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14 Settembre, 2022
ROSSO MANDURIA
Rosso Manduria, ovvero pantone rosso rubino scuro, dalle mille sfumature brillanti, di ossidi di ferro, di sabbia, di calcare, di origine alluvionale e argille.
Tante sono le componenti del terreno della Doc Manduria, Doc storica e ben radicata, divisa in alcune zone che si potrebbero quasi delimitare come cru, proprio a dar vita al tradizionale concetto di terroir di questa denominazione.
Un triangolo di Puglia
Ed è da questo triangolo di Puglia fra le province di Taranto e Brindisi (e fino ai comuni di Avetrana e Maruggio), compreso fra lo Ionio e l’Adriatico, che ha luogo di vocazione il Primitivo di Manduria. Uva già esistente all’epoca greca e forse ancor prima portata dai Fenici. Dall’uva un vino antico che i pugliesi ancora oggi chiamano”Mjier o Mieru ” da Merum (vino schietto, di buona qualità e puro), in contrapposizione al “Vinum” composto da acqua, miele e resina.
Un vino che ha viaggiato fino a trovare una terra lontana dove mettere nuove radici. Questa terra è la California che chiama il Primitivo, col nome Zinfandel! La vera origine dello Zinfandel è stata smascherata da uno studio di ricerca voluto dall’ “Accademia dei Racemi”, associazione nata a fine anni ’90, con lo scopo di valorizzare e rivalutare il patrimonio enologico pugliese, soprattutto studiando le varietà autoctone Primitivo, Negroamaro e Malvasia Nera.
Un Primitivo tutto da scoprire
Perché il Primitivo trova la sua massima espressione in questo spazio di Puglia? E’ un vitigno che ama il mare, l’impianto di allevamento ad “alberello pugliese” basso, e ben si adatta al clima marino. In questo fazzoletto di terreno a circa 100mt sul livello del mare, il clima è caldo e con un’ escursione termica più elevata rispetto ad altre zone, che contribuisce ad una surmaturazione naturale delle uve. I terreni, prevalentemente argillosi e ricchi di ossidi di ferro, che si stendono su banchi di calcare di questa zona, donano le caratteristiche note di frutta rossa matura, note speziate e di erbe mediterranee, con un palato sontuoso ed alcolico ed un tannino morbido, di media acidità e con buona salinità, per un finale profondo ed elegante. Rosso Manduria, appunto.
La vendemmia si svolge in un periodo variabile, a cominciare dalla prima settimana di settembre, sui terreni argillosi e con suolo calcareo con poca idratazione, fino ad arrivare all’ ultima di settimana di settembre , come nel caso dello Zinfandel dell’ azienda Vinicola “Le Felline”, immerso in un terreno molto fertile e paludoso. Ovviamente nella scelta del periodo di vendemmia non gioca ruolo solo il tipo di terroir e la vicinanza più o meno al mare ma, come per tutti, l’andamento climatico!
La Cooperativa dei Produttori di Manduria
La realtà di cui vi parlo, di un vino con precise caratteristiche di qualità, espressivo del territorio e con una sua dignità, è il risultato ottenuto grazie all’impegno della Cooperativa dei Produttori di Manduria: accortasi del grande potenziale del Primitivo ne ha ribaltato le sorti, affrancandola dall’uso come semplice uva da taglio per note cantine francesi e del nord Italia.
Nasce quindi la doc Primitivo di Manduria nel 1974, che da disciplinare prevede la commercializzazione dopo il 31 marzo successivo alla vendemmia. Per la versione “Riserva”, sono 24 i mesi di invecchiamento ( di cui almeno 9 mesi di legno), entrambe composte al minimo 85% da uve Primitivo e il restante da uve a bacca nera non aromatiche.
Successivamente nasce la DOCG Primitivo di Manduria Dolce Naturale, da 100% Primitivo ed estratto secco minimo 24g/l.
Non solo Rosso Manduria
Non solo Rosso Manduria: nello stesso territorio, troviamo anche ottimi vini bianchi da vitigni autoctoni.
Il Bianco d’Alessano, con una buona struttura, fine e delicato, elegante con note floreali e di frutta bianca.
La Verdeca, il mio bianco del cuore, prodotto anche inversione spumantizzata: è strutturata, intensa con note erbacee e dal sapore asciutto e fresco.
Il Fiano dal color giallo paglierino, con frutti gialli e canditi e dalla spiccata acidità.
Le realtà presenti hanno ognuna una propria storia, legata alla famiglia, al contesto e al territorio.
I Produttori di Manduria sono la più antica azienda esistente dagli inizi del 900 che oggi conta 400 soci conferitori.
Qualche indirizzo non guasta
Luca Attanasio in Sava, a conduzione familiare, propone Primitivo in 4 versioni: Rosato fermo. Rosso giovane e rosso affinato in barrique ed un rosato con vinificazione in rifermentazione in bottiglia dalla particolare nota la di anguria che non ti aspetteresti in quest’uva, ma che è stata volutamente ricercata anche con la vendemmia precoce.
Paolo Leo a San Donaci, da azienda conferitrice di uve e vino sfuso, oggi produce diverse linee di prodotti rivolte a differenti mercati. Della linea ho apprezzato molto il Bianco d’Alessano e il Primitivo “Passo del Cardinale”con le sue note di frutti neri, fresco, strutturato e persistente.
Le Felline in Manduria, si presenta con il grande Palmento (antica vasca larga e profonda, con pareti in mattone, adibita un tempo, alla fermentazione e maturazione dei mosti) utilizzato oggi per lo stoccaggio dello spumante di Vermentino e delle barrique per l’invecchiamento del Primitivo. Qui la diversificazione del territorio è precisa e per ogni appezzamento si può degustare il frutto della selezione del cru. Molto deciso e caratteristico il Primitivo Giravolta da terreni calcarei. Questa azienda è stata la prima a recuperare l’ antichissimo vitigno a bacca rossa Susumaniello.
E Gianfranco Fino. Fortunato ad aver conosciuto il nostro amato Luigi Veronelli, da agronomo diventa viticoltore e oggi produce uno dei Primitivo più conosciuti e piu’ premiati di Puglia: “Es”, il rubino nero dell’ azienda, frutto di passione, sole, studio, dedizione e terroir!
In questo paradiso del palato e della vista, tutto il succo della tradizione si trasforma in nettare del futuro.
Nettare Rosso Manduria.
Di Valeria Valdata
@valery_and_the_wine
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12 Settembre, 2022
Enogirls, una nuova realtà al femminile
Enogirls, una nuova realtà al femminile al femminile che raccontiamo qui, nella rubrica Salotto Divino.
Le Enogirls sono Francesca Mafrici, Denise Oriani, Alessandra Pierotti. Sono tre: numero perfetto.
FP: Come vi siete conosciute? in che occasione e circostanza?
Enogirls: Ci siamo conosciute grazie ad Instagram. Abbiamo iniziato a seguirci e scambiarci pareri virtualmente, poi abbiamo avuto l’occasione di conoscerci di persona ad alcuni eventi dedicati ai winelovers ed è stata immediata sintonia.
FP: Perchè vi siete piaciute?
Enogirls: Per la spontaneità nel confrontarci, nel riuscire a scambiarci pareri liberamente senza alcun tipo di sforzo o di pregiudizio, ma in modo molto naturale e sincero.
Abbiamo tre formazioni diverse nel mondo del vino: FISAR, AIS e WSET. Ciascuna di noi è più forte e ferrata in un argomento cosi ci completiamo e arricchiamo, oltre che divertirci un mondo insieme.
FP: Dopo quanto e quando è nata l’idea di lavorare insieme?
Enogirls: L’idea è nata da Francesca, spinta dalla voglia di creare un gruppo tutto al femminile. Tutte e tre crediamo che le donne abbiano una capacità e una spiccata sensibilità nell’organizzare, creare e gestire le attività in modo pragmatico e puntuale. Francesca ha visto nelle peculiarità di ciascuna una componente fondamentale per lo sviluppo di un buon gruppo di lavoro.
Dopo aver proposto ad Alessandra e Denise l’idea di fondare un team, le idee sono venute a cascata da parte di ciascuna: il nome, gli obiettivi e le tempistiche.
FP: Perchè un progetto legato all’enoturismo?
Enogirls: Perché è grazie al vino che ci siamo incontrate e legate. Ciascuna di noi sognava di avviare un’attività in questo settore per promuovere il territorio iniziando a piccoli passi, chi scrivendo, chi studiando, chi instaurando collaborazioni di vendita vino. Abbiamo tante belle realtà in Lombardia e sul territorio nazionale, a volte di piccole dimensioni, spesso a gestione familiare, che vale la pena scoprire, visitare e ascoltare. Ogni produttore ha esperienze e competenze diverse ed è giusto dare a ciascuno il suo spazio.
FP: Su quali punti di forza e originalità di basa il vostro progetto?
Enogirls: Ci rivolgiamo ad un pubblico inesperto e curioso, che ha voglia di avvicinarsi a questo mondo senza essere travolto da tecnicismi e formalità. La nostra idea è quella di divertire e allo stesso tempo fornire le informazioni base per mettere le persone in condizioni di bere consapevolmente, scegliendo il vino più in linea con i loro gusti. Siamo in grado di fornire sia esperienze personalizzate che di gruppo, romantiche e conviviali, accompagnando i partecipanti lungo tutta l’attività. Non solo vino però, vengono proposti, fatti conoscere e assaggiare anche prodotti tipici del territorio per un’esperienza più enogastronomica.
FP: Le donne e il vino, come vivete questo legame? come lo vivono i potenziali clienti?
Enogirls: Con passione, curiosità ed entusiasmo. Sempre più spesso ci troviamo a confrontarci con donne all’interno del settore: colleghe sommelier, produttrici, responsabili marketing e commerciali. Anche nel panorama social abbiamo stretto tanti legami con altre winelovers. Francesca fa parte di una Community internazionale tutta al femminile.
Il vedere l’intesa che si crea naturalmente tra noi quando siamo insieme unita alla voglia di scoprire questo bellissimo mondo del vino, stimola i clienti ad affidarsi e lasciarsi guidare e travolgere dal nostro entusiasmo.
FP: Obiettivi e progetti per il prossimo futuro?
Enogirls: A Giugno abbiamo lanciato il nostro primo evento ed ora ci sono tante idee e progetti in cantiere. Il primo viaggio enoturistico ( di cui avete qui il link alle stories Instagram) lo abbiamo organizzato nel territorio del Moscato di Scanzo, provincia di Bergamo. Una piccolissima DOCG da cui un passito rosso da vitigno autoctono, aromatico, unico al mondo. Prossimo appuntamento a ottobre, per scoprire il territorio dell’Oltrepò. Vi aspettiamo
Enogirls, una nuova realtà al femminile sicuramente da seguire, sia sui social che nelle visite enologiche che proporranno.
Francesca Pagnoncelli Folcieri
https://youtu.be/RakajXgmc-E
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10 Settembre, 2022
Cantine Artese e lo Zibibbo della Costa degli Dei
Giovanna è una ragazza minuta che ispira tenerezza al primo sguardo. Gli occhi ti scrutano senza giudicarti. Non sono severi. Anzi nascondono tanta felicità e fierezza.
Quando l’ho chiamata per dirle che ero già arrivato in cantina, un po’ prima del previsto, al telefono era quasi imbarazzata. Sarà forse stato per le rimostranze di un pargoletto di pochi mesi che era con lei e che reclamava le attenzioni della madre.
Oltre a gestire l’azienda insieme al marito e al fratello, Giovanna è anche mamma da pochi mesi. Quando si dice che le donne sono multitasking!
Cantine Artese è un’altra delle giovani realtà (sette in totale) della Costa degli Dei artefici di un percorso di riscoperta e valorizzazione di un vitigno come lo Zibibbo (o moscato di Alessandria) che abbiamo sempre bevuto dolce, magri passito. Difficilmente secco.
Si narra che lo Zibibbo venne portato dai Greci in questa meravigliosa terra dove gli Dei solevano passeggiare (da qui il nome “Costa degli Dei) e dove, grazie ai pendii con suolo di matrice vulcanica, riesce ad unire zucchero a sapidità e freschezza per renderlo così secco.
La cantina è poco più di un garage. Posta in un centro abitato dietro un supermercato, non è ovviamente adiacente alle vigne.
Trovarla, anche se ci sono le indicazioni, non è semplice. Piccola ma sufficiente per dar vita alle circa 35000 bottiglie su 8 ettari vitati. Particolari questi ultimi perché divisi in porzioni da un ettaro come se fossero dei cru. Particolari ma complicati da gestire.
Le vigne sono a Zambrone, fronte mare. Fronte Costa degli Dei. Il mare lo sento tutto, forte, impervio sia negli odori sia nella sapidità dello Zibibbo che assaggio (nel mio post Zibibbo Aramini maggiori dettagli). Un assaggio che mi sorprende per la sua carica e piacevolezza. Per i sentori di zagare, di frutti tropicali di iodio. Una persistenza non invadente. Una personalità spiccata. Se chiudo gli occhi mi ritrovo in riva al mare cullato dal vento.
La prima olfazione mi porta in luoghi dolci e le sensazioni sono quelle di un vino dolce e potente. In bocca però stupisce per la freschezza e sapidità. Oltre che per essere secco.
È piacevole chiacchierare con Giovanna perché fa della sua timidezza un punto di forza.
Mi parla delle difficoltà di questa terra e lo fa con la consueta dolcezza come a dire che la costanza e la voglia di fare, alla fine, paga.
Non vogliono sperimentare. Non hanno bisogno di creare prodotti particolari. Hanno vitigni antichi come Zibibbo, Magliocco, Greco nero, Mantonico, Calabrese, Malvasia nera. Perché sperimentare quando c’è ancora molto da fare per questi?
Come darle torto? Mezzi pochi. Tanta diffidenza in giro. Difficile emergere in un mondo così spietato. Eppure Giovanna ci crede e crede all’impegno che lei e la sua famiglia perpetuano. Giorno dopo giorno. Con fatica ma con energia. Costante, continua, senza sosta. Appare stanca e sarà forse perché deve anche fare la mamma. Ma non si ferma perché l’amore per questa terra e per i vini vince anche la stanchezza.
Rispetto del territorio e delle tradizioni per trasmetterle attraverso i sentori del mare e della terra. Non c’è verso di voler fare cose diverse. Questa è la grande forza di una piccola cantina come Artese. Ma è vincente perché poi tutto risulta evidente nei vini.
Vini che rispecchiano e rispettano il territorio e la storia di una terra dal passato glorioso come la Calabria. Anche nei nomi. Lo Zibibbo infatti si chiama, Aramini, antico nome di Zambrone. Poi Limani, Esetra, Aurum, Deum, Non mi dilungo ma il sito internet contiene tutte le informazioni storiche (Vini Artese)
Peccato davvero non avere la forza commerciale ed economica per promuovere lo Zibibbo secco ma anche il loro meraviglioso passito (sempre da Zibibbo) che pure di premi ne ha vinti.
Giovanna mi dice che riuscire a vendere una bottiglia di passito a 22€ da quelle parti non è semplice. Forse perché non lo hanno ancora assaggiato penso io. Dovrebbero farlo invece.
Mi è capitato di sorseggiare uno Zibibbo Artese in riva allo stupendo mare della Costa degli Dei, dinanzi ad un tramonto meraviglioso. Non posso che dire: wow!
La Calabria, le sue spiagge, la sua gente, i suoi vini, il mare. Amarli diventa facile non appena toccati con mano. Senza pregiudizi, solo aprendo il cuore e la mente.
Ivan Vellucci
@ivan_1969
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8 Settembre, 2022
Cenatiempo: Viticultori dal 1945, Ischitani da sempre
Cenatiempo: Viticultori dal 1945, Ischitani da sempre
Tra collina e Mare
Carissimi, bentrovati!
Il sole di Agosto si sta lentamente spegnendo ed i colori settembrini ed in particolare quelli della vendemmia sono alle porte.
Tuttavia in questo fine agosto desidero portarvi in un posto di mare dove si fa anche vino, ma in modo “di montagna”.
Siamo sull’isola d’Ischia, oggi una delle più frequentate mete turistiche dell’area mediterranea, grazie a un mix di fattori irripetibili. La fascia costiera è delineata da litorali sabbiosi, da scogli e sorgenti calde intervallate da falesie ripide, con baie e calette. All’interno, intorno alle pendici del Monte Epomeo, la vetta a 788 metri sul livello del mare, i boschi e i crateri spenti, le vallate e i pianori sono i luoghi ideali per gli escursionisti.
Qui il ricchissimo patrimonio di sorgenti termali, conosciute da millenni, è valorizzato da parchi balneo-terapici e strutture specializzate nelle vacanze-benessere. Le torri, le chiese, il castello, i palazzi sono le testimonianze affascinanti delle diverse civiltà che nei secoli hanno contribuito a formare l’identità locale. Ma è soprattutto la vite ad accompagnare l’isola nelle varie epoche: dall’ottavo secolo a.C., quando fu chiamata Pithekoussai dai Greci d’Eubea che vi fondarono la prima colonia d’Occidente, preziosi reperti sottolineano la presenza della Vitis vinifera.
Per i Romani, Ischia era detta addirittura Aenaria: «terra del vino» e, fino alla metà del ‘900, l’economia ha continuato a fare leva sul commercio del vino. Sui 46 chilometri quadrati di superficie dell’isola, molti vigneti si posizionano su terreni con pendenze che vanno ben oltre il 30 per cento. La tecnica dei terrazzamenti con muri a secco realizzati in pietre lavorate a mano (come il tufo verde, che non si trova altrove nel mondo), ha favorito la conquista di zone impervie con i loro microclimi speciali. Sono le cosiddette parracine.
Sono proprio queste parracine, estese per quattromila chilometri lineari, rappresentano l’originale colonna vertebrale del panorama ischitano.
La famiglia Cenatiempo nasce e appartiene a Ischia da sempre e L’azienda Cenatiempo Vini d’Ischia nasce con una piccola cantina sul porto di Ischia dove Francesco Cenatiempo imbottigliava vino sfuso.
Nell’immediato dopoguerra con il crescente boom economico, anche sull’isola d’Ischia nasce l’esigenza di produrre il proprio vino. Si comincia, quindi, ad acquistare uva da piccoli contadini isolani e trasformarla. Successivamente, la cantina si espande trasferendosi in quella che è l’attuale sede di produzione, sempre nel comune di Ischia.
Alla morte del padre la direzione dell’azienda passa al figlio, Pasquale Cenatiempo, che incrementa e modernizza la produzione mantenendo ben saldi l’eredità dei valori del passato e, al tempo stesso, con uno sguardo al futuro. Per l’affinamento dei vini, infatti, Pasquale si adatta all’originale struttura della cantina costruita negli anni ‘70 mantenendone le vasche in cemento che alterna con quelle in acciaio.
Da sempre la viticoltura a Ischia è una viticoltura di montagna che va dalla costa, a pochi metri sul mare, fino a oltre 600 metri di altitudine e, ovviamente, le vigne ideali sono quelle ospitate su terrazze strette che ricevono la migliore insolazione possibile.
Attualmente le uve Cenatiempo arrivano sia dai piccoli conferitori isolani, sia da vigneti gestiti in conduzione diretta, per un totale di 6 ettari divisi in circa 15 appezzamenti.
Per rappresentare al meglio il territorio, l’azienda si è quindi dotata di una struttura ampia e articolata che va dalla gestione diretta del vigneto alla ristorazione fatta con professionisti esterni per dare al cliente sempre il prodotto ed il servizio migliore.
Per quanto riguarda il processo di produzione, Cenatiempo ha de scelto di intervenire il meno possibile sui mosti, affidandosi al controllo delle temperature di fermentazione, alle filtrazioni meccaniche, e usano i solfiti in quantità appena percettibili.
La gestione diretta dei vigneti ci permette di controllare fase per fase lo stato dell’uva, il grado di maturazione e i tempi di vendemmia che variano dall’inizio di settembre alla seconda metà di ottobre.
In cantina le fasi di lavorazione prediligono l’utilizzo di lieviti indigeni, pressatura soffice, minimo utilizzo di solfiti e temperature controllate.
Per assaporare tutto questo il meglio è ovviamente fare un viaggio ad Ischia e contattare Cenatiempo per fare una visita in vigna e chiaramente una degustazione.
Il link per il contatto è il seguente http://www.cenatiempovinidischia.it/contatti/
Si tratta di una esperienza unica in cui l’identità territoriale la fa da padrona con la mineralità del suolo vulcanico di Ischia, che varia anche a distanza di pochi chilometri, la sapidità di un vino isolano, i sentori di macchia mediterranea che circondano il panorama viticolo di Ischia. Il nostro vino deve esprimere la natura vulcanica e marinara della terra ischitana.
Ed in particolare vedere una viticoltura di montagna fatta in collina ed al mare. La viticoltura eroica ancora una volta presente e ricca in Italia.
Vi Aspetto!
Cristina
Itinerari DiVini è una rubrica a cura di Cristina Mascanzoni Kaiser
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3 Settembre, 2022
Settembre è il nuovo gennaio
Dicono che settembre sia il nuovo gennaio, (frase presa in prestito da Laura Donadoni) e in effetti è il mese della ripartenza e dei buoni propositi. Dalla voglia di remise en forme fisica all’inizio del nuovo anno scolastico, tutti noi ripartiamo a settembre, dopo l’estate di solito foriera di leggerezza, pause di riflessioni, nuovi progetti.
Per il vignaiolo agosto e settembre invece sono i mesi del raccolto, quest’anno anticipato un po’ per tutti a causa delle condizioni climatiche assai particolari che si sono dovute affrontare durante i mesi estivi.
Questo editoriale arriva con poco ritardo proprio perché chi scrive produce anche. La captatio benevolentiae è d’obbligo quindi, prima di iniziare a scrivere e, voi, a leggere.
Per i produttori settembre è il mese in cui si fanno i conti con un anno, forse più, di duro lavoro. I risultati si verificano prima in pianta, e con essi si devono fare i conti. Sono conti reali, non virtuali, concreti non ipotizzati. Come ci piace ripetere, la vite è viva, la vigna partecipa dell’andamento di un ecosistema complesso e ricco di variabili, macro e microscopiche, che ancora non siamo riusciti a decifrare. Nemmeno l’aiuto e il supporto della scienza riescono a rispondere a tutte le incognite e variabili che intervengono nelle fasi sviluppo della vite. Le analisi da sole non bastano a capire cosa otterremo dopo mesi di intenso lavoro, di studio, aggiornamento, adattamento.
Settembre è il nuovo gennaio anche per le cantine: è il mese in cui eventuali nuovi progetti, di nuovi vini e nuove strategie, si mettono in cantiere. Quando la vigna riposa l’attività, frenetica, si sposta in cantina.
Settembre è il mese della celebrazione del vino
Per voi appassionati settembre è il mese della celebrazione del vino, con tanti eventi e tante realtà che aprono per occasioni di visite e degustazioni speciali.
Ce nè per tutti i gusti e in ogni dove: dal Festival di Franciacorta al Mese del Moscato di Scanzo; dall’ Oltrepò – Terra di Pinot Nero, al Trentodoc sul Lago di Garda; da Soave MultiVerso-Dialoghi attorno al vino, nuovo format voluto dall’omonimo Consorzio. Da Torino con la Vendemmia Reale della Torino Wine Week nei Giardini Reali, al Chianti Classico con storiche rassegne come l’Expo Chianti Classico, fino alle Cantine Aperte in Vendemmia con il Movimento Turismo del Vino, a Campania Stories – Special Editioncon le nuove annate dei vini campani nei Campi Flegrei, ovunque si mesce e si degusta.
Anteprime, masterclass, approfondimenti, feste campagnole, rassegne, degustazioni per tutti o per pochi: ogni regione, provincia, paese, rende omaggio alla vino.
La movida del weekend italiano, in tutto lo stivale, gira intorno a bicchieri pieni e a brindisi collettivi.
Scegliete pertanto, o nobili amanti del nettare divino, dove e come passare i vostri weekend, lasciandovi guidare, se vi va, dalle molte suggestioni che sulle pagine di questo magazine, ora e in passato, vi abbiamo lasciato. In attesa poi dei mesi autunnali in cui le kermesse si fanno fieristiche e internazionali.
Ricordate però che il vino non sgorga da rubinetti, ma è frutto di conoscenza, sapienza, fatica e rispetto per la natura.
Non sminuite il lavoro di chi lo produce e di chi ve lo offre, cercate di capire a fondo cosa sta dietro ad un bicchiere colmo.
Settembre è il nuovo gennaio: allora festeggiamo all’anno nuovo.
Prosit
Francesca Pagnoncelli Folcieri, produttrice a Scanzorosciate
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2 Settembre, 2022
La Costa degli Dei e la riscoperta dello Zibibbo
Gli occhi. Gli occhi e il sorriso di Giovanni Benvenuto. Questo è Cantine Benvenuto. Tutto si racchiude in due occhi che ti guardano felici e un sorriso che c’è sempre e comunque. Perché Giovanni è fiero della sua Calabria. Felice di quello che fa e dove lo fa. Ama questa terra, difficile e particolare, in maniera viscerale. Non se ne separerebbe mai e lo si capisce da come ne parla.
E’ la Costa degli Dei.
Già la terra. Quella da cui nasce tutto. Una terra ricca di quel ferro al quale il suo cuore, come se fosse una calamita, è stato attratto con potenza e forza. Forza, determinazione, capacità, volontà. Ma soprattutto gioia. Gioia di fare qualcosa per la propria terra, nella propria terra.
La calamita dicevamo. Giovanni non nasce in Calabria ma lontano, a Tagliacozzo, in Abruzzo da mamma abruzzese che il papà conosce dopo aver lasciato la Calabria in cerca di fortuna. Lontano. Giovanni una volta adulto (ma manco tanto) sente il richiamo della terra, delle vigne del nonno, del sale del mare, del sole. E quando il cuore si ricongiunge con la terra scopre che lì c’è un vitigno, lo Zibibbo, che è diverso dalle più note versioni dolci perché secco, con il sapore dello iodio del mare.
Scoprire qualcosa non dà però il diritto di pensare che sia tutto semplice. Né tantomeno breve.
Siamo nella Costa degli Dei, luogo scelto dagli dei dell’Olimpo per le proprie passeggiate e dai turisti oggi attratti dall’incantevole mare di Tropea. Più precisamente a Francavilla Angitola, poco lontano da Pizzo Calabro e Vibo Valentia. Qui il terreno è rosso, ricco di ferro e minerali con i venti carichi di iodio provenienti del mare e quelli freschi dalle colline che accarezzano le vigne tutte coltivate in maniera biologica. In questa costa ha trovato spazio e dignità l’antico vitigno Zibibbo in versione secca. Già, secca e non come pensano i più, dolce come a Pantelleria (o ad Alessandria con il Moscato). In fondo già l’etimologia del nome, zabib vuol dire uvetta o uva passa non lascia che pensare alla dolcezza.
Persino su Wikipedia non c’è traccia di un vino secco. Così come sulla Costa degli Dei vengono spese solo pochissime righe.
Impresa difficile per Giovanni che impiega undici anni (siamo in Calabria verrebbe da dire) solo per far riconoscere lo zibibbo come uva per vinificazione e non solo da tavola. Undici anni che utili per creare prodotti freschi, non impegnati e, soprattutto, fortemente legati al territorio come se vi fosse un vero cordone ombelicale Undici anni che non gli hanno fatto perdere, nemmeno per un istante, sorriso ed entusiasmo.
Niente barrique. Solo acciaio
Niente barrique per i suoi vini. Solo acciaio e temperature controllate per esaltare ogni singolo aroma, ogni sensazione propria dei vitigni, della cantina, del sole, del mare, della terra. Con la musica di Mozart a fare compagnia al vino che si riposa nei tini di acciaio. Perché il vino ascolta e delle note si nutre.
Non solo Zibibbo per quanto questo sia il principale interprete della cantina. Non potevano mancare vitigni tipici della Calabria: Calabrese, Maglioppo, Greco nero, Malvasia. 7 ettari vitati per circa quarantamila bottiglie l’anno. Dimensione questa che consente, nelle volontà di Giovanni, di continuare ad essere una azienda piccola e di famiglia.
Ecco la famiglia. Quella di Giovanni è prossima ad allargarsi e quando me ne parla, il suo sorriso aumenta. Aumenta e contagia tutti nella cantina. Come il papà che si presenta non solo sorridendo ma anche con una cassetta di fichi appena colti. Buonissimi!
Con Giovanni discutiamo di vino, di Calabria, di vita sorseggiando i suoi vini accompagnati da prodotti locali all’ombra di alberi meravigliosi. Si vedono i vigneti tenuti come si tiene un oggetto prezioso. Si vede il mare e se ne sente l’odore.
È proprio al mare che riporta lo Zibibbo che assaggio. Viaggiando attraverso la macchia mediterranea, le zagare. Il rosso da Maglioppo invece appare è così croccante, come se dovessi sentire un melograno che si spacca sporcandomi le mani di quel meraviglioso rosso vivo. Mi fa respirare la campagna che ho intorno.
Vengo però rapito da Celeste, un rosato da Calabrese in purezza che sa di ribes e fragola che è così piacevole, fresco e sapido che mi ritrovo a pensare a mio nonno e alle passeggiate in campagna con lui. Già rivedo mio nonno con il bastone che usa per andare nei campi e che mi fa cogliere le pesche bianche e i fichi, quelli rossi fuori e neri dentro. Ne sento l’odore.
Vorrei non andarmene mai. Forse perché sto benissimo. O forse perché i ricordi di mio nonno mi riempiono di gioia.
Non posso andarmene via senza fare scorta dei vini soprattutto del rosato ma anche dell’Orange segno che qui si inizia anche a sperimentare. Devo provarli meglio a casa.
Giovanni non può invece mandarmi via senza regalarmi una bottiglia delle loro bollicine (ci vogliono sempre in cantina) ma soprattutto della t-shirt “in Zibibbo we trust”. Io ci credo davvero che questo vitigno e questa zona possa, speriamo a breve, poter dire la loro. Ci crede anche Giovanni che, insieme alle altre 6 cantine della Costa degli Dei stanno cercando di avere un riconoscimento di denominazione.
Speriamo solo che i tempi calabresi siano lunghi meno dei precedenti undici anni.
Ivan Vellucci
@ivan_1969
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29 Agosto, 2022
Il ruolo del packaging nella presentazione della bottiglia
Lasciando parlare di vino a chi di vino se ne intende, mi ritaglio un piccolo spazio (proprio perché di vino non me ne intendo) complementare al gusto del bere e del bere bene. Vorrei portare all’attenzione del lettore alcune considerazioni non meno importanti del contenuto della bottiglia. Voglio parlare di ciò che è in grado addirittura di influenzare la scelta di una bottiglia ancor prima di averne assaggiato il prodotto che lo contiene. Vorrei parlare di etichetta e di come innovazione, arte e ricerca si mettano al servizio di un buon vino.
Innovazione, arte e ricerca al servizio di un buon vino
Al packaging è affidata la presentazione della bottiglia. Seguendo le migliori teorie della comunicazione (che ha in ognuno di noi la riprova di quanto questo assunto sia vero), la vestizione con la quale un vino si presenta sul mercato ha raggiunto un peso di primo piano, influenzando vendite e consumi e riuscendo molte volte a far scendere in secondo piano la qualità del vino offerto.
La bottiglia “ben vestita” di un tempo (appropriata nei colori, con uno stile grafico coerente con la storia e tradizione della cantina, capace di accompagnare il consumatore dallo scaffale al bicchiere) rispondeva alla comune regola secondo la quale “l’abito fa il monaco”. Se la presentazione è di qualità anche il contenuto si presume sia all’altezza. Oggi il mercato di cui ci occupiamo richiede sforzi nuovi e maggiori perché questa correlazione rimanga valida, con operazioni più complesse e costose, ma non di minor successo.
Federica Cecchi per Antinori
Nuove regole del mercato
L’affollato mercato del vino e il suo relativo consumo (ora in battuta di arresto su certe aree geografiche a seguito della sanzioni e degli eventi bellici), come già spiegato in altri miei interventi su questa testata, è fortemente condizionato da molti ed eterogenei elementi. La qualità del prodotto diventa quasi secondaria perché oggi l’accostamento ad un brand o tipologia di vino avviene su basi emozionali. Il produttore, se attento, non trascura quegli elementi con i quali contraddistinguere il proprio vino per renderlo riconoscibile ed unico. La collocazione del vino è sempre meno off line (enoteche, cantina, ristorante…) e sempre più on line (e-commerce, marketplace, QR, ecc.) ove ad essere comunicativi sono per primi i segni, le forme, i colori.
Ecco allora che il packaging ha acquistato un rilievo di primo piano, facendo scendere in campo altri insoliti (un tempo) professionisti che, accanto all’enologo, possono fare la fortuna di quell’etichetta. Mi riferisco a designers, architetti, artisti, esperti negli imballaggi, guru della comunicazione, tutti assoldati affinché creino accattivanti contenitori, studino bizzarre fogge di bottiglie, impieghino materiali alternativi per tappi e chiusure.
Il boom della vendita online
E proprio in tempo di Covid che gli operatori del settore sono stati costretti a riconsiderare questi elementi “esterni”, che non possono essere più ritenuti di dettaglio visto che l’acquisto sul web si è consolidato e stabilizzato. E’ dato per certo, infatti, che le scelte attraverso questo canale si perfezionano anche e soprattutto su base emozionale. Canoni e precetti utilizzati per l’approccio estetico, che assimila il packaging del vino al mondo del fashion e del beauty, sono pertanto non trascurabili da parte del produttore.
L’attenzione della proposta on line del vino non può che essere sempre più concentrata verso elementi e servizi che valorizzano il prodotto ancor prima di essere assunto. Con il “click e collect” devo catturare il cliente che non può o non vuole venire in cantina e allora più servizi e valori aggiunti riesco ad offrire, più ho la possibilità che il mio prodotto venga scelto. In altre parole devo riuscire a colpire e coccolare il cliente al pari di colui che arriva in cantina e offrirgli stessi (e forse maggiori) servizi che ben si possono realizzare tramite il web.
La richiesta di nuovi servizi
L’attenzione è allora rivolta ai tempi di consegna sempre più rapida e personalizzata, alla messa a disposizione, in alcuni marketplaces o in “super cantine”, di un “personal sommelier”. Si è arrivati, durante il lockdown, a potenziare a tal punto il consumo a domicilio (come nel caso di Run+ nelle città di Milano, Torino, Bologna e Roma) da garantire la consegna di bottiglie in tempo utile per l’utilizzo e alla temperatura consigliata. Altro esempio di servizi per winelovers di recentissimo sviluppo sono i virtual journey della cantina e della vigna, oltre a proposte di regali, voucher, scoutistica ad amici e clienti.
In questa direzione e con le stesse finalità che si inserisce l’attenzione per il packaging (in linea per altro con le esigenze della rapidità della logistica per consegne pressoché immediate): la personalizzazione, talvolta con ricorso a spunti artistici, per una bottiglia di foggia e materiale insolito (come quella realizzata con il 100% di carbon neutral, cioè realizzata attraverso l’impiego di energia elettrica proveniente da fonti rinnovabili); l’adozione di un sistema di chiusura che preserva il prodotto ed intrighi il consumatore; o ancora un packaging che resiste ad un trasporto fino a destinazione del cliente finale in piena sicurezza ed integrità del vino grazie all’impiego di un cartone resistente, di materiale riciclabile, plastic free.
Le nuove tendenze di consumo dettano le regole
Sono questi solo alcuni esempi di adeguamento del mercato del vino sia alle attuali (e non risolvibili nel breve periodo) contingenze legate ai rincari dei prezzi dell’energia e delle materie prime come vetro e cartone, sia ad una sempre maggiore attenzione del consumatore verso la cd. ecosostenibilità dell’intera filiera, nuova (ma direi ormai acquisita) consapevolezza tra i consumatori di ogni età e categoria, siano essi appartenenti alla Generazione X (nati tra il 65 e il 79) che conta tra il 40-50%, seguono con una quota tra il 25-35% i Baby Boomers (1946 – 1964) e i Millennials (1980 – 1995), tutti sensibili alle parole chiave come “organic” “green”, “social responsability”, “kilometro zero” che riescono ad influenzare le scelte di acquisto.
Non solo dunque investimento e ricerca da parte dell’impresa vinicola in questa direzione, ma anche professionalità, sensibilità, esperienza e cultura in capo a chi è chiamato a gestire questa operazione ed innovazione dove è assolutamente vietato improvvisare.
Le esigenze del marketing e della comunicazione debbono comunque conciliarsi, e qui l’intervento del giurista, anche con le nuove disposizioni legislative in materia di etichettatura degli imballaggi (in vigore dal 1.1.2023) secondo le norme del decreto legislativo 3.9.2022 n.116 con il quale è stata recepita la Direttiva UE 2018/852, che detta le procedure finalizzate a migliorare la gestione dei rifiuti, a rispettare l’ambiente, a proteggere la salute umana e per un più attento ed oculato utilizzo delle risorse naturali.
Un banco di prova estetico per il vino
Diventa pertanto ineludibile anche per il vino sottoporsi ad un banco di prova che i nuovi trend dei consumi stanno indicando, con norme sempre più complicate imposte da norme interne e internazionali. Compare così la “bottiglia di carta” (“When in Rome” di Frugalpac, che si è avvalso dell’esperto in vini Philip Schofield, il quale ha scelto questo marchio evocando il piacere e la semplicità di gustare un buon vino ovunque tu sia come se “stessi a Roma”, grazie alla nuova bottiglia di carta) con tappo a vite e isolata al suo interno da una pellicola riciclabile. Per il debutto di questo packaging innovativo è stato scelto il vino Pecorino IGP Terre di Chieti, in vendita sul mercato inglese, a seguire dal Primitivo IGT Puglia.
Ancora una volta mi sento di poter concludere che il consumo di vino è legato non tanto alla qualità e bontà dello stesso che ormai sono scontate, ma sempre più legato a fattori esterni alla viticultura ed enologia, che riguardano altri aspetti di contorno in grado di colpire il consumatore, di soddisfarne un bisogno sempre più immediato e di impulso, senza rinunciare alla qualità e al legame con il produttore.
Avv. Paolo Spacchetti
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28 Agosto, 2022
Altri sette pezzi di Marketing, forse meno semplici
Altri sette pezzi di Marketing, forse meno semplici, sembra sinistramente essere il seguito di “Sette pezzi di Marketing semplici“. Ovvero altre 1+6 ideone genialinone di marketing, almanaccate qua e là.
Comunque sia l’introduzione è sostanzialmente la stessa, non sto quindi a riprenderla: andiamo diretti sui casi.
Zero. Ancora sulla conversione in qualità
Se non piace la legge della conversione della quantità in qualità perché d’ispirazione materialista marxista, basterà rimpiazzarla con il noto truismo del protopropagandista Goebbels secondo il quale basta ripetere cento, mille volte una menzogna e questa si trasformerà in verità. Contenti ora, nostalgici? Peccato pare la citazione sia una bufala. Vabbé, motivatela un po’ come ti pare, basta che nel frattempo si continui a comunicare: altrimenti non esisteremmo.
Uno. Definitio Hiding
Il marketing 3.0 consiste nel riaffermare costantemente il mantra senza mai menzionarlo esplicitamente (definitio hiding, nascondimento della definizione, di ciò di cui si parla). Visto che ormai dell’ontologia (e anche della teologia e della geometria, direbbe il contemporaneo Don Quixote dadaista Ignatius Reilly) non importa più nulla a nessuno (e quasi nessuno ci capisce più nulla, aggiungo io), inutile dire di cosa si stia parlando, meglio illustrarne i soli accidenti più favorevoli. Ne riparleremo quando avremo capito come smaltire decentemente i pannelli fotovoltaici dismessi. O i rifiuti in genere.
Due. I miti del nostro tempo
Ogni azione di marketing ben indirizzata procede per sfruttamento di un mito contemporaneo: la conoscenza di questi è quindi vivamente consigliata. C’è giusto un libro “I miti del nostro tempo” di Umberto Galimberti che tengo in bagno per i miei momenti di ricercata massima intensione (vedi https://www.treccani.it/vocabolario/intensione/, al numero 2.).
Tre. La miseria della linearizzazione
La linearizzazione fuori scala è la radice quantitativa di ogni bimbominkiata o se preferite basta ricordarsi il modo di dire “partire per la tangente”.
Spiego. Molto vicino all’ascissa del punto di tangenza, la tangente è un’ottima approssimazione, anzi la migliore, anzi direi proprio una situazione “leibnitziana” – nel senso del Candido di Voltaire – della curva, ma non appena vi si distanzi un poco… ecco, praticamente non serve più a nulla. Come le proiezioni dei ricavi sull’ultimo excel del vostro consulente direzionale, insomma.
Quattro. Psicostoria, Sincronicità e Risultatismo
Ci piacerebbe padroneggiare la psicostoria, ma al momento ci dobbiamo accontentare di farci devoti alla sincronicità junghiana: fare poi riferimento alla teoria cinetica dei gas potrebbe pure aiutarci in questo senso, quantomeno a sparare cazzate (cit.) interessanti. Qui servirebbe un piccolo chimico o un appassionato di Asimov per capirla, purtroppo non ve ne sono a sufficienza né degli uni né degli altri.
Ripiegando sulla sincronicità, questo “principio di nessi acausali” (Kant, perdonaci tutti, a cosa ci tocca dar seguito), cercate di restare sincronici al vostro aspirante committente (in qualsiasi modo se siete dei banali risultatisti allegriani, secondo dignità di uomini fatti a non viver come bruti se siete fini giustificatori di mezzi)
Per il resto degli umani continui pure a valere il trogroditlico principio di autorità. Ipse dixit. E date pure la colpa al preparatore atletico di tutti quegli infortuni muscolari che perseguitano la vostra squadra del cuore.
Cinque. Occhio alle code grasse e rischiare grosso, sempre
La teoria delle code grasse di NNT è una riserva infinita di truismi; lo è anche la logica del rischiare grosso.
Preso un fenomeno, modellatelo secondo una statistica qualunque e poi divertitevi ad analizzare casi nei quali la distribuzione che avete usato inizialmente si rivelerebbe sperimentalmente errata. Sostituitela quindi con un’altra distribuzione (questa sì che si rivelerebbe sperimentalmente adeguata al fenomeno, quindi corretta) e giocate a calcolare il danno o il guadagno che ne deriverebbe. Per inciso, dedurre da tutto questo marchingegno intellettuale qualcosa di comprensibile al managerume contemporaneo medio (distribuito normalmente, con code davvero anoressiche) è impresa da veri e propri circonventori d’incapaci provetti, ma almeno la sincronicità che ne deriverà sarà di quelle a prova di bomba. Basterà ricordarsi, nel proporre l’ennesimo libro dei sogni, di evidenziale il proprio rischio minimizzando nel contempo quello del (circonvenendo) aspirante committente.
Sei. Genailinate e salti epistemici
Quando una regola si applica in pochissimi casi, puoi tranquillamente evitare di chiamarla regola e procedere per analisi diretta dei casi. Capisco il fascino di essersi inventati qualcosa e potergli quindi dare il nome e rivendicarlo come il proprio ultimo salto epistemico, ma la storia si fa o per battaglie o per rinnovata autocoscienza delle masse (rinnovamento catalizzato da cause di diversissima natura tra di loro, ma questa è un’altra storia): non certo per genialinate.
Outro
Altri sette pezzi di Marketing, forse meno semplici, giusto per fare bella figura con il committente.
Foto dell’autore, si ringrazia il produttore del Franciacorta QBlack e QZero, (Quadra Franciacorta, Cologne) non solo per le bottiglie, ma anche per avermi fatto fotografare le operazioni della vendemmia. Grazie mille!
Da @bottigliadissanguata, passo e chiudo: difficile, ma dovessi mai trovare altri sette pezzi, scriverò il seguito.
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25 Agosto, 2022
Medici Ermete e l'ambizioso progetto GENERAZIONE 2031
Il vino è cultura e su questo siamo ampiamente d’accordo, c’è però chi va oltre. E’ il caso di Medici Ermete e dell’ambizioso progetto GENERAZIONE 2031. C’e’ infatti anche chi, attraverso il vino genera valori e coltiva cultura sperando in un futuro migliore. Ne abbiamo parlato in altri articoli di questa stessa rubrica.
Un gradito invito quello dell’Azienda Medici Ermete, che in un assolato pomeriggio di giugno ha organizzato un evento presso la Tenuta La Rampata, luogo adattissimo per atmosfera e spazi. Condizione giovanile nell’età del nichilismo L’occasione è stata un incontro con il Professor Umberto Galimberti che ci ha intrattenuto sul tema della “Condizione giovanile nell’età del nichilismo”.
Il filosofo ha trattato un tema molto caldo, ovvero quello della condizione dei giovani in generale e in particolare dopo la pandemia. Uno sguardo assai preoccupato il suo, sulla loro situazione attuale e su come si potrebbe migliorare realisticamente la loro esistenza. Sentendo le parole del Professor Galimberti credo che ognuno dei presenti abbia sentito risuonare un campanello d’allarme dentro di sé.
I riflettori si sono accesi sulle difficoltà vissute dalle nuove generazioni e sul loro senso di inadeguatezza rispetto alla società moderna.
Siamo stati messi in guardia dal fatto che i nostri tempi hanno modificato profondamente le dinamiche di crescita dei nostri figli e il discorso si è sviluppato in questi punti:
– manca lo scopo
– il futuro non è più una promessa
– manca la risposta al perché
– la meritocrazia non esiste
– i giovani anestetizzano i loro sentimenti Inutile nascondersi dietro l’ormai abusata frase del “ai miei tempi” perché quei tempi sono radicalmente diversi da quelli odierni. “Non possiamo riproporre il nostro vissuto ai nostri ragazzi ” prosegue il Professor Galimberti ” perché questa è la prima generazione che non può contare sull’esperienza dei genitori. Se vogliamo aiutare i nostri ragazzi dobbiamo porci in loro ascolto cercando di capire di più del loro mondo”. La bella notizia è che tutto è migliorabile purché se ne prenda coscienza. GENERAZIONE 2031 di Medici Ermete In questa ottica si fonde perfettamente il progetto GENERAZIONE 2031 di Medici Ermete. L’Azienda, presente da 5 generazioni sul territorio reggiano, ha voluto dare vita a questa ambiziosa rivoluzione, che si traduce in obiettivi precisi e concreti da portare a termine entro, appunto, il 2031. L’albero simbolo di Generazione 2031 L’albero è il simbolo di Generazione 2031. È la metafora per trasmettere l’essenza della sostenibilità Medici Ermete: nelle radici della Medici Ermete si trovano i valori e la storia mentre salendo verso l’alto troviamo gli obiettivi che attraverso azioni virtuose, faranno crescere una chioma rigogliosa con tante foglie, proprio a rappresentare l’azienda che si sviluppa, migliora e investe in un futuro sempre più verde. Del resto questa è la filosofia lasciata in eredità dal fondatore della Medici Ermete, secondo il quale era indispensabile che “ogni generazione lasciasse a quelle successive i vigneti e l’azienda nello stesso stato di conservazione in cui li aveva trovati o addirittura in condizioni ambientali migliori”. Medici Ermete con la prima annata di Concerto (Lambrusco Salamino) certificato biologico 2020 dopo tre anni di conversione per tutte le cinque tenute, ha voluto scrivere un nuovo capitolo della sua storia, e se volete saperne di più vi invito a leggere questo link https://www.medici.it/2021/03/28/da-lotta-integrata-a-viticoltura-biologica/. Durante la serata abbiamo avuto inoltre il piacere di ammirare un’opera “prestata” dalla Fondazione Magnani Rocca del pittore Pompilio Mandelli. Un Omaggio a Duchamp del pittore reggiano, protagonista della pittura italiana ed europea del ‘900 (tra i suoi maestri Morandi e Guidi tanto per citarne alcuni) e naturalmente abbiamo assaggiato e brindato con i prodotti di punta. Insomma la cultura ci salverà, insieme alle persone che attivamente decidono di dedicarsi al miglioramento globale per la parte che gli compete. Non vedo l’ora di scoprire e rendervi partecipi delle nuove iniziative che verranno organizzate. Abbiamo quasi 10 anni per verificare la realizzabilità di Medici Ermete e dell’ambizioso progetto Generazione 2031. Claudia Riva di Sanseverino @crivads
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Un gradito invito quello dell’Azienda Medici Ermete, che in un assolato pomeriggio di giugno ha organizzato un evento presso la Tenuta La Rampata, luogo adattissimo per atmosfera e spazi. Condizione giovanile nell’età del nichilismo L’occasione è stata un incontro con il Professor Umberto Galimberti che ci ha intrattenuto sul tema della “Condizione giovanile nell’età del nichilismo”.
Il filosofo ha trattato un tema molto caldo, ovvero quello della condizione dei giovani in generale e in particolare dopo la pandemia. Uno sguardo assai preoccupato il suo, sulla loro situazione attuale e su come si potrebbe migliorare realisticamente la loro esistenza. Sentendo le parole del Professor Galimberti credo che ognuno dei presenti abbia sentito risuonare un campanello d’allarme dentro di sé.
I riflettori si sono accesi sulle difficoltà vissute dalle nuove generazioni e sul loro senso di inadeguatezza rispetto alla società moderna.
Siamo stati messi in guardia dal fatto che i nostri tempi hanno modificato profondamente le dinamiche di crescita dei nostri figli e il discorso si è sviluppato in questi punti:
– manca lo scopo
– il futuro non è più una promessa
– manca la risposta al perché
– la meritocrazia non esiste
– i giovani anestetizzano i loro sentimenti Inutile nascondersi dietro l’ormai abusata frase del “ai miei tempi” perché quei tempi sono radicalmente diversi da quelli odierni. “Non possiamo riproporre il nostro vissuto ai nostri ragazzi ” prosegue il Professor Galimberti ” perché questa è la prima generazione che non può contare sull’esperienza dei genitori. Se vogliamo aiutare i nostri ragazzi dobbiamo porci in loro ascolto cercando di capire di più del loro mondo”. La bella notizia è che tutto è migliorabile purché se ne prenda coscienza. GENERAZIONE 2031 di Medici Ermete In questa ottica si fonde perfettamente il progetto GENERAZIONE 2031 di Medici Ermete. L’Azienda, presente da 5 generazioni sul territorio reggiano, ha voluto dare vita a questa ambiziosa rivoluzione, che si traduce in obiettivi precisi e concreti da portare a termine entro, appunto, il 2031. L’albero simbolo di Generazione 2031 L’albero è il simbolo di Generazione 2031. È la metafora per trasmettere l’essenza della sostenibilità Medici Ermete: nelle radici della Medici Ermete si trovano i valori e la storia mentre salendo verso l’alto troviamo gli obiettivi che attraverso azioni virtuose, faranno crescere una chioma rigogliosa con tante foglie, proprio a rappresentare l’azienda che si sviluppa, migliora e investe in un futuro sempre più verde. Del resto questa è la filosofia lasciata in eredità dal fondatore della Medici Ermete, secondo il quale era indispensabile che “ogni generazione lasciasse a quelle successive i vigneti e l’azienda nello stesso stato di conservazione in cui li aveva trovati o addirittura in condizioni ambientali migliori”. Medici Ermete con la prima annata di Concerto (Lambrusco Salamino) certificato biologico 2020 dopo tre anni di conversione per tutte le cinque tenute, ha voluto scrivere un nuovo capitolo della sua storia, e se volete saperne di più vi invito a leggere questo link https://www.medici.it/2021/03/28/da-lotta-integrata-a-viticoltura-biologica/. Durante la serata abbiamo avuto inoltre il piacere di ammirare un’opera “prestata” dalla Fondazione Magnani Rocca del pittore Pompilio Mandelli. Un Omaggio a Duchamp del pittore reggiano, protagonista della pittura italiana ed europea del ‘900 (tra i suoi maestri Morandi e Guidi tanto per citarne alcuni) e naturalmente abbiamo assaggiato e brindato con i prodotti di punta. Insomma la cultura ci salverà, insieme alle persone che attivamente decidono di dedicarsi al miglioramento globale per la parte che gli compete. Non vedo l’ora di scoprire e rendervi partecipi delle nuove iniziative che verranno organizzate. Abbiamo quasi 10 anni per verificare la realizzabilità di Medici Ermete e dell’ambizioso progetto Generazione 2031. Claudia Riva di Sanseverino @crivads