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11 Ottobre, 2022

Monaci delle terre nere: qualità e lusso discreto.

Monaci delle terre nere: qualità e lusso discreto. Energia e storia. Carissimi, bentrovati! Siamo in periodo di vendemmia, e dopo il tanto lavoro fatto per produrre i vini che tanto amiamo, mi permetto di consigliare una chicca assoluta. Siamo in Sicilia in un resort di 25 ettari che si affaccia dolcemente dalle colline vedendo il mare. Siamo ai Monaci delle Terre Nere, una realtà unica e parte di Relais e Chateaux e dove il vino è protagonista. Country boutique hotel Monaci Delle Terre Nere è stato realizzato con le caratteristiche di un singolare country boutique hotel con elementi di design, le camere sono dislocate tra l’edificio principale, una dimora nobiliare del 18° secolo, e le Suite diffuse, circondate dalla tenuta biologica. È immerso in una tenuta siciliana alle pendici del Monte Etna, il vulcano attivo più grande d’Europa. Ha l’anima di un rifugio discreto e senza pretese, lontano dal trambusto della vita cittadina, in un luogo di straordinaria energia. La casa nobiliare, risalente al 1800, è annoverata tra gli edifici di importanza storica. Le Suite diffuse sono edifici indipendenti all’interno della tenuta, in cui è possibile apprezzare il silenzio e la vera anima di Monaci. Qui l’architettura tradizionale siciliana si fonde con l’arte contemporanea. Per il restauro dell’Edificio sono stati applicati i principi della Bioarchitettura, una parte dell’energia è recuperata da fonti rinnovabili.   La tenuta e la sua produzione La tenuta e la sua produzione agricola rappresentano l’anima di Monaci delle Terre Nere. Il recupero di specie antiche e autoctone ha permesso la coltivazione di alberi da frutto, verdure ed erbe aromatiche, che costituiscono gli ingredienti di ciò che viene proposto ai commensali in un concetto di slow food e slow living per riappropriarsi del proprio tempo e dei propri spazi. Monaci coltiva le sue vigne per produrre un vino proprio, con varietà autoctone della regione etnea. L’Etna è la terza regione più importante d’Italia per la sua produzione di vino, grazie alla varietà dei suoi terreni e microclimi e la qualità straordinaria dei suoi vini. Sfruttando al meglio la ricchezza del terroir dell’Etna, Monaci coltiva le sue vigne per produrre un vino proprio, con varietà autoctone della regione etnea, come il Nerello Mascalese e il Carricante, una varietà d’uva esclusiva della regione. Gli ospiti possono gustare il nostro vino e una ricca selezione delle migliori etichette italiane e straniere, durante le degustazioni con sommelier esperti. Monaci è caratterizzato da ampi spazi esterni ideali per svolgere numerose attività. In particolare, la struttura suggerisce 9 experiences e davvero mi permetto di suggerire la degustazione come una di quelle da scegliere. Inoltre, potrete poi camminare sui prati e alla scoperta della tenuta, fare lezioni di cucina private, passeggiate a cavallo, masterclass con il Barman per la preparazione di esclusivi Cocktail e giri in bicicletta.   Pisano (Ct). Monaci delle Terre Nere. Vendemmia 2017 Si tratta di un ritorno alle radici, la vera qualità della vita e un lusso discreto. Le degustazioni si possono realizzare nei diversi spazi, ma mi permetto di suggerire anche un pranzo presso la Locanda Nerello (che prende il nome dal vitigno omonimo) per gustare in modo olistico tutto ciò che questa regione unica possa offrire a tutti i sensi. Infine, per chi ritenesse, questo è uno dei pochissimi wine relais a mio parere perfettamente adatti per ospitare eventi e anche matrimoni.   Ora non vi resta altro che innamorarvi dei colori già sfogliando il sito e prenotare la vostra prossima fermata in Sicilia https://www.monacidelleterrenere.it/  Vi Aspetto!! Cristina
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10 Ottobre, 2022

PARVUS AGER: il "piccolo campo" dall’antica tradizione al cambiamento 

“Mi piace pensare che nelle mie vene scorre vino. Sono cresciuta all’interno delle Cantine di mio nonno, giocavo a nascondino in mezzo ai filari, andavo in bicicletta in mezzo ai silos. Il vino fa parte di me”. Ci piace aprire il nostro racconto con le intense parole di Silvana Lulli, nipote del Fondatore, Silvano Lulli, il Nonno, l’artefice, il Maestro che nel periodo della seconda guerra mondiale portava, come da tradizione nei Castelli Romani, il vino con il carretto fino a Roma. Questa è la storia di un’antica famiglia di viticoltori, giunta alla quarta generazione, e pronta a sterzare, facendo tesoro degli insegnamenti passati, per lasciare un’impronta profonda, nel luogo di appartenenza e nel mondo del vino. la cantina con i suoi vigneti L’Azienda venne acquistata 40 anni fa e chiamata “PARVUS AGER“  dal latino “piccolo campo”, che poi tanto piccolo non lo è, a testimonianza della soddisfazione di aver comprato una grande realtà ovvero 54 ettari a Roma, tutti concentrati nella stessa zona, nel cuore dell’Appia antica tra Santa Maria delle Mole e Ciampino.  LA COSTRUZIONE DI UN FUTURO  Sette anni fa, con l’obiettivo di puntare non alla quantità ma alla qualità, sono stati impiantati nuovi vitigni autoctoni ed internazionali e questo ha permesso all’azienda di passare da soli conferitori di uve, quali erano, a veri e propri produttori seguendo tutte le fasi della produzione fino all’imbottigliamento. La cantina è stata costruita totalmente nel 2020, rivisitando interamente la parte tecnologica, dalla pressa soffice, alla macchina di filtrazione di ultima generazione che non stressa il vino e non lo riscalda. Su questi 54 ettari sono piantate 11 varietà, in prevalenza Montepulciano e Malvasia puntinata, ma anche le varietà Trebbiano verde e Bombino per realizzare soprattutto la Roma Doc. Mentre per i vitigni internazionali ci sono Syrah, Petit Verdot e Viognier che hanno trovano il loro habitat ideale grazie al terreno molto particolare e ricco di minerali, epicentro del cratere del vulcano laziale.  Un terreno che presenta, nei suoi strati tufo, basalto, minerali come potassio, magnesio, zolfo che unito ad un’attenta selezione in pianta e in cantina e con basse rese per ettaro, dona nel calice profumi persistenti e ricchezza al palato.   Ogni rigo di questa planimetria rappresenta un filare reale, diviso per varietà e colori. Silvana ci racconta con entusiasmo che l’ azienda di Famiglia ha un profondo rispetto per l’ambiente e un legame indissolubile con il territorio; quest’anno, in effetti, non c’è stato bisogno di interventi particolari, grazie anche alla pulizia in vigna e alle potature più corte. Gli interventi effettuati sono stati il meno possibili invasivi e solo all’occorrenza. IL CAMBIAMENTO DI VITA Entrata in Azienda a novembre dell’anno scorso, da prima dedita ad altro, convinta dal padre, Silvana entra nel cuore della Parvus Ager e rivoluziona tutte le fasi del processo di produzione portando profondi mutamenti. “Questo mondo mi ha rapita fin da subito” .  Ad oggi, il padre è il supervisore, il fratello Giacomo opera in cantina, la sorella Alessia alla parte artistica, mentre lei si occupa dei rapporti commerciali con l’Italia e l’Estero,  della produzione insieme all’enologo e di tutti gli eventi in rappresentanza dell’Azienda. ” Io qua sto bene, la passione è il volano, il motivo trainante”. piantina distribuzione vigneti per colore LA RIVOLUZIONE IN CAMPO  Uno dei cambiamenti fondamentali, per la cantina, è stato il cambio dell’enologo.  Dall’entrata di Paolo Peira in Azienda, lo scorso anno, sono iniziati una serie di esperimenti per cercare di capire come un vitigno possa evolvere con due lavorazioni diverse, come per esempio sta accadendo tuttora per il Sauvignon, raccolto quest’anno in due modi diversi, precoce ad agosto e maturo a settembre. Stesso discorso vale per la varietà Viognier, piantata da poco, e sperimentata per cercare di cogliere le migliori sfumature e il suo comportamento su questa parte di suolo vulcanico.  Parlando sempre di esperimenti, Il fratello di Silvana, Giacomo, ha messo per gioco un anno fa, delle bottiglie di Malvasia puntinata e di Montepulciano ad affinare per sei mesi sotto terra nel punto in cui non cresce la vigna. Si è notato che i vini hanno subito una trasformazione sia a livello visivo che olfattivo-gustativo, probabilmente grazie ad un terreno sulfureo, dove a quattro metri di profondità ci sono gaser con acqua a 70 gradi. Su queste bottiglie sono in atto studi di ricerca per capire da cosa sia dipeso questo cambiamento, nonostante fossero sigillate con sughero e capsula. UN GRANDE LAVORO IN CANTINA Dall’intervista a Silvana:  ” Stiamo crescendo, è un percorso difficilissimo e complicato. C’è una guerra dei prezzi pazzesca, ma noi abbiamo deciso di fare qualità e a determinati prezzi non possiamo scendere facendo due linee uguali per segmenti diversi. Preferiamo, per questo motivo, continuare a vendere una parte delle uve piuttosto che fare una  separazione di qualità in cantina”.   Il vino sosta sulle fecce nobili fino alla fine e viene filtrato nel momento in cui viene imbottigliato; imbottigliamento che avviene solo su richiesta, altrimenti rimane ancora un po’ nelle vasche a riposare sulle sue essenze.    C’è tanta soddisfazione, per l’azienda, anche nella vendita delle cisterne sia sul territorio nazionale sia fuori dai Castelli romani. Per quanto riguarda l’estero, stanno chiudendo contratti con gli Stati Uniti, Messico e Nord Europa. botti di rovere dove riposato i vini rossi e bianchi LA LINEA “ETERNA” Le etichette della linea Eterna dedicate alla Roma Doc raffigurano i baccanali che, nella mitologia dell’antica Roma, rappresentavano le  festività a sfondo propiziatorio e a rituali dedicati a Bacco in occasione della semina e della raccolta delle messi. E da brutti “mostri”, bevendo il vino, diventavano belle donne e begli uomini. In occasione della presentazione della Guida “Vini Buoni d’Italia”, il Roma Doc bianco ha vinto il premio 4 Corone.  Potrete trovare questa linea in degustazione a Novembre, all’evento enogastronomico Excellence Food Innovation alla Nuvola di Fuksas nel  cuore di Roma.  VISITA IN CANTINA E ASSAGGI DI VASCA  Con grande entusiasmo, iniziamo la visita in Cantina e da subito incontriamo tre grandi vinificatori nei quali, Silvana ci racconta, fermentano il Trebbiano Verde, il Cabernet Franc e il Petit Verdot da una settimana.  I rossi passano prima nei vinificatori dai 10 ai 15 giorni con continui rimontaggi di 10 minuti ogni ora.   Dopo la svinatura, viene estratto il fiore ovvero il liquido, risultante solamente dalla pigiatura e diraspatura, senza subire pressatura; mentre le vinacce vanno in pressa per essere torchiate (torchiatura leggera) da pressatura soffice.  Viene imbottigliato solo il liquido fiore, anche se la resa è inferiore ma la qualità è superiore. Questo procedimento è per tutti i rossi.  Ultima varietà ad essere raccolta è il Montepulciano perché è il più tardivo.  Il Rosso Roma Doc Riserva esce quest’anno dopo 12 mesi di legno grande da 25 hl di primo passaggio, due anni dall’imbottigliamento quindi per un totale di tre anni. Come anche il Syrah che affina nelle botti di rovere da 25 hl e il Cabernet Franc in barrique di secondo passaggio.  Per noi, tutto questo, è il fascino dell’attesa per quei vini che stanno nei vari legni ad affinare, e l’emozione di degustare i giovani dalle vasche. Quindi il presente e il futuro di ogni vino. tutte le bottiglie Per il nostro primo assaggio da vasca, proviamo il Sauvignon Blanc, sul quale è stata fatta la stabulazione ( mosto e fecce a contatto per alcuni giorni prima della fermentazione alcolica) a otto gradi di temperatura per otto giorni, bloccando la fermentazione, per esaltare olfattivamente tutti i suoi profumi. In questo caso le uve sono state raccolte il 17 agosto, quindi precocemente, con un grado Babo basso. Ci ritroviamo nel calice un’esplosione di aromi, un grado alcolico presente , zuccheri finiti, ma nonostante questo più chiuso all’esame organolettico, perché mantenuto ad una temperatura di nove gradi.  A differenza, il nostro secondo assaggio del Sauvignon, raccolto regolarmente il 29 agosto, svolge un processo di vinificazione normale. Troviamo sì meno aromaticità al naso ma una impercettibile differenza con il primo calice. A tal proposito, Silvana ci spiega, come tutto ciò non sia attendibile poiché ogni giorno evolve, preoccupa, rilassa, cambia, migliora. L’attesa sembra essere una spina nel fianco. Al palato la differenza è notevole anche perché la temperatura è tarata a diciotto gradi con un’acidità più marcata e un più alto grado alcolico. Tutto questo sapendo che, nel calice abbiamo la stessa uva, proveniente dalla stessa campagna e dallo stesso ettaro, ma con una lavorazione diversa. Primo compleanno per il Viognier sul quale viene effettuata criomacerazione con il ghiaccio secco dentro la pressa fermo sulle bucce per delle ore.  Inconfondibile il nostro terzo assaggio, dolce al naso in contrasto all’amaro del palato, che non ti immagini da un naso così esplosivo di frutta esotica e matura. Presenta ancora un po’ di zucchero, sapido e un po’ astringente nella parte centrale della lingua.  Per il nostro quarto assaggio, Silvana ci presenta, il suo Vermentino che, “udite udite”, quest’anno affinerà per la prima volta in barrique di secondo passaggio. Lo troviamo ancora poco attendibile poiché all’inizio della fermentazione con un grado zuccherino alto ma già con sentori iniziali citrico come il cedro. Assaggi da vasca Passiamo al nostro quinto assaggio e da buone amanti dei Rossi ci immergiamo, totalmente affascinate, tra le vasche del Syrah. Ci troviamo al calice un bellissimo color rubino intenso, già con una grande astringenza nonostante  l’assenza di legno e le poche speziature. Un vino molto pulito benché ancora in fermentazione.     Finale con il botto: sesto assaggio con il Petit Verdot. Ancora nel vinificatore in fermentazione da sette giorni, contempliamo il suo colore stupendo da succo d’uva rosso violaceo (quasi sicuramente affinerà in legno), strabiliante al naso e al palato, morbido nonostante sia ancora un vino “sporco” in fermentazione. Silvana ci dice che vorrebbe metterlo così in bottiglia per quanto è buono.  Noi  concordiamo. A tavola lo berremmo così!  sfumature di colore Grandi prospettive, grandi obiettivi per questa cantina che ha investito sulla tecnologia all’avanguardia, su vini di qualità pur mantenendo la tradizione ma puntando al futuro.  Molte novità all’orizzonte! Silvana Lolli Ringraziamo Silvana Lulli e la sua Famiglia per averci ospitato e aperto le porte della loro “casa” raccontandoci il futuro della Parvus Ager che noi, nel nostro piccolo, vi abbiamo voluto esporre. Andateli a trovare! A ragion veduta, vi  lasciamo come sempre, con un finale sul quale riflettere :  “Innovare è inventare il domani con quello che abbiamo oggi” Ilaria Castagna e Cristina Santini  Partners in Wine   
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8 Ottobre, 2022

Wine in Venice finalmente è possibile candidare la propria cantina

Wine in Venice finalmente è possibile candidare la propria cantina, si accendono le luci su “Wine in Venice” l’evento che andrà in scena dal prossimo 28 gennaio 2023 a Venezia. Inizia ufficialmente oggi la possibilità di candidare la propria azienda illustrando non soltanto i propri prodotti vitivinicoli e le rispettive caratteristiche, ma soprattutto sarà importante per le aspiranti cantine, raccontare progetti e risultati nelle tematiche di: etica, innovazione e sostenibilità. La candidatura è semplice, solo online, compilando il form dedicato sul sito wineinvenice.com Saranno Etica, Innovazione e Sostenibilità le tre discriminanti che selezioneranno i giurati dalla fine del prossimo novembre per arrivare poi ad assegnare le venti Wine Wild Card che garantiranno l’accesso finale alle cantine, una per regione d’Italia, al prestigioso red carpet. Le venti cantine avranno l’onore di sfilare con i propri prodotti a gennaio nel suggestivo ed unico scenario della Grande Scuola della Misericordia di Venezia e nello storico palazzo del Cà Vendramin Calergi. La qualità del prodotto, dal punto di vista organolettico, sarà garantita dall’autorevolezza e dalla professionalità di AIS (Associazione Italiana Sommelier) grazie all’accordo che l’organizzazione ha fatto con AIS Veneto, una garanzia di qualità nel bicchiere e partnership strategica per la corretta riuscita della manifestazione come dichiara il presidente di AIS Veneto  Gianpaolo Breda: “È un piacere essere presenti a questo importante appuntamento nella città lagunare. Parlare di vino significa parlare di cultura, AIS Veneto lo fa da sempre con attività, degustazioni e masterclass. Un momento formativo imperdibile nella cornice suggestiva della città più bella del mondo, un progetto ambizioso in cui il vino diviene protagonista alla scoperta di nuovi valori ed emozioni.” Gianpaolo Breda Venti cantine dicevamo che rappresenteranno ognuna la propria regione di appartenenza, un vero premio al duro lavoro in vigna che ogni anno per situazioni economiche e climatiche diventa sempre di più eroico, un vero premio perché non sarà richiesta nessuna quota di partecipazione alle cantine selezionate. La giuria che voterà le cantine sarà poliedrica e con importanti figure sia del mondo del vino ma anche e soprattutto composta da persone di spicco in campo di: etica, sostenibilità ed innovazione, sveleremo a fine novembre la giuria completa ma vi anticipiamo i primi tre nomi: Simone Roveda, Laura Donadoni, Emiliano De Venuti che si aggiungono ai già presentati precedetemene ,  Gianpaolo Breda presidente di AIS Veneto Giuseppe Petronio e del presidente di giuria Luca Ferrua direttore di “Il Gusto” verticale del gruppo Gedi dedicata a Food&Wine. Sarà un evento che unisce il mondo del vino con molte sinergie importanti come quella con Emiliano De Venuti, amministratore delegato di Vinòforum (evento storico sul vino a Roma arrivato alla ventesima edizione) e giurato in commissione Wine in Venice che dichiara: “Sono convinto che le sinergie portino avanti i progetti migliori, che insieme si fa la differenza e che uniti si possa arricchire sempre più quel “bouquet” di valori aggiunti che rendono l’enogastronomia italiana unica al mondo.” Emiliano De Venuti con Giovanna Prandini durante Vinoforum 2022 Uno dei pilastri della manifestazione sarà l’etica e su questo tema abbiamo il piacere di anticiparvi la partecipazione di Laura Donadoni come speaker dell’evento e come giurata della commissione di selezione, Laura è una giornalista e wine educator che vive tra l’Italia e la California che ha fondato l’agenzia di comunicazione La Com per la promozione del vino ed è l’unica donna italiana membro del prestigioso International Circle of Wine Writers di Londra ed ecco la sua dichiarazione: “Quando mi è stato presentato il progetto di Wine in Venice ho accettato senza esitazioni di farne parte perché è un evento che mette al centro i valori delle aziende e non solo le qualità tecniche dei vini. Ci sono molti vini eccellenti sul mercato, ma quante aziende etiche? Quante veramente sostenibili? Selezionarle e valorizzarle è l’obiettivo di questa manifestazione e sono lieta di poter dare il mio contributo in giuria e nei dibattiti culturali”
Laura Donadoni  Sarà un evento con una forte componente di innovazione e digitale e per questo cercherà di parlare alle nuove generazioni, dialogare con le nuove generazioni è il mantra del terzo giurato che abbiamo svelato in anteprima, ovvero Simone Roveda. Il trentenne piemontese è uno dei volti social più importanti del settore enoico: quarto al mondo e primo in Italia secondo la classifica Worldinfluencer, la sua community Winerylovers conta ad oggi oltre duecentomila follower su Instagram. Simone intervistato sull’evento veneziano ha dichiarato: “E’ per me un grande piacere dare il mio contributo in questa prima edizione di Wine in Venice. Trovo che basare la selezione delle cantine sui principi di etica, innovazione e sostenibilità costituisce un ottimo punto di partenza e di riflessione per tutte le prossime iniziative all’interno del settore.” Simone Roveda  In conclusione è importante fin da subito l’ingresso di Consorzi e grandi cantine che avranno la funzione di “Winery Coach” e parteciperanno al processo di assegnazione delle Wine Wild Card per sostenere così la filiera produttiva italiana. Gli organizzatori sveleranno tutti i dettagli ad inizio dicembre ma hanno anticipiamo alcune dichiarazioni significative del Consorzio dei Vini della Valpolicella e di Ascovilo. Matteo Tedeschi direttore del Consorzio dei Vini della Valpolicella, sottolinea: “Wine in Venice rappresenta per il Consorzio per la Tutela dei Vini Valpolicella un’opportunità irrinunciabile di presentare i famosi vini della Valpolicella in una cornice pregevole di elevato valore estetico e paesaggistico quale la città di Venezia, perla del turismo, patrimonio artistico e architettonico d’Italia e del mondo! I prestigiosi palazzi Veneziani, testimoni emblematici di storia, tradizione e bellezza, saranno il miglior biglietto da visita per una denominazione che rappresenta eleganza ed esclusività nel mondo del vino!” Matteo Tedeschi (sulla destra della foto) con Christian Marchesini Giovanna Prandini, presidente di Ascovilo ha dichiarato: “Venezia è nota nel mondo per la sua bellezza e la sua storia, una cornice magnifica per ospitare le eccellenze del gusto: Ascovilo come associazione di 13 consorzi di tutela dei vini di Lombardia non può e non vuole mancare perché il vino è cultura e la nostra agricoltura oggi più che mai un patrimonio da difendere e da conoscere. I nostri vini di Lombardia sono esportati in tutto il mondo ma poco presenti nei ristoranti italiani , per questo dobbiamo ripartire dalla educazione al bello e al buono e Wine in Venice è una opportunità per chi nel nostro settore vuole fare rete e lavorare insieme per valorizzare il Made in Italy” Giovanna Prandini  Appuntamento a Venezia nel 2023, ma intanto spazio alle candidature per un evento davvero unico. Welcome to the Wine Red Carpet. La redazione di WineTales Magazine  https://www.youtube.com/watch?v=RakajXgmc-E
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7 Ottobre, 2022

Inama: identità e sperimentazione. La nuova faccia del Soave

Sono reduce da una serata in una cantina sfarzosa del Soave. Di quelle molto sbrilluccicanti con il caveu fatto da barrique esposte in bella vista. C’è stata la visita guidata (ero ad una riunione di lavoro) e mi è sembrato di essere in un documentario. Ogni cosa a suo posto. Così troppo a posto tanto che quando ho assaggiato il vino ho capito. Meglio non aver capito mi dico.
Ecco, con questo spirito la mattina mi reco in una cantina di Soave trovata per caso. Inama. “Se mi portano a fare un giro nel caveau, giuro che me ne vado” dico a me stesso. Per fortuna, quando arrivo con la mia auto, capisco subito che sono in un posto diverso. Vero.  Mi accoglie Luca Inama, terzo figlio della terza generazione di vignaioli in quel di Soave. È un po’ diffidente o semplicemente è veneto e per sciogliersi deve sapere chi ha dinanzi. Comprensibile. Ciò che mi piace è che è in abiti da lavoro. Sono nel posto giusto! La prima cosa che fa è prendere una specie di opuscolo della cantina: non il solito opuscolo con i vini e le loro caratteristiche, ma una cartina geografica dove ci sono tutte le vigne Inama dislocate nel territorio. Davvero interessante e particolare. Ciò che balza più agli occhi è che Soave non è il centro del loro mondo. Si, certo, Luca ci tiene a ricordare che tutto è partito da li. Da quei colli di natura vulcanica che videro suo nonno Giuseppe, partito dalla Val di Non con una specializzazione in enologia, impegnarsi nelle cantine della zona fino poi a mettersi in proprio. Prima il nonno, poi il papà Stefano, poi il fratello Matteo, infine lui e il fratello Alessio. Luca è orgoglioso della sua famiglia. È orgoglioso della sua terra. È orgoglioso di ciò che fa. E di come lo fa. Di come la cantina, che un po’ è anche sua, lavora e interpreta i vini. Ecco, interpreta. Perché se c’è una cosa che contraddistingue Inama è proprio il modo di interpretare e sperimentare. Un modo che non accetta compromessi. Ne sconti. Rigore e capacità. Con un po’ di sana testardaggine tipica dei veneti. La cartina che Luca mi mostra reca macchie rossiccie. Sono le vigne che lavorano. Certo c’è il Soave con il monte Foscarino. Ma ci soprattutto i monti Berici dove Carmenere e Merlot la fanno da padrone. Per Inama ovviamente perché i colli Berici hanno radici antiche e sono patria del Tai (anche se nella DOC è comunque previsto il Carmenere e il Merlot). Noto come Luca abbia più propensione per i colli Berici. Mi racconta di come suo nonno sia rimasto stupito proprio dal Carmenere che sui colli Berici ha trovato il modo per sprigionare le note speziate. Un vitigno generalmente comprimario, mai solitario che però, se trattato bene e se ben impiantato, riesce a stupire. In fondo, penso io, il Carmenere ha dovuto difendersi dall’estinzione visto che i francesi di Bordeaux decisero di abbandonarlo per la sua scarsa produttività. Certo, forse Bordeaux non era il l’ideale. Bastava saperlo. O bastava portarlo sui colli Berici. Luca e tutta la cantina credono molto in questo vitigno e non posso certo dargli torto!  Facciamo il giro di rito. Non vedo, perché non ci sono strutture architettoniche predominanti: meno male! C’è sostanza e la si vede da ogni macchinario presente. Da come il processo viene seguito passo dopo passo. Da come le rigide regole dettate dall’amore per la vite e dal rispetto di chi dovrà poi bere il vino sono applicate. La manualità si unisce alla meccanizzazione in un mix ponderato, ricercato, utile. Mai banale. Luca ne parla con consapevolezza. Non sta recitando una parte. È lui stesso la parte. Ha solo trenta anni ma è come se stesse lì da sempre. Come se quella fosse stata la sua stanza dei giochi. Conosce ogni minimo dettaglio e vuole trasmetterlo. La passione si vede da come tocca i macchinari, le botti, i tini. Gli occhi gli brillano e il sorriso, ogni tanto, fa capolino. Quello è il suo di mondo. Finiamo il giro e ci tiene a farmi assaggiare quelli che secondo lui sono i vini rappresentativi della cantina: Carbonare, Foscarino, Vulcaia, Bradisismo. Bei nomi penso.      I primi tre sono bianchi: Carbonare e Foscarino da uve Garganega, Vulcaia da Sauvignon blanc. Prodotti sulle colline del Foscarino, sono davvero delle meravigliose interpretazioni del Soave: si va dalla semplicità del Carbonare al Foscarino che passa in botte; sperimentazione anticonvenzionale (per queste zone) del Sauvignon per il Vulcaia.   Ciò che mi piace di più del Carbonare è la freschezza e sapidità non banale. Molto verticale, diretto. Una lama che ti conquista. Foscarino invece è più ampio, complesso, aristocratico con la frutta tropicale e i fior con il finale mandorlato ma mai invasivo e fastidioso. Occorre aspettarlo ed abbinarlo bene perché impegnativo. Vulcaia ti conquista ancor di più per la sapidità spinta e la complessità dei sentori tropicali, la lunga persistenza. La mineralità dei colli del Soave c’è tutta, esaltata, spinta.  Bel biglietto da visita davvero. Bradisismo è il finale. Un rosso da Carmenere e Cabernet Franc coltivato in quel di Lonigo, sui colli Berici. Intenso, profumato di spezie. Croccante e voluminoso senza stancare. Ampio e di gran respiro. Ma diretto. Preciso. Un gran vino che deriva da vera sperimentazione del territorio con le contaminazioni bordolesi tanto amate dalla cantina. Identitario ma soprattutto pieno di voglia di innovare.  Penso sia ora di prendere del vino per portarlo con me ma Luca mi dice che dobbiamo necessariamente andare alla botte. Ormai è lanciatissimo e ci tiene farmi assaggiare quello che sarà il futuro dell’azienda. Non è un vino ancora pronto ma quando lo spilliamo ne capisco tutta la potenzialità. Il Carmenere qui si sente tutto. Gli aromi escono ancor di più e la verticalità di questo vino mi conquista. Non è piacione. Non è civettuolo. È sostanza. Quella sostanza che i veneti sanno dare senza vantarsene. Almeno con noi! Mi è piaciuta Inama. Mi sono piaciuti i vini e la maniacalità delle scelte che parte dall’esposizione dei terreni, dagli impianti, dalle barbatelle per poi continuare in cantina. Nel rispetto del singolo acino. C’è amore qui e c’è tanta consapevolezza. Quasi arroganza tutta tipica dei veneti. Ma una arroganza positiva perché mai ostentata, mai portata sugli scudi. C’è sostanza in questa arroganza. C’è consapevolezza di quanto e di come si fa. C’è la voglia di confrontarsi con la modernità, con le migliori esperienza francesi. Me lo conferma Luca quando ci tiene a dirmi che non gli interessano le denominazioni, le etichette. Ma ciò che riescono a produrre. Inama sperimenta e realizza prodotti che hanno una fisionomia ben precisa. Una identità che non rinnega le origini ma porta la sperimentazione e la contaminazione bordolese a distinguersi in un territorio che, spesso, non ha avuto la capacità di rendersi visibile al mondo. In un territorio dove i sacri mostri limitrofi in termini di qualità e storia (Amarone) e quantità (Prosecco) schiacciano tutto ciò che incontrano, distinguersi e sperimentare in maniera identitaria, forse, è davvero l’unica possibilità di crescere.  Bravi! Ivan Vellucci @ivan_1969
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3 Ottobre, 2022

Passato, presente e futuro: è il tempo delle sfide.

Riflettevo in questi giorni in cui il vino è tornato a far parlare di sé in modo forte con la Wine Media Conference, di cui Wine Tales è stato la voce narrante in diretta, sul passato da cui proveniamo e sul futuro, così incerto, che dovremo affrontare come produttori, appassionati, narratori dell’universo enologico. Nuove sfide, difficile da interpretare, ci aspettano. E nei momenti di difficoltà spesso serve guardarsi indietro per analizzare e capire come le stesse difficoltà sono state affrontate in passato. L’obiettivo non è rivolgersi alla storia per paura di affrontare il futuro. La storia insegna, che sia remota o passata prossima. I tempi che ci aspettano, oltre che incerti, saranno verosimilmente meno “abbondanti” e, in ogni caso, dovranno tenere conto del problema ecologico ed energetico. Ottimizzare insomma, smettere di essere energivori, questa sarà la sfida. Non sarà facile, veniamo da decenni di abbondanza, spreco, sperpero. E per energia non intendo solo quella elettrica, ma, e soprattuto, energia umana e planetaria. Si deve interrompere il loop di consumo scellerato di suolo, di risorse, di tempo. Questo consumo è scellerato perché non costruttivo, fine a sé stesso, schiavo di logiche economiche che, inutile nascondersi, hanno perso perché fatte per autoalimentarsi. Logiche che ci hanno fatto perdere il senno, il contatto con la realtà, la misura, il discernimento, l’umiltà. Parlando di vino mi sono resa conto che molto è già cambiato, ma che si ha ancora tanto da fare soprattutto se si vuole davvero scegliere la via della sostenibilità, che spesso cozza con le necessità economiche, le abitudini consolidate di allevamento e coltura, le regole da rispettare. Negli anni ’80 non vi era coscienza di alcun problema ecologico, climatico, ambientale, nonostante la letteratura non si sia mai risparmiata, sin dall’esordio dell’era industriale, dall’avvisare sulle possibili derive di un consumismo sempre più accelerato. Il passato ha molto da insegnarci. Come Simonith & Sirch sono diventati, negli ultimi decenni, sinonimo di un ritorno al passato nelle tecniche di cura e potatura della vite (che così potata può campare più di 100 anni) senza per questo ignorare le possibilità tecnologiche contemporanee, così forse dovremmo tutti capire come nel passato si possono trovare chiavi di lettura e soluzioni a problemi odierni. Il vino in Italia ha avuto storicamente una dimensione privata, era parte di un’economia familiare. Erano poche le regioni eccezioni alla regola, erano quelle dove la proprietà della terra e la produzione vinicola era appannaggio di grandi e nobili famiglie. Le lezioni dobbiamo invece prenderle dalla storia contadina, da chi della terra ha sempre fatto non fonte di reddito ma di sopravvivenza. In passato tra le viti si piantavano leguminose (il sovescio) e tutto ciò che poteva tornare utile a sfamare molte bocche. Si sfruttava ogni centimetro di terra libera e coltivabile, ripe comprese. E così la biodiversità, di cui oggi tanto parliamo, era già di per sé garantita. Penso a quando non esistevano fili e pali d’acciaio, e la vite cresceva attorno ad altri alberi ed essenze (la cosiddetta vite maritata) . Il sapere popolare, tramandato per generazioni, può rivelarsi una ricchissima fonte di spunti, riflessioni, azioni che oggi diventerebbero rivoluzionarie e creative (quindi oggetto di storytelling e di social marketing) cui attingere senza timore.   Un universo di sapienza e conoscenza cui attingere, senza dubbio e senza timore di innestare (come si fa con la vite) il nuovo sul conosciuto, la tecnologia sulla tradizione, il futuro sul passato.  Chi si occupa di vino sa quanto le radici siano fondamentali per la sopravvivenza della vite in condizioni climatiche estreme, quindi perché non imparare dalla realtà che ci circonda, da madre natura, a costruire il futuro recuperando il necessario rispetto per la terra che l’uomo per secoli ha adottato, non tanto per scelta quanto per necessità? Il momento è arrivato, già da un po’. Francesca Pagnoncelli Folcieri  
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2 Ottobre, 2022

Numeri da record per la Wine Media Conference 2022

Numeri da record per questa edizione della Wine Media Conference che si è chiusa ieri a Desenzano del Garda, numeri di qualità e non di quantità per la città lombarda che ha ospitato oltre cento giornalisti americani che hanno degustato oltre trecento etichette italiane e che hanno conosciuto tanti importanti produttori, apprezzando prodotti e specialità del nostro paese.  Tre giorni intensi con attori di assoluta importanza del panorama vitivinicolo nostrano con Ascovilo che ha sostenuto con i suoi tredici consorzi lombardi l’iniziativa. Tre giorni pieni di momenti formativi e didattici che hanno generato discussioni e proposte da sviluppare sia per produttori e consorzi coinvolti ma anche e soprattutto per tutta la filiera del vino internazionale. E’ stata anche un’occasione unica per mettere in vetrina la capacità ricettiva del lago di Garda, patrimonio indiscusso del nostro paese, come sottolinea il vice sindaco di Desenzano del Garda, Stefano Medioli: “È stato un piacere partecipare a questa importante manifestazione, organizzata in maniera impeccabile e che ha registrato un enorme successo di visibilità e qualità. Credo che il nostro territorio sia naturalmente vocato a queste produzioni, a questa condivisione ed a questa ospitalità verso chi dimostra di gradire, comprendere e divulgare i valori che tali produzioni rappresentano per il nostro territorio e per la nostra comunità. Per questi motivi siamo lieti di dare sin d’ora la nostra entusiastica disponibilità a chi vorrà in futuro organizzare eventi in linea con tali principi, garantendo il massimo supporto istituzionale.” Tornando al programma di ieri, la giornata conclusiva della Wine Media Conference ha visto due tematiche principali la sostenibilità e l’etica. Due pilastri cardine dell’attività produttiva internazionale, un’approfondimento iniziato con due  speaker americani Bruce Schoenfeld  e Devin Parr che hanno incentrato il  loro intervento sull’evoluzione di queste tematiche nel mondo del vino. Sostenibilità che ha raggiunto il suo apice con l’intervento di Slow Food Italia con Carmen Wallace e tre vignaioli che fanno della sostenibilità il proprio mantra:  Luca Formentini di Podere Selva Capuzza in Lugana, Antonella Manuli di  Fattoria La Maliosa in Maremma e Francesca Petrussa di Vigna Petrussa in Friuli, moderate dall’incontenibile Gwendolyn Alley coordinatrice USA di Slow Wine Guide. Gwendolyn Alley Prezioso ed interessante l’intervento proposto e moderato dal consorzio Garda Doc che ha spostato il tema della sostenibilità sul cambiamento climatico, presentando lo studio agro-climatico dell’area ed un approfondimento sulle biodiversità locali. Speaker di questa sessione Alberto Panont, direttore del Consorzio ed il professor Mariani dell’università di Milano. Nel pomeriggio spazio al vino, ma sempre con un occhio alla sostenibilità ed alle storie di Marcello Lunelli di Ferrari Trento, Michele Manelli della cantina Salcheto e di Alberto Tasca della cantina  Tasca d’Almerita per poi concludere il pomeriggio  con una masterclass bendata organizzata dal consorzio del Lugana per scoprire i cinque sensi applicati alla tecnica di degustazione. In conclusione di questa tre giorni abbiamo raccolto la dichiarazione del padre fondatore di questa manifestazione, Allan Wright che dal 2008 riunisce con questo evento la stampa americana di settore: Wow! How impressed I am with the Lombardy wine regions. We were so excited to bring the Wine Media Conference to Europe for the first time and to choose Italy and the Lombardy area. But our expectations have been exceeded by the interesting wine areas, the incredibly welcoming winery owners, and the delicious wines and local cheeses. Allan Whight Ad organizzare questa edizione che per la prima volta è arrivata in Europa e ancor meglio in Italia della Wine Media Conference sono state due donne e che donne! Due professioniste che stanno imponendo il loro saper fare dimostrando che la competenza, unita alla passione, diventa un mix inarrestabile.  Il motore di questa coppia è Laura Donadoni giornalista e wine educator che vive tra l’Italia e la California. Laura ha fondato l’agenzia di comunicazione La Com per la promozione del vino ed è l’unica donna italiana membro del prestigioso International Circle of Wine Writers di Londra. Laura anche lontano da telecamere e microfoni è una scoperta continua, la sua forza e determinazione sposta qualsiasi montagna…in questa occasione poi si è unita con una altra talentosa donna del vino con carisma e grande spessore Giovanna Prandini presidente di Ascovilo, produttrice e proprietaria della Perla del Garda che con il suo impegno sta rivoluzionando il posizionamento del vino lombardo in Italia e nel mondo. Abbiamo chiesto ad entrambe una loro considerazione dell’edizione della Wine Media Conference appena conclusa e ve le riportiamo qui di seguito. “Avere tanti stimati colleghi e colleghe statunitensi qui a dialogare di giornalismo e comunicazione del vino è per me il coronamento di anni di attività di divulgazione del vino italiano e tessitura di relazioni tra Italia e USA. Sono soddisfatta di questa prima edizione europea della wine media conference perché credo sia stata un’occasione importante per capire che cosa i media di settore cercano: spero che le cantine e i consorzi che hanno preso parte alla conferenza facciano tesoro dei feedback raccolti in questi giorni per migliorare la comunicazione internazionale di vini e territori e soprattutto per credere maggiormente nel potenziale ancora da sviluppare” Laura Donadoni “E’ stata una straordinaria opportunità per produttori e consorzi! Un’occasione unica per incontrare persone con uno straordinario livello professionale intervenute qui a Desenzano. Questo ci aiuta a riflettere su come cambiare la promozione dei nostri prodotti perché bisogna iniziare a formare le cantine per una corretta presentazione non solo in Italia, ma anche per i mercati internazionali. Bisogna usare meglio la lingua inglese in modo da poter esprimere e raccontare la propria storia e farlo nel modo più efficace possibile. Sono davvero felice di questa edizione della Wine Media Conference e spero che questa storia di successo possa avere un seguito nei prossimi anni” Giovanna Prandini  Quello che ci portiamo a casa da questi tre giorni è che il vino Italiano è in mano a persone:  capaci, serie e preparate ma soprattutto persone che finalmente iniziano a fare una cosa fondamentale, per crescere e diventare più forti “FARE SQUADRA INSIEME”…è stato davvero bello vedere un team così grintoso mettercela tutta per valorizzare il patrimonio ampelografico del nostro paese…Let’s Go! Appuntamento al prossimo anno per una nuova edizione della Wine Media Conference e magari ancora in Italia… La redazione di WineTales Magazine  https://www.youtube.com/watch?v=RakajXgmc-E
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30 Settembre, 2022

Made in Italy protagonista con la Lombardia vitivinicola alla Wine Media Conference

Made in Italy protagonista con la Lombardia vitivinicola alla Wine Media Conference nel secondo giorno della quattordicesima edizione della Wine Media Conference trascorsa all’insegna di momenti istituzionali e proficui scambi di opinioni, in un ponte che sta unendo qui a Desenzano del Garda i due continenti: il vecchio ed il nuovo. Ci siamo sentiti un po come a bordo di una delle caravelle di Cristoforo Colombo ma al posto della Nina, la Pinta e la Santa Maria avevamo il Groppello Grasparossa, il Nebbiolo Chiavennasca ed il Turbiana che ci hanno guidati in questa esplorazione ma al contrario dell’esploratore Genovese, abbiamo fatto noi da esploratori per far scoprire il territorio italiano (in particolare quello lombardo) al un nuovo continente, quello Americano rappresentato da un gruppo di giornalisti di settore che hanno tempestato di domande le due “esploratrici” Laura Donadoni e Giovanna Prandini. “La qualità è la sola strada di comprendere il territorio lombardo”                                                                                        Giovanna Prandini Una mattinata di domande sul territorio Lombardo e non solo, con la voglia da parte del pubblico americano di capire il modo di lavorare del nostro paese e di conoscere nel dettaglio come sono prodotti i 24.000 ettari vitati Lombardi e 1.370.000 ettolitri di vino prodotti in Lombardia. Incalzanti le domande dei giornalisti americani per comprendere meglio come il nostro paese affronta l’export e come è in grado di raccontare le storie del territorio per farle apprezzare in tutto il mondo. Su questo punto Giovanna Prandini ha ribadito con fermezza che “Non possiamo vincere da soli in un mercato così grande, ma dobbiamo essere una squadra unita che presenta e si posiziona correttamente in un mercato così grande ed importante come quello americano ed in generale in quello mondiale” Un approfondimento sulla forza del digital in tutti i suoi canali da Tik Tok ad Instagram, sottolineando l’importanza della SEO e del posizionamento nei motori di ricerca che hanno caratterizzato la seconda parte della mattinata condotta dalla blogger americana  Diane Letulle con un focus dedicato ai casi Italiani di Chianti ed Amarone che sono riusciti a posizionarsi correttamente nel mercato statunitense. Ha concluso la mattinata un viaggio dai cugini transalpini con una masterclass cibo vino che ci ha portato a Bordeaux con sei diversi prodotti e due grandi vitigni protagonisti il Semillion ed il Sauvignon per un alternasi di dolcezze e morbidezze organolettiche, in sei espressioni di uno dei territori più importati dell’enologia mondiale. Un percorso che ha nuovamente creato un ponte tra Italia e Francia per un momento di condivisione e sinergia sempre più importante per questo mondo. Punta di diamante della masterclass è stato indubbiamente  il Loupiac di Chateau du Cros che con i suoi 12 mesi in botte ed un ottima persistenza in bocca ha stregato il pubblico americano. Senza mancare di rispetto ai nostri cugini francesi, il livello enoico sale drasticamente dal pranzo con una firma d’autore del nostro patrimonio ampelografico Cantine Bertani che con un percorso di eccellenza ha ribadito al pubblico presente un concetto fondamentale: “Bertani è storia dell’Amarone, ma vuole essere anche il futuro di questo prodotto così esclusivo! “                             Andrea Lonardi, operations Director Angelini Wines&Estates ha continuato commentando: “Ci tengo a dire una cosa in maniera forte,  Valpo is Back! Ma solo se crediamo nei vini leggeri e meno alle mode di mercato, solo se rispettiamo più il territorio di appartenenza e se riusciamo ad interessare sia gli opinion leader, come in questa occasione, sia i consumatori che dovranno scegliere il nostro prodotto” Pomeriggio di grande livello iniziato con Stevie Kim, pilastro di Vinitaly International, che ci ha raccontato il rapporto tra podcast e vino con una lectio magistralis per ribadire un concetto fondamentale: il vino ha bisogno di essere giovane, di parlare a diversi target e raccontare a tutti la propria tecnicità con naturalezza ed arrivare a tutti. E’ proprio questa la forza della sua piattaforma di podcast “Italian Wine Podcast“. “Il Nebbiolo delle Alpi” ha chiuso la seconda parte del pomeriggio, con tre grandi etichette di Sondrio e dintorni quelle di Rainoldi, Marsetti e Nino Negri tre vini che hanno entusiasmo tutti americani ed italiani presenti perché poi alla fine il vino è proprio questo riunire tutti davanti ad un calice. Chiusura con il brivido con lo speed date con il produttore che in 5 minuti doveva servire il proprio vino e convincere il pubblico americano della bontà del prodotto. Una formula diretta ed immediata per entrare nel cuore del consumatore finale. Appuntamento a domani con la giornata conclusiva della Wine Media Conference 2022. La redazione di WineTales Magazine    https://www.youtube.com/watch?v=RakajXgmc-E
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Ivan Vellucci cantina sociale Nardò Arrow Right Top Bg

30 Settembre, 2022

Ah le cantine sociali di una volta: la Cantina Sociale di Nardò

Ah le cantine sociali di una volta. Che meraviglia. Quanto lavoro, quanta passione c’era in questi luoghi. Persone, agricoltori, che conferivano l’uva alla loro cantina, alla cantina sociale per produrre vino sincero, vero. Un luogo di aggregazione dove il vino era la ragione di unione, di sopravvivenza, di vita. Già nel 1891 a Oleggio (NO) si crea la prima struttura che viene seguita nel tempo da molte altre che svolgono anche funzione sociale. Nel dopoguerra sono spesso le artefici del mantenimento della cultura enologica e a loro si dive il risorgimento di alcuni distretti vinicoli d’Italia.  Quello di Nardò è uno di questi grazie alla Cantina Sociale di Nardò fondata nel 1937 Per trovarla ho dovuto chiedere una grande mano al navigatore. Anche se poi bastava trovare la stazione ferroviaria. Perché qui al sud, i trasporti sono complicati e costruire la cantina sociale proprio nei pressi della stazione poteva rivelarsi una mossa vincente.  Siamo a Nardò, nel profondo Salento. Dove il mare incontra la terra rossa carica di ferro e alluminio che il sole non fa fatica a scaldare. Tra muretti a secco e olivi secolari trovano posto, pochi davvero pochi, filari di uva. Così come pochi sono i produttori, dunque le cantine. Da qui la necessità di qualcosa di “sociale”. Non ci sono fronzoli ad attendermi ma una semplice costruzione tipica delle cantine sociali: un ampio cortile utile per la manovra dei mezzi, una piccola porta per gli uffici, un magazzino. Semplice e funzionale perché una cantina sociale deve avere solo l’essenziale: costi ridotti all’osso. Deve essere un luogo dove si produce vino lasciando le emozioni all’effimero.    Eppure nel vedere questa struttura mi emoziono davvero perché i ricordi corrono a quando papà mi portava con lui a comprare il vino. Non certo in bottiglie ma nelle classiche damigiane che dovevano essere riutilizzate. Le bottiglie erano cose per ricchi. Dopo le damigiane in vetro sono arrivate quelle in plastica ma sempre per poterle riempire direttamente spillando la grande botte. Si è persa un po’ di magia che magari ritorna. Papà fino all’ultimo sempre quelle ha voluto. Gli portavo qualche bottiglia di quelle buone ma lui, niente, voleva solo il vino della sua damigiana. Così dovevo andare a prendergli quella. Alla cantina sociale.  Chi mi accoglie è Carmen. Piccola, minuta, dalla pelle olivastra come una donna del sud deve avere. Energica e fiera. Come una donna del sud deve essere. Con un sorriso che ti mette subito a tuo agio. Come solo una donna del sud sa fare.    Mi guida all’interno della cantina tra le barrique (non si fa dunque solo vinello qui!), i contenitori in acciaio per la temperatura controllata e le grandi vasche in cemento. Sono sconfinate e ce ne sono altrettante anche al piano interrato mi dice Carmen, quasi a sottolineare come nel passato “quando ancora non ero nata” si affetta a sottolineare, la cantina era molto più importante. Oggi ci sono circa 25 conferitori per un totale di 48 ettari. Non molti ma di qualità.    Saliamo delle scale dove fanno bella mostra le immagini di una vita. Una ritrae perfino il Presidente Cossiga in visita alla cantina. In cima c’è la “sala del consiglio” ennesimo testimone di un fasto che fu. Carmen prova quasi invidia per quei tempi così diversi segno di grande ricchezza. Ma non si lamenta e non lo dà certo a vedere. Dal terrazzo la vista è ancora più suggestiva con la grande presa per l’uva, il cortile immenso, la stazione ferroviaria. Sembra vedere una di quelle foto degli anni a cavallo della guerra, un fotogramma che sembra aver resistito al tempo.  È tempo di provare qualche vino.     Nel piccolo ufficietto che accoglie i clienti le bottiglie sono messe su semplici scaffali in legno. Anche qui, niente fronzoli. Però c’è una specie di bancone da bar con i calici per la degustazione. Essenziale. Che bello penso: qui c’è il vino. Qui c’è la passione e la vita delle persone. Scorro gli scaffali e non posso che pensare come sia bella la loro produzione di tipico stampo salentino con solo tre, meravigliosi, vitigni: il Fiano per i bianchi; Negroamaro e Primitivo per Rossi e rosati. 8 tipologie di vino incluse anche linee di low cost per la Coop. Perfetto stile da cantina sociale.    Carmen è da sola a gestire i clienti oggi. Non entrano in molti e quelli che entrano sono spesso per la mescita, per riempire le damigiane. Ci tiene a farmi assaggiare qualcosa. Opto per il rosato Ambré. Bel corpo, odori deciso del Negroamaro, arancia sanguinella, fragoline. Bella freschezza e sapidità. Un ottimo equilibrio. Mi piace.  Prende dei taralli perché non è che si può bere il vino senza taralli. Pugliesi.  Scelgo le bottiglie da acquistare. Tutte tranne il bianco. Forse perché mi dico che il Fiano che ho da poco assaggiato in Irpinia non si batte.  Carmen però ci tiene, e lo dimostra con tutta la sua dolcezza, a farmi assaggiare il loro Fiano. Fa bene perché ne sono rapito. Fresco e profumato di frutta e fiori bianchi da farmi ricordare le serate al mare. Bell’equilibrio e spiccata sapidità. Mi chiede su cosa lo abbinerei e nella mente mi ritorna immediata la mozzarella di bufala. Sorridiamo del fatto che in una recente discussione qualcuno ha suggerito l’abbinamento con un cannolo con ricotta poco dolce. A trovarlo penso io!  Ridiamo ma è giunto il momento di andare via. È stata una bellissima chiaccherata che mi ha fatto scoprire una bella realtà del sud e una ragazza davvero in gamba come Carmen. Ma ha fatto anche riaffiorare alla memoria mio papà. Non posso che esserne contento.   La Cantina Sociale di Nardò è una di quelle realtà che dovrebbero essere tutelate per Regio Decreto ovvero quelle leggi così antiche che quando ci sono, da tempo immemore, pochi ne conoscono l’esistenza e nessuno si azzarda a cambiarle. Con il risultato che non è permesso il cambiamento. Ecco, questa cantina dovrebbe essere protetta da un Regio Decreto nonché lo stabile dalle Belle Arti per evitare che a qualche buontempone venga in mente di rinnovarlo.  Ivan Vellucci @ivan_1969 PS ovviamente non ho resistito a testare in maniera completa un vino della Cantina Sociale e non potevo non cominciare dal Fiano che mi aveva tanto sorpreso. La recensione completa a questo link!    https://youtu.be/RakajXgmc-E
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29 Settembre, 2022

Wine Media Conference 2022, i protagonisti della prima giornata: le Donne, il Sannio e Fivi.

La Wine Media Conference è la rassegna mondiale dedicata alla comunicazione del vino, fondata nel 2008,  evento internazionale dedicato al settore del vino che riunisce ogni anno wine blogger, giornalisti di settore, wine media tradizionali, influencer dei social media e operatori di settore, in particolare statunitensi, offrendo una occasione unica di incontro. I professionisti esperti di vino partecipano per migliorare e arricchire le proprie competenze e per conoscere e raccontare all’esterno i territori del vino più importanti del mondo. Oggi 29 settembre, è iniziata la Wine Media Conference e per la prima volta in Italia, in Lombardia con Desenzano del Garda che si è trasformata nella capitale mondiale della comunicazione del vino. La prima giornata appena conclusa ha visto un protagonista indiscusso: le donne. Donne che con la loro eleganza e la loro inconfondibile tenacia hanno raccontato al pubblico americano l’unicità del nostro territorio e la forza del nostro patrimonio ampelografico. Padrona di casa e grande protagonista Laura Donadoni che come sempre, riesce a moderare con il suo inconfondibile stile il panel del pomeriggio dedicato alle donne del vino. “Tre donne del vino, tre donne di Bergamo, tre donne cocciute” Cosi si sono definite le tre protagoniste del panel condotto da Laura con Cristina Scarpellini della Tenuta Scerscé e Presidente della Fondazione ProVinea, Francesca Pagnoncelli Folcieri proprietaria della Cantina Pagnoncelli Folcieri e  Presidente del Consorzio del Moscato di Scanzo.  Un’ ora in compagnia del buon vino e di storie di tenacia e forza ma che ci hanno colpito per il racconto sempre attento a sottolineare un altro valore importare L’umiltà come più volte ribadito da Cristina Scarpellini nel suo racconto di come un avvocato che da Bergamo è diventato vignaiolo in Valtellina e con forza è riuscito a far diventare i “muretti a secco” tipici del paesaggio lombardo di Sondrio e provincia patrimonio dell’umanità. “Tanto studio e tanta umiltà che mi hanno permesso di far diventare i muretti a secco un patrimonio dell’Unesco.” Conclude sempre Cristina il suo intervento con un incipit che ci ha stregato: “Bella la Valtellina, bella la sfida, bello il Nebbiolo!” La storia del Moscato di Scanzo la conosciamo bene noi di Winetales Magazine, grazie soprattutto a Francesca Pagnoncelli Folcieri presidente del Consorzio, ma è stato stupefacente vedere come il pubblico americano ascoltasse con stupore la storia dei 31 ettari vitati che compongono questa piccola DOGC.
La seconda parte del pomeriggio è trascorsa con FIVI e la forza del suo gruppo, che la presidente Matilde Poggi, ha rafforzato  rispondendo alle domande della stampa americana sottolineando i tre obiettivi importanti di Fivi in Europa. Quali sono le sfide dei vignaioli indipendenti in europea? La Burocrazia ha un impatto troppo alto Le Leggi europee votate non devono essere dannose per i piccoli produttori (es. etichetta in 20 lingue) Attività come quella della Sicurezza Alimentare sono pensate solo per grandi aziende e mettono in ginocchio piccole cantine che non riescono ad adeguarsi alle normative. Una panel che si è trasformato in un viaggio nello spazio, nella terra e nel tempo con vignaioli giovani e di indubbio talento: Davide Lazzari , Organic proprietario di Lazzari in Capriano del Colle, Alessio Brandolini dell’azienda Agricola Brandolini in Oltrepò Pavese e Paolo Pasini di Pasini San Giovanni e Vice Presidente del Consorzio Valtenesi e del Consorzio Tutela Lugana Doc. Un momento che ha ribadito un concetto davvero fondamentale, fare squadra parlare del vino degli altri , lavorare con attenzione insieme agli altri è questo che fa crescere davvero un territorio.   Appuntamento a domani con la seconda giornata della Wine Media Conference 2022. La redazione di WineTales Magazine 
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