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5 Gennaio, 2023

Giuseppe Floridia, il vino tra poesia e tecnologia

Il vino è poesia. Il vino è amore. Il vino è passione, sudore, preoccupazione, forza, tenacia. Il vino è vita. E se fosse anche “tecnologia”? Non ho detto chimica. Ho detto “tecnologia”. Giuseppe Floridia è un ingegnere elettronico e la Cantina Tuscania è sua. Cosa diavolo ci fa un ingegnere elettronico a produrre vino? Beh che c’entra, pure io che scrivo di vino sono ingegnere (aeronautico)! Avvicinare la tecnologia al vino fa paura. È come evocare un conciliabolo di streghe che girano la pozione magica dentro calderone. Eppure, eppure, se ci si approccia al vino in maniera laica si può capire come la tecnologia abbia lo scopo di aiutare l’uomo. Non sostituirlo. Non prevaricarlo ma “solo” rendendo evidente ciò che avviene nel processo enologico. Per poi intervenire. Prima che sorga il problema. Una volta, in una cantina di San Gimignano, chiesi ad un produttore che aveva adottato la mia tecnologia se il vino era venuto più buono. Lui mi rispose: no, è venuto uguale. Ma ho dormito la notte Ecco, sta tutta qui la filosofia di Giuseppe. La tecnologia non serve e non deve servire per fare il vino più buono ma ad aiutare i vignaioli a prevenire il problema. Perché altrimenti gli investimenti vanno in fumo. Giuseppe intuisce da giovane che qualcosa di tecnologico si può avere nel vino per supportare i produttori. Lo capisce già dagli anni 90 allorquando da giovane laureato inizia a lavorare nel settore. Vinicolo? No, biomedicale. Come biomedicale? Che c’entra ora il biomedicale con il vino? Nulla, proprio nulla ma questa era la prima vera passione di Giuseppe. Solo che appassionarsi al settore del vino diventa abbastanza facile per un toscano doc che vive in toscana e che comincia a fare dei lavoretti nel settore, così, tanto per arrotondare un po’. Avevo a che fare con i medici che per natura e professione devono essere distaccati. Lavorando nell’enologia vedevo un mondo fatto di passione. Un mondo contadino per il quale facevo attrezzature, le facevo pagare e diventavamo comunque amici. Mi regalavano bottiglie Spero non lo scrivi, ma c’era pure il tema delle ragazze Mi dice sottovoce ma con quella risata che ti coinvolge. Quando da giovani ci si presentava ad una ragazza la domanda che sempre usciva fuori era: di che ti occupi? Se le dicevi che eri nel biomedicale le facce diventavano interrogative. Con la risposta “nel settore del vino”, facevi subito colpo Insomma, facile essere stregato dal vino, dai luoghi unici dove sorgono le cantine, dalle persone del vino. Meno facile far svanire l’ingegnere che è in lui. Cosa questa che Giuseppe non vuole. Anzi, essere appassionato di tecnologia lo mantiene e lo esalta con la convinzione che la tecnologia può essere al servizio del vino. Una missione! Giuseppe ha sempre cercato un modo per fare il vino in maniera naturale. Semplice. Senza aggiungere nulla ma solo “controllando”, “gestendo” ciò che accade in cantina. “Un altro modo di essere naturale insomma”. Come il motto della sua Parsec ovvero l’azienda che si occupa di supportare le cantine di mezzo mondo nella gestione del processo enologico di cantina. Parsec? E ora cosa è questa? Non si era detto che Giuseppe gestisce la Cantina Tuscania? Facciamo un po’ di chiarezza. Giuseppe è metodico ma anche vulcanico. Perché quando parla del vino si esalta. L’ingegnere che è in lui lascia il passo all’uomo tanto preso dal vino da fargli cambiare vita: da ingegnere elettronico biomedicale a tecnologo al servizio dell’enologia a vignaiolo. Torna poi ad essere l’ingegnere che non può e non vuole nascondere quando parla con i grafici alla mano. Quando cita termini come “cinetica fermentativa” che farebbero strabuzzare gli occhi a tutti i sommelier del mondo. Due sono le realtà delle quali Giuseppe si occupa: la Parsec, società leader nel mondo per la produzione di sistemi di gestione del processo enologico; Cantina Tuscania per la produzione del vino (e mettere in pratica le sue soluzioni) nata come sperimentazione della zonazione del Chianti con le grandi cantine toscane. Quando parla Giuseppe non mi perdo. Forse perché pure io sono ingegnere. I suoi grafici sono abbastanza chiari (almeno per me). Le sue descrizioni sono da perfetto ingegnere che sembra eccitarsi quando spiega le dinamiche fermentative (“l’ossigeno gestito correttamente mi permette una regolarità di cinetica fermentativa”), il controllo della temperatura, la sua stratificazione. Non posso però che sorridere perché la mia mente già immagina la faccia del vignaiolo che guarda questo toscano gentile che parla una lingua di altro pianeta. La mia mente vaga ancora pensando a quante persone “non laiche” possano far storcere il naso le parole di Giuseppe. Specialmente quando parla di controllo degli aromi attraverso i sensori “perché devi far avvenire l’estrazione quando serve controllando le temperature”. Oppure “evito che il lievito vada in sofferenza non ammazzando gli aromi per via della riduzione ovvero della produzione di composti solforati”. Cantina Tuscania nasce dalla voglia di mettere in pratica le tecniche enologiche, di capire quali sono i vitigni migliori nelle differenti zone. È il 2008 e Giuseppe offre le tue tecnologie ai grandi del vino italiano e non solo. Che non se ne separano più. Giuseppe e le sue tecnologie sono nascoste, insite nei contenitori in acciaio e anche nelle barrique. Ma ci sono. Non sostituiscono l’uomo ma ci sono. Giuseppe rileva la Cantina nel 2015 con l’obiettivo di ottenere il miglior vino possibile dai vitigni che ha a disposizione. Lo fa con grande umiltà adesso che si è superato il concetto che il vino si fa, solo, con la poesia. “Però la poesia ci vuole perché senza poesia il tutto diventa più complicato”. 3500 bottiglie (“non ne vogliamo fare di più”) e la riscoperta di vitigni dimenticati come Fogliatonda e Pugnitello. Grande attenzione alla pulizia e alla qualità dei processi. L’ingegnere…. Una sola grande, unica convinzione: ancora c’è tanto da scoprire e forse non si scoprirà mai. Questo è il bello. Chiudo la chiaccherata con una domanda provocatoria che però non riesce a creare il minimo turbamento in Giuseppe a dimostrare ancor di più la sua solidità ma soprattutto l’orgoglio di aver creato qualcosa che rende una azienda italiana leader nel mondo. “Saresti in grado di migliorare vini fantastici come ad esempio un Romanée Conti o un Petrus?” Sono nostri clienti per l’ossigenazione. Penso che abbiamo contribuito a migliorare il prodotto Come si fa a non ammirare e voler bene ad una persona così ed ad essere orgogliosi di averla conosciuta? Ah dimenticavo. I suoi vini. Tre produzioni. Un Chianti, un Chianti Riserva e un Rosso. Già dalle etichette mi affascinano (“Sono appassionato di Tecnologia, vino e arte” mi confessa Giuseppe). Sono vere opere d’arte. Appena le assaggio, le pubblico sulla mia pagina Instagram. Stay tuned.   Ivan Vellucci Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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30 Dicembre, 2022

Bastian Cuntrari, due ragazzi e la loro passione

Il territorio è questo. La Valtellina è muro È la prima cosa che mi dice Michele facendomi vedere i terreni sui quali sorgono i suoi vigneti. Quando li guardi da sotto capisci perché si definisca “eroica” questo tipo di viticoltura. Siamo alle pendici delle Alpi che si affacciano sull’Adda. Qui sorgono i vigneti. Relegati da tempo, lontano dal fiume. Perché i terreni prossimi alle rive dovevano servire per le coltivazioni di prima necessità così che gli unici luoghi possibili per il vino diventavano i terrazzamenti. Difficili, impervi ma allo stesso tempo generosi grazie all’esposizione, alla composizione dei terreni, ai salti di temperatura tra giorno e notte. Terrazzamenti che diventavano veri e propri orti, utili per produrre qualcosa per la famiglia: ortaggi e vino. Piccoli pezzi di terreno ad uso personale rimasti tali fino a quando ce ne è stato bisogno. Da lì in poi, la vite e il Nebbiolo della Valtellina, la Chiavennasca. Michele 33 anni, Patrick 36. Michele che già lavora in vigna e Patrick che scopre una realtà della quale rimane affascinato. Due amici che si ritrovano a condividere la stessa passione e che gettano il cuore oltre l’ostacolo. Coraggio e incoscienza di due ragazzini (era il 2015!) che senza soldi e con molti sogni vanno in cerca di terreni, terrazze, sulle quali iniziare la loro personale avventura. Bastian Cuntrari. “I so stuf”. Questo si sentivano dire da qualche vecchio vignaiolo, stufo di lavorare, stufo di andare su e giù per le terrazze. Facendo tutto a mano, senza macchinari, senza sosta. Logora, sì che logora questa vita. Ma proprio quelli erano i terreni che facevano al caso loro. In fondo di forza e volontà, Michele e Patrick ne hanno da vendere. Michele ha la testa sulle spalle. Posato, calmo, umile. Sa quello che vuole ma sa che ci vuole tempo per averlo. Non ha paura di lavorare, di sporcarsi le mani. Mette in file le cose come se fossero tanti mattoncini. I pensieri, le preoccupazioni. Le ansie, le gioie. Sempre uno dietro l’altro. Con pacatezza. Non ha bisogno di niente altro che non sia la terra e la vite. Nel cuore del Grumello e un pezzettino di Sassella, nel 2016 nasce il primo vino, Valtellina Superiore. Non c’era tanta vigna per fare i vini e l’unico modo per uscire era un blend al 50% delle due vigne Costretti a vendere l’uva per racimolare un po’ di soldi utili per l’acquisto delle attrezzature. Così si comincia. Senza soldi, senza aiuti esterni. Possono contare solo su loro stessi. Sulle loro braccia. Sul loro entusiasmo. Il vino puoi farlo con tutto e con niente Ma le attrezzature servono per elevare la qualità e questi due ragazzi lo sanno. Ci credono e preferiscono investire piuttosto che portare a casa i soldi. Rispetto per la terra. Rispetto per la natura. Perché la terra è il loro sostentamento e va rispettata. La concimazione la facciamo con le stalle. Cerchiamo quelle che hanno il letame. Poi, ti arrangi, con la carriola e la forca Come fai a non voler bene a questi due ragazzi? A due persone così semplici, senza grilli per la testa? Adesso abbiamo tre ettari e mezzo di vigne: un ettaro e mezzo di Grumello, uno di Sassella, uno di Inferno Due soli vini. Perché questo riescono a fare. Senza enologo. Senza cooperative. Potendo contare solo della loro forza. Solo delle loro braccia. 6000 bottiglie e il sogno di arrivare a 15000. Questo è il numero che Michele e Patrick sanno di poter gestire. Da soli. Sì, da soli. Perché sono solo loro due e solo loro due vogliono rimanere. È una questione di orgoglio, di controllo dei processi. Ma anche e soprattutto di grande realismo e pragmatismo. Due ragazzi con la testa sulle spalle davvero. Se non riesci a vendere quelle quantità è meglio che chiudi perché vuol dire che non sei capace di lavorare Cosa vuoi dirgli? I vini dunque. Un Valtellina Superiore con 100% Sassella da vigneti a 500metri di altezza. Due anni di legno e uno di bottiglia. Importante e carico come serve in queste zone. Con il freddo. Con il formaggio o la cacciagione. Click qu per la mia recensione. Siamo andati a cercare (quante prove abbiamo fatto e quanti fallimenti) legno con zero tostatura per far emergere il territorio. Solo legno, senza materiali non naturali Un Grumello, Rosso di Valtellina. Non DOCG per avere un prodotto fresco e beverino ma con un solo anno di affinamento. Nasce dal lavorare loro stessi la vigna e dal conoscere il terreno. Non vogliono un vino pesante e decidono di raccogliere anticipatamente per dare freschezza e beva. Quando lo assaggio non posso che dargli ragione. Senti tutto il frutto croccante della valle. Un vino che puoi bere tutti i giorni. Che abbini facile non senza ricordare (e trovare nel bicchiere) quella magia che il lavoro di questi due ragazzi ti stanno offrendo nel bicchiere. Non hanno paura di produrre vini diversi per le annate diverse. Amano così tanto il proprio lavoro che non vogliono essere standard. Vogliono qualcosa che rappresenti il territorio, l’anno, le condizioni diverse. Ogni anno un vino diverso. Ogni stagione un vino che esprime ciò che è successo. Hanno capito che questa è la loro forza. Michele è pratico, attento. Ha sotto controllo tutti i costi. Li snocciola come se fossero granelli di un rosario. Il costo della bottiglia, quello dell’imbottigliamento, dell’etichetta. Non gli scappa nulla e questo fa capire quanto siano costretti a tener conto di ogni singolo aspetto. Per rimanere in piedi. Per sopravvivere. Siamo un discorso a parte. Siamo un po’ come essere sulla luna. Siamo l’unico pezzo di terra al mondo dove due scappati di casa riescono ad aprire una azienda da zero Ma perché il nome Bastian Cuntrari? Siamo l’unica azienda in Valtellina che coltiva tutto sulla sponda Retica ma la cantina sta sull’altra sponda. È l’unica cosa che ci siamo già trovati: la cantina di casa della mia bisnonna dove si tenevano salumi e formaggi. Avevamo prima la cantina che la vigna Ripeto ancora una volta: come si fa non voler bene a questi due ragazzi? Non voglio fare il moralista. Mi piacerebbe solo che mio figlio capisca quanto sia davvero difficile, ma anche possibile la vita. Quanto si possa partire da zero per poi trovare il proprio spazio nel mondo. Serve però fatica. Sudore. Forza di volontà. Anche nel “cercare” il letame e gestirlo accuratamente. Michele e Patrick, non solo vi auguro un gran bene, ma vorrei poteste essere di esempio. Per chi vuole emergere. Per chi vuole vivere del suo lavoro. Ivan Vellucci Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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29 Dicembre, 2022

A Natale puoi...

A Natale Puoi, non è solo una storica pubblicità ma è proprio un modo di vivere delle ultime settimane di Dicembre e degli inizi di Gennaio aspettando il giorno della Befana del nuovo anno. Regole da rispettare: A Natale Puoi Riprendere le vecchie tradizioni insieme ai più saggi o a chi ricorda i tempi passati, stare insieme a familiari e amici per riempire le case di calore e colori. Le cucine si trasformano in vere orchestre che compongono opere di ogni tipo per soddisfare pomposità di adulti e bambini, inondando le tavole di colori, bicchieri e piatti di ogni tipo. A Natale Puoi Bere, ma bere bene, noi di Winetales Magazine, proviamo a sorprendere noi stessi per poi cercare di trasmettere le stesse emozioni e sensazioni ed è per questo che vi parlerò di alcune delle cantine scelte. La vera fonte di ispirazione e conoscenza di quest’anno ci riporta ad una delle mie avventure che mi ha visto protagonista, in una giornata di Ottobre, dedicata, alla presentazione della “36esima guida Vini d’Italia del Gambero Rosso” che si è svolta a Roma, al Palazzo dei Congressi, tra convegni, premiazioni e degustazioni. Geniale la scelta della location, Il Palazzo dei Congressi,  oltre alla sua imperiale posizione dispone di un terrazzo che al tramonto si trasforma in una vera festa di ispirazione per le foto di blogger e giornalisti che agitano i bicchieri affinché sia lui, il “Vino”, protagonista premiato di quest’evento e che vuole raccontare di se. Una giornata dedicata al riconoscimento delle eccellenze italiane, provenienti da tutte le parti d’Italia, accompagnate dalla presenza dei produttori felici di poter raccontare delle loro eccellenze. Tante le cantine presenti e premiate ma selezionate in numero ridotto rispetto ai precedenti anni, “Abbiamo ritenuto di alzare leggermente l’asticella per tutelare il valore del riconoscimento, che continua ad avere un peso importante sul mercato”, concetto ribadito da  Giuseppe Carrus, Gianni Fabrizio e Marco Sabellico che trovate qui . Beh, non mi resta che elencare alcune delle etichette scelte per il mio Natale: TITOLO di Elena Fucci, il cui vino prende il nome dall’omonima contrada e dalla cantina chiamata Torre Titolo nel nord della Basilicata, immersa fra vigneti ed uliveti che custodisce gelosamente da quattro generazioni la storia della famiglia. Elena Fucci, nel 2000 ha deciso di far riemergere la cantina continuando e migliorando l’attività di famiglia iniziata negli anni ’60. Lettera C, di Pasini San Giovanni, la cui azienda è stata fondata nel 1958, oggi alla terza generazione di vignaioli, un’altra bellissima e unica realtà che porta questa azienda ad essere premiata per passione e costanza con la creazione di un vino  il cui colore è il “rosè di Valtènesi” che fa proprie la freschezza ed il temperamento degli acini di Groppello, determinando il suo carattere. Il Valtènesi può nascere solo sul Lago di Garda, grazie all’armonia sostenuta dal microclima unico delle colline affacciate al sorgere del sole. Madonna della Scoperta, azienda Perla del Garda, un Lugana Superiore Doc. Un’altra eccellenza in cantina con una filosofia unica: “Il Vino Nasce in Vigna”, dove saggezza e tradizione contadina sono i fondamentale di produzione. Anteprima Tonda, azienda  Antonelli San Marco, di cui abbiamo avuto il piacere di parlare in altre occasioni su Winetales. Il Trebbiano Spoletino è una varietà tipica del territorio che si estende tra Montefalco, Trevi e Spoleto. Ritroviamo un prodotto unico nella sua completezza, l’uso di anfore di terracotta e ceramica per una fermentazione spontanea e senza controllo della temperatura, la conduzione biologica della vigna e la lunga macerazione sulle bucce fanno del Trebbiano Spoletino Anteprima Tonda un vino che esprime il territorio in modo naturale. Mi fermo qui per il momento, e voi??? Quali chicche avete aperto in questi giorni di festa?!? Buone Feste da Winetales e mi raccomando, Bevete Bene! A cura di Elisa Pesco   https://www.youtube.com/watch?v=RakajXgmc-E
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28 Dicembre, 2022

Ti aspetto da Arunda

“Ti aspetto da Arunda”. Così è iniziato il mio primo Merano Wine Festival. Un appuntamento con una cara amica, Franca Bertani, è stato il punto di incontro che mi avrebbe poi fatto scoprire un mondo nuovo e non solo, permettendomi di trascorrere una serata che rimarrà tra i miei più bei ricordi. Dopo essere state invitate da Joseph Reiterer a visitare la sua cantina, alla chiusura del festival siamo partite alla volta di Meltina, un piccolo paese immerso in uno scenario idilliaco ancora incontaminato tra montagna e boschi. Siamo a 1200 metri sul livello del mare e a una manciata di chilometri a nord del noto centro vinicolo di Terlano. Qui, abbiamo potuto girare liberamente tra le pupitre piene di bottiglie dormienti nella penombra e nell’aria limpida e pura, condizioni ideali per la maturazione ottimale dei vini. La serata è proseguita con l’apertura di bottiglie talmente speciali da lasciarmi estasiata. Ciò che mi ha particolarmente colpita è stata la freschezza delle bolle. Intatte e precise, questo è stato il denominatore comune di tutti gli assaggi, insieme a una grande armonia  che ha regnato su tutte le tipologie. Nell’ordine, abbiamo avuto l’onore di assaggiare: Chardonnay del 1985, Petit Verdot in purezza del 2000, sensazionale e dal colore dorato e brillante, Chardonnay del 2000 e Phineas V del 2015, un blend di Pinot Bianco e Riesling maturato in anfora. E così, tra risate, confronti, foto di rito e scoperte sublimi accompagnate da assaggi di un irresistibile Prosciutto di Parma dei F.lli Pelizziari (alla fine l’Emilia si ritrova sempre), siamo andati a cena nella bellissima baita Lanzenschuster, una delle meravigliose osterie storiche d’Italia. Ed è stato lì che, a 1700 metri d’altezza, abbiamo trovato la prima neve dell’anno, capace di emozionarmi ogni volta come fossi una bambina. Inutile dire che la cena è stata magnifica. Vini, anche di altri produttori, perfettamente abbinati a piatti della tradizione anch’essi eccellentemente eseguiti. Per dovere di cronaca, questi i vini serviti al tavolo: Lagrein aus Gries 2018, Kellerei Bozen, Weissburgunder Riserva 2019, Kellerei Saint Paul, Tradition Weissburgunder 2021, Kellerei Terlan e, per terminare magnificamente l’esperienza, Arunda Phineas, un blend di Pinot Bianco, Riesling e Kerner con affinamento al 100% in anfora, circa 60 mesi sui lieviti e assemblaggio di sei annate con metodo solera modificato per lo spumante. Un assoluto fuoriclasse! Per chi, come me fino a quella memorabile giornata, non conoscesse questa cantina, Arunda è dal 1979 pioniera della spumantizzazione nella provincia di Bolzano e vanta il primato di spumantificio più “alto” d’Europa. Non possiede vigneti, ma Josef Reiterer, in stretto contatto con i viticoltori conferitori e i capi cantina, segue personalmente passo passo tutti i passaggi di coltivazione e selezione delle uve, scegliendo come uno chef la materia prima per trasformarla con esperienza, intuizione e creatività in seducenti vini, uniti così da un’unica firma e prodotti in ben 12 tipologie. Alla domanda “Perché questo numero?”, Josef mi ha risposto di volere andare incontro alla più vasta varietà di pubblico possibile, senza escludere alcun gusto. Ogni anno Arunda produce 130.000 bottiglie di finissimo perlage in brillanti toni di giallo e rosa, mentre circa 400.000 riposano dormienti in attesa che venga il loro momento, una volta raggiunta la qualità ottimale, per essere commercializzate. Significativa la storia del nome al quale, quando iniziò la sua attività nel 1978, Joseph Reiterer pensò a lungo, per trovare qualcosa che si adattasse bene sia alla lingua tedesca che a quella italiana. Una sfida non facile, vinta scegliendo il nome in lingua ladina di una valle, Arunda appunto, che si trova tra il sud Tirolo e l’Engadina, associandola così a vini eccellenti, alle sue scelte imprenditoriali e produttive e a una certa magia che non manca di stupire all’assaggio. E voi, le avete mai assaggiate le magiche bolle di Arunda?   Claudia Riva di Sanseverino https://www.youtube.com/watch?v=RakajXgmc-E
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24 Dicembre, 2022

Vino in abbinamento alle lasagne alla bolognese

Quale vino in abbinamento alle lasagne alla bolognese? Domanda semplice solo in apparenza: per rendere la cosa ancor più interessante, l’abbiamo chiesta a chi non te l’aspetti. Il risultato: un nuovo caso di Degustazione Artificiale. Del resto, con Guccini, una bolognese me la lasciate fare, no? Intro Secondo Eraclito, non si fa mai il bagno due volte nello stesso fiume. Bravo, sembra ovvio ma fa riflettere: cosa cambia? Cosa resta eguale? E, come il fiume, non ci sono due bottiglie di vino uguali (forse imbottigliate dalla stessa vasca, lo concedo, ma poi si evolvono differentemente nel vetro – un po’ come per due gemelli omozigoti) e nemmeno due teglie di lasagne vengono mai proprio uguali uguali uguali. Pensavo, in un mondo di sedicenti oracoli, perché non farsi umili pizie e chiedere all’intelligenza artificiale (ormai di modissima: il BOT ChatGPT è il non plus ultra cui rivolgersi) “quale vino in abbinamento alle lasagne alla bolognese?” Sette volte la stessa domanda, sette risposte dal BOT, sospese tra l’ovvio e l’epifenomeno di mascettica supercazzola: roba da far invidia al sommelierino qualunque insomma. Il commento aggiunto dopo ogni risposta è quindi al limite del pleonastico. LASAGNE ALLA BOLOGNESE, VINO ROSSO 0. chi si somiglia, si piglia. Quale vino in abbinamento alle lasagne alla bolognese? Dice l’oracolo: Per le lasagne alla bolognese, un vino rosso corposo e strutturato come un Sangiovese di Romagna o una Barbera d'Asti sarebbe un ottimo abbinamento. Entrambi questi vini hanno tannini robusti e un buon livello di acidità che si abbinano bene alla ricca e saporita salsa di carne bolognese delle lasagne. Altre opzioni potrebbero essere un Nero d'Avola o un Merlot. In generale, è importante cercare di abbinare il vino al piatto in modo che il vino non sovrasti il gusto del cibo, ma che si equilibri e si completi a vicenda. Abbinamento per consonanza: le cause materiali della lasagna si somigliano a quelle del vino. Emerge però subito quello che in seguito sarà tormentone: la storia dell’equilibrio. VINO ROSSO, BICCHIERE 1. un problema di statica degustativa Quale vino in abbinamento alle lasagne alla bolognese? Dice l’oracolo: Le lasagne alla bolognese sono un piatto molto saporito, quindi potrebbero essere abbinate a un vino rosso corposo e strutturato, come ad esempio un Sangiovese o un Merlot. Tuttavia, ci sono anche altre opzioni da considerare, come ad esempio il Pinot Nero o il Cabernet Sauvignon. In generale, è importante scegliere un vino che possa reggere il confronto con il gusto robusto delle lasagne alla bolognese, ma che allo stesso tempo non sia troppo intenso al punto da sovrastare il piatto. Inoltre, potrebbe essere una buona idea scegliere un vino che abbia una buona acidità, poiché questo aiuterà a contrastare il grasso presente nel piatto. In questo caso, l’enfasi è su forze (forti, nel caso) che, contrapponendosi, si sostengano a vicenda, alla ricerca dell’equilibrio, appunto. DETTAGLIO DI LASAGNA 2. c’è speranza per il vino bianco, oltre al rosso Altra risposta dell’oracolo: Le lasagne alla bolognese sono un piatto molto gustoso e saporito, quindi è consigliabile abbinare un vino che sappia tenerne testa. Un vino rosso robusto e strutturato come un Chianti Classico o un Brunello di Montalcino sarebbero ottimi scelti per questo piatto. Oppure, se preferisci un vino bianco, un verdicchio o un Pinot Grigio potrebbero essere buone opzioni. In ogni caso, è importante scegliere un vino che abbia un buon equilibrio tra acidità e tannini, in modo da esaltare il sapore delle lasagne senza coprirlo. Spero di esserti stato d'aiuto! Unica volta nella quale si azzarda un abbinamento con del bianco: ah, quanto consenso raccoglie il sommelierinismo conservatore! E non ci si dimentichi dell’equilibrio, mi raccomando. ROSSO DEL LUPO 3. Genius Loci Quale vino in abbinamento alle lasagne alla bolognese? Dice l’oracolo: Le lasagne alla bolognese sono un piatto tradizionale della cucina italiana a base di pasta, salsa di carne e besciamella. In genere, si consiglia di abbinare un vino rosso corposo e strutturato per contrastare la ricchezza del piatto. Un vino rosso della regione Emilia-Romagna, come il Lambrusco di Sorbara, sarebbe un'ottima scelta per accompagnare le lasagne alla bolognese. Questo vino ha una struttura leggera ma una buona acidità e un profilo di frutta matura che lo rende perfetto per equilibrare il gusto delle lasagne. In alternativa, un vino rosso delle regioni del Nord Italia, come il Barolo o il Brunello di Montalcino, sarebbe anche un'ottima scelta per accompagnare questo piatto. Le lasagne sono tipiche emiliane (in Romagna sarebbero più per le tagliatélle, ma non rifiuterebbero la lasagna, giammai): ecco quindi una proposta di abbinamento regionalissima – il Lambrusco di Sorbara, adattissimo per… equilibrare, e tè dai (cit. sempre Guccini)! Piuttosto che menzionare nello stesso suggerimento anche il Sangiovese, si preferisce buttarla in caciara evocando il Barolo o… ma sì, alla fine vai con il Sangiovese – attento però, senza chiamarlo tale. SI AVANZI CON LA FORCHETTA 4. La lasagna, un po’ come un certo colore, va con tutto. Altra risposta dell’oracolo, questa volta l’equilibrio è divenuto reggere il confronto: Le lasagne alla bolognese sono un piatto molto saporito e gustoso, quindi per l'abbinamento del vino si consiglia di scegliere un vino rosso robusto e strutturato, in grado di reggere il confronto con il sapore intenso della carne e del sugo di pomodoro. Un buon vino da abbinare alle lasagne alla bolognese può essere un Sangiovese di Romagna, un Morellino di Scansano o un Montepulciano d'Abruzzo. Anche un Cabernet Sauvignon o un Merlot possono essere ottime scelte per accompagnare questo piatto. In ogni caso, è importante assaggiare il vino prima di servirlo per assicurarsi che l'abbinamento sia adeguato. Praticamente restano fuori il Bonarda o il Barbera (ma non temiate, lo recupera dopo): consiglio o semplice dimenticanza? Ma comunque, prima di servirlo… assaggiatelo (Catalano, è lei?). IL ROSSO NEL BICCHIERE 5. Didascalico Quale vino in abbinamento alle lasagne alla bolognese? Dice l’oracolo: Le lasagne alla bolognese sono un piatto saporito e gustoso a base di pasta al forno farcita con un ragù di carne e besciamella. Un buon abbinamento per questo piatto può essere un vino rosso corposo e strutturato, come ad esempio un sangiovese di Romagna o un chianti classico. Sangiovese di Romagna: si tratta di un vino rosso prodotto con uve sangiovese nella regione Emilia-Romagna. Ha un colore rosso rubino intenso e un profumo intenso e speziato, con note di frutti di bosco maturi e sentori di vaniglia e spezie. In bocca è strutturato, tannico e persistente, con un buon equilibrio tra acidità e dolcezza. Chianti Classico: è un vino rosso prodotto nella zona di produzione del Chianti, nella regione Toscana. Ha un colore rosso rubino intenso e un profumo intenso e speziato, con note di frutti di bosco maturi e sentori di vaniglia e spezie. In bocca è strutturato, tannico e persistente, con un buon equilibrio tra acidità e dolcezza. In entrambi i casi, si tratta di vini che si abbinano bene alle lasagne alla bolognese per il loro carattere deciso e strutturato, in grado di contrastare la ricchezza del ragù di carne e della besciamella. Approfittiamo per fare un po’ di ripasso (qui l’equilibrio viene gabolato come la capacità di reggere il contrasto). O per sciorinare altre pillole di pseudosapienza sommelierinica, vedete voi. PRIMA DELL’ASSAGGIO 6. Tannino sì, tannino no. Il vizio della fuga nel truismo. Altra risposta dell’oracolo: Per abbinare il vino alle lasagne alla bolognese, si può scegliere un vino rosso corposo e strutturato, come un Chianti Classico, un Brunello di Montalcino o un Barbera d'Asti. Questi vini hanno tannini ben strutturati e un buon corpo che si sposano bene con la ricca salsa di carne alla bolognese delle lasagne. Un'altra opzione potrebbe essere un vino rosso leggero e fruttato, come un Valpolicella, che può essere un'ottima scelta per accompagnare le lasagne in un pasto leggero. In generale, è importante scegliere un vino che abbia un buon equilibrio tra acidità e tannini per bilanciare il gusto delle lasagne alla bolognese. Si diceva già sopra, la lasagna alla bolognese (ricca, gustosa e saporita: se non avete aggettivi migliori, usate questi) va con tutto (meglio se strutturato, con tannini robusti e buona acidità, anche qui se non avete aggettivi migliori, con questi non si sbaglia). In fondo anche la vita (pare l’abbia detto anche il Buddha, figuriamoci se non mi ci posso appecorare anch’io nella citazione) é una questione d’equilibrio – qui divenuto anche “sposarsi bene”. E vabbé, ad abundantiam. PROSIT Outro Si ringrazia la Trattoria San Biagio, in Parzano di Orsenigo (Alta Brianza) per la lasagna, Tosca Vini Bio, in Riviera di Pontida (tra Lecco e Bergamo) per il Valcalepio Rosso etichetta “Rosso del Lupo” che ci siamo bevuti con soddisfazione. Qualche punto in più per il lettore che, arrivato alla fine, abbia riconosciuto in questo pezzullo un omaggio agli scolastici medioevali, autori di più o meno fortunati Commenti alle Sentenze di Pietro Lombardo.
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23 Dicembre, 2022

Claudio Cipressi, il signore della Tintilia

Il Molise. Prima nemmeno c’era il Molise. C’erano gli Abruzzi, poi Abruzzo e Molise. Poi solo il Molise. Quando a scuola studiavamo il Molise, quasi lo saltavamo. Si parlava della pastorizia, della transumanza. Nient’altro. Figuriamoci con il vino. Perché si fa pure il vino in Molise? Chissà quante volte Claudio Cipressi da San Felice in Molise si sarà sentito fare questa domanda. E chissà quanti punti interrogativi avrà visto sulla faccia delle persone quando parlava della Tintilia. Tintilia? Alzi la mano chi, da non esperto di vino, sa che esiste un vitigno chiamato Tintilia. Claudio Cipressi da San Felice in Molise ama la sua terra. La vorrebbe vedere diversa. Ma per sua stessa ammissione non riesce nemmeno lui a viverci. Almeno per periodi lunghi. “Perché non c’è nulla qui. Passa una macchina ogni tanto. Meno male che io viaggio spesso”. Così è il Molise.   Conosco Claudio quasi per caso. Abbiamo organizzato una serata su Abruzzo e Molise e ho sentito parlare della sua Tintilia. Lo contatto via email per acquistare delle bottiglie e poi in una serata ho il piacere di assaggiare i suoi prodotti che mi confermano la bontà degli stessi. Ne rimango folgorato. Assaggio il Macchiarossa dal quale viene fuori davvero tutto il Molise e la grande freschezza della Tintilia e mi piace. Quando però metto il naso nel calice dove c’è il 66 non posso che dire: wow! Al sorso anche meglio. C’è così tanto in questo bicchiere che so di aver scelto bene. Al contempo però non posso non saperne di più di Claudio Cipressi. I genitori di Claudio avevano dei terreni coltivati a cereali e ai primi degli anni 90 Claudio pensa di poter coltivare altro. Altro, non vino. Perché di vino non sa nulla. Proprio capendo cosa si può coltivare in Molise scopre che la vite qui si coltivava nel passato. Nella sua terra. C’era pure stata una cooperativa negli anni 70 con vigneti ormai andati distrutti. L’orgoglio Molisano. La voglia di fare qualcosa nella sua terra. Per la sua terra. Dalla sua terra. Andare in cerca della Tintilia sembra facile. Non lo è nessuno sa davvero cosa sia. Senza una base ampelografica. Senza una conoscenza certa. Toccava chiedere in giro. Agli anziani dei paesi. Una volta in Molise si coltivava la Tintilia. San Felice nel Molise era patria divino. È patria del vino molisano. Ma l’orgoglio molisano fa brutti scherzi. “C’era pure una cooperativa con 200 ettari che poi è andata via via disgregandosi perché i soci volevano indietro le loro terre. “Perché con i miei terreni devono guadagnare gli altri”. Ma l’unione fa la forza. Da soli, si sono spenti. Così che i vigneti andarono distrutti. Con loro, il vino in Molise. Una volta in Molise si coltivava la Tintilia. Ma allora qualcosa si può fare in Molise. Certo, il Montepulciano dei cugini abruzzesi. Ma una volta in Molise si coltivava la Tintilia. Ora dov’è? Claudio capisce che solo recuperando qualcosa del passato si può riportare in auge la viticultura in Molise. Solo che tocca andare a cercarla questa Tintilia. E chi se non gli anziani del paese possono sapere dove sta e chi ce l’ha? Una volta in Molise si coltivava la Tintilia. Andare paese per paese a chiedere ai vecchietti non deve essere stato facile. Ne breve. Ma cerca che ti ricerca che qualcuno alla fine Claudio lo trova. “Nella mia vigna c’è la Tintilia”. Ecco, questo voleva sentirsi dire Claudio. Vecchie vigne con impianti ad alberello. Lasciate lì a fare i frutti come potevano. Traendone quel vino che serviva a casa. Null’altro. Ma sarà davvero la Tintilia? Una volta in Molise si coltivava la Tintilia. Bel problema. Perché se vuoi recuperare qualcosa, poi ci deve essere qualcun altro che ti dice che quello che hai trovato è davvero ciò che cercavi. Siamo negli anni 90 e non c’è nessuna descrizione della Tintilia dunque nessuna descrizione del vitigno. Ergo, nessuna autorizzazione all’impianto. Una volta in Molise si coltivava la Tintilia. Insomma la strada sembra in salita ma per fortuna Claudio non è il solo che vuole recuperare questo meraviglioso e antico vitigno. Solo nel 2002 la Tintilia entra nel Registro Nazionale (la DOC è del 2011). Oggi poco più di 100 ettari vitati 12 dei quali di Claudio dove, in maniera biologica, produce una delle migliori Tintilia del Molise. Azi, tre: Settevigne, Macchiarossa, 66. Più il rosato. Diversificate in funzione del territorio. Senza dimenticare un metodo classico. Tanto per far capire anche le differenze e potenzialità della Tintilia. Devi conoscere la DOC della Tintilia certo ma poi devi andare a fondo con l’azienda e l’etichetta. Se hai detto che conosci la Tintilia non hai detto nulla. Così Claudio spiega perché servono più etichette. Ognuna diversa dalle altre. Ognuna con le sue specificità del territorio, del processo enologico. Oggi in Molise si coltiva la Tintilia. Finalmente! Molti premono per la DOCG ma io non voglio perché già siamo poche aziende e se ci cominciamo a dividere…. Pragmatico Claudio. Sa che per non ripetere gli errori delle cantine sociali occorre rimanere uniti. Il territorio ha poche aziende. Davvero poche. Pochi eroi che portano avanti un progetto che vuole non affermare ma far emergere il Molise. Ma se non si fa “sistema” u n vitigno così poco noto come la Tintilia ci mette poco a scomparire un’altra volta per dare spazio a qualcosa di più produttivo e noto. Anche Claudio nella sua azienda è costretto a fare i conti con la realtà. Produrre Falanghina, Trebbiano e Montepulciano (per un totale 2 ettari e mezzo) diventa un obbligo. O un male necessario. Claudio lo affronta con pacatezza. Con dolcezza direi. Che è la stessa con la quale parla della sua Tintilia. Sì, la sente proprio sua. Una sua creatura. E in fondo lo è. Perché quando la salvi dall’oblio e la riporti in vita, diventa parte di te. Come un figlio. La pacatezza si trasforma poi in fierezza e da questa traspare un velo di fatica. Quella fatica che si deve fare per promuovere un prodotto come la Tintilia. Difficile. Deve essere davvero difficile. Ma quando si è animati da una simile determinazione, non ce ne è per nessuno. A Claudio devo dire davvero grazie. Perché quando ho assaggiato il suo Tintilia 66 ne sono rimasto stregato. Complesso al naso perché ci trovi tanto e tutto in maniera distinta anche se l’odore che mi ha colpito è stato qualcosa di simile alla cenere ricordandomi la scorsa del pecorino conservato proprio nella cenere. Un sorso che è caldo, ampio e avvolgente. Persistente e armonioso. Dotato di una freschezza perfettamente bilanciato con i tannini. Non fai altro che cercare odori e sapori che puntualmente trovi. Alla fine l’ho portato alla serata degustativa e tutti i cinquanta ospiti ne sono rimasti entusiasti. Sembravano bambini che assaggiavano qualcosa di meraviglioso per la prima volta. Insomma, un vino che eleggerei mio vino dell’anno. Grazie Claudio. Grazie per averci donato questo vitigno e questo vino. Ivan Vellucci Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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22 Dicembre, 2022

L'eredità dei legami con la propria Terra

L’eredità dei legami con la propria Terra Masterclass “Eroica Campania” Il coraggio della resilienza Vini Buoni d ‘Italia 2022 Nei primi giorni di dicembre abbiamo avuto il piacere di presenziare ad un grande Tasting Event all’evento “Vini Buoni d’Italia” che ha visto la premiazione delle Corone e delle Golden Stars di oltre 850 vini di tutta Italia e la partecipazione di molti Consorzi tra cui il Consorzio Barbera D’Asti e vini del Monferrato, Consorzio per la tutela dell’Asti e del Moscato D’Asti Docg, Consorzio Tutela Vini d’Acqui e Consorzio Tutela Prosecco Doc. Nell’occasione abbiamo scelto di dedicare maggiormente la nostra attenzione alla Masterclass tenutasi in una delle sale dell’Auditorium della Tecnica di Confindustria a Roma. Ha aperto l’incontro il Presidente del Consorzio Tutela Vini del Vesuvio, Ciro Giordano, con i ringraziamenti a vini Buoni d’Italia per l’opportunità di parlare della Regione Campania, presentando  poi tutti i relatori presenti: Pasquale Carlo giornalista, referente per la guida vini buoni d’Italia del Touring Club per Campania, Basilicata e Calabria, Chiara Giorleo Critica Enogastronomica, Prof. G. Ferdinando De Simone Archeologo e i Presidenti degli altri Consorzi: Teresa Bruno del Consorzio Tutela vini d’Irpinia, Cesare Avenia di VITICA ~ Consorzio di Tutela Vini di Caserta, Andrea Ferraioli del Consorzio Tutela Vini di Salerno,  Libero Rillo del Consorzio Tutela Vini del Sannio non presente. L’eredità dei legami con la propria Terra : Masterclass “Eroica Campania” Il coraggio della resilienza Vini Buoni d ‘Italia 2022 Relatori da sx: Prof. G. Ferdinando De Simone, Chiara Giorleo, Pasquale Carlo   È una Masterclass particolare, diversa, dove non si racconta solo il vino, ma un percorso sull’intera Regione e sulla sua produzione. Pasquale Carlo afferma: “Berremo dei vini che secondo noi suscitano alcune emozioni, perché questo è l’aspetto più importante, in una formula diversa per far capire che la Campania oltre ad avere un patrimonio di biodiversità ha anche un patrimonio culturale e storico pieno di tradizioni”. LA STORIA FORGIA I TERRITORI Interviene Ferdinando De Simone: “la storia del vino in Italia è abbastanza recente, il modo di produrre vino oggi è un qualcosa che è avvenuto dopo la fillossera, dopo l’industrializzazione. Questi sono dei territori che hanno avuto una grande presenza legata all’occupazione del vino che ha caratterizzato il territorio per dei millenni e che vede una continuità culturale tra le popolazioni. Ad oggi ci sono molti rituali, riti dionisiaci che  sono stati tramandati, ma che in verità hanno perso un po’ il contenuto”. Siamo consapevoli che bisogna guardare al passato per capire meglio l’importanza del vino legata alla cultura del bere che sicuramente in Campania è nata con i greci, a differenza della produzione che si deve ai romani. I vini della Campania arrivavano in tutto l’impero fino alla Bretagna, alla Gallia e alla Spagna e quelli del Vesuvio sono stati trovati addirittura in India. UN DISEGNO CHE SI VA DELINEANDO Strabone, geografo e storico greco, parla della Campania dell’età romana con confini più limitati rispetto ad oggi, partendo sempre dal Monte Massico descritto come un teatro con gli spalti a rappresentare gli Appennini e con questa grande piana alluvionale di fronte all’area del Casertano con Roccamonfina da un lato e la Penisola Sorrentina dall’altro. Come un bellissimo teatro sul mare. Comprendiamo gradualmente l’eterogeneità del territorio campano: c’è il sole, il vento che viene dal mare che spazza via le nuvole, le montagne che proteggono dai venti freddi del Nord, l’acqua dei fiumi, la ricchezza del suolo dovuta alle aree vulcaniche. Ci sono tre aree vulcaniche importanti: quella del Somma-Vesuvio, quella di Roccamonfina, quella dei Campi Flegrei. Poi ci sono le colline con i terreni calcarei e la piana alluvionale. A completare il quadro un mosaico variegato di eccellenze tra Doc e Docg, 23.300 ettari vitati che in realtà sono pochi se pensiamo che dal 1906 al 1932 la Campania era la Regione più coltivata in Italia grazie alla natura dei suoli vulcanici dove la fillossera non è riuscita a distruggere totalmente il patrimonio vitivinicolo. L’eredità dei legami con la propria Terra : Masterclass “Eroica Campania”  Il coraggio della resilienza Vini Buoni d ‘Italia 2022 Territorio campano e Denominazioni   La maggior parte della produzione viene da vitigni a bacca nera; a Napoli si beve esclusivamente vino rosso o “vino nero”. Oggi fortunatamente la moda del mercato si sta orientando verso i bianchi, verso anche la capacità di evoluzione dei bianchi campani. C’è l’Aglianico (28%) che storicamente è il vitigno più presente in Campania, anche se sta perdendo un po’ lo scenario a causa della Falanghina (13%) che negli ultimi 10 anni ha avuto un boom ed è diventata la Doc più importante per il Sannio e, dal punto di vista economico, per la Regione; la Barbera (6%) che non ha nulla a che vedere con quella piemontese; poi ci sono un’infinità di vitigni autoctoni e il Sangiovese (6%). UN VIGNETO DAL TIRRENO ALL’APPENNINO In passato, la provincia di Benevento produceva meno vino rispetto a tutte le province campane; oggi invece rappresenta circa la metà della produzione. Poi viene Salerno, Avellino, Napoli e Caserta. La viticoltura è prettamente di collina e di montagna, resistono bene le vigne antiche e per ora i consorzi stanno pensando alla moltiplicazione dei vitigni a bacca bianca resistenti ai cambiamenti climatici. UN CALICE PER 5 TERRITORI IL SOMMA-VESUVIO Il monte Somma è una montagna che abbraccia il Vesuvio e rappresenta l’antico cono vulcanico. C’è stata un’evoluzione nei millenni e la forma attuale è data dall’ultima eruzione risalente al 1944. È leggermente arretrato rispetto al Vesuvio, esposto sì alle brezze marine, perché siamo a Napoli sulla costa, ma soprattutto a quelle appenniniche essendo verso l’interno con un clima più fresco che porta ad una rigogliosa vegetazione verde. È Il lato nord, quello più antico, dove si coltivano le castagne, i pomodori, le albicocche, ricco non solo di materiale piroclastico ma anche di argilla. Al contrario il Vesuvio è molto sabbioso, più esposto al mare, con ceneri non molto acide utilizzate come fertilizzante per i terreni. Il Somma è l’areale produttivo esclusivo della Catalanesca del Monte Somma, un vitigno a bacca bianca che storicamente arrivò qui per un dono d’amore. Fu portata a Napoli dalla Catalogna da Alfonso I d’Aragona, che conquistò tutto il sud Italia, perché si era innamorato, perdendo la testa, di una giovane ragazza del luogo. Inizialmente era utilizzata come uva da tavola nel periodo in cui c’era poca frutta ed era un privilegio mangiarla. Venne poi coltivata e mantenuta nel tempo grazie alla caparbietà di alcuni produttori che la utilizzarono per produrre il “lambiccato” che veniva poi portato in dono a Dottori, Notai, Avvocati. Fino a che nel 2006, dopo attenti studi, venne inserita nel Registro delle uve da vino e nel 2011 arrivò un disciplinare di produzione dedicato alla Catalanesca del Monte Somma IGP. Il Monte Somma-Vesuvio e la sua Catalanesca   Primo calice: CANTINE OLIVELLA “KATÀ” Catalanesca del Monte Somma IGP 2021 È un’uva con una buccia spessa e resistente quindi si può raccogliere anche tardivamente quando le condizioni metereologiche lo consentono.  È un vino che ha una sua complessità, una sua ricchezza e un corpo più sostenuto rispetto agli altri vini del Vesuvio, incentrati più sulla verticalità e sulla tensione salina. La Catalanesca ha un altro passo – dice Chiara Giorleo – e noi la troviamo con una ricchezza concentrata subito al naso, con un soffio vegetale, spaziando dall’agrume leggermente candito, tipo lime forse un cedro più maturo, alla mela fuji più dolce, più matura, con un leggero tocco tropicale di ananas sciroppata, una sensazione di miele pure essendo un vino giovane. Stessa ricchezza la riscontriamo al palato per concentrazione e per sensazione tattile, di velluto, supportata dalla lavorazione sulle bucce fini. Freschezza e sapidità che non tradiscono il territorio. L’Azienda ha i suoi vigneti tra i 300 e i 650 MT slm, con importanti pendenze, a piede franco e il 90% hanno più di settanta anni di vita. TECNICHE ANTICHE TRAMANDATE NEL TEMPO  Troviamo curiosa la particolare tecnica, usata in questa zona, della “propaggine” che consiste nel far passare un ramo della pianta madre nel terreno in modo che possa radicare e in un futuro staccarsi dalla principale. In questo modo non vengono estirpate le viti che hanno terminato il loro ciclo produttivo e impiantate quelle a piede americano. È una tecnica tramandata di generazione in generazione che assicura il mantenimento dell’impianto genetico del vitigno inalterato. Infatti, ci racconta l’azienda presente all’incontro che, quando vanno a generare le vigne nuove, scavando trovano in profondità altri tronchi delle viti più vecchie proprio perché i nonni avevano già utilizzato questo tipo di operazione. Inoltre sul Monte Somma vengono utilizzate ancora oggi opere di ingegneria idraulica costruite dai Borboni, vasche che permettono all’acqua di defluire su questi forti pendii. A suo tempo vennero fatte anche diverse leggi per tutelare questi grandi canali di età vulcanica con pene severe per chi ostruiva il loro corso e con l’obbligo, per chi coltivava le terre lì intorno, di liberarli da qualsiasi ostruzione. In effetti oggi, grazie a chi vive e coltiva la terra in queste zone, si riesce a contrastare, pulendo e coinvolgendo le amministrazioni a rifare le strade e a sistemare gli alberi, il continuo mutamento dei versanti del Vesuvio, perché geologicamente il materiale vulcanico è antico, poco stabile e a rischio frane. La Provincia di CASERTA Tre le zone importanti del Casertano c’è sicuramente Aversa, dove molti produttori hanno ripreso la coltivazione della vite in zone abbandonate durante l’industrializzazione. L’esempio più vivo è l’Asprinio con i suoi alberi alti più di dieci metri; l’alto Casertano, diventata la zona in cui i romani iniziarono a capire che, più che affidarsi ai greci e ai sanniti che stavano intorno al Vesuvio, potevano coltivare i terreni nella zona alta di Roccamonfina, simile a quella del Vesuvio. La terza è la zona che si trova al limite verso est, Monte Maggiore, denominata “il balcone sulla Campania Felix”, un territorio ricchissimo sia per la fertilità del terreno dovuta alla presenza del Fiume Volturno e all’attività vulcanica, sia per le tante testimonianze sannitico-romane. La Vigna del Ventaglio A Caserta ancora oggi c’è una fortissima impronta borbonica e la Reggia ne è la testimonianza. Nella II metà del settecento, Ferdinando IV di Borbone chiese a Luigi Vanvitelli di creare, nell’area retrostante la Reggia, una vigna, “la Vigna del Ventaglio” nel territorio di San Leucio, formata da dieci spicchi di vigneto, appunto a forma di ventaglio, con a dimora le dieci migliori uve tra cui Piedimonte bianco e rosso, i progenitori del Pallagrello. Nei diari di corte si evince che i vini Piedimonte del Ventaglio venivano serviti nelle grandi occasioni insieme ai Bordeaux e ai Grand Cru. Oggigiorno i vitigni autoctoni della zona, come il Pallagrello bianco e nero, il Casavecchia e la Coda di Pecora vengono vinificati in purezza. Secondo calice: IL VERRO “SHEEP” Coda di Pecora Terre del Volturno IGP 2021 Chiamata così per la forma del grappolo che ricorda la coda di una pecora, è un’uva a bacca bianca a maturazione tardiva, diversa dalla Coda di Volpe o dal Juhfark vitigno ungherese di cui è stato oggetto di discussione, originaria della Magna Grecia e vinificata in purezza da questa Cantina. Unico produttore. Cesare Avenia, Presidente del Consorzio Tutela Vini di Caserta e proprietario della Cantina “Il Verro”, nel 2003, in seguito all’acquisto di un terreno si accorge e incuriosisce di questo vitigno presente tra i filari abbandonati. Al ché avvia esami sul DNA e studi ampelografici per classificare la sua unicità ed essere così inserita nel Registro Nazionale delle varietà, ancora in fase di completamento. Per noi che siamo nel clou di questo viaggio sensoriale, riscontriamo immediatamente una ricchezza aromatica olfattiva dovuta proprio alla maturazione tardiva di questa varietà, dalla mela cotogna, alle sensazioni rinfrescanti di erbette, sbuffi di macchia mediterranea, e sul finale una sensazione di cenere annunciando il suo sorso più austero. Al palato è più imponente con una nota astringente non dovuta alla macerazione sulle bucce, ma alle caratteristiche proprie del vitigno. Grandissima sapidità sul finale che rende il vino gastronomico e beverino. La Vigna del Ventaglio e la Code di Pecora La Provincia è un territorio variegato, con mare, montagna e vulcano, con una produzione limitata in termini di bottiglie, di circa 2.000.000 all’anno su sei denominazioni (4 Doc e 2 IGP). Troviamo il Falerno del Massico, l’Asprinio di Aversa, il Galluccio, la Casavecchia di Pontelatone, Terre del Volturno e Roccamonfina. Cesare Avenia interviene: “Quando mi è stato chiesto di vinificare la coda di Pecora non ci ho pensato due volte visto che è il mio vino preferito.  Provengo da un’altra esperienza professionale, ma questo non mi ha fermato e impedito di creare la mia Azienda perché amavo il territorio e volevo nel modo migliore rappresentarlo e anche riscattarlo.  Il destino dei vitigni autoctoni è delicato, se non trovano uno sponsor fanno una brutta fine. E poi questo bianco matura tardi, ed è un problema per il produttore, a meno che non arrivi uno sponsor che se ne occupa e questo diventa una tipicità e  una ricchezza”. La Cantina ha una produzione di meno di due ettari in regime biologico e si avvale della collaborazione dell’Enologo Consulente Vincenzo Mercurio e del Prof. Moschetti Biologo che si occupa di fermentazioni e di lieviti utilizzati. È una continua ricerca che porta se tutto va bene a produrre 5000 bottiglie all’anno. “Vi assicuro che, se venite dalle mie parti a trovarmi, apriamo una bottiglia di Coda di Pecora del 2011 e vi renderete conto che ancora è in perfetta forma” L’ IRPINIA IN TUTTE LE SUE FORME E’ un territorio multiforme, punteggiato da rilievi, inciso da valli con notevoli valenze ambientali e paesaggistiche. Due sono i racconti storici importanti di questa zona menzionati da De Simone. Il primo riguarda i Colli di Abellinum: Avellino era un’antica città sannitica divenuta in seguito colonia romana e sorgeva dove oggi si trova la città di Atripalda e dove il Cristianesimo è riuscito a legarsi alla fine dell’impero romano. Il problema è che c’erano ancora nella campagna, per quanto perseguitate, persone pagane. Personaggi significativi dell’epoca furono: San Felice di Nola, imprigionato e torturato nel corso delle persecuzioni cristiane, purgatore dei veneratori delle Chiese che distruggevano le statue delle divinità pagane; San Paolino di Nola che, chiudendo un occhio, ha fatto in modo che si mantenessero i riti pagani sulle tombe dei martiri cristiani, conciliando il Paganesimo con il Cristianesimo. In questo periodo molti pellegrini dall’area dell’Irpinia andavano a Nola sulla tomba di San Felice e San Paolino a pregare e compravano il vino lì prodotto. L’Irpinia e il suo Greco di Tufo Una leggenda racconta che nel 1648 Scipione di Marzo scappa da San Paolo Belsito, vicino Nola, per allontanarsi da un’epidemia di peste e si rifugia a Tufo. Porta con sé le uve Greco e da qui nasce la coltivazione di quest’uva antica e pregiata in questo areale. Nell’800, ad affiancare la grande produzione di vino, ci fu il ritrovamento di un ricco giacimento di zolfo che portò ad un insediamento industriale molto importante nella zona. Lo zolfo fu impiegato anche nella coltivazione della vite che ebbe un’esplosione in tutta l’Irpinia, dando origine alla “zolfatura”, ossia alla tecnica di protezione usata contro le malattie della vite. Da Tufo è partito lo zolfo che ha salvato i vigneti di tutta Italia. Terzo calice: “Quattro Venti” PETILIA Altavilla Irpina Greco di Tufo DOCG Riserva 2020 È una DOCG ristretta comprendente otto micro comuni siti in un prestigioso territorio produttivo in provincia di Avellino. Lo scenario verso l’interno cambia completamente rispetto al Vesuvio, con un territorio prettamente montuoso, con inverni nevosi. Dalle parole di Chiara Giorleo: “il Greco di Tufo e il Fiano di Avellino sono esempi importanti in tutta Italia di vini bianchi da invecchiamento e da vitigni autoctoni. In Italia ce ne sono molto pochi”. Questo Greco di Tufo è di grande personalità, è un rosso travestito da bianco. Per noi la sua imponenza e sferzata acida sapida donano una finezza in grado di esprimersi al meglio nonostante le difficoltà di questo vitigno, poco produttivo, sensibile alle muffe e all’ossidazione. Ma se poi si sa lavorare esce un vino estremamente complesso, con note di zagara, pesca non troppo matura, sensazione di mela annurca e macchia mediterranea. Un finale sulfureo che è molto territoriale e che lo ravviva moltissimo con note sorprendenti di pietra focaia. È un’uva che proviene da viticoltura eroica, da una parcella specifica che si trova a 600 MT slm con rese tra i 50/60 q/ha ed è una vigna molto piccola di un ettaro. È una grandissima forza in Irpinia insieme al Fiano di Avellino e al Taurasi che è la DOCG più antica del sud Italia. SALERNO – PENISOLA SORRENTINA Nella provincia di Salerno, la più estesa d’Italia, la cultura del vino è una tra le più antiche con testimonianze lasciate nell’insediamento di Pontecagnano, nell’ultimo sito più a sud, da genti indigene e dagli Etruschi. Ci sono molte citazioni nella storia salernitana dove si parla delle proprietà benefiche del vino. C’era già una grande cultura del bere. Quando si parla della penisola sorrentina ci si riferisce ad una zona originariamente molto selvaggia abitata da popolazioni locali e verso le quali i greci, molto prima dei romani, avevano un certo interesse e anche un po’ un rapporto conflittuale. Per il Greco, l’indigeno non era realmente un uomo, non era civilizzato perché non viveva in città con le leggi in comune, e viveva da solo in campagna, pascolava le greggi, produceva già il vino però non aveva la cultura del bere perché non ancora legata a quel rito della convivialità e del simposio. Quello che hanno fatto i greci è usare quindi il vino come veicolo di acculturazione, di integrazione, di un modo di bere e anche di vivere, aumentando la platea dei possibili bevitori e migliorando di conseguenza anche il suo commercio. Raffaele Ferraioli e suo Furore Quarto calice: Furore “COSTA D’AMALFI” Fiorduva Doc di Marisa Cuomo 2020 È doveroso citare Raffaele Ferraioli, scomparso un anno fa e ricordato, come ci racconta Pasquale Carlo, “non come Sindaco di Furore ma come colui che ha creato Furore e inventato la parola Costa d’Amalfi, fondatore delle Città del Vino in Campania”. Un poeta e un visionario, definito uno dei padri della viticoltura moderna in Costiera Amalfitana insieme a Peppino Apicella di Tramonti. Non produceva vino ma ospitalità in tutti i sensi anche come ristoratore. Ricordata per i vini bianchi, con la Costiera Amalfitana entriamo in un micromondo con le sue caratteristiche uniche, in un mosaico di territori, di microclimi, di sottosuoli e di vitigni autoctoni particolari. Entusiaste beviamo Rivoli, Fenile e Ginestra, vitigni autoctoni in blend con una bella complessità, spaziando dai fiori d’arancio, alla nespola, al melone bianco, ad una sensazione speziata non pungente, rinfrescante come il cardamomo. Un vino salmastro, iodato che ci ricorda un po’ il territorio. Grandissima ricchezza e stratificazione che ritroviamo anche al palato, rotondità grazie alla maturità del frutto e alla concentrazione ben bilanciata con una freschezza non tagliente ma perfettamente integrata al succo. Finale sapido che non rende pesante la beva. Siamo sulla costa a 300 MT slm, con pendenze sopra il 50%, su terrazzamenti stretti e rocce a picco che denotano un certo fascino. Un paesaggio caratteristico di questa zona, dove non si utilizzano sistemi meccanizzati e per il trasporto delle uve vengono impiegati gli animali da soma. Parla il Presidente del Consorzio Tutela Vini di Salerno, Andrea Ferraioli: “Nel 1995, a Furore, parallelamente all’ottenimento della Doc, io e mia moglie attivammo un campo catalogo di circa 3000 metri dove mettemmo a dimora 42 varietà di uva di cui 28 a bacca bianca e 14 a bacca rossa. Contestualmente iniziammo a fare uno studio per la classificazione clonale, con microvinificazioni sperimentali e da qui uscì il protocollo per il Fiorduva con i tre vitigni in blend. Da rese molto basse, con questi tre vitigni insieme, siamo riusciti a produrre un numero di bottiglie congruo e soprattutto il segreto è che insieme si completano. Vinificati in purezza non sarebbero stati bevibili e il vino sarebbe stato squilibrato. Sono ceppi prefillossera disposti a pergola che hanno minimo 60 anni, impiantati su muretti a secco con il sostegno di pali di castagno.  Oggi questi vitigni non sono miei ma della Costiera Amalfitana e sono identitari di un territorio squisito. È importante oggi curare la storia di un territorio.”   Leonardo Mustilli e la Falanghina del Sannio SANNIO Il Sannio è storicamente conosciuto per la Regina delle vie, la Via Appia che passava per Benevento e per le tante testimonianze dall’Egitto dovute alla presenza dei mercanti provenienti da Alessandria d’Egitto. È un territorio vastissimo e il Monte Taburno rappresenta uno dei luoghi più significativi dal punto di vista geografico poiché a difesa della Longobardia. Dopo la caduta dell’impero romano, Benevento fu il più importante feudo longobardo del Sud. IL CREATORE DELLA FALANGHINA Un altro personaggio che ha fatto la storia del vino è Leonardo Mustilli, Ingegnere appartenente ad una famiglia di stirpe nobile che nel ‘500 si trasferì da Ravello verso l’interno. Dopo aver creato un’azienda agricola, negli anni ’70, comincia a studiare e operare microvinificazioni su vitigni antichi tra cui la Falanghina che è sempre esistita nella provincia di Benevento. Però all’epoca veniva conferita alle fabbriche di Vermouth nel nord Italia, perché essendo un’uva con molta acidità raggiungeva un grado alcolico elevato. Tutto finì poi con lo scandalo del metanolo. Leonardo riscopre un vitigno sul Taburno e inizia a vinificarlo con molte problematiche finché alla fine riesce a strutturare un vino che va bene per il mercato e da qui farà fortuna. Nel 1979 imbottiglia la prima Falanghina del mondo. Da allora ad oggi gli ettari vitati a Falanghina sono diventati circa 3000 con una produzione di 12.000.000 di bottiglie l’anno.                       L’eredità dei legami con la propria Terra : Masterclass “Eroica Campania” Il coraggio della resilienza Vini Buoni d ‘Italia 2022    Degustazione 5 calici per 5 territori   Quinto calice: “KYDONIA” di Ca’ Stelle Viticultori in Castelvenere, Falanghina del Sannio DOP Vendemmia Tardiva 2017 affina per il 50% in legno Questa bottiglia è appena uscita sul mercato e premiata da Vini Buoni d’Italia. Per noi questo calice di vendemmia tardiva rappresenta un cammino sensoriale stimolante che, nonostante i suoi 5 anni, si mostra giovanissimo alla vista, ha un naso molto complesso, frutta gialla matura, mele, noci, fiori bianchi. Mostra un palato vivace e concentrato con note citriche evidenti. Freschezza, acidità e grande longevità sono le sue migliori doti. Cantine degustate: Cantine Olivella, Cantina Il Verro, Cantina Petilia Altavilla Irpinia, Cantina Marisa Cuomo e Ca’ Stelle Viticultori in Castelvenere Pasquale Carlo: “Mi fa piacere che siamo stati insieme quasi due ore, sono stati bravi anche i produttori che ci hanno permesso di degustare i loro vini” Ciro Giordano: “Ringrazio i relatori e voi per la partecipazione, da domani gireremo il mondo con questo Format. Quando parliamo del nostro territorio abbiniamo la parte storica, archeologica al valore della produzione vitivinicola in Campania.  Sottolineo la grande unione che oggi hanno i cinque consorzi di tutela, la grande sinergia che c’è tra i cinque presidenti come vedete, per la promozione delle piccole e grandi attività.  L’obiettivo è tirare fuori il valore di questa Regione, il mondo vitivinicolo campano e tutte le eccellenze dei territori che oggi avete potuto ben vedere”.   L’eredità dei legami con la propria Terra : Masterclass “Eroica Campania”  Il coraggio della resilienza Vini Buoni d ‘Italia 2022  Line up: Cinque Consorzi a braccetto   Chiudiamo la nostra esperienza con delle personali considerazioni: La Campania è stata per noi davvero una piacevole scoperta; lei è sinonimo di mare, sole, sapori e profumi che infondono energia ed allegria. È la Terra del fermento, della storia, dell’arte, delle tradizioni e della cultura che, come avete letto, viene da lontano, si respira tra la gente, i monumenti e il suo paesaggio e ci parla dei miti della storia romana e greca. E’ il Territorio che custodisce antichi e pregiati vitigni, ceppi centenari che da soli ci raccontano decine di affascinanti e antiche storie piene di sacrifici, amore e caparbietà. E’ tanto e spesso troppe cose insieme, ma che travolge con una valanga di emozioni chi la vive in tutte le sue sfaccettature. Questa è la Terra della gente che ama. Ilaria Castagna e Cristina Santini Partners in Wine                     https://www.youtube.com/watch?v=RakajXgmc-E            
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19 Dicembre, 2022

Ma vai all'infernot

Ma vai all’infernot non è un’invettiva contro persona poco gradita, ma un invito a scoprire una realtà nascosta nel sottosuolo del Monferrato Casalese. Una singolare forma di architettura ipogea, forte elemento di identificazione territoriale. Non a caso il Monferrato degli infernot è una delle sei voci che compongono I paesaggi vitivinicoli del Piemonte: Langhe – Roero e Monferrato, eletti nel 2014 (prima di Borgogna e Champagne!) Patrimonio Mondiale dell’Umanità. Le altre cinque voci di questo variegato terroir, di cui l’UNESCO ha riconosciuto l’eccezionalità naturale e culturale, per la cronaca sono: Langa del Barolo, Colline del Barbaresco, Nizza Monferrato e il Barbera, Canelli e l’Asti Spumante, Castello di Grinzane Cavour. Gli infernot sono luoghi per la conservazione del vino, capolavori architettonici nati dalla tradizione costruttiva locale e dal sapere contadino. Cripte laiche, private, in questa verace terra di barbera, grignolino, freisa. L’infernot è una piccola camera sotterranea, scavata nella pietra, priva di aperture per illuminazione o aerazione dirette. Appendice, spesso in profondità, della cantina. Si tratta di uno spazio più o meno complesso e articolato, arricchito di nicchie e gradinate per conservare le bottiglie di vino. Quello buono per le occasioni importanti. Gli infernot si trovano sotto le case private in diversi comuni della collina casalese, scavati direttamente nella pietra locale, un’arenaria impropriamente definita tufo: la Pietra da Cantoni. A questa, e alla cultura degli infernot che ne discende, è dedicato l’Ecomuseo di Cella Monte Monferrato (dal cui archivio sono tratte le immagini qui pubblicate), promotore del censimento di queste strutture sotterranee. Il piccolo borgo di 500 anime è uno dei 14 comuni che costituisce il sistema del Monferrato degli infernot, con relativo itinerario turistico. Meglio se ovviamente accompagnato da relativa esperienza enogastronomica. Ma perché gli infernot si trovano solo in questo angolo di Monferrato? Semplice: per via della pietra locale, particolarmente docile alla lavorazione (e all’estro degli anonimi scavatori) e capace di garantire stabilità di temperatura e umidità. Facile imprimere nella roccia decori (grappoli d’uva, ritratti, motivi geometrici, simboli politici) e date. Quelle rinvenute partono da metà Ottocento, ma sicuramente le strutture sono anteriori. Non esiste un ‘piccolo inferno’ – se si vuole seguire la tesi dell’origine lessicale dal dialetto piemontese, col suo tipico suffisso diminutivo in -ot, rispetto alla più aulica etimologia che riporta a enfernet (prigione angusta) in provenzale antico – uguale all’altro. Gli infernot sono manufatti unici, non riconducibili a regole compositive o costruttive, per questo sono tutti diversi. Esistono declinazioni tipologiche monocamera (quadrata o circolare), multicamera o a corridoio. Nicchie quadrate, rettangolari, ad arco o addirittura a forma di bottiglia, le più scenografiche. Non siamo di fronte a un’espressione di semplice folclore contadino, ma di una cultura materiale e abitativa dai risvolti linguistici specifici, di estremo interesse. Questi caveau, spontanei e per nulla codificati, sono brani di antropologia rurale. Quella che non lascia tracce scritte, ma costruite. La tradizione orale e le cronache familiari tramandano che gli infernot fossero anche luoghi di aggregazione e convivialità, teatro delle cosiddette ribote. Si trattava di ritrovi goliardici ‘underground’ dei giovani del paese, spesso a base di bagna caùda. Inutile dire che in tali occasioni le scorte di vino venivano pesantemente intaccate. Piccola nota personale. Ho vaghissimi ricordi dell’infernot di famiglia. Da bambina il solo sentire nominare la parola dal nonno mi terrorizzava. Per me era l’antro oscuro oltre la cantina. Le botti, enormi, una presenza ostile. Le bottiglie impolverate un oggetto inutile. Però, confesso, il moscato (a dosi di un dito immerso nel bicchiere) già non mi dispiaceva. Come cambiano le percezioni, con l’età! Ora l’infernot è per me un sublime esempio di architettura vernacolare con il fascino da tomba etrusca, le bottiglie hanno assunto tutt’altra attrattiva, il moscato lo tollero al massimo con il panettone. E sempre nella dose minima da infanzia: un dito al massimo. A cura di Katrin Cosseta 
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16 Dicembre, 2022

Stefan Goldman e la Riserva del papà

C’è stato un periodo della nostra storia, erano gli anni ottanta, quando le campagne si svuotavano. Le luci della città o forse la miseria delle campagne attiravano, o spingevano, le persone fuori dalle terre. Così le case, le terre, i paesi si spopolavano. Pochi arditi intraprendevano invece il percorso inverso e la Toscana rappresentava la meta di riferimento. Il miraggio di una vita diversa a contatto con la natura. Pietralta sorge nel nulla. Letteralmente nel nulla tra San Gimignano e Volterra. Un luogo accogliente. Un agriturismo che accoglie i propri ospiti alla vecchia maniera. Con la schiettezza e la cordialità di una volta. Convivialità e gioia di riunirsi intorno ad un tavolo per mangiare cose genuine e bere i vini del territorio. A vederlo come è oggi viene difficile pensare come lo trovarono i genitori di Stefan. Quando parli con Stefan capisci che è un toscano. L’inflessione è chiara, inconfondibile. Eppure il nome non è propriamente toscano. Il cognome poi! Quando hai un papà tedesco (mamma di Milano), ci sta tutto.
Stefan è schietto, diretto, sincero. Deve averle prese dal papà, caratteristiche nordiche. Ma è anche modesto, riflessivo, emotivo. Non può che averle prese che dalla mamma. Un bel blend insomma! Arrivare dalla città, dove tutto è a portata di mano in questo lembo di Toscana n egli anni 80 quando tutto era (già) incolto ed abbandonato, non deve essere stata una passeggiata. I ricordi di Stefan sono ancora vivi. Certo, lui non c’era. Ha solo 31 anni. Ma le storie le ha sentite e storie di questo tipo rimangono dentro. Fanno parte di te perché sono della tua famiglia. Racconta con divertimento, pur sapendo che non è stato per nulla facile, di quando i suoi genitori si trovarono in un casale dove non c’era acqua corrente ed energia elettrica, circondata da undici ettari di terreno incolto, abbandonato. Difficile. Davvero difficile ricominciare. Anzi, cominciare da qualcosa che non c’era. La casa da sistemare. Il terreno da coltivare. Tutto. Tutto. Tutto. Tutto senza esperienza. Perché due cittadini milanesi cosa ne sanno di come si coltiva un campo. Di come si produce il vino, l’olio. Vuoi la vita di campagna? Eccola. Senza esperienza. Senza aiuti. Senza macchinari. Solo con la voglia di dedicarsi alla natura. Rispettandola ed amandola. Con questi principi è venuto su Stefan. Nel rispetto della natura. Quando Stefan parla del suo passato, l’emozione è palpabile. Sa da dove sono partiti. Sa dove sono. Soprattutto sa dove vorrebbe arrivare. Trovarsi a venti anni a dover gestire l’azienda del papà, non è semplice. Ma è la sua azienda. Sua è la responsabilità. Sa di essere sulla strada giusta. Sa di metterci tutto del suo. Ma vuole fare di più. Il papà ne sarebbe orgoglioso. Forse non avrebbe apprezzato le nuove sperimentazioni ma i tempi sono cambiati e fare qualcosa di diverso è un obbligo. Senza perdere l’identità di quella Toscana che ormai è nel DNA. “Il vino? Eh il vino si faceva per la casa mica per venderlo”. Fino a quando Stefan ed il papà non decidono che si può fare qualcosa di diverso. Con il Sangiovese ad esempio. Ci sono le vecchie vigne che però non sono idonee perché da troppo tempo abbandonate. O forse non lo erano al tempo, senza esperienza. Capiscono che hanno bisogno dell’enologo, dell’agronomo. Di braccia per la vendemmia. Insomma di qualcuno che li supporti. Cinque ettari sono comunque tanti. Erano undici gli ettari sì ma difficili da gestire per due venuti da Milano. Stefan ha una idea ben precisa del vino. Non è che uno solo perché ha 31 anni non deve avere le idee chiare. Lo vuole biologico, nel rispetto delle tradizioni. Lo vuole che rappresenti il territorio. Lo vuole vivo. Senza fronzoli. Come è la sua natura. Nel tempo hanno impiantato ovviamente il Sangiovese perché il Chianti e il Riserva non possono certo mancare in questo territorio. Ma anche Merlot, Syrah, Trebbiano, Malvasia. Poi Teroldego e Manzoni bianco. Per sperimentare però. Per capire le potenzialità della terra (o delle tecniche con i vini naturali che “è un’altra società però”). Argillosa, ricca ma con basse rese. “Nel futuro ci sarà un ritorno alle origini con Mammolo e Ciliegiolo. Papà ne sarebbe stato contento”. Il territorio. La terra. La vita. Stefan non si ferma. Si è dovuto fermare quando il papà se n’è andato. Ma non ora. Studia. Perché sa che portare avanti una azienda senza sapere non si può. Non possiamo non assaggiare qualcosa. Cosa se non i tre vini che rappresentano al meglio l’azienda? Partiamo con un Chianti DOCG. È un bel chianti che nel bicchiere esprime tutta la sua “chiantitudine”. I sentori ci sono tutti anche grazie ad un processo ben controllato ed un passaggio rapido in tonneau grande. Bella freschezza in bocca. In fondo è un vino giovane, che va bevuto così anche se in bottiglia ci starebbe bene altri anni. Generoso e con quei tannini poderosi, quasi aggressivi. Secco, sapido, equilibrato ma nervoso. Persistente e con un finale lievemente mandorlato. Mi convince. Facciamo un salto in avanti con la Riserva 2017. Quando Stefan parla di questo vino lo dipinge, lo incensa ma soprattutto si sente che lo adora. Si, certo, è decisamente più equilibrato del Classico. È più ricercato del Classico grazie alla selezione dei vigneti che cambia ogni anno. È più complesso con i sentori che tra un po’ si arricchiranno anche di etereo. È balsamico. È la Riserva che in bocca è uno di quei vini che non smetteresti mai di bere. Ma non è questo che lo fa adorare a Stefan. Questo vino è viscerale. È passione. È nostalgia. Forse perché ne parlava con il papà con il quale discuteva di come si dovesse fare il vino. Questo vino. Insomma, sembra un omaggio al papà. Come se fosse un albero che cresce con le forti radici impresse nel passato. Infine proviamo il blend da Syrah e Merlot. Un 2018 che riposa un anno intero in barrique. Un vino che è una pennellata. Fa contenti tutti. Ruffiano sì ma ben fatto Questa è Pietralta e le sue 20.000 bottiglie. Questo è Stefan. Un ragazzo che sa da dove viene e sa dove vuole andare. Un ragazzo che ha nel cuore la sua terra ma ancor di più vorrebbe che il papà lo vedesse ora, mentre assaggia orgoglioso il suo Riserva. Sono sicuro che la prima cosa che penserebbe è “abbiamo fatto bene a lasciare Milano per la campagna”. Non mollare Stefan. Non guardare in faccia nessuno se non i clienti del tuo agriturismo mentre bevono il tuo vino. Ivan Vellucci Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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