni, appassionato da sempre della storia contadina locale. Qui il presente diventa memoria.
Con tutti i prodotti e possibili esperienze non resta altro che recarsi in Liguria e prima di farlo scrivete pure tutto l’anno a info@calunae.it per informazioni e dettagli.
Vi Aspetto!
Cristina
Itinerari DiVini è una rubrica a cura di Cristina Mascanzoni Kaiser
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1 Agosto, 2022
Annus horribilis
Annus horribilis, questo, da un punto di vista climatico e non solo. Siccità, innalzamento delle temperature, desertificazione e poi, come sempre più spesso accade, grandinate, incendi, tornadi sono visibili e tangibili per tutti.
Una serie di fenomeni atmosferici anomali, ma sempre più frequenti, ci costringe a porci nuove domande, nuovi orizzonti temporali di azione, nuove prospettive. Nulla di obbligatorio, ovviamente. Si può procedere belli belli, baldanzosi e sorridenti, con lo stesso ritmo e piglio di prima (prima di virus, lock down, guerra, cosa che fanno in tanti a partire da molta classe politica), con la leggerezza di chi preferisce ignorare che ragionare.
Abbiamo parlato di leggerezza anche nello scorso editoriale, Perchè preoccuparsi, in modo positivo: la paura non aiuta gli audaci e non aiuta il ragionamento. Nulla sappiamo di quello che ci aspetta e la lucidità di pensiero è d’obbligo.
La lucidità è necessaria, non il delirio di onniscienza e onnipotenza, non sonno della ragione che genera mostri, non terrore del futuro che è in grado di bloccare ogni azione e reazione.
L’Earth Overshoot Day è arrivato il 28 luglio quest’anno ( questa data è comparsa per la prima volta nel 1972, anno in cui cadeva il 10 di dicembre). Siamo arrivati al limite assurdo per cui iniziamo a sentire, vedere, vivere i cambiamenti climatici di cui tanto si parla. Siamo costretti malvolentieri a cambiare le nostre abitudini quotidiane (a proposito: qualcuno ci ha provato a ridurre il proprio consumo di acqua giornaliero in questa torrida estate?).
Sicuramente il portafoglio ce lo ricorda ogni giorno, e su questo tema siamo tutti facilmente sensibili.
Disadattamento climatico
Uno degli articoli più interessanti sul tema di questo mese è Adattarsi male al cambiamento climatico, uscito per Il Post il 23 luglio scorso. Il pezzo traccia in poche righe le possibili modalità di risposta all’emergenza clima e non solo, prima di tutto emotiva che pratica, evidenziando come il nostro modo di affrontare la realtà possa essere determinante.
Il disadattamento è frutto di poca programmazione e poca lungimiranza, della volontà di trovare soluzioni “posticce”, di facciata, utili a creare consenso immediato. Così si trascura lo studio di soluzioni strutturali, che abbiano effetto sul medio e lungo periodo, perché richiedono più analisi, più tempo, più organizzazione.
Il disadattamento è frutto anche di un modo assurdo di fare informazione, sempre più vuoto, allarmistico, scandalistico. La notizia tanto per, il titolone, anzi lo strillone, per più click, like, follow.
Con tutti i dati che scientificamente potremmo utilizzare e analizzare per affrontare il futuro da pellicola cinematografica apocalittica che ci aspetta, che ci aiuterebbero a capire e ad agire con il massimo rigore, siamo drammaticamente ancorati ad una visione antropocentrica del mondo, in cui l’uomo non è misura di tutte le cose ma si sente padrone di tutte le cose.
Intanto la frescura
E intanto ognuno di noi, in questo annus horribilis, sogna la frescura: dell’acqua del mare, dell’acqua della pioggia, degli odori della terra bagnata, di fresca brezza. C’è chi la troverà al mare, chi in montagna, chi altrove.
E poi arriva settembre che porta con sé la malinconia dell’approssimarsi della fine dell’estate, con tutti i desideri e le speranze e l’energia che necessariamente porta con sé, ma anche l’adrenalina per un anno lavorativo e scolastico che sta per iniziare.
Si tratta di sfide, non nuove ma che paiono tali.
Si tratta di questioni esistenziali: che forse è bene tenere quotidianamente a mente, perché siamo attori poco coscienti di un dramma che si consuma sempre più velocemente. Utile ricordare che la capacità di adattamento è alla base dell’evoluzionismo darwiniano.
Cerchiamo di essere attori il più consapevoli possibile.
Francesca Pagnoncelli Folcieri
https://www.youtube.com/watch?v=RakajXgmc-E
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31 Luglio, 2022
Sette pezzi di Marketing semplici.
Sette pezzi di Marketing semplici. Ovvero 1+6 ideone genialinone di marketing, almanaccate qua e là.
Intro
Si deve a Marco Aurelio, l’Imperatore Filosofo, l’istituzione ad Atene di ben cinque cattedre, una di retorica e quattro di filosofia: platonica, stoica, aristotelica ed epicurea. Da lì in poi, in un certo senso purtroppo, si è diffusa la consuetudine di presentare il proprio pensiero “appoggiandolo”, per così dire ad una curata selezione di affermazioni – più o meno contestualizzate – di un già acclarato maestro. Perché purtroppo? Perché il rovescio di questa medaglia porta direttamente alla miseria del principio di autorità: dove uno in qualche modo si sottrae alla domanda “che cos’è la virtù” rispondendo “per Aristotele la virtù è”.
Adesso però saltiamo di quasi diciannove secoli e cogliamo, tendenziosamente, dal Tractatus Logico-Filosofico di Wittgenstein questi quattro punti:
1. Il mondo è tutto ciò che accade
1.2. Il mondo si divide in fatti
2.1. Noi ci facciamo immagini dei fatti
2.141. L’immagine è un fatto
Et voilà: ecco a voi una giustificazione teoretica a qualsivoglia generatore di bimbominkiate (poi il filosofo tenta disperatamente di chiudere il recinto a buoj fuggiti, tra l’altro terminando il Tractatus con il monito 7. Di ciò di cui non si può parlare si deve tacere, ma ormai il danno è fatto).
His fretus
Su questi bei principi, ecco a voi 1+6 ideone genialinone di marketing, almanaccate qua e là. Potranno tornare utili quando si cerca di impressionare – senza pretesa di scientificità, ci mancherebbe – un potenziale committente a destinare una somma (che altrimenti finirebbe in carburante per il Cayenne, a voler fare gli ingenui: il Cayenne verrebbe sempre e comunque mantenuto operativo) per un’iniziativa promozionale grazie alla quale aumentare i margini (ricavi… are for boys, while margini are for men) e quindi poter rifornire con ancora maggior quantità di carburante il Cayenne. Denaro-Merce-Denaro: statisticamente ogni possessore di Cayenne ha ben presente come funziona il mondo.
Zero. Ricordarsi la legge marxista sulla conversione della quantità in qualità
Marx riconosce esatta “la legge scoperta da Hegel nella Logica, che mutamenti puramente quantitativi possono risolversi a un certo punto in distinzioni qualitative” (Il Capitale): “il che si ha per esempio nel caso dell’acqua riscaldata o raffreddata in cui il punto di ebollizione e il punto di congelamento sono quei modi nei quali si compie, a pressione normale, il salto in un nuovo stato di aggregazione, nei quali, quindi, la quantità si converte repentinamente in qualità” (Engels: Antidühring).
Oltre a restare positivamente impressionati di come Hegel ne abbia detta una allo stesso tempo riconosciuta come esatta (da Marx, vabbé, pulchra vis) e comunque comprensibile, riflettere su questo truismo aiuterà a tenere presente come più che al materiale di comunicazione in sé converrà prestare attenzione al piano di comunicazione: cioè a quando, come e per quante volte il nostro bellissimo spot verrà esposto al pubblico, e come questo pubblico verrà preselezionato.
Uno. Follow the HYPE/follow the POP
Facendo seguito a Zero., una volta riconosciuta una distinzione qualitativa improvvisamente in atto, una tattica efficace consiste nel cavalcare questa “novità”. È quello che fanno tutti i creatorini di instagram riutilizzando musichette o altri canoni pseudoestetici in tendenza: tipo “add 27 photos to this sound, and let it sync”: l’ho fatto anch’io, non c’è né da vantarsene, né da vergognarsi.
Due. Ricordarsi delle immutabili leggi del Marketing secondo Dilbert
La storia si presenta due volte: la prima come tragedia, la seconda come farsa. Scott Adams ha scritto capolavori comici a partire da antropologie di per sé tragiche. Le immutabili leggi del Marketing di Dilbert, con la loro inattuale intonazione sessista, ne sono pietra miliare: le riporto a beneficio di una posterità si spera divenuta miracolosamente meno ottusa:
Leggi del Marketing per uomo:
Se compri questo prodotto, potrai avere un appuntamento con la modella in bikini.
Se compri questo prodotto potrai risparmiare dei soldi, soldi che ti verranno utili in caso di appuntamento con la modella in bikini.
Legge del Marketing per donna:
Se compri questo prodotto, potrai diventare la modella in bikini.
Hoi pleistoi kakoi (la maggioranza delle persone è cattiva), Biante di Priene, uno dei sette saggi antichi, lo scolpì sul Tempio di Apollo a Delfi più di duemilacinquecento anni fa. Forse non saremo ancora al palo, ma la corsa verso la civiltà è ancora mooolto lunga. L’applicabilità di queste leggi è immediata.
Tre. Quando utilizzare il sofista, quando l’influencer
Nella scelta del testimonial una dicotomia sufficientemente semplice da spiegare è quella tra un testimonial “in perimetro” rispetto al sottostante merceologico (cioè in pratica un sofista prezzolato, ad esempio un sommelierino a la page che stappa una bottiglia di Franciacorta) e un testimonial “fuori perimetro” riconosciuto rilevante in altro sottostante merceologico (ad esempio far stappare la bottiglia di Franciacorta da una seguitissima influencer… di bigiotteria low-cost). Qui non c’è una soluzione unica (se è per quello, in mancanza di esperimenti scientifici, tutto il marketing resta preda di una meramente postulata sincronicità junghiana tra il proponente e il committente), ma inquadrare la problematica in una dicotomia comprensibile e successivamente invocare vuoi “credibilità” del testimonial vuoi “correlazioni” tra settori merceologici è solo un altro divertente esercizio di sincronicità – il vostro coach potrà sicuramente, e a pagamento, fornirvi tutti gli strumenti per essere persuasivi. Tra sofisti di certo riuscirete a capirvi.
Quattro. Vizi privati e pubbliche virtù
Il massimo di sincronicità si ottiene quando due persone fanno riferimento agli stessi archetipi: basta quindi scegliere modelli largamente utilizzati per fare centro. Ecco la mia modesta proposta.
Formulazione forte: riferirsi ai sette vizi capitali (Lussuria, Gola, Avarizia, Accidia, Ira, Invidia e Superbia). Mettete in scena – un po’ come Shakespeare, l’umana commedia del vizio e la gente vi si riconoscerà. Oh se vi si riconoscerà.
Formulazione alternativa, debole: glorificare le quattro virtù cardinali (Prudenza, Giustizia, Fortezza e Temperanza). Ecco, in teoria queste dovrebbero piacere a tutti, in realtà ci ricordano solo quanto sia infinita la distanza che separa l’essere dal dover essere, e quanto amaro sia questo tragitto. Difficile da consigliare, ancorché suggestivo, questo approccio.
Cinque. Il fascino torbido del genere Gonzo
A corollario di Due. e di Quattro. Direi proprio intanto di ricordare di cosa si stia parlando (cit.Wikipedia): “Gonzo è uno stile di ripresa fotografica, cinematografica o qualunque altra produzione multimediale nella quale l’autore della ripresa, il regista o il creatore è coinvolto nell’azione piuttosto che esserne un osservatore passivo.”
Questo genere è di estrema efficacia in rappresentazioni di sottostanti multisensoriali: una foto di un piatto di carbonara può al più riportare la vista del piatto, un videoselfie di un golosastro (Magnosolo, qui si parla di lei) che assume un piatto di carbonara riporta vista e udito (gli spiacevoli echi della masticazione dello spaghetto) e suggestiona per olfatto e gusto. Ancora, le rappresentazioni del piatto già assaggiato, ovvero quasi finito o della beata scarpetta finale hanno in questo genere piena e sincronica valenza.
Perché torbido allora? Perché la sincronicità s’attesta in genere su di un vizio archetipico (per i cultori della materia, si ricordi il genere Gonzo nella cinematografia pornografica, ovviamente associabile alla Lussuria).
Sei. L’effetto carnevale/paese dei balocchi
Qui l’archetipo è la dicotomia Schopenhaueriana di angoscia e noja: queste Scilla e Cariddi su cui infrangiamo quotidianamente la fragile navicella della nostra pace esistenziale. Nulla di meglio, per una fuga momentanea da questo strazio, di buttarla in caciara sovvertendo le stesse forme kantiane a priori della conoscenza: spazio, tempo e principio di causalità. Spazio quindi a narrazioni per cui l’ordinaria struttura della conoscenza non valga o venga comunque sospesa. Prima di pensare quanto sia sublunare questo argomento, ricordiamo cortesemente come ormai ogni spot che abbia come oggetto un automobile/un telefonino inizi inevitabilmente con un postulato truismo contemporaneo – cioè una caxxata immane – che ha il solo scopo di sospendere l’ordinario tristo continuum esistenziale per “elevare” il malcapitato a stati “superiori” di coscienza ai quali sincronicizzare il bene proposto.
Outro
Sette pezzi di Marketing semplici, giusto per cavarsi d’impaccio in una qualche discussione mondana.
Foto dell’autore, si ringrazia il produttore del Franciacorta “Novalia” (Villa Crespia, Adro) non solo per la bottiglia e per il bicchiere, ma anche per tutti gli stimoli e il supporto ricevuto sulla via del Franciacorta. Grazie mille!
Da @bottigliadissanguata, passo e chiudo: quando troverò altri sette pezzi, scriverò il seguito.
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30 Luglio, 2022
Chateau d'Emilia
Un Wine&Balsamic Relais sulle colline di Reggio, come un vero Chateau d’Emilia sposa antichi fasti nobiliari e design contemporaneo. Un progetto innovativo, tra ospitalità colta e ‘Lambrusco (non solo) renaissance’. Venturini Baldini è una storica tenuta, nelle terre di Quattro Castella (RE), che un concept trasversale di recupero, architettonico e produttivo, ha trasformato in una interessante esperienza di accoglienza. Una sosta di charme e di gusto lungo la Strada del Vino e dei Sapori delle Colline di Scandiano e di Canossa e vicino a due poli d’attrazione come la Food e la Motor Valley. Merito di visione e investimenti della nuova proprietà, la famiglia Prestia, che per continuità ha mantenuto il nome della tenuta fondata nel 1976 da Carlo Venturini e Beatrice Baldini. Obiettivo puntare in alto: sia in senso enologico (la consulenza di Riccardo Cotarella dice tutto), con un riposizionamento del Lambrusco elevato dal suo cliché di vino popolare, sia nel senso di una ospitalità di lusso. Di quelle per cui si sprecano parole un po’ abusate, ma efficaci, come experience e lifestyle.
Un viale di cipressi in salita segna l’accesso. Straniante, ai limiti di una industrial-industriosa pianura. Non siamo in Toscana, ma il riferimento ai tipici borghi della regione c’è, almeno concettualmente, nell’idea dei proprietari di mettere a sistema gli edifici preesistenti, finemente restaurati, ognuno con una propria funzione, ma partecipi all’armonia d’insieme. Il complesso, o “borgo emiliano” comprende infatti la cantina, un’acetaia del ‘700 (Acetaia di Canossa, la più antica della provincia, praticamente un museo che lavora), una serra trasformata in ristorante, il Relais Roncolo 1888. Questo si articola nella Dimora Anicini, che ospita 11 stanze e nella Villa Manodori del XVI secolo (ma l’impianto è quello della villa padronale ottocentesca), sede di sei nuovissime suite. Unica addizione contemporanea, la piscina.
Tutto il progetto ha una forte impronta femminile. Recupero e ristrutturazione del complesso sono opera dell’architetta Elisabetta Fulcheri di DCEF Studio, che ha lavorato nel massimo rispetto delle preesistenze e in un’ottica di ecosostenibilità. Le scelte di arredo e interior design, giocate sul dialogo tra classico e contemporaneo sono invece prevalentemente specchio della personalità e del gusto di Julia Prestia, che si autodefinisce titolare-tuttofare. “Volevo creare una struttura di ospitalità molto raccolta, nello spirito home away from home, con un’idea di una lussuosa semplicità, non pesante. Odio il finto rustico, non sono io! La villa era vuota, senza mobili antichi da recuperare, ma con ricchi affreschi e preziose carte da parati dipinte a mano. Una situazione perfetta per giocare a contrasto, ad esempio con il segno pulito di Gio Ponti, per cui ho una vera passione. Oppure accostando a un tavolo di legno quasi monastico sedie Bauhaus in tubolare cromato. Mi piace anche Fornasetti, tanto che ho messo la sua carta da parati persino in bagno. Quando non sono di modernariato o fatti realizzare su misura, gli arredi (di Molteni&C) sono pezzi di design contemporaneo, a firma Patricia Urquiola e Vincent Van Duysen”.
Diversa, quasi industrial, è l’atmosfera che si respira nel ristorante Il Taglierè in Limonaia, all’interno della serra, con annessa terrazza panoramica sulle colline matildiche. “Non è un luogo formale; l’idea è di offrire un fine dining rilassato. Il servizio deve esser top, ma senza appesantire”. Qui lo chef Mario Comitale propone una cucina emiliana moderna, legata al territorio ma rivisitata con un mood ricercato e un respiro internazionale. Esattamente quanto accade anche per i vini: tradizione e innovazione.
La tenuta si estende su 130 ettari, 32 vitati, adagiati su una zona collinare tra i 300 e i 400 metri di altezza, con terreni ricchi di argilla e sabbia. Qui Venturini Baldini coltiva (a regime biologico già dagli anni Ottanta), oltre ai vitigni più famosi come Lambrusco di Sorbara, Grasparossa e Salamino, anche Malvasia di Candia Aromatica, Pinot Nero e Chardonnay. E autoctoni che riservano sorprese. Spiega Julia Prestia: “Facciamo 300mila bottiglie l’anno. Siamo piccoli ma molto orgogliosi di essere i primi produttori di Lambrusco in Emilia che due enologi di riferimento come Carlo Ferrini prima e Riccardo Cotarella oggi hanno deciso di seguire. Puntiamo a una renaissance del Lambrusco di alta qualità, secco, anche dosage zero. Cotarella segue la nostra linea di Lambruschi metodo classico che deve ancora uscire, ma lavora anche sui fermi. Abbiamo anche un metodo ancestrale, il Montericco, 18 mesi in bottiglia, che fa parte della linea T.E.R.S. in cui raccontiamo il Lambrusco meno conosciuto.
Ma T.E.R.S. è anche nostro il progetto di recupero e valorizzazione di storici vitigni autoctoni, dimenticati, nascosti o senza un’identità precisa, come il Malbo Gentile, la Spergola, il Montericco. Vogliamo infatti narrare anche quell’Emilia oltre il Lambrusco, creare vini fermi, di nicchia, in un territorio che non vi è vocato, facendo molta sperimentazione”. Ovviamente continuando anche a portare avanti le etichette storiche di Lambrusco Reggiano della cantina: Rubino del Cerro e Cadelvento (con una versione spumante rosato, primo blend di Sorbara e Grasparossa, che parla a una nuova generazione). Il segreto è unire tradizione e potenzialità di un territorio.
A cura di Katrin Cosseta
https://www.youtube.com/watch?v=RakajXgmc-E
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29 Luglio, 2022
Sfumature di Pinot Nero
Sfumature di Pinot Nero
Il Pinot Nero è di certo uno dei principi dei vitigni internazionali e trova la sua maggiore diffusione in Francia, in particolare nella Côte D’Or, in Borgogna, e nella Champagne, dove viene principalmente spumantizzato. Questo vitigno, tra i più nobili esistenti insieme al nostro Nebbiolo, rappresenta una grande sfida per gli enologi mondiali sia per la sua difficile coltivazione e vinificazione, sia perché è un vitigno che risulta estremamente dipendente dalle caratteristiche del terroir, interpretandolo al meglio…. nel bene e nel male.
In Italia è ormai presente in diverse regioni, ma trova alcune delle sue migliori espressioni alla stessa latitudine della Borgogna, una linea che passa per le nostre regioni del nord, in particolare in Trentino-Alto Adige e in Lombardia, nell’Oltrepò Pavese.
L’Alto Adige è stato il primo territorio nazionale a importarlo, ed è proprio da qui che inizio a raccontarvi della prima azienda: Cantina Andriano, fondata nel 1893, è la cantina sociale più antica della regione.
Alla data di fondazione furono 31 i viticoltori che decisero di compiere la scelta lungimirante, riunendo le proprie forze, di dare vita alla prima cooperativa regionale. Cantina Andriano fu tra le prime cooperative a puntare senza indugio sulla qualità: si diffuse rapidamente tra i soci una gestione mirata della produzione, con una riduzione delle rese consapevole e condivisa da tutti i viticoltori partecipanti. Ad oggi i soci conferitori sono 60 e gli ettari vitati complessivi sono 80, tutti coltivati con tecniche agronomiche che tendono alla ricerca assoluta di qualità produttiva.
Importante è il territorio: Andriano è un villaggio storico in prossimità di Bolzano che si estende sul versante occidentale del fiume Adige. Situato a 285 metri slm, è caratterizzato da colline ricoperte di vigneti, frutteti e boschi, con un paesaggio disegnato da torrenti scroscianti e stagni naturali, in un connubio affascinante tra vegetazione alpina e mediterranea.
I vini che derivano da questo luogo esprimono pienamente le caratteristiche di ciascun piccolo appezzamento dei tanti soci conferitori e vengono suddivisi, a seconda della provenienza, della varietà di uva e dei metodi di lavorazione. Qui a giocare un ruolo fondamentale sulla impronta aromatica e qualitativa è sicuramente il suolo calcareo che regala ai vini un’impronta minerale e sapida, con i vigneti posizionati a quote tra i 260 e i 450 metri slm.
Anche il fattore climatico è fondamentale: è il massiccio del Macaion a proteggere dal freddo del nord le viti di Andriano, mentre verso Sud-Est l’ampia apertura della valle garantisce a tutti gli appezzamenti un’esposizione solare dall’alba alle prime ore del pomeriggio. Nel pomeriggio il sole cala dietro alla montagna e, nelle giornate più torride, regala un benefico refrigerio a tutti i vigneti. Da questi fattori scaturisce un microclima particolare, caratterizzato anche dai venti freschi che scendono dal massiccio, e che, nel periodo finale della maturazione delle uve, fanno più marcata l’escursione termica fra il giorno e la notte.
Ad Andriano proprio il buon equilibrio fra caldo e fresco fa sì che i vigneti beneficino di una fase vegetativa più lunga, e i grappoli di una maturazione più lenta e omogenea. Le note aromatiche sono più intense, i vini più rotondi al palato e, anche per questo, la Cantina si ispira come stile di produzione ai vini della Borgogna.
La vendemmia, che in media inizia dieci giorni più tardi rispetto al lato opposto della valle, si svolge esclusivamente a mano, e la qualità delle uve raccolte – favorita da una resa molto bassa, pari a circa 49 hl/ha nella media di tutti i vitigni – consente all’enologo Rudi Kofler e alla sua squadra di realizzare in pieno la filosofia vinicola della Cantina. La ricerca ad interpretare al meglio la combinazione fra la collocazione geografica, il terreno e il clima, ha permesso di promuovere, al tempo stesso, l’identità del posto e la consapevolezza della qualità di tutti gli addetti del settore, con l’obiettivo comune di produrre dei vini in grado di eccellere in complessità, precisione e struttura, con uno stile elegante, con note fruttate marcate e con la capacità di narrare nel calice la propria origine ed essere riconoscibili.
Il Pinot Nero Riserva Anrar di Andriano è un punto di riferimento per il Pinot Nero. Cresce in uno degli appezzamenti di Pinot Nero più ambiti dell’Alto Adige, a circa 470 metri di quota a Pinzon, nel comune di Egna, su terreni rossastri e argillosi di roccia calcarea, con stratificazioni di pietra dolomitica bianca.
Le uve utilizzate provengono da un unico vigneto con esposizione verso Sud-Sudovest, in quella che in tutto l’Alto Adige si considera la culla nobile del Pinot Nero. Il vigneto è gestito da un socio conferitore storico, sicché il Pinot è vinificato con denominazione di vigna e in quantità limitata (da 4.000 a 5.000 bottiglie). Grazie all’elevata densità d’impianto (8.000 ceppi per ettaro), la resa per ceppo è molto bassa per natura. La vendemmia si esegue esattamente nel momento della maturazione organolettica ottimale, ma senza mai oltrepassare questa soglia, in modo da conservare le caratteristiche più tipiche del Pinot. Un terzo delle uve viene poi lavorato a grappolo intero, diraspando invece gli altri due terzi.
L’affinamento si svolge in botti di legno nuovo, che conferiscono al vino dei sentori leggermente fumosi. Nel calice, Anrar è un vino quanto mai vivace e manifesta chiari sentori di frutti di bosco, foglie di tè e spezie. Le sue note fruttate sono complesse e sostenute da una stimolante acidità. È un vino rosso strutturato, ma al tempo stesso elegante e persistente, da gustare pienamente anche dopo un certo invecchiamento. Si può definire un grande Pinot Nero compatto, equilibrato con morbidi tannini a grana fine, di alta quota e molto longevo. Nel 2022 Anrar 2019 è stato giudicato da una giuria internazionale, al 24° concorso nazionale del Pinot Nero, Miglior Pinot Nero d’Italia 2022.
Proseguendo su altre sfumature e sempre alla stessa latitudine troviamo Cembra Cantina di Montagna. Situata nel comune di Cembra a circa 700 metri slm, nell’omonima Valle a nord-est di Trento, dove la bellezza della montagna e la viticoltura si fondono in un paesaggio di grande fascino ed equilibrio. Un’armonia tra uomo e natura che è il risultato del coraggio, della determinazione e dell’amore per il territorio dei vignaioli cembrani, che si tramandano da generazioni il sapere enologico. Sono loro che hanno costruito pietra su pietra oltre 700 km di muretti a secco per sostenere le vigne lungo la valle, bilanciando grazia artigiana e pendenze estreme. D’altro canto, quest’arte ha meritato nel 2018 il riconoscimento come bene immateriale del patrimonio mondiale dell’UNESCO.
Dal 1952 Cembra Cantina di Montagna rappresenta la cantina cooperativa più alta del Trentino. Questa terra, che vanta altimetrie, clima e sottosuoli unici, ha come protagonista il porfido, da sempre chiamato dai valligiani “oro rosso” in quanto spina dorsale della valle e preziosa materia prima. La cantina conta su circa 300 ettari vitati suddivisi in piccoli appezzamenti (con una superficie media inferiore al mezzo ettaro l’uno – considerato che sono 320 i soci conferitori) per lo più adagiati sulla sponda destra dell’Avisio, il fiume che nei millenni ha inciso e plasmato la valle, per poi tuffarsi nell’Adige.
Le vigne godono di una straordinaria esposizione solare grazie alla loro dislocazione prevalente a sud e sono lambite dall’Ora del Garda, corrente che soffia dolcemente tra i filari favorendo un clima asciutto, molto importante per preservare la salute delle vigne. Un’escursione termica ottimale completa il microclima e contribuisce al bouquet aromatico e alla giusta acidità dei vini. I terreni qui sono generalmente franco-sabbiosi, ricchi di sabbia e carbonati, sciolti e ben drenati, ma soprattutto, come detto, di origine porfirica.
Dal 2016 infatti CEMBRA aderisce al Sistema di Qualità Nazionale Produzione Integrata (S.Q.N.P.I.) che si basa sul rispetto dell’ambiente, la tutela della salute degli agricoltori e la sostenibilità economica e dal 2022 “rinasce” e presenta una nuova linea di etichette monovitigno, al fine di valorizzare in maniera ancora più netta le uve più rappresentative del territorio, inteso come un’unica, grande area eccezionalmente vocata.
I vigneti del loro Pinot Nero, che oggi è sul mercato con l’annata 2019, crescono tra i 500 e i 600 metri slm e sono raccolti in media a fine settembre-inizio ottobre. La vinificazione molto rispettosa prevede una macerazione a freddo per qualche giorno e una fermentazione in anfore Tava, piccole botti di legno aperte e serbatoi d’acciaio inox con frequenti follature per estrarre aromi e colore per circa 15 giorni. Il Pinot Nero matura poi in piccole botti di rovere francese per 12 mesi. Di colore rosso rubino intenso, al naso si esprime in tutta la sua complessità ed eleganza rivelando note di frutta nera e rossa con sfumature di liquirizia e pepe nero. Al palato è pieno e strutturato, con una vena di freschezza e morbidi tannini.
Queste prime due espressioni di Pinot Nero si differenziamo quindi estremamente, per territorio, clima, esposizioni, terreni e tecniche di vinificazione.
Continuando a percorrere la stessa latitudine geografica ci spostiamo in Lombardia, in una realtà che ha fatto del Pinot Nero il suo vitigno portabandiera, stiamo parlando di Conte Vistarino.
Siamo nello specifico nell’Oltrepò Pavese, nel sud-ovest della regione, punto di incontro di Lombardia, Piemonte, Liguria ed Emilia Romagna, territorio con una forma a grappolo d’uva: un lato è costituito dal corso del Po, il vertice opposto, verso sud, dalla massima elevazione della provincia di Pavia che è il monte Lesima (1724 m). Il territorio è costituito per un terzo da zone pianeggianti, cui segue un’ampia zona collinare che termina a sud sull’Appennino Ligure.
Dire Oltrepò Pavese significa dire Pinot Nero, ma non è sempre stato così. È stato il Conte Augusto Giorgi di Vistarino a importare dalla Francia questo nobile vitigno nella sua tenuta nel 1850 e oggi, a oltre un secolo di distanza, è la sua trisnipote Ottavia a farne l’orgoglioso stendardo per i vini dell’azienda di famiglia.
Proprio nel 1865, per esempio, venne prodotto dal Conte Vistarino – insieme all’amico Carlo Gancia – il primo Spumante Secco, e per ricordarlo quella data è diventata oggi il nome dello spumante di punta dell’azienda. Da allora la famiglia porta avanti un lavoro costante volto ad esaltare il vitigno nel rispetto del territorio e della sua vocazione.
Conte Vistarino ha una superficie complessiva di 620 ettari suddivisi tra boschi, prati, seminatavi, piante arboree da legno pregiato mentre 102 ettari sono destinati a vigneto.
Il vitigno maggiormente rappresentato è il Pinot Nero: Conte Vistarino coltiva una decina di cloni di questa varietà su oltre 65 ettari e la vinifica per il 50% in bianco.
Oltre la metà di questo vigneto è stato reimpiantato negli ultimi 25 anni da Conte Vistarino secondo criteri di qualità dettati da un mercato che proprio alla fine degli anni ‘80 si stava trasformando; un patrimonio fondamentale che consente oggi di ottenere uva adatta a produrre grandi vini.
Per i nuovi impianti di Pinot Nero, Ottavia Vistarino ha privilegiato la scelta di portainnesti e cloni (tutti importati direttamente dalla Francia) con caratteristiche produttive precise: bassa produzione, grappolo e acino piccolo e grande potenziale aromatico. I terreni sono caratterizzati da marne argillose e si presentano prevalentemente calcarei (circa il 50% della composizione dei suoli) con percentuali variabili di argilla, sabbia e limo. Conte Vistarino conduce tutti i vigneti secondo un’agricoltura integrata a basso impatto ambientale che punta ad ottimizzare le caratteristiche naturali di ogni parcella.
La geografia della Tenuta è caratterizzata da un mosaico di piccole unità sparpagliate su una superficie molto estesa e il lavoro di zonazione effettuato in azienda negli anni per ottimizzare l’interazione tra vitigno e terroir è stato davvero molto lungo e dettagliato, e continuerà nei prossimi anni fino a coprire l’intero patrimonio vitato.
La cantina, puntando sempre più sul concetto di Cru, produce tre espressioni di Pinot Nero fermo, a tiratura molto limitata (sotto le 5000 bottiglie/anno) e sono Pernice, Bertone e Tavernetto.
Pernice è una delle massime espressioni enologiche dell’azienda. Il vigneto dove prende forma questo Oltrepò Pavese DOC si estende per 3,5 ettari in prossimità dell’omonima cascina a 350-400 metri di altezza. Esposto a mezzogiorno, gode di una vista magnifica sulle colline circostanti. Il terreno è tendenzialmente calcareo (52%) con la presenza di argilla, sabbia e pietrisco.
Luigi Veronelli nel 1961 scrisse in Vini d’Italia del “Pinot eccellente della località Pernice, in Comune di Rocca de’ Giorgi, dal bel colore rubino chiaro e dall’intenso bouquet” e ancora oggi nel bicchiere il risultato è un vino complesso ed elegante con grandi potenzialità di invecchiamento e molto apprezzato dalla critica italiana e straniera.
Bertone, Pinot Nero DOC Oltrepò Pavese, prende il nome dal vigneto dove nasce. Si tratta di una parcella di Pinot Nero situata – in linea d’aria – proprio sopra a Villa Fornace. Si trova a circa 400 metri slm ed è rivolta a sud-ovest. Il terreno conta su una buona presenza franco-argillosa e una significativa percentuale di sabbia. Questo appezzamento, circondato da un fitto bosco, gode di un microclima particolare e, per le caratteristiche del clone, del terreno e dell’esposizione, è caratterizzato da un minor vigore vegetativo e da un leggero anticipo di maturazione che lo porta ad essere il primo dei cru ad esser vendemmiato. Dalla sua prima annata di produzione, vendemmia 2013, ad oggi, ha raccolto il plauso della critica per la sua armonia e profondità.
Tavernetto Pinot Nero DOC Oltrepò Pavese nasce nell’omonimo vigneto di 1,7 ettari esposto a sud-sud/est. L’appezzamento si trova a 350 metri slm di altitudine e gode di un andamento vegeto-produttivo molto equilibrato e storicamente è l’ultimo tra i cru ad esser vendemmiato. Nei suoli prevale la matrice argillo-limosa con un’elevata dotazione in calcare. Tutti e tre effettuano un affinamento in barriques di rovere francese dove viene svolta la fermentazione malo-lattica la primavera successiva alla vendemmia.
Un vero e proprio viaggio tra le varie espressioni del Pinot Nero alle latitudini della Borgogna.
Questo nobile, elegante ed enigmatico vitigno riesce a fare innamorare gli appassionati e ad esprimere il nostro paese con diverse sfumature, con colori che virano e che riflettono le diverse tonalità dei terroir di provenienza…. impossibile non apprezzarlo!
A cura di Giuseppe Petronio
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Italien Südtirol Terlan Weinanbau Blauburgunder Traube
Italien Suedtirol Trentino Alto Adige Etschtal Terlan Weinanbau Kellerei Terlan Keller Cantina Weinkeller
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28 Luglio, 2022
La Valcalepio è il giardino di Bergamo
La Valcalepio è il giardino di Bergamo e deve questo nome ad un origine greca da Kalos-Epias ovvero Terra Buona.
Ci troviamo in provincia di Bergamo in una zona collinare che si trova tra il lago di Como e quello di Iseo, compresa fra i fiumi Cherio e Oglio.
Un territorio ricco e generoso che merita di essere scoperto.
Io ho avuto questa fortuna e vi posso assicurare che la meraviglia è stata tanta. Durante la mia visita ho avuto una guida di eccezione ovvero Sergio Cantoni Direttore della Cantina Sociale Bergamasca.
Insieme a lui e alla figlia Sara ho avuto la possibilità di visitare realtà con caratteristiche diverse ma ognuna con una forte identità pur essendo in linea d’aria molto vicine.
Sono stata sorpresa dalla varietà di declinazioni, sfumature, intensità e colori che questi prodotti possono regalare. Protagoniste indiscusse le bollicine ma anche vini rossi e bianchi da invecchiamento.
Le aziende visitate sono state ovviamente la Cantina Sociale Bergamasca, dove i miei pregiudizi si sono disintegrati, la Tenuta Celinate, Il Cipresso, Il Calepino e il Podere del Merlo. Quest’ultimo oltre alla cantina dispone di una struttura ricettiva a dir poco elegante e di un ristorante capitanato dallo Chef Riccardo Crepaldi che mi ha entusiasmato per l’eleganza e la raffinatezza dei piatti.
Un territorio questo, che ha visto proliferare un’intensa industrializzazione ma dove allo stesso tempo i bergamaschi hanno saputo preservare e assecondare orgogliosamente la vocazione della loro terra.
Molti infatti gli industriali che hanno investito nell’attività enoica recuperando poderi abbandonati e riportandoli allo splendore iniziale. Alcune proprietà sono in attesa di restauro bloccato dalle lungaggini delle Soprintendenze come Villa Celinate, che risale addirittura al ‘400. Appartenuta ai Masciadri Orsini parenti dei Visconti di Milano, è una delle più grandi ville di Scanzorosciate, ma anche una delle meglio conservate sia dal punto di vista architettonico che pittorico. La Villa si trova in un anfiteatro naturale circondata da 50 ettari di terreno collinare a corpo unico di cui 23 coltivati a vigneto e 3 a uliveto.
Una curiosità: Luigi Veronelli nel ’78 raccontava di aver “guadagnato” nel trasferimento da Milano a Bergamo “oltre che per bellezza e quiete e cibi” anche per le bottiglie di Valcalepio che riteneva “degne del massimo rispetto”. Se lo diceva lui vi potete fidare …
Facendo una carrellata di quanto prodotto in zona parto sicuramente dal Valcalepio Rosso, Doc riconosciuta nel 1976. E’ un blend di uve Merlot e Cabernet Sauvignon vinificate separatamente. Il disciplinare prevede l’assemblaggio in proporzioni Merlot 40-75% e Cabernet 60/25%.
Si passa all’affinamento in botte e alla vendita a partire dal 1 novembre dell’anno successivo alla vendemmia. Abbiamo poi la Valcalepio Rosso Riserva che prevede un affinamento di 3 anni per passare al Valcalepio Bianco (Chardonnay e/o Pinot bianco 55/80%, Pinot Grigio 20/45% ). Inoltre troviamo la Bergamasca IGT dove vengono impiegati vitigni tradizionali.
La vera sorpresa per me è stato il Colleoni DOC. Una DOC neonata (riconosciuta nel maggio 2011) che decreta la riscoperta e la rinascita di alcuni vitigni autoctoni per anni dimenticati ma coltivati storicamente nel territorio bergamasco.
Sono ben 14 le tipologie che non vi elenco per non annoiarvi. Io ho sono stata conquistata da COLLEONI della cantina Sociale Bergamasca, Spumante Brut Millesimato, un metodo classico da uve Chardonnay, Pinot Grigio e Incrocio Manzoni 6013, affinato per almeno 24 mesi sui lieviti.
Le vere star indiscusse sono state però il Valcalepio Moscato Passito e il Moscato di Scanzo. L’uva da cui si ottengono queste due denominazioni è la stessa ovvero il Moscato di Scanzo, addirittura pare introdotta sulle colline bergamasche dai Romani, in due territori limitrofi eppure diversi (il comune di Scanzorosciate per la DOCG, i comuni della zona vitivinicola Valcalepio per il Valcalepio Moscato Passito DOC).
Il Comune di Scanzorosciate è un piccolo comune della bergamasca che si è fatto conoscere negli ultimi 15 anni per la produzione enologica, è la patria di una delle più piccole DOCG d’Italia e rappresenta
un unicum: il nome della sua DOCG è anche il nome dell’uva richiesta per produrla.
Il disciplinare prevede la raccolta dell’uva a ottobre, successivamente i grappoli vengono posti in appassimento per almeno 21 giorni. Solo a questo punto si procede con la vinificazione durante la quale la fase fermentativa avviene prima sulle bucce e poi con il solo mosto. Dopo un lungo processo fermentativo e di affinamento il vino può essere messo in commercio a partire dalla primavera del secondo anno successivo alla vendemmia.
Pare che fondamentale per la produzione sia questa particolare pietra biancastra calcarea chiamata sasso de luna, una roccia molto dura che sfida le viti ad affondare faticosamente le radici. Una volta che le viti riescono a penetrare tra queste particolari rocce, estraggono il massimo in termini di sali e di aromi dando origini a uve estremamente profumate.
Da questa esperienza mi porto a casa la rinnovata certezza che in qualsiasi angolo d’Italia esiste una particolarità, una ricchezza e un tesoro da scoprire e divulgare.
A cura di Claudia Riva di Sanseverino
https://youtu.be/RakajXgmc-E
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