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18 Novembre, 2022
L’Etna all’improvviso
L’Etna all’improvviso.
Può capitare nella vita che qualcosa, qualcosa del quale non sai, non percepisci il valore, si materializzi così, all’improvviso. Cosa farne davvero non lo sai. È sempre stata li, l’hai vista da quando eri piccolo. Ma mai avresti pensato che un giorno potesse diventare tua.
Chi è stato sull’Etna, sulla Montagna che domina la Sicilia, su quel Dio che è placido e dormiente ma quando si sveglia sa farsi sentire, ecco, chi vi è stato ed è salito fino in cima, sa quanto il terreno sia brullo. Difficile. Impervio. Le colate laviche sono ovunque. Il paesaggio che si osserva, respira, tocca con mano, è lunare.
La terra non esiste oltre una certa altitudine. C’è “petra lavica”. Nera come la pece. Dura come solo la pietra lavica sa essere.
Eppure qui, la vita c’è.
Giacomo Foti ha ereditato una vecchia vigna di famiglia. Poco più di un ettaro a Nicolosi, sul versante sud dell’Etna. 900 metri di altezza. Un versante che si affaccia direttamente sul golfo di Catania. Un pezzo di terra brullo. Coperto di sabbia lavica dal quale si può vedere il mare. Caldissimo durante il giorno per via del sole cocente ancorché mitigato dalle brezze marine che risalendo il “canalone” (frutto di una antichissima eruzione) arrivano fin qui; freddissimo la notte quando le correnti di aria gelida scendono dalla vetta della Montagna.
Un pezzo di terra sul quale Giacomo ha trovato le piante che i suoi nonni avevano piantato. Un ciliegio che produce materie prime per una ottima confettura. Un pero. Un castagno. Un albero di noci. Alberi di pistacchi. E anche una vigna di Nerello Mascalese vecchia di oltre 80 anni.
Ecco, quando ti trovi qualcosa del genere non puoi non chiederti cosa farne.
L’Etna si sa è posto difficile. La vita che Idda dona può riprendersela quando vuole. Lavorare la terra qui non è semplice. Devi farlo con le tue mani, “carricarti” tutto sulle spalle e lasciare che la Montagna ne decida il destino.
Giacomo decide di valorizzare la vigna dando vita a una piccola realtà, Tenute Foti Randazzese, con tre etichette per appena 10.000 bottiglie: un rosso da Nerello Mascalese in purezza; un rosato sempre da Nerello; un bianco da Carricante in purezza.
“Conduciamo tutto in famiglia” mi dice Giacomo. “è una passione diventata secondo lavoro”.
Si, perché Giacomo ha un altro lavoro. Non è che con la cantina ci si guadagni ancora. Poche bottiglie e tanta fatica. Ma si diverte e il suo sorriso la dice lunga quanto. Ma anche su quanto lo appassioni. Perché ciò che ha ricevuto sa essere una responsabilità, una sfida, un onore. Ecco, il suo sorriso e la sua voglia racchiudono proprio l’onore. Quello di un siciliano vero che dal basso, da un piccolo pezzo di terra brullo, sa di poter ottenere prodotti fantastici.
h “io non sono biologico ma può venire oggi stesso un controllo…noi qui usiamo rame e zolfo quando serve (ma solo quando serve ah!) e la zappa. Anche perché sulla sabbia lavica come ci vai!”
Parlare con Giacomo ti fa sorridere perché usa la sua schiettezza siciliana con una seraficità che ti lascia senza parole.
Decidiamo di assaggiare due vini: il rosato e il bianco.
“Ho solo tre etichette ma stiamo già lavorando alla quarta”.
Il 2022 è stata l’annata che ha voluto dire siccità per quasi tutti i viticoltori italiani. Non per quelli etnei. Perché nel pomeriggio, come fosse un appuntamento fisso, arrivava la pioggia. Così che i raccolti sono stati più generosi pur mantenendo la qualità dell’Etna.
“Grazie alle condizioni che l’Etna ci ha offerto abbiamo fatto maturare di più le uve Carricante creando acini surmaturi. Da qui poi in barrique per realizzare 500 bottiglie di un nuovo prodotto”.
Ecco l’Etna penso io. Idda, ha creato qualcosa di diverso quest’anno. Come si fa a non amare un posto che “cangia” così da un giorno all’altro.
L’assaggio dicevamo.
Partiamo dal rosato Aita. Quando lo guardi nel bicchiere non puoi neanche immaginare che hai per le mani un vino che non ha avuto un passaggio sulle bucce. Eppure è così. Altro miracolo dell’Etna. La carica polifenolica degli acini è stata così forte che non è servita.
“ho dovuto fare un video per far vedere che non facevo nulla che spremere” mi dice Giacomo.
Quando ho messo il naso nel bicchiere mi è venuto in mente mio papà che amava tagliare la pesca e metterla a mollo nel vino rosso della cantina sociale. Ecco, lo stesso odore lo trovo in questo vino. Solo che la pesca è la tabacchera. Quella brutta e schiacciata che, dopo averla sbucciata con fatica, restituisce solo piccoli pezzi di polpa. Ma che buoni!
Poi i frutti virano sull’arancia sanguinella. Da un rosato? Eh sì. Ecco poi che arriva lo iodio del mare.
In bocca è fresco, secco, caldo e tanto minerale come solo i vini dell’Etna sanno essere. C’è tanta rotondità con anche un piccolo accenno di tannini. Me lo immagino con una parmigiana di melanzane ma soprattutto con una bella pizza napoletana con bufala e pomodorini pachino. Spettacolo!
Gagà, il bianco da Carricante non è da meno. Al naso sento un incontro del mare con i fiori di ginestra dell’Etna. È come se mi trovassi in un giardino di sabbia lavica con i fiori di ginestra intorno e la brezza salina del mare a rinfrescare. Si certo ci sono i frutti esotici come il mango, poi la pera, la mela verde. Ma c’è anche una scorsa di limone candito. Ma quella ginestra e la brezza del mare….
In bocca sempre la sapidità mi colpisce. Con un retrogusto di frutta importante e la capacità di scaldare quasi più del rosato.
Il rosso ancora non è pronto dunque mi toccherà aspettare per assaggiarlo. Ma già da questi due vini e dalla chiaccherata con Giacomo ho capito molto di una azienda a cui voglio augurare tutto il bene del mondo.
Perché per fare qualcosa in Sicilia ci vuole coraggio. Per farlo sull’Etna occorre essere eroi. È vero che poi i frutti sono meravigliosi, ma provate voi a sgobbare per tanto tempo e poi vedere tutto distrutto da Idda.
Il sorriso di Giacomo la dice lunga sulla capacità della gente dell’Etna di convivere con la Montagna. Rispetto prima di tutto ma poi tanto duro lavoro. Manuale e di famiglia.
Ora che Giacomo sa davvero cosa ha per le mani, sono certo che niente potrà abbatterlo. Nemmeno Idda.
Ivan Vellucci
@ivan_1969
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17 Novembre, 2022
Intervista a Gabriele Valota, la nuova guida di Assoenologi Giovani Nord Italia
Nel Salotto Divino di Winetalemagazine – virtuale- accogliamo Gabriele Valota, la nuova guida di Assoenologi Giovani Nord Italia
Complimenti per la carica appena ricevuta che ti porterà alla guida di Assoenologi Giovani per il Nord Italia…ma adesso cosa farai? Quali sono i tuoi primi progetti?
Come già fatto nel precedente mandato, sicuramente continuerò a stimolare e a promuovere un maggior confronto tra gli enologi più esperti e quelli più giovani al fine di incrementare le loro conoscenze durante i primi passi della loro carriera.
Gabriele come si fa ad interessare i giovani ad un “movimento vino” che deve cambiare in fretta il modo di comunicare e comunicarsi?
Non sono un esperto di comunicazione ma penso che la chiave stia nello storytelling. Chi si occupa di comunicazione nel mondo del vino deve saper adeguare il proprio linguaggio in funzione della platea con cui vuole comunicare.
Penso che i giovani abbiano bisogno di una comunicazione semplice, diretta e autentica che parli di quotidianità senza “filtri” con tutte le difficoltà e le gioie che si possono incontrare giorno dopo giorno.
Tutti parlano di sostenibilità, ma come si può essere sostenibili davvero in vigna?
La sostenibilità in vigna penso sia raggiungibile solo grazie a una viticoltura di precisione. Una viticoltura fatta di monitoraggi, ricerche, scelte oculate e attrezzature tecnologicamente più performanti con le quali è possibile distinguere le differenze intraparticellari che caratterizzano ogni vigneto.
Abbiamo avuto tanti grandi interpreti del tuo mestiere di enologo qui in Italia, qual è il tuo modello, c’è qualcuno in particolare che ispira il tuo lavoro?
Ho iniziato la libera professione come consulente enologo senza avere un modello di riferimento. La “corrente di pensiero” che mi ha ispirato e che tutt’oggi mi ispira è quella che amo definire “enologia etica” ovvero un’enologia poco invasiva in grado di rispettare appieno le differenze dell’annata e le caratteristiche della varietà.
Ci racconti il prodotto del quale sei maggiormente fiero fin ora di aver realizzato in bottiglia?
Difficile sceglierne uno specifico. In generale mi soddisfano maggiormente i vini che prevedono tecniche di vinificazione più complesse, come l’appassimento e la spumantizzazione, oppure particolari, come l’utilizzo di lieviti non saccaromiceti in vinificazione o l’affinamento in anfore di terracotta sott’acqua.
Quale sarà la sorpresa enoica per il prossimo 2023?
Ogni anno riserva sorprese! Spero per il 2023 di iniziare a vinificare una nuova varietà di vite (ancora in fase di omologazione) frutto di un incrocio da polline tra una varietà resistente e una varietà di Vitis vinifera.
Facciamo un gioco, noi ti diciamo uno stato d’animo e tu ci dici il vitigno che meglio lo rappresenta
Se ti diciamo, Gioia? Solaris
E se ti diciamo, Rabbia? Nero d’Avola
Con Divertito che dici? Sauvignon blanc
E con Coraggio? Nebbiolo
La redazione
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14 Novembre, 2022
Benvenuto Brunello 2022, la cantina Carpineto
In occasione del Benvenuto Brunello 2022, la cantina Carpineto apre le porte – o meglio i cancelli – della sua tenuta di Montalcino.
Siamo nel versante nord, lungo la strada statale 103 che da Montalcino porta alla località Nociarello; il terreno qui è prevalentemente composto da scisto argilloso, il più comunemente noto galestro, completamente diverso dal suolo vulcanico della sponda Amiatina, o dal sabbioso del versante grossetano. La proprietà, che oltre alla cantina secolare vanta anche un pozzo ancora funzionante, è composta da cinquantatre ettari di cui circa dieci interamente dedicati a Sangiovese Grosso; si può considerare di medio-piccole dimensioni, con una produzione annua di circa cinquantamila bottiglie, tra Rosso di Montalcino, Brunello e Brunello riserva. Il carattere elegante e corposo tipico dei vigneti del versante Nord di Montalcino viene accompagnato da un invecchiamento in botti di rovere di Slavonia da 30 hl. Una realtà intima nata nel 1967 dall’incontro fra Giovanni Carlo Sacchet e Antonio Mario Zaccheo, due giovani ambiziosi e con una sola idea chiara in testa: creare un Chianti Classico di qualità, in antitesi col mercato interessato solo ad un vino da tavola semplice, beverino e rigorosamente in fiasco. Da lì, dalla primissima azienda a Dudda in Greve in Chianti, i risultati hanno supportato la passione, e oggi, dopo più di cinquant’anni, l’azienda vanta 5 tenute: una a Montalcino, due nel Chianti, una a Montepulciano e una nella Maremma.
Ad accompagnarci nella visita sono Caterina Sacchet – enologa- e Antonio Michael Zaccheo, eredi dei fondatori che con orgoglio e impegno portano avanti la tradizione familiare.
L’anteprima di questo Brunello 2018 non ha deluso: elegante e raffinato come dalle aspettative, decisamente più equilibrato e morbido della calorosa annata 2017.
Una considerazione particolare, a mio avviso, va a questo Rosso di Montalcino 2021: al naso ed al palato, regala sentori floreali e fruttati davvero interessanti e pieni, assumendo così il carattere di un vino indipendente dal fratello maggiore. A cura di Ambra Sargentoni
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Siamo nel versante nord, lungo la strada statale 103 che da Montalcino porta alla località Nociarello; il terreno qui è prevalentemente composto da scisto argilloso, il più comunemente noto galestro, completamente diverso dal suolo vulcanico della sponda Amiatina, o dal sabbioso del versante grossetano. La proprietà, che oltre alla cantina secolare vanta anche un pozzo ancora funzionante, è composta da cinquantatre ettari di cui circa dieci interamente dedicati a Sangiovese Grosso; si può considerare di medio-piccole dimensioni, con una produzione annua di circa cinquantamila bottiglie, tra Rosso di Montalcino, Brunello e Brunello riserva. Il carattere elegante e corposo tipico dei vigneti del versante Nord di Montalcino viene accompagnato da un invecchiamento in botti di rovere di Slavonia da 30 hl. Una realtà intima nata nel 1967 dall’incontro fra Giovanni Carlo Sacchet e Antonio Mario Zaccheo, due giovani ambiziosi e con una sola idea chiara in testa: creare un Chianti Classico di qualità, in antitesi col mercato interessato solo ad un vino da tavola semplice, beverino e rigorosamente in fiasco. Da lì, dalla primissima azienda a Dudda in Greve in Chianti, i risultati hanno supportato la passione, e oggi, dopo più di cinquant’anni, l’azienda vanta 5 tenute: una a Montalcino, due nel Chianti, una a Montepulciano e una nella Maremma.
Ad accompagnarci nella visita sono Caterina Sacchet – enologa- e Antonio Michael Zaccheo, eredi dei fondatori che con orgoglio e impegno portano avanti la tradizione familiare.
L’anteprima di questo Brunello 2018 non ha deluso: elegante e raffinato come dalle aspettative, decisamente più equilibrato e morbido della calorosa annata 2017.
Una considerazione particolare, a mio avviso, va a questo Rosso di Montalcino 2021: al naso ed al palato, regala sentori floreali e fruttati davvero interessanti e pieni, assumendo così il carattere di un vino indipendente dal fratello maggiore. A cura di Ambra Sargentoni
11 Novembre, 2022
Pazzi per le bolle. Pazzi con le bolle
Pazzi per le bolle. Pazzi con le bolle
Cosa è il Genio? È fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità d’esecuzione. E la Pazzia allora? Cosa se non un genio che va anche oltre?
Si deve essere giovani per essere geni e pensare al futuro? Oppure si può sempre coronare il proprio sogno?
Rosa è astigiana. Antonio pugliese. Una vita a lavorare, una vita a parlare di vino. Già solo parlare, assaggiare, divertirsi con il vino e tutto ciò che gli gira intorno. Un hobby meraviglioso. Ma niente di più.
Però la vita ti riserva sempre una sorpresa. Anche se non te la vai a cercare. Antonio e Rosa cercavano un oliveto vicino Roma dove vivono. Quello di Antonio, nella sua Puglia è troppo lontano. Troppo faticoso. Ne volevano uno vicino. Tanto per ammazzare il tempo e farsi un po’ di olio che a casa fa sempre comodo. Rosa in pensione e Antonio tra un po’.
Non è che le agenzie immobiliari siano proprio esperte di oliveti e quelli che fanno vedere a Rosa e Antonio non fanno scattare nulla. Poi, un giorno, in quel di Farnese (meraviglioso paesino nel viterbese) vedono un bel terreno con olivi e una vigna malconcia. Ecco, li arriva la fantasia, l’intuizione, il colpo di fulmine. Ma anche la vera pazzia. Rosa guarda Antonio e Antonio guarda Rosa: la scintilla scoppia. Ci mettono un attimo a pensare al futuro e a vedere lì un vigneto. Su quel terreno vulcanico non può essere un vigneto qualsiasi. Se poi vogliono un vigneto di Pinot nero e Chardonnay che possa produrre bollicine con il metodo classico, allora siamo in presenza di pura, semplice, totale pazzia? O forse di più. Molto di più.
A chi può venire in mente se non a due pazzi di produrre un metodo classico da Pinot Nero e Chardonnay a Farnese?
Eppure a guardare Rosa e Antonio tutto diresti tranne che sono due persone animate da lucida follia.
Arrivare alla loro cantina, Vigne del Patrimonio in fondo è facile anche perché Rosa mi ha mandato le coordinate. La struttura sembra quella di un consorzio agrario. E infatti era quello di Farnese. Già Farnese. Siamo a pochi km dal lago di Bolsena ovvero su un terreno di matrice vulcanica e fondo tufaceo. Come non innamorarsi di un posto del genere per fare vini?
Quando entro mi sembra di entrare nella casa di mia nonna al paese. Un grande tavolo con le sedie intorno. La cristalliera con piatti e bicchieri. Poi una grande credenza con il piano in marmo.
Mi accoglie Antonio che nonostante la calda giornata ha un piumino smanicato e la camicia a maniche lunghe a scacchi. Poi Rosa che ti ammalia subito con quel suo sorriso gentile e i capelli bianchi candidi. Mi ricorda la zia Tina, slanciata, sorridente, affabile.
Sei a casa. Senti l’odore e il calore di casa. Senti che chi ti parla non è un estraneo ma due persone che ti parlano come se fossi uno di famiglia.
Non sono due esperti di vigna. Lo sono diventati piano piano. Perché partire da zero, letteralmente da zero, non è semplice se non sei umile. Per realizzare il proprio sogno sono andati a rompere le scatole anche all’università della Tuscia. Avevano bisogno di un enologo e chi meglio del professore in quella università? Dubito che abbia avuto modo di dire di no alla gentilezza di Rosa e alla determinazione di Antonio.
Sono molto diversi i due. Anche in fatto di gusti e di vini. Se li senti parlare ti sembrano quasi George e Mildred che discutono. Ma poi si guardano e la scintilla scatta ancora.
Pochi ettari da coltivare (2.5) con tanto amore, tanta determinazione. Quando andiamo all’interno della struttura vediamo tutte le pupitre colme di bottiglie. “In fondo per girare 3000 bottiglie ci metto 45 minuti. Dunque non mi serve un macchinario”. Così mi dice Rosa. Assisto ad una bella discussione tra loro due. Da una parte Rosa che sostiene che girare le bottiglie a mano sia non solo poetico ma anche importante perché l’energia dell’essere si tramette alle bottiglie. Dall’altra Antonio che dice che sarebbe meglio un macchinario che tanto è la stessa cosa. Devono fare i conti con le finanze e non è possibile investire.
Già le finanze. Perché mica è semplice fare metodo classico a Farnese ed avere successo. Eppure a loro due non interessa. Va bene così. Girano le bottiglie sulle pupitre a mano. Etichettano a mano. Va bene così.
Non si può non assaggiare nulla.
Ecco allora le loro creazioni: Alarosa Rosè brut (Pinot Nero e Chardonnay), Aladoro Brut (Chardonnay), Alanera Brut (Pinot Nero). Tutte con almeno 40 mesi di lieviti (il che la dice lunga sulla voglia di Rosa e Antonio di produrre qualcosa di unico).
È un crescendo di sensazioni. Un crescendo di sentori e sapori. Nonostante il lungo periodo di affinamento sono ancora giovani. Quando li annuso, quando li degusto ci guardiamo negli occhi e vedo nei loro felicità, appagamento. Non posso che esserne ammirato perché ciò che sento nel bicchiere, dal bicchiere mi entusiasma. Mi conquista.
Il rosato è morbido, confettoso, sinuoso, ricco di quelle fragoline e frutti di bosco tipici del Pinot nero. Fresco, deciso e soprattutto sapido come un vulcano sa donare. Insieme alla persistenza che è importante.
Il brut è più deciso grazie ad uno Chardonnay che dona la vena pasticcera di una crostata di agrumi. Lo definirei croccantissimo, fresco di cedro e pompelmo. Verticalissimo, persistente, minerale.
Infine sua maestà il Pinot Nero con l’Alanera. Sembra un cardinale nero con il suo perlage ancora più fine e intrigante dei precedenti. La crosta di pane, la piccola pasticceria, la frutta secca, la grafite, il gesso. In bocca è una esplosione di sapidità e di eleganza. Non ci credo ma è così.
Antonio ci tiene poi a farmi assaggiare il Vepre un rosso da Cabernet Franc che fa due anni di barrique. Apre un 2016 che è dir poco nobile. Lo apprezzo molto per la sua morbidezza e freschezza. Ma non si accontenta, vuole che assaggi il 2015 dicendo che l’anno è stato mitico. Ha ragione, mi stupisce ancor di più. La nobiltà è ancor più presente. Ancor più viva anche se più complicato del precedente. Più aristocratico.
Ma come si fa a non voler bene a questi due pazzi? Hanno una certa età. Quella età che non li fa anziani ma certamente idonei a prendersi cura del loro e solo del loro tempo. E invece cosa fanno? Si mettono a produrre vino da un difficilissimo Cabernet Franc e spumante metodo classico da Chardonnay e Pinot Nero. Vini che vanno aspettati per anni e anni.
Pazzi. Adorabili pazzi. Meravigliosi pazzi.
Parlare con loro non solo mi riempie il cuore di gioia ma mi fa capire come i sogni son desideri e prima o poi, quando meno te lo aspetti, si realizzano. E che, soprattutto, non hanno età.
Grazie per questa splendida lezione di vita.
Ps spero di fare cosa gradita ad Antonio riportando ciò che è presente sulle loro bottiglie tratto dal “Sonetto al vino” di Jorge Luis Borges (Antonio sostiene che tutti dovrebbero leggere e non posso che dargli ragione)
In quale regno o secolo e sotto quale tacita
congiunzione di astri, in che giorno segreto
non segnato dal marmo, nacque la fortunata
e singolare idea di inventare l’allegria? Ivan Vellucci @ivan_1969
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10 Novembre, 2022
Nuove cantine italiane
In concomitanza con il Merano WineFestival, è in scena allo spazio Kunst Meran (fino al 20 novembre) la mostra fotografica Nuove Cantine italiane. Territori e Architetture, promossa dalla storica rivista Casabella. Curata da Roberto Bosi e Francesca Chiorino, autori anche del libro di Electaarchitettura che la accompagna, la mostra ha già fatto tappa a Verona per il Vinitaly e a Pollenzo. Il racconto fotografico si snoda tra 10 cantine (più una distilleria) sorte nell’ultimo decennio, le cui strutture coniugano elementi dell’architettura contemporanea a requisiti tecnici, aspetti paesaggistici ed esigenze specifiche dell’industria vinicola. Un itinerario dalle Langhe alla Maremma, passando per Veneto, Piemonte, Alto Adige, Toscana e Sicilia.
Allestimento mostra, di Bricolo Falsarella. ph Pietro Savorelli
Doveroso citare per prima la Cantina Antinori nel Chianti Classico, inaugurata nel 2012 su progetto di Archea Associati, appena balzata al primo posto nella prestigiosa classifica World’s Best Wineyards. La cantina per Chiorino rappresenta “una delle operazioni italiane più complete dal punto di vista dei circuiti enoturistici, funzionando come una sorta di moltiplicatore di marketing territoriale”. Il tutto inserito in una dinamica a livello mondiale che sempre più spesso, secondo Roberto Bosi, “spinge i viticoltori a individuare nell’architettura lo strumento più idoneo a rappresentare l’originalità delle proprie vocazioni e la qualità dei propri prodotti. Quando il rapporto tra quanti promuovono la costruzione delle nuove cantine e quanti le progettano è virtuoso, ogni nuova costruzione contribuisce a fissare un’immagine, a comunicare una vocazione, a rappresentare un programma di innovazione”. Compito assolto in pieno dall’opera ipogea di Antinori, incastonata nella collina, ma con una scenografica scala elicoidale in corten a fare da landmark. Parola che può essere utilizzata per definire anche l’origami metallico di zinco titanio con cui si impone nel paesaggio nella zona di Bolgheri la Cantina de Il Bruciato (progetto di Fiorenzo Valbonesi – asv3).
Cantina de Il Bruciato. ph Cornelia Suhan
Poco lontano la Cantina Masseto, opera del duo Zitomori, offre un’immersiva esperienza sotterranea, con pareti in calcestruzzo animate da una texture tridimensionale a evocare le stratificazioni geologiche delle rocce.
Cantina Masseto. ph Andrea Martiradonna
Sempre in Toscana, a San Casciano dei Bagni, la Cantina Podernuovo dello studio romano Alvisi Kirimoto è sintesi geometrica di rigore ed efficienza (già sperimentata insieme a Renzo Piano nel progetto della tenuta Rocca di Frassinello), in dialogo cromatico con il contesto grazie al calcestruzzo impastato con i pigmenti delle terre senesi.
Cantina Poderenuovo. ph Fernando Guerra
Anche l’Alto Adige annovera una presenza importante di cantine firmate, spesso da architetti locali. Ne sono esempio il monumentale edificio in legno e cemento di Nals Margreid a Nalles, progettato da Markus Scherer, e la Cantina Pacherhof a Novacella-Vara. Qui lo studio Bergmeisterwolf ha posto all’ingresso dell’architettura sotterranea una torre, un prisma scuro che stilizza una montagna adibita, all’interno, a ufficio-osservatorio dell’enologo.
Cantina Pacherhof. ph Gustav Willeit
Puntano soprattutto sull’espressività dei materiali due recenti realizzazioni in Veneto. La Cantina Gorgo di Custoza, disegnata dallo studio Bricolo Falsarella, è una lineare annessione in pietra locale (Nembro veronese e pietra di Vicenza) a una villa veneta. Lo studio trevigiano MADE associati alleggerisce il volume monolitico della Cantina Pizzolato, a Villorba, con una ritmica cortina in legno di faggio dai boschi del Cansiglio.
Cantina Pizzolato. ph Marco Pavan
Alle pendici dell’Etna, la Cantina Planeta Feudo di Mezzo, progettata da Santi Albanese e Gaetano Gulino, si mimetizza nel paesaggio con i suoi tre blocchi rivestiti in pietra lavica che citano i dammusi.
Cantina Planeta. ph Lamberto Rubino
Stesso riferimento all’architettura rurale, ma di tutt’altro genere, e in tutt’altra zona, le blasonate Langhe, per la Cantina dei 5 Sogni (progetto Matteo Clerici, Fondamenta, hus): una struttura ardita in calcestruzzo e vetro reinterpreta l’archetipo del rustico con tetto a doppia falda.
Cantina dei 5 sogni. ph Marco Cappelletti
La mostra evidenzia le diverse anime del fenomeno delle architetture del vino firmate, come osserva Francesca Chiorino: “I progetti dei nomi più o meno noti del panorama nazionale oscillano tra la cantina-cattedrale che attira i visitatori per le mirabolanti sorprese tettoniche e morfologiche, la cantina-industria che mette in scena i processi di lavorazione delle uve e infine la cantina-paesaggio che ha l’obiettivo di integrarsi e di aumentare, con la sua stessa presenza, il valore del territorio nelle sue diverse valenze topografiche, culturali e storiche”.
A cura di Katrin Cosseta
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9 Novembre, 2022
Cantina Fonzone Caccese: famiglia, sostenibilità e qualità
Cantina Fonzone Caccese: famiglia, sostenibilità e qualità
Rubrica #vinosostenibile
A giugno scorso ho avuto l’occasione di scoprire all’interno di un bellissimo percorso di degustazione condotto da Bibenda a Roma alcune delle aziende seguite da Luca D’Attoma, fondatore della Wine Evolution Consulting, enologo di fama internazionale, che ha segnato gli ultimi decenni dell’enologia italiana, pioniere della viticoltura biologica e grande esperto di biodinamica.
Un percorso che ha attraversato l’Italia da nord a sud facendo tappa in Campania, nel cuore dell’Irpinia con l’azienda Fonzone Caccese.
Su un colle di circa trenta ettari, nelle campagne di Paternopoli, in provincia di Avellino, all’interno della DOCG Taurasi, sorge una moderna cantina che domina un paesaggio mozzafiato scandito da vigneti di Aglianico, Falanghina, Fiano d’Avellino e Greco di Tufo. Una cantina a gestione familiare con l’obiettivo di valorizzare le varietà autoctone producendo vini sartoriali che raccontano nel bicchiere l’amore e il rispetto per il territorio, ma anche il valore dell’appartenenza ad una grande famiglia che condivide da sempre la passione per una viticoltura di precisione, finalizzata ad una produzione di altissima qualità.
Storia e territorio
Fondata nel 2005 da Lorenzo Fonzone Caccese, medico chirurgo con la passione per il vino, sin da subito l’azienda ha deciso di sposare un approccio sostenibile e di alto livello, assecondando i ritmi di madre natura e preservando la biodiversità. Oggi, la nuova generazione della famiglia Fonzone Caccese, rappresentata dai figli e dalle rispettive mogli, ha raccolto il testimone dimostrando di proseguire quel cammino alla ricerca dell’eccellenza avviato dal fondatore.
Il colle su cui sorge la cantina si colloca nella sottozona “Campi Taurasini” e i vigneti si estendono sui due versanti dell’altura, beneficiando di molteplici esposizioni e di un’altitudine che varia dai 360 m ai 430 m/slm. La collina comprende sia suoli argilloso calcarei che suoli a tessiture più sciolte, di chiara origine sedimentaria, ed è circondata da due torrenti che ne influenzano il microclima caratterizzato da forti escursioni termiche tra il giorno e la notte. Inoltre, data la vicinanza in linea d’aria con il Vesuvio, nel sottosuolo è presente polvere vulcanica, deposito delle eruzioni avvenute nel corso dei secoli. La tenuta si completa con i vigneti situati a San Potito Ultra, Parolise, Altavilla Irpina e Montefusco con altitudini che, in alcuni casi, raggiungono fino ai 650 sul livello del mare.
La filosofia produttiva
Sostenibilità durante tutto il processo produttivo, è questa la base della filosofia produttiva dalla vigna alla cantina. L’attività dell’azienda si concentra nella direzione di una viticoltura sostenibile, valutando e minimizzando l’impatto di tutte le pratiche agricole ed enologiche messe in atto ed avendo come obiettivo principale la salvaguardia dell’ambiente e la salute dei consumatori.
Nei vigneti non vengono utilizzati diserbanti e la difesa fitopatologica è in accordo con i criteri di lotta integrata. Il suolo viene trattato solo con concimi organici e sovesci e la potatura mira al rispetto della pianta e ad un carico di produzione molto basso per migliorare la qualità delle uve. Per favorire il più possibile la biodiversità, lo spazio interfilare è gestito con la tecnica dell’inerbimento di piante spontanee. L’equilibrio tra leguminose, graminacee ed altre specie è regolato con gli sfalci, e nelle aree di bordura sono state piantate essenze erbacee per offrire l’habitat ideale agli insetti impollinatori, piante che danno agli insetti “buoni” gli alimenti giusti così da renderli capaci di combattere gli insetti dannosi.
L’azienda, che nel giro di pochi anni otterrà la certificazione biologica, è il linea quindi con quello che è il filo conduttore che lega le realtà seguite da Luca D’Attoma, un approccio etico in vigna e in cantina, vini che provengono da una filiera più snella e meno invasiva e rispettosa dell’ambiente, che valorizzano le caratteristiche dei vitigni e le peculiarità delle condizioni geoclimatiche, vini che in fin dei conti risultano essere più genuini, sinceri e buoni.
Oggi l’azienda produce 8 vini monovarietali, che valorizzano le caratteristiche straordinarie dei vitigni simbolo dell’Irpinia, ma a breve arriveranno alcune interessanti novità per la Cantina Fonzone quindi mi raccomando non perdiamola di vista!
Cantina Fonzone Caccese: famiglia, sostenibilità e qualità
A cura di Giuseppe Petronio
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7 Novembre, 2022
Un viaggio lungo un secolo di tradizioni: Casale Vallechiesa
Un viaggio lungo un secolo di tradizioni che inizia cosi:
“Siamo cresciuti in una famiglia nata con il vino, la vite e la viticultura ”
Con questa frase di Cristina Piergiovanni, moglie di Aristide Gasperini, iniziamo il nostro viaggio nella storia, nei racconti antichi e perché no, in qualche leggenda di Casale Vallechiesa.
Il nostro percorso comincia proprio con il ricordo di un mestiere, ad oggi, ormai scomparso. Un mestiere che i nostri nonni ci hanno raccontato sempre con sorrisi ed entusiasmo: Il carrettiere a vino.
Ci torna alla mente quel carretto legato alla fatica benevola e a quei sacrifici fatti per portare il vino ogni giorno nella meta più ambita di quei tempi: la grande Capitale. Molti allora erano i carrettieri del vino ed uno tra tanti fu proprio Aristide Gasperini Padre.
“Chi ha una storia di famiglia alle spalle ha molto da ricordare e raccontare. Noi proviamo a spiegare cosa è stato in passato il vino e cos’è, per noi, tutt’ora. Una volta si faceva solo il vino sfuso, si portava con i carretti e non con le bottiglie. Ci sono molte storie dell’epoca. Ad esempio mio suocero mi raccontava che partendo con il carretto a notte fonda per arrivare a Roma, portava con sé soltanto un cagnolino per compagnia. Come oggi invece accade a mio marito con la compagnia di una volpe tra i filari. Poi, durante il tragitto per Roma, c’era anche tanta paura di essere assaliti dai briganti che potevano rubare il carico di vino, arrecando danni economici. C’è un mondo dietro al vino, c’è poesia”.
Una tradizione familiare di oltre 130 anni
Nel ‘800, prima la famiglia Gasperini dalle Marche, da sempre viticoltori e commercianti, poi la famiglia Piergiovanni dall’Abruzzo, per vicissitudini e cambiamenti, si trasferirono nei Castelli Romani per lavorare a Roma, poiché vista come la grande meta per chi a quell’epoca ovviamente abitava in piccoli paesi. Arrivati in questo territorio, i Gasperini iniziarono a coltivare la vite, a produrre il loro vino e a commercializzarlo come si faceva in quel periodo, trasportandolo e vendendolo a Roma proprio con il carretto. A tal proposito, ci sono documenti storici risalenti agli inizi dell’800 che attestano il mestiere di carrettiere a vino registrato con il nome del suocero. Negli anni ’90, nella zona “Via Casale Vallechiesa”, a Frascati, in provincia di Roma, la Famiglia Gasperini acquista la proprietà, ristrutturata in parte già nel 1800, anticamente a funzione di chiesa e in seguito di scuola. La ristrutturazione venne continuata negli anni seguenti, acquistando anche vari terreni intorno. Il nome Casale Vallechiesa nasce proprio dal nome della via. Ad oggi, l’Azienda ha 5 ettari di proprietà e 14 in conduzione, tutti circoscritti al Casale. Cristina ci racconta che gli amici del suocero ad oggi, non potendo più lavorare le vigne, hanno concesso ad Aristide di coltivare e utilizzare le uve per i propri vini.
La nascita della vite su un’antica strada romana
Siamo a quasi 300 metri di altitudine, con una bella ventilazione ed una bella pendenza. Intorno a noi ammiriamo vari tipi di vigneti, rigogliosi ed imponenti lungo le pendici delle colline circostanti che si estendono fino alle porte di Roma, in località Pietra Porcia.
Da un lato abbiamo la sensibile ma corposa Malvasia puntinata seguita dalla resistente Malvasia di Candia; il Viognier da una parte, accompagnato da filari di Trebbiano, Bombino, Bellone e pochi filari di Greco che vanno a comporre il blend Frascati DOC.
Come protagonisti dal lato opposto abbiamo il Montepulciano, il Cesanese ed infine, un po’ di Syrah.
La filosofia aziendale che la famiglia, ad oggi, porta avanti per quanto riguarda alcuni vitigni, è quella di lavorarli in purezza solo se l’annata è ottimale, come ad esempio il bombino in purezza oppure la Riserva del Frascati Superiore DOCG .
L’ ecosostenibilità è un altro punto di forza e la certificazione arriverà sulle bottiglie dal prossimo anno. Gli interventi in vigna sono minimi e naturali, vengono utilizzati composti organici e piantato il favino, tra i filari, per apporto proteico delle piante.
Cristina ci tiene a sottolineare anche che quest’anno la stagione è stata talmente calda che non c’è stato quasi bisogno di far nulla per aiutare i vigneti e i pochi interventi effettuati sono stati zolfo e rame sempre in quantità assolutamente contenuta.
Composizione dei suoli
Vediamo proprio con i nostri occhi le differenze di composizione dei terreni: una parte dei vigneti è coltivata su terreni sabbiosi e tufacei di colore arancione; l’altra parte dei filari su terreni argillosi e basaltici originati dalle varie colate laviche del nostro vulcano laziale.
“Abbiamo di tutto e con varie esposizioni al sole. Tutto è diverso qui. C’è diversità nel terreno, nel microclima che cambia da collina a collina, situate in posizioni differenti, dalla lavorazione diversa dei vari vigneti, fino ad arrivare in cantina. E tutto questo ci rende unici. Dobbiamo avere un’identità e la nostra è proprio questa”.
Guardandoci intorno, ci accorgiamo di essere circondate da tanti muretti a secco e di camminare su quella che anticamente era una vera e propria strada romana, percorsa da più e più persone che, facendo delle vere e proprie processioni, arrivavano in quella chiesa lontana situata dove oggi si trova la cantina. Cristina infatti ci racconta che fu proprio il marito a recuperare tutti i sassi e a ricreare alcuni di questi muretti. I nomi delle vie non sono mai dati a caso, sono sempre legati a qualcosa e si intersecano tra di loro da tempi immemori. Qui, nulla è per caso.
“Avevamo una vigna di tantissimi anni, abbiamo dovuto, a malincuore, toglierla poiché il terreno era dismesso, franato e sparpagliate tutte intorno c’erano varie pietre laviche di queste strade. Abbiamo dovuto purtroppo, lavorare molto sul terreno dismesso ma ad oggi siamo riusciti, a ricostruire quello che era andato distrutto ed a proteggere ciò che per noi è anche la nostra storia”.
Ritrovamenti antichi
Camminiamo e troviamo sotto i nostri piedi alcune parti dell’antica strada romana, della sorgente d’acqua ancora in funzione ristrutturata per utilizzare l’acqua potabile in vari modi e varie grotte, di cui una impiegata per l’affinamento del primo metodo classico di Malvasia Puntinata o del Lazio in purezza che a seguito di varie sboccature, con ogni probabilità e studi uscirà dai 36 mesi in poi sui lieviti.
Continuando il nostro viaggio, percorrendo queste strade, ci rendiamo conto dei tanti anni di storia di questo luogo, degli antichi racconti narrati e dei personaggi che hanno lasciato segni ed impronte di una cultura che ci sembra, ad oggi, così lontana.
UNA GRANDE QUERCIA COME CUSTODE
Accanto alla cisterna romana, troviamo un’imponente e suntuosa quercia secolare, con una sorprendente storia alle spalle, affiancata da una più piccola.
Anticamente, quando le donne percorrevano questa strada per lavorare la vigna, venivano spaventate da un serpente dotato di orecchie, il quale arrotolandosi, si arrampicava intorno alla quercia più grande. Trattasi dell’aspide sordo.
La leggenda narra che questo aspide avesse la sua tana proprio su questa quercia magnifica e che, per questo motivo proteggeva la sua tana e l’antica cisterna romana chiamata “cava di Santa Croce”.
Ad oggi, la Famiglia Gasperini ha voluto omaggiare la grande quercia, riportando sull’etichetta della linea “Caspide”, gli anelli del suo tronco, a testimonianza dei suoi tanti anni, e nel retro la storia dell’aspide sordo.
Ammirando sotto la luce le due querce, ci sembra quasi di poter immaginare una madre ed una figlia che proteggono la loro terra, il loro terreno.
Proprio in questo punto, ci soffermiamo un momento a riflettere e a guardare intorno il panorama, fantasticando subito su imponenti degustazioni, fatte all’ombra di queste due querce, con il loro abbraccio caloroso e protettivo e la dolce brezza di un vento primaverile.
“Abbiamo fatto di tutto per mantenere l’autenticità del luogo”
VINO E MARKETING
“Da sempre noi crediamo che il vino debba avere una territorialità e che, quest’ultima debba essere raccontata bene. Il cliente deve capire l’identità di quel vino e poi ,in seguito a questo, acquistarlo se piace. Il mondo del marketing molto spesso questo lo dimentica”
Qui ci troviamo molto d’accordo con le parole di Cristina: il vino si deve trasmettere, spiegare e narrare. Abbiamo il dovere di farlo con emozione, passione e dedizione, soprattutto quello dei Castelli Romani poiché, chiunque lo rappresenti ha il dovere di provare ad eliminare l’etichetta vino di quantità e non di qualità che ancora ad oggi si porta. Come filosofia aziendale hanno abbracciato il fatto di voler creare tipologie diverse di vini, una più identitaria e di nicchia ed una più semplice, di facile beva ed a prezzi contenuti mirata alla GDO. Proprio per questo motivo hanno creato la LINEA CASPIDE vendendola, ad oggi, molto all’estero ma che in futuro troveremo anche nella GDO.
Per l’affinamento dei loro vini, non prediligono passaggi estremi in legno per evitare la troppa cessione di aromi vanigliati, cercando di valorizzare ed esaltare invece i profumi del vitigno con una leggera tostatura sopra. Per i rossi utilizzano barriques o tonneaux di 2 e 3 passaggio per 5/6 mesi e per alcuni dei loro bianchi, come il Cannellino, la barrique e, per la Riserva, il tonneau.
”Il Cannellino passito me lo tengo stretto, è una particolarità, pochissime rese, grande qualità. Una piccola chicca “
Per l’ HEREDIO, un blend di Malvasia del Lazio, Greco e Bombino, si è evidenziata questa parola con caratteri più grandi in etichetta anziché Frascati Superiore DOCG, poiché si è voluto dare importanza all’identità del nome piuttosto che alla Denominazione, ovvero dare un nome ad un vino per riconoscerlo in mezzo a mille così da renderlo più identitario. Un possibile acquirente deve voler comprare il Frascati di Casale Vallechiesa perché ama i suoi sentori, crede in questa filosofia e perché non pone la sua attenzione soltanto al costo.
Intervista a Bruno Gasperini: Blockchain e Metaverso
Intervistiamo il figlio di Cristina, Bruno Gasperini, General Manager di Casale Vallechiesa e Delegato dell’Associazione Città del Vino del Comune di Frascati che ci racconta:
“Tutto deve essere tracciato e rintracciabile, iniziando dalla vigna fino alla macchina per l’imbottigliamento; questo dà una sicurezza differente. Il nostro progetto in anteprima è quello di tracciare tutta quanta la filiera con la blockchain che ci porterà ad avere una trasparenza totale con il cliente, su tutto”
Essenzialmente il lavoro è quello di inserire dei chip in etichetta che avranno il compito di fornire al consumatore finale tutti i dati sulla storia della bottiglia di vino, cominciando dalla mappatura del grappolo di uva in vigna, alle mani dell’uomo che l’ha raccolta, l’orario, il giorno, l’imbottigliamento e il viaggio finale. I Focus primari sono tre al momento: tracciabilità, sostenibilità e l’internazionalizzazione. Poi in futuro si punterà anche all’ospitalità incrementando le camere.
Al momento tre sono le modalità di degustazione:
L’EARLY TASTING ovvero la degustazione- aperitivo, la WINE EXPERIENCE, quella più complessa con il tour della cantina, dei vigneti e la degustazione ed infine il LUNCH IN THE WINERY con il pranzo completo. Ovviamente fanno anche eventi privati tramite la collaborazione di un catering.
Bruno continua a raccontarci che per quanto riguarda la sostenibilità, in fase di conversione al biologico, verranno certificati non solo i vigneti, ma anche tutto l’assetto aziendale.
Seguendo il progetto della Blockchain, ci saranno dei sensori in vigna che, automaticamente, andranno a sostituire l’intervento umano, e daranno risultati in tempo reale. Questo porterà a far mutare il mondo delle certificazioni.
Tutto questo porterà alla partecipazione ad un club privato che con un’identità digitale darà l’accesso alle degustazioni, alla futura sboccatura o ai diversi passaggi di produzione dello spumante, ritirandolo per esempio quando sarà pronto tra 36 mesi direttamente in azienda o rivendendo il certificato così da non alterare l’autenticità della bottiglia.
Questo in futuro potrà essere integrato anche con il distributore, poiché, tramite sempre il Chip si potranno rilevare tutti i problemi relativi alla filiera produttiva come anche alla distribuzione.
“Noi saremo quasi sicuramente i primi a farla, fummo i primi nel Lazio e terzi in Italia anche a progettare un NFT con la linea del Metodo Classico, creandone un utilizzo funzionale, legato al certificato digitale dando autenticità al nostro spumante”
Per quanto riguarda l’estero, il consumatore internazionale pone molta attenzione sulla tracciabilità e sostenibilità del prodotto italiano, perché vuole avere la certezza di acquistare il vero Made in Italy. Il progetto della Blockchain aiuta, in questo senso, a raggiungere proprio questi obiettivi.
Il prossimo passo per l’Azienda sarà utilizzare il Metaverso ovvero questo spazio virtuale all’interno del quale vivere esperienze, incontrare altri utenti e creare qualsiasi cosa come per esempio partecipare alle fiere internazionali, spedendo i propri campioni. Il progetto effettivo sarà creare una cantina nel Metaverso. Sarà un investimento del futuro.
La qualità richiede tempo: la degustazione
Per noi che amiamo questo vitigno, è stato un grande piacere fare un confronto sulle due ultime annate. Il Viognier, vinificato in purezza, ha trovato sul nostro territorio laziale la sua massima espressione, grazie al clima caldo e ai nostri suoli vulcanici ricchi di minerali.
Dopo la vendemmia manuale, le uve portate in cantina e diraspate subiscono una criomacerazione per 36 ore a bassa temperatura. Fermentazione a temperatura controllata e affinamento in acciaio per quattro mesi e tre mesi in bottiglia prima dell’uscita.
Primo calice “GIOVIN RE” Viognier IGP 2021
Assaggiamo con curiosità l’ultima annata più calda della precedente e la prima sensazione che ci colpisce al naso è questa leggera pietra focaia nascosta da una vellutata acidità e profumi di albicocca e fiori di camomilla. Un vino ancora giovane ma con un sorprendente corpo e una bella sapidità dovuta al suo terreno vulcanico. Un palato fresco, vivace, agrumato, con note di frutta esotica e ritorno alle note olfattive. A nostro avviso molto longevo.
Secondo calice “GIOVIN RE” Viognier IGP 2020
Questa 2020 è a dir poco sorprendente, con spiccate note balsamiche, sentori nitidi di pietra focaia e una spalla acida alta che accompagnerà questo Viognier lungo tutti i suoi migliori anni d’invecchiamento. Al palato avvertiamo piacevoli note di mandorla dolce e frutta secca. Grande evoluzione e longevità sono, dal nostro punto di vista, le sue caratteristiche primarie.
Terzo calice “HEREDIO” Frascati Superiore DOCG 2021
70% Malvasia del Lazio, 15% Greco e 15% Bombino Degustiamo un bel cavallo di battaglia nonché orgoglio di punta dell’Azienda. Olfattivamente ci incuriosisce e coinvolge questa esplosione di frutta e fiori, con evidenti note di camomilla e tanta balsamicità.
Al palato ritroviamo le stesse componenti olfattive con l’aggiunta di albicocca, rosmarino, salvia, note erbacee, macchia mediterranea. Un Frascati degno di nota, sapido e persistente, di media struttura con un finale piacevolmente agrumato.
Prolungata macerazione a freddo sulle bucce, affinamento in acciaio sulle fecce fini per quattro mesi; mentre la riserva affina in tonneau 5/6 mesi sulle fecce nobili e 6/8 in bottiglia.
Dalle parole di Bruno:
“Il vino deve essere ricordato. I nostri vini devono avere quell’identità che rimane impressa nella mente del consumatore. Solo così secondo me un cliente si conquista. Il nostro calice più identitario è sicuramente l’HEREDIO e la RISERVA. Si riconosce, ha personalità, ha territorialità.”
Quarto calice “ANIMA LIBERA” Malvasia Puntinata IGP 2019
Vino a fermentazione naturale e integrale delle uve con raspi e bucce per 10 gg, non criomacerazione ma solo macerazione di 10 gg e decantazione x filtrazione. Affinamento sui lieviti indigeni per 4 mesi in acciaio.
Un vino che vuole essere l’espressione naturale di questo terroir, originale e identitario, caratterizzato soprattutto dalla presenza di macchia mediterranea. Al palato ha un gusto pieno, di ottima struttura. Lo troviamo molto Intrigante!
“CANNELLINO” di Frascati DOCG VENDEMMIA TARDIVA 2020
80% Malvasia Puntinata, 10% Greco e 10% Bombino (200 bottiglie)
Rese molto basse per questo Cannellino con una vendemmia tardiva e un leggero appassimento in pianta. Imbottigliato da poco, ma già ricco di profumi come albicocca candita, agrumi canditi, miele, zenzero, fieno, muschio, terra bagnata. Degustandolo abbiamo questa dolce e fresca sensazione di canditi predominanti, note di erbe aromatiche e un retrogusto di caramella mou.
Macerazione a freddo sulle bucce e affinamento, come da tradizione, 5/6 mesi in caratelli di legno.
Visitando anche il loro punto vendita ci rendiamo conto che la produzione qui non è soltanto del loro eccellente vino, ma anche di marmellate, olio, una passata di pomodoro selezionata e premiata dal gambero rosso e sott’oli.
Un grande ringraziamento a Cristina Piergiovanni e alla sua Famiglia per averci ospitato nella loro Cantina, regalandoci una visita indimenticabile in una giornata calda e soleggiata.
A conclusione di questa intensa giornata, Vi lasciamo con le parole di Bruno Gasperini:
“Noi abbiamo una storia, quella non ce la toglierà mai nessuno, abbiamo una bella azienda e molte volte si deve puntare su quello che si ha, sui propri punti di forza. Il nostro è sicuramente la nostra antica storia, partendo dai nostri nonni”.
Noi ci sentiamo di aggiungere:
“Historia magistra vitae – la storia è maestra di vita”
Ilaria Castagna e Cristina Santini
Partners in Wine
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4 Novembre, 2022
Lu Colbu, la Gallura, la Sardegna: il Cannonau di mare.
Lu Colbu, la Gallura, la Sardegna: il Cannonau di mare.
Cosa è una favola se non una proiezione dei nostri desideri?
Ce le leggevano i genitori da piccoli. Le ascoltavamo dai nostri nonni. E noi li a sognare e a sperare che prima o poi, qualcosa del genere ci sarebbe capitato.
Così, quando da adulti ci capita di andare in vacanza in posti meravigliosi, angoli paradisiaci del pianeta, ce ne innamoriamo perdutamente. È lì che sogniamo di ritirarci a vita privata fosse anche per una fuga di pochi giorni. Anche se poi però si torna alla realtà e tutto si dimentica.
Ecco, questo capita alle persone normali. Non ai visionari. A quelle persone che vedono il futuro e hanno la pazienza di aspettare.
Dieci anni fa in Costa Paradiso, un luogo incantato a pochi km da Sassari, due brianzoli si innamorano non solo del mare ma di questa meravigliosa terra con i vigneti che si affacciano sul mare. Sanno poco di come si fa il vino ma decidono comunque di comprare un po’ di terra per produrre Cannonau e Vermentino, i mostri sacri della Gallura. Un hobby certo, perché la vita è altrove mentre qui, in Sardegna, ci si viene solo in estate. È una scommessa, un gioco. O forse una vera visione.
Devono affidarsi a qualcuno e trovano, quasi per caso, Alessandro Oggiano. Non è che pure lui ne sappia tanto di vigne, di tecniche di cantina e di tutto ciò che serve per produrre vini di qualità. Certo, lavora nel campo dell’agricoltura perché vende prodotti ad essa dedicati con particolare attenzione alla vigna, ma di esperienza, poca. Alessandro ha in sé una dote, spesso tipica dei sardi: la determinazione.
Alessandro sa che la sua missione non è solo quella di produrre vino. Vuole, deve produrre qualcosa di speciale. Eccellente. Sa, Alessandro lo sa, che per arrivare ad ottenere qualcosa di eccezionale, deve faticare e tanto. Lu Colbu è l’azienda e Alessandro il suo interprete.
Ha dalla sua un terreno magnifico con l’esposizione verso il mare. Il sole qui c’è e si fa sentire, ma quello che più rende unica la Gallura è il vento e la terra. Il vento, le brezze, arrivano dal mare carichi di sale e donano alle piante non solo mineralità ma anche salubrità. Un suolo granitico con la sabbia in superficie. Insomma c’è tutto per produrre ottimi vini. Anzi, eccellenti. Cosa si può produrre se non Vermentino di Gallura e Cannonau?
Già, ma, come dice Alessandro, il Vermentino è facile. Lo è perché siamo in Gallura e qui il Vermentino rappresenta la unica DOCG della Sardegna. È facile perché in estate tutti i ristoranti della zona se lo contendono. E il Cannonau? Ecco, quello è difficile perché particolare, che sa di terra e chi viene qui in estate vuole solo mare.
Non ci dorme la notte Alessandro e il vigneto diventa la sua missione. Lo cura come fosse un essere vivente sapendo che può contare solo sull’aiuto del mare. Proprio grazie al mare riesce a portare in vigna pochi trattamenti (nessuno chimico) e tanto amore.
Con Alessandro parliamo del suo Cannonau Ruju e decidiamo di assaggiarne due di due annate diverse: 2019 e 2021. E il 2020? No, quello non lo abbiamo prodotto mi dice Alessandro. Non mi piaceva.
Io sono fatto così continua. Quando una cosa non mi piace glielo dico e meno male che mi stanno a sentire. Pensa che una volta sono venuti in vigna i proprietari e hanno trovato a terra i grappoli che avevo reciso per donare più qualità in pianta. Sono rimasti sbalorditi e allora ho detto: dobbiamo decidere se fare dieci kg di uva che valgono dieci euro o un kg di uva che vale dieci euro. Mi hanno detto di fare come credessi.
La testardaggine e la determinazione di Alessandro sta tutta qui. Tutta nel suo modo sardo di dire, vedere, fare le cose. Perché in fondo la vigna l’ha impiantata lui dieci anni fa e da dieci anni se la cura. Quasi le parla.
Dicevamo del Cannonau. Voglio assaggiare prima il 2021. Mi piace anche se è giovane ma lo sapevamo. Ha gli odori di frutta nera e rossa non ancora matura. Ha la macchia mediterranea di un mattino di primavera. Ha i tannini presenti e ampi ma non aggressivi anche se si sente che deve evolversi ancora. Non fa barrique ed è giusto che sia così. Solo in questo modo la macchia mediterranea, i frutti neri e rossi, la mineralità si esaltano. È un vino da aspettare anche se puoi berlo già così.
Poi arriva il 2019 ed è un’altra musica. Qui i tannini cominciano ad arrotondarsi, il gusto, così come gli odori, diventano più rotondi. Mai banali. Mai civettuoli. Sempre mantenendo l’impronta sarda, dura ma carezzevole. Qui la frutta è più matura e la macchia mediterranea ricorda quella dei pomeriggi estivi. La persistenza è importante e ci piace che sia così perché in bocca è poesia. Tutta la Sardegna è in questi vini. La cosa che più rilassa Alessandro è quando gli dico che in questi due vini vedo una sola cantina. Vedo, sento, tocco con mano il lavoro, l’attesa, la determinazione, la caparbietà di una azienda che lui, in questo momento, rappresenta con me. C’è una impronta.
Lo vedo sorridere e rilassarsi come un bambino che ha appena passato un esame. Questo gli interessava sentire. L’ho colto e l’ho detto ma non certo perché voleva sentirselo dire. È bellissimo, entusiasmante, unico quando in vini diversi, di diverse annate trovi una impronta. Trovi il dna di una azienda negli odori e soprattutto nel gusto. Una evoluzione di un lavoro.
Le vigne hanno solo dieci anni. Giovani, troppo giovani. Se questo è l’inizio allora ciò che ho bevuto è un miracolo. O solo frutto di amore e duro lavoro. Sono certo che sentiremo parlare di Lu Colbu. Fino ad allora dovremo solo sentirne parlare perché se si vogliono bere i loro vini, sia esso il Vermentino, sia esso il Cannonau, occorre farlo in Sardegna (o nella brianza…) perché la distribuzione è limitata. Alla Sardegna. Quasi come se si trattasse di vini di lusso la cui introvabilità diventa vanto, ragione di essere.
Alessandro sorride. È rilassato. Lo sa in cuor suo di aver fatto un buon lavoro. Ma non si accontenta né si rilassa. La strada è lunga e lui vuole percorrerla tutta.
Vai Alessandro. Non ti fermare!
Ivan Vellucci
@ivan_1969
https://youtu.be/RakajXgmc-E
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3 Novembre, 2022
Poderi Luigi Einaudi celebra i 125 anni dalla fondazione
Parlare di Poderi Luigi Einaudi rappresenta l’occasione per ricordare la grande storia di una famiglia oltre ad essere l’occasione di parlare dei loro pregiati vini piemontesi.
Einaudi è un cognome che tutti noi conosciamo ed evoca il forte legame con che la famiglia ha con la storia della politica – Luigi Einaudi fu infatti il secondo Presidente della Repubblica Italiana, il primo ad essere eletto dal Parlamento italiano, membro dell’Assemblea Costituente del nostro Paese e governatore della Banca d’Italia – con la cultura – uno dei tre figli di Luigi, Giulio, fondò la famosa omonima Casa Editrice – e quello con la musica – Ludovico, nipote di Luigi, è un compositore e pianista di fama mondiale.
Dalla nascita ai nostri giorni
L’attività agricola nacque grazie all’iniziativa di Luigi che nel 1897 a Dogliani, un piccolo borgo il cui nome oggi è sinonimo della Docg che ha dato lustro al Dolcetto prodotto in questa terra, compra la tenuta di San Giacomo, una villa settecentesca attorniata da vigne ancora oggi residenza privata della famiglia che accoglie lo studio del Presidente, rimasto intatto nel tempo con tutto il suo fascino.
Si racconta che Luigi Einaudi non mancò mai una vendemmia, anche nei lunghi anni che trascorse a Roma per onorare tutti gli impegni istituzionali. Dopo di lui, si occupò dell’azienda il secondogenito Roberto, nato proprio a Dogliani, nella Cascina di San Giacomo. Ingegnere meccanico, avviò una promettente carriera nella siderurgia come imprenditore, dedicandosi in parallelo alla sua amata terra con impegno ed energia, fu sempre un riferimento per la famiglia e l’azienda e motore del suo rinnovamento. Alla fine degli anni ‘80 Paola, figlia di Roberto, decise di prendere in gestione i Poderi, testimone poi passato successivamente al figlio, arrivando oggi alla quarta generazione della famiglia rappresentata da Matteo Sardagna Einaudi.
A lui spetta il non facile compito di portare avanti il rispetto delle tradizioni di famiglia e, con coraggio e intuizione, dare nuova concretezza al valore di un nome già emblematico nel mondo enologico, seguendo un percorso di acquisizioni dei migliori Cru nei migliori territori, Barolo in primis, con l’obiettivo di valorizzarli il più possibile.
I Poderi contano attualmente 150 ettari di proprietà e diverse cascine. L’azienda, che tutt’ora mantiene a Dogliani il suo cuore storico, è cresciuta espandendosi e attraversando le Langhe in diagonale, raggiungendo Neive dopo aver toccato Barolo, Monforte d’Alba e Verduno, affiancando all’attività agricola anche l’ospitalità, con il Relais che rappresenta un’oasi di pace nel cuore del Piemonte avvalorata dalla presenza di una suggestiva piscina a forma di bottiglia bordolese davvero unica ed iconica.
125 anni di storia
Proprio quest’anno Poderi Luigi Einaudi celebra il 125° anniversario della fondazione dell’azienda, una ricorrenza importante che viene festeggiata con due vini iconici dell’azienda: Dogliani e Barolo.
Il Dogliani per l’occasione è stato reso protagonista insieme al linguaggio della musica: Ludovico Einaudi, cugino di Matteo, ha composto e dedicato a questo vino la sinfonia “Ascolta Dogliani” per rappresentare il viaggio emozionale nella storia dei Poderi e nella loro intima armonia.
Le note di Ludovico Einaudi sono racchiuse in un QR Code impresso su tutte le retro-etichette delle bottiglie di Dogliani e Dogliani Superiore Tecc. Calice in mano, ovunque, basterà inquadrare il codice con il cellulare per dare inizio alla musica e immergersi con tutti i sensi, udito compreso, nella magia di questo territorio e di questo vino.
Per il Barolo è stata invece pensata una nuova veste celebrativa: grazie alla passione di Matteo per l’arte contemporanea il nuovo Barolo Monvigliero è stato “vestito” per la sua prima annata in commercio da un’etichetta d’arte.
Frutto della valorizzazione di una recente acquisizione di un vigneto di Nebbiolo, di età circa 40 anni, posto ad una altitudine di 400 metri, esposta a sud, con radici in suoli profondi, ricchi di calcare e di gesso, caratteristiche morfologiche che garantiscono la produzione di vini di grande finezza, capaci di esprimere appieno quei capisaldi della filosofia aziendale che sono l’eleganza e l’armonia. La concomitanza dell’anniversario dei 125 anni e del debutto di Barolo Monvigliero, ha mosso il desiderio di creare una bottiglia speciale, da collezione, con una etichetta disegnata dall’artista mantovano di fama internazionale Stefano Arienti.
Dal suo tratto immaginifico è scaturito il profilo di un etereo cavallo, archetipo ma allo stesso tempo presenza fisica e, come tutto ai Poderi Einaudi, fortemente legato alla terra. L’opera in etichetta si intitola “Cavalli su colonne, omaggio a Giulio Romano (2021)” ed è stata creata dall’artista in 10 diverse declinazioni e sarà riprodotta sull’intera tiratura di 8500 bottiglie, mentre ad un’edizione limitata di sole 250 magnum sarà riservata una riproduzione numerata e autografata.
Oltre a questi grandi vini e solo per quest’anno, tutte le bottiglie del Langhe Nebbiolo e del Langhe Barbera saranno impreziosite da un bollino “125 anni” per ricordare l’anniversario.
Un grande modo per festeggiare con dei vini capaci di emozionare, fortemente legati al territorio e alla tradizione, impreziositi da elementi quali musica, cultura e arte che sanno renderli unici. Complimenti e auguri a questa nostra eccellenza italiana!
Poderi Luigi Einaudi celebra i 125 anni dalla fondazione
A cura di Giuseppe Petronio
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