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24 Febbraio, 2023

Cantina Andrian e la prospettiva del vino

Cantina Andrian e la prospettiva del vino Ricordate il film “L’attimo fuggente” quando il professor John Keating interpretato da Robin Williams sale sulla cattedra? Ecco, spiegava la prospettiva così: “Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo sempre guardare le cose da angolazioni diverse. E il mondo appare diverso da quassù. Non vi ho convinti? Venite a vedere voi stessi. Coraggio! È proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un’altra prospettiva. La prospettiva insegna che a seconda da dove si guarda qualcosa, si ottengono visioni diverse. Prospettive diverse. Ecco, l’Alto Adige è proprio una regione in prospettiva. Già, perché in Italia la chiamiamo Alto Adige in quanto regione più a nord. In Austria invece Süd Tirol, perché la regione più a sud. Dell’Austria. Così che per noi è una regione votata ai vini bianchi, per gli austriaci ai vini rossi. Il gioco della prospettiva. Mettetela come vi pare ma, alla fine, questa regione è così particolare da rendersi idonea sia ai bianchi sia ai rossi. Anche se con un problemino mica da ridere: circa 5600 ettari vitati per 5000 produttori. Il contadino qui può fare il suo vino ma non può vivere dal vino Già, perché qui, in Alto Adige (Süd Tirol) non è che chi lavora la terra faccia solo quello. E visto che qui ci sono tutte persone dotate di grande intelligenza c’è voluto un attimo per capire che solo insieme si vince. Come? Semplicemente associandosi nelle così tanto bistrattate cantine sociali. Mica quelle che pensiamo noi dunque. Qui si parla di luoghi meravigliosi, strutture imponenti, persone competenti. Tutte vocate allo sviluppo. Cantina (Kellerei) Andriano (Andrian) è la cantina cooperativa più storica dell’Alto Adige (Süd Tirol) fondata 25 aprile 1893 da 31 contadini nell’omonimo paesino di Andrian a pochi passi da Bolzano (Bozen) sulla riva sinistra dall’Adige (Etsch). Ne parlo con Alexandra Erlacher, che nella cantina cooperativa si occupa di Sales e Marketing. La cosa che più mi colpisce di Alexandra è la sua dolcezza unita alla forza. Non solo parla della cantina e dei vini con competenza e ammirevole passione, ma usa una dolcezza che, alla fine, non può che fartene innamorare. Della cantina eh! In Alto Adige il sistema delle cooperative funziona molto bene.  La cantina Andrian era molto conosciuta soprattutto per i vini rossi. Partecipava a tutte le fiere. In Austria dicevano che stavano al sud del Brennero Tempi d’oro quelli. Anche se tempi nei quali la cantina era apprezzata più all’estero che in Italia. principalmente per i vini rossi. Poi si sono accorti che era anche terra di vini bianchi Anche in Alto Adige (Süd Tirol) le cose non è che vadano sempre per il verso giusto. Investimenti sbagliati. Decisioni sbagliate. Così che la prima cooperativa dell’Alto Adige (Süd Tirol) è entrata in difficoltà. Ma proprio perché siamo in Alto Adige (Süd Tirol) le persone non si piangono addosso e cercano la soluzione. Non dando la colpa alla cooperativa. Ha avuto bisogno di un’altra cantina per lavorare Per trovare una cantina con la quale lavorare non è che poi si sia dovuto andare tanto lontano. Il paese di Andrian è proprio difronte a quello di Terlano, giusto aldilà dell’Adige (Etsch) ovvero sulla sponda destra. I due paesi si stanno guardando A Terlano sorge l’omonima cantina. Sociale. Nel 2008 avviene la fusione tra le due con la decisione di salvaguardare le diverse identità: una unica azienda con due marchi separati. La cantina che ne scaturisce unisce i 60 soci di Andrian ai 143 di Terlano; gli 80 ettari di Andrian ai 190 di Terlano. Ma guai a unirli come identità. Certo, grandi sinergie. Come l’unico enologo Rudi Kofler e unico agronomo. Ma sempre e comunque due identità Una azienda con due anime sotto un tetto Alexandra è romantica. Conia questa definizione perché lei è innamorata della Andrian e dei suoi vini. La voglia di mantenere una identità, anzi due, è forte. Per preservare il terroir diverso e perché ogni marchio uno stile diverso Quanta è strana e meravigliosa la natura. Pochi metri di distanza. Un fiume, nemmeno tanto grande, a separare e i terreni diventano profondamente diversi. Terlano con porfido quarzifero (origine vulcanico): pochi nutrienti ma molto minerale. Andrian con roccia calcarea. Ad Andrian il sole c’è la mattina fino a quando non sparisce dietro il monte Gant: 2000 metri di roccia calcarea, argilla e pietre di dolomia. A Terlano il sole rimane fino a sera riscaldando il terreno così che durante la notte il calore possa essere rilasciato. Ad Andrian lo sviluppo delle piante è dietro di 10/15 giorni rispetto a Terlano Per mantenere due identità però serve tanto lavoro e soprattutto tanto supporto. Non tutti i contadini sono contadini. Lavorano in altri settori. Dai 2000 metri agli 11 ettari. I nostri contadini hanno bisogno di aiuto Eccola la grandezza e il pragmatismo. La squadra vera. Supporto ai contadini per tutto ciò che concerne la vigna. Ma anche poi premio al merito. Perché il lavoro, quello buono, non solo va premiato ma anche retribuito. Così che c’è un voto ovvero un punteggio al lavoro svolto in vigna e c’è il voto all’uva. Utile per determinare un prezzo diverso per contadino. Voto alto, ovvero impegno e investimento, retribuzione dell’uva alta. Con questo sistema riusciamo a portare qualità nella bottiglia E che vini! Ci sono interpretazioni del territorio con il Lagrein e la Schiava, il Gewurztraminer e il Muller Turgau; internazionali (ma manco tanto per queste zone) Merlot, Pinot Noir, Sauvignon Blanc, Chardonnay e Pinot Blanc. Pinot Noir, Merlot, Lagrein, Sauvignon Blanc e Chardonnay anche in versione “selezione” per grandi affinamenti in legno. Il comune di Andrian non potrebbe contenere le vigne di tutti i soci così che risultano sparse nel territorio. Non poprio a distanza breve. La vinificazione però, avviene insieme, a Terlano. Per entrambe le cantine. Sinergie. Intelligenza. Per chi ama il vino sa che l’Alto Adige (Süd Tirol) è sì famosa (in Italia) per i vini bianchi ma anche per i rossi come il Pinot Noir che qui, ha raggiunto livelli altissimi. Allora sfido Alexandra chiedendole proprio del loro Pinot Noir e di come in Alto Adige (Süd Tirol) la zona di Mazzon sia diventata un punto di riferimento per questo vitigno. Abbiamo una vigna singola vicino Mazzon, un ettaro di un socio storico dal quale produciamo (sole 4500 bottiglie) Anrar che nel 2022 ha vinto il concorso come miglior Pinot Noir d’Italia Toh, Alexandra ha messo a segno un altro punto. Dovrebbe far riflettere questa cosa quando si pensa che le cantine sociali, le cooperative, non custodiscano in sé eccellenze. Chi ha una vigna a Mazzon avrebbe da che mettersi in proprio o venderla guadagnando cifre per garantirsi la pensione. Invece no. Conferisce le uve alla cantina sociale. Lealtà, attaccamento, qualità. Tra le due cantine unite in cooperativa, non c’è competizione (io già me le immaginavo in una disfida a remi tipo Oxford e Cambridge sulle acque dell’Adige) semmai completamento. Come ad esempio sui Sauvignon Blanc. Quello di Terlano è sempre esaurito ma quello di Andrian è un’altra stilistica che va complemento: più pronto per Andrian, più complesso per Terlano Ho avuto modo di assaggiare e recensire sia il Gant 2019 di Andrian, fantastico Merlot 2019 sia il Vorberg Riserva 2020 di Terlano raffinato Pinot Bianco. Entrambi superlativi. Entrambi con una precisa identità. Come le due cantine. Le due recensioni sono cliccando qui: Gant e Vorberg. La chiaccherata volge al termine e Alexandra mi stupisce ancora quando le chiedo come si senta a lavorare qui. Posso dare un contributo alla crescita di questo marchio del quale io personalmente sono molto convinta. Ciò che mi piace di più è andare in giro ed incontrare le persone. Anche se io posso raccontare tante cose sul vino ma alla fine è il vino stesso che sa raccontare di più La prospettiva di crescita. Che poi altro non è che vedere le cose in maniera diversa rispetto agli altri. Guardare lontano con la voglia di essere partecipi di ciò che si è intravisto. È proprio vero che dietro ogni vino c’è una storia. Ma è altrettanto vero che dietro ogni vino ci sono tante persone speciali. Come Alexandra.   Ivan Vellucci Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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22 Febbraio, 2023

Chi trova un amico...trova Marco Capitoni

“Chi trova un amico trova un tesoro”, dice il proverbio. E a quanto pare un tesoro porta ad un altro, quando gli amici con cui condividi quella bellissima passione che è il vino hanno il desiderio di farti conoscere le loro cantine preferite, come spesso accade. Eccomi così un sabato mattina sfrecciare in treno direzione Arezzo. Da lì, io e Benedetta ci siamo dirette verso la Val D’Orcia, luogo che non necessita di tante presentazioni essendo tra le altre cose riconosciuto come patrimonio dell’umanità dall’Unesco dal 2004. Già nell’antichità la Val d’Orcia era famosissima, attraversata longitudinalmente dalla Via Francigena che a sua volta incrociava molte importanti antiche vie di comunicazione. Oggi, tra molti suoi pregi, i prodotti alimentari tipici del territorio fanno di questa valle una regione conosciuta in tutta la penisola. Uno tra tutti, il suo rinomato formaggio, nato pare dall’insediamento nel passato di una comunità di pastori sardi che si dice abbia trovato qui il luogo ideale dove stabilirsi con le proprie greggi. Ma anche tartufo, olio extravergine e, naturalmente, i suoi vini sono prodotti altrettanto identitari di questa zona. E’ una bella giornata di sole. “Siamo fortunate”, ci diciamo mentre attraversiamo i tipici paesaggi della campagna toscana, dove filari di cipressi si intervallano con dolci colline disseminate di vigneti. E poi boschi, oliveti e campi a perdita d’occhio, intervallati da paesini le cui case sono per la maggior parte state costruite con mattoni  a vista e i cui attuali abitanti testimoniano l’identità del luogo e la profonda appartenenza alla propria terra. Qui, infatti e contrariamente alle più rinomate zone vicine, gli abitanti hanno scelto di non vendere le proprie case e terreni, rimanendo custodi della propria identità culturale. La Val D’Orcia Eccoci arrivate alla nostra meta finale, l’Azienda Capitoni. Marco, il titolare, ci accoglie sorridente insieme a sua moglie fuori dalla casa-cantina. L’edificio è a due piani, completamente in pietra e caratterizzato da una una ripida scala per arrivare all’appartamento, mentre sotto di essa, a livello del terreno, riposano le botti. Ci perdiamo nel panorama, con Pienza che si può vedere in lontananza e il Monte Amiata lì, maestoso, che sovrasta il cielo terso e azzurro. Il vitigno dominante in questa zona è il Sangiovese, ma troviamo anche molti vitigni autoctoni, tra cui il Foglia Tonda. Due le tipologie rosse previste dal disciplinare: l’Orcia Doc, che prevede almeno il 60% di Sangiovese, e l’Orcia Doc Sangiovese, dove la percentuale minima del vitigno sale fino al 90%. Nonostante qui il vino sia cosa seria da secoli, la prima è una Doc molto giovane che ha visto la luce il 14 febbraio 2000 grazie agli sforzi di un tenace gruppo di produttori. Al momento, le cantine sono circa sessanta, sparse nei tredici comuni entro i quali il disciplinare ne ammette la produzione. L’Orcia, ci racconta Marco, è una giovane denominazione “schiacciata” tra due giganti, Montepulciano e Montalcino, ma non da meno per quanto riguarda la qualità. Il terreno ha comunque distinte e specifiche caratteristiche e siccome il suolo non è “riproducibile”, tramite esso si creano riconoscibilità e identità. Siamo a 460 metri sul livello del mare, in un crinale tra la Val di Chiana e la Val D’Ordine caratterizzato da un terreno marino che regala al vino una sapidità che non ti aspetteresti. Un territorio vasto con una produzione contenuta (300.000 bottiglie la produzione globale) che porta di conseguenza a una denominazione di nicchia. Da emiliana apprezzo molto l’ospitalità in cantina e il fatto che ai Capitoni si coniughi l’arte al vino. Ammiriamo le opere di Camilla Perinetti Casoni in esposizione in questo periodo, che dipinge utilizzando mosti e vino ritratti di donne molto belli. Sembrano dei carboncini se li osservi da lontano, I colori cambiano come cambia il colore del vino a contatto con l’ossigeno… è tutto in evoluzione. Le etichette dell’Azienda I Capitoni riportano tutte la Cariatide della Pieve di Corsignano dell’VIII secolo che si trova tra le piccole arcate della Pieve di Corsignano. Questo vuol essere un omaggio alla dea della fertilità ma anche alla donna colonna portante della famiglia e della società. Gli assaggi Passando agli assaggi, Marco ci racconta di “aver immaginato di andare indietro nel tempo e di partire dalle basi” mentre ci spilla direttamente dall’anfora un Sangiovese in purezza, Il Troccolone, unico suo vino prodotto in anfora. L’anfora non è una qualsiasi, ma prodotta a Impruneta con una lavorazione tra le più antiche, che richiede grandi abilità manuali e tecniche e l’utilizzo della pregiata terra di Galestro. Nella pratica, questa tecnica consiste nell’applicare filoni di argilla attorno ad una matrice che serve da sostegno, facendo aderire una parte dell’argilla alla parte finale del giro precedente. Finito il guscio, esso viene stuccato, steccato e lisciato. Infine, vengono eseguite le rifiniture a completamento, come bordi e festoni. L’anfora viene prima essiccata al sole. Tecnica, questa, che impedisce la vetrificazione che si avrebbe altrimenti in cottura, rendendola in questo molto più traspirante. L’obiettivo è arrivare alla maturità del vino, esaltando le caratteristiche del frutto con la sua croccantezza e i suoi profumi, mettendoci al tempo stesso in condizione di goderne in tempi brevi con una beva che risulti scorrevole. Una curiosità; il nome Troccolone deriva dal modo in cui, in dialetto, veniva chiamato il commerciante, sia esso a piedi, in calesse o a cavallo, che andava per paesi barattare con i contadini polli, uova, conigli e vino. Nome, oggi, di un vino che comunica il rispetto della tipologia che si beveva a quel tempo nei poderi. Assaggiamo Capitoni come prova di botte, vendemmie separate e vinificazioni separate. Un blend diverso sangiovese e  merlot in percentuale variabile. Passiamo al Frasi 2019 (Sangiovese, Candiolo, Colorino) un “unicum” entusiasmante perchè è prodotto da un’unica vigna (classe ’74 vigne miste) e se ne ricava solo una botte di vino. Marco lo produce solo se le vendemmie sono equilibrate per qualità e quantità. Perchè Frasi? Chiedo curiosa. Marco mi fa notare che nel retro dell’etichetta è riportata appunto una frase. Ci spiega che sceglie le frasi, diverse per ogni annata, basandosi su un pensiero un particolare che identifica l’annata: può essere un’andamento stagionale, un fatto accaduto oppure un aspetto fantasioso. Ad esempio il Frasi 2007 riporta “la soddisfazione della fatica, le speranze e i risultati: Orgoglio”. Affascinante. Continuiamo la carrellata con Capitoni 2019, fermentazione spontanea un blend di  85% sangiovese 15% merlot, Capitoni 2005 e con Ventennale 2017 (100% Sangiovese) uscito nel 2021 per il 20 anni di vita dell’azienda, In etichetta altre alla cariatide onnipresente è riportata la frase significativa: «Vent’anni di vita-vent’anni di vite». Passiamo ad assaggiare una novità, solo 300 bottiglie per ora prodotte. Sangiovese 2021, macerazione su bucce e raspi fino a giugno. Il suo nome sarà EsSenza. Un vino senza solfiti dove i raspi servono per aumentare le proprietà antiossidanti e per bilanciare l’assenza della solforosa. Una sperimentazione che seguirò con curiosità per vedere come andrà a finire! Finiamo poi con le gambe sotto il tavolo un un tipico locale a Pienza (Ristorante Il Falco). Si capisce che qui l’accoglienza viene vissuta con piacere e intesa come arricchimento. Una Toscana un po’ diversa da altre zone; forse più autentica? Non lo so ma di sicuro qui mi sono sentita in famiglia, come se conoscessi Marco e Antonella da una vita. Concludiamo sontuosamente con il Vinsanto 2016 di uve bianche: grechetto (qui chiamato pulcinculo) malvasia e trebbiano appassite in fruttaio. Il suo nome è “Ta” che è il nomignolo con cui Marco chiama la moglie a cui ha dedicato il vino. Un amore che abbraccia a 360° territorio, famiglia, tradizioni. E tu sei mai stato in Val D’Orcia per cantine? Ora non hai più scuse Claudia Riva di Sanseverino
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18 Febbraio, 2023

Monpissan, cantina di famiglia nel cuore del Roero

Monpissan, cantina di famiglia nel cuore del Roero In occasione di Nebbiolo nel Cuore, bellissimo evento tenutosi a gennaio scorso a Roma, ho avuto l’occasione di conoscere diverse realtà molto interessanti, una di queste è stata Monpissan. Una storia di famiglia, una piccola cantina con grande qualità ed esperienza alle spalle. Nel lontano 1909 fu Antonio Gallino “Toni Bel” ad iniziare la tradizione e a coltivare le sue vigne in Piemonte, nello specifico a Canale, e forse allora non immaginava che un giorno anche le sue pronipoti ne avrebbero seguito le orme. Forse non tutti conoscono il ROERO: siamo nella provincia di Cuneo, areale delimitato dalla porzione di territorio situata a Nord di Alba, sulla riva sinistra del Tanaro, tra la pianura di Carmagnola e le basse colline dell’Astigiano. I paesaggi vitivinicoli del Roero, insieme a quelli di Langhe e Monferrato, nel giugno 2014 sono stati dichiarati Patrimonio Mondiale UNESCO. Come in molte altre zone del Piemonte, la viticoltura nel Roero ha una storia millenaria: la produzione viticola si sviluppa, infatti, prima dell’arrivo dei Romani, fin dalla presenza dei Liguri, grazie probabilmente all’influenza degli Etruschi, e si estende con sempre maggiore intensità fino ai giorni nostri. Ma torniamo alla storia della cantina: l’attività di Antonio fu poi portata avanti e incrementata dal figlio Giuseppe, detto Pinutin, che acquisì nuovi vigneti a Cascina Boera, luogo dove tutt’ora sorge Cantina Monpissan. Antonio era il nonno dell’Antonio Gallino di oggi, che con la passione della vite e del vino, anche grazie all’aiuto costante della moglie Margherita, porta a vinificare uve provenienti da 13 ettari di proprie vigne e a coltivare le tipiche nocciole. Antonio oggi è coadiuvato dalla figlia Pinuccia e dal genero Giovanni, coinvolti pienamente nel lavoro di vigna, cantina, agriturismo e marketing aziendale. Abbinando antiche tradizioni e nuove tecnologie, Cantina Monpissan produce i vini tipici del Roero come Arneis, Roero, Nebbiolo e Barbera, ma anche vini come Bonarda e Grignolino, dolci come Armonia e Birbet, Spumante Brut. A nonno Pinutin, è dedicato il “Pinutin Rosè” da uve nebbiolo mentre al bisnonno è dedicata la selezione Roero Arneis docg “Toni Bel” grazie al quale è iniziata la storia della cantina. Uno dei vini più rappresentativi dell’azienda è proprio il Roero DOCG, 100% Nebbiolo, prodotto a sinistra del Fiume Tanaro nell’omonima zona della denominazione. Un vino che denota un colore rubino con trasparenze e sfumature ramate, di grande eleganza e maturità grazie al passaggio in legno, esprime note di ciliegia e mirtillo, cenni di cuoio e liquirizia, mentendosi fresco e vibrante, al palato conferma la sua eleganza e la genuina piacevolezza di beva. Una piacevole scoperta da tenere d’occhio! A cura di Giuseppe Petronio  Mi trovi su Instagram @peppetronio
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17 Febbraio, 2023

I Fenicotteri e l'aerale del futuro

I Fenicotteri e l’aerale del futuro Nel 2009 l’allora ministro dell’economia Tommaso Padoa-Schioppa, definì “bamboccioni” una generazione di giovani pigri che non volevano fare nulla. Figuriamoci lavorare e staccarsi dalla propria famiglia. Oggi invece si parla di reddito di cittadinanza e di chi, pur potendolo, non vuole lavorare puntando al sussidio. Il concetto non cambia. 31 anni possono essere tanti o pochi. Ma è l’età giusta per essere definiti “bamboccione”. Ecco, ora prendete tutto quello che ha rappresentato il preambolo dell’articolo e pensate all’esatto opposto. Anthony Poli è l’esatto opposto di un bamboccione. Non so quale sia il termine giusto per definirlo, ma Anthony potrebbe esserne il prototipo. Di questo opposto. La sua, in fondo, è la storia semplice di un ragazzo con una passione: la terra. È anche vero che per coltivarla la terra devi avercela. Altrimenti sei un semplice contadino. Ma Anthony è anche un contadino. Uno di quelli che non si stanca nel fare le cose. Lavoro tanto ma quello che faccio mi piace. Se devo scegliere tra andare in giro o andare a potare, scelgo di andare a potare Anthony viene da una famiglia che lo ha fatto crescere a pane e piante. Con il papà giardiniere, agricoltore insomma: le mani bene immerse nella terra. Una passione già presente da piccolo Quando sarò grande avrò almeno 100 ettari di terra Così diceva Anthony in tenera età Proprio grazie al papà che Anthony conosce Claudio, la di lui moglie Giovanna, i figli Andrea e Flavia da poco in quel di Monte Castello di Vibio. Viene accolto in casa come se fosse un figlio. Il terzo figlio. Fa parte della famiglia e come tale viene trattato. Guarda, visto che hai questa passione e per me sei come un terzo figlio, vai in giro, cerca terra e facciamo una azienda agricola Forse, questa è stata la vera unica fortuna di Anthony. Tutto il resto, è solo determinazione, passione, romanticismo. Senza dimenticare però il sostegno. Quello del papà, di Claudio, di Giovanna. Persone capaci di sostenere e alimentare il sogno di Anthony. Alimentarlo senza mai interrompere il flusso di positività. Romanticismo dicevamo. Perché quando un ragazzo intraprende gli studi, capisce di aver sbagliato strada sentendo forte il richiamo della terra e ha la forza di cambiare facoltà e ricominciare, allora siamo in presenza di qualcosa di più di un amore. Questo è romanticismo. Anthony è così. Torna indietro, studia agraria e inizia a lavorare. Con le sue mani. Con la sua forza. Senza fermarsi un attimo. Faccio tutto io. Papà mi dà una grossissima mano La manodopera solo per la raccolta. Dell’uva e delle olive. Fa pure da consulente ad altre aziende come agronomo e ha una ditta di giardinaggio.   Metodo. Forza. Fatica. Dentro e fuori la cantina. Dentro e fuori i terreni. Serve metodo e organizzazione. Il lunedi cantina. La vendemmia? Esiste solo quello. Una agenda ben definita. Senza sgarrare. In tanti dicono che non c’è lavoro. Ma ce ne è in avanzo. Occorre avere solo la forza e la voglia. Bamboccione? Proprio no. Claudio gli lascia corda libera su tutto. Partecipa come persona molto modesta. “facciamo insieme” dice. È un investitore spettatore. Non chiede numeri. Non vuole il risultato. Gli piace il progetto e si fida di Anthony. Già il progetto. Anthony è ambizioso ma di quella ambizione sana. Senza spocchia. Fatta solo di duro lavoro. Di rinunce. Di fatica. Animata dalla passione per ciò che si fa. Voglia di vivere a contatto con la terra sentendone il ritmo, accarezzando i cicli vitali, osservando la bellezza del crescere qualcosa che hai impiantato. Il romanticismo. Nel 2014 Claudio fonda l’azienda I Fenicotteri dove lavora un po’ tutta la famiglia: Andrea si occupa delle consegne e della parte amministrativa, Flavia della comunicazione, Giovanna delle etichette e della accoglienza. 160 ettari con 10 ettari di vigna e oltre 2500 olivi non sono pochi da gestire. Specialmente per un ragazzo come Anthony. Ma ci si butta anima e soprattutto corpo. Lavoro, lavoro, lavoro. Nel 2017 mi sono sentito abbastanza grande per produrre vino Bamboccione? No, consapevolezza. Così, grazie anche al supporto tecnico di Roberto, enologo, con pochi attrezzi e tanta passione sono nati i primi vini. Consapevolezza. Consapevolezza di essere in una zona con ottimo potenziale in grado di produrre prodotti di alto livello. In effetti siamo in Umbria, a Monte Castello di Vibio, poco lontani dalla più rinomata Monfefalco. Una zona dove vitigni autoctoni ma anche alloctoni stanno contribuendo a rendere grande una regione così piccola. Qui, già nel 2002 Claudio aveva impiantato Merlot e Sagrantino, Trebbiano spoletino nel 2011. Altre vigne acquisite da poco. Proprio parlando di queste ultime Anthony mi stupisce. La gente vede un masso da tirare. Io vedo tanto potenziale. È vero che è vecchia e produce poco ma può fare la differenza. Bamboccione? No, visione. C’è nelle parole di Anthony la schiettezza di un ragazzo, la maturità di un uomo, la visione di saggio. Quando parla delle piante, dei trattamenti, dei cicli vitali, della raccolta, non parla di “cose”. Parla di esseri viventi che hanno bisogno di attenzione, cura. Una attività maniacale che lui fa da solo aiutato solo dal papà. Senza usare la chimica. “Essere tecnicamente più avanzati e non far fare alla chimica. Perché se ti affidi alla chimica, questa fa da sola” Poi, come se la giornata fosse fatta da più di ventiquattro ore, si occupa anche degli ulivi. Che tratta al pari della vigna. Non se la prende con le persone che gli danno del matto. Ha rispetto degli altri. Ma nel tempo ha visto che il suo lavoro ha dato frutti e che chi lo denigrava, adesso, viene ad interessarsi dei suoi metodi. Una bella rivincita. Ama il suo lavoro. Ama la sua terra. Ma ancor di più ama Monte Castello di Vibio. La sua casa. Nei suoi sogni è far diventare Montecastello di Vivio un areale famoso come Montalcino. Ci crede. Ci crede davvero. Bamboccione? No, romantico. Per quello che ho in testa non abbiamo ancora fatto nulla E con i piedi ben piantati per terra. Non vuole superare le 20000 bottiglie Assaggiamo un paio di vini con la convinzione di Anthony che Il vino buono lo fanno in tanti. La storia è solo la mia Bamboccione? No, saggezza. Il primo è il Vibio (onore al paesino) da Trebbiano Spoletino coltivato in circa due ettari e mezzo per sole 2000 bottiglie (il resto dell’uva venduto a privati e alle cantine sociali). È un 2020. Ancora giovane. Semplice e ben centrato. Tanti fiori al naso insieme a bella frutta non matura. Poi fieno, Sentori semplici e puliti che tornano al sorso che si presenta secco, fresco, caldo, leggermente sapido. Buona la persistenza. Lo immagino perfetto per un aperitivo o un bel pesce al sale. Convincente per la sua linearità. Verticale ma con tendenza ad allargarsi sul finale che comunque è pulito senza virare sull’amarognolo. Poi il Sagramerlo 2019, blend di Sagrantino e Merlot (recensito su @ivan_1969, qui il link) Bel colore rubino di grande limpidezza. 12 mesi di botte al sesto passaggio (parte in barrique parte in tonneau). Subito evidenti i fiori, la frutta, il sottobosco. Tutti sentori non propriamente dolci anzi, ancora acerbi. In fondo c’è l’anima del Sagrantino che, essendo del 2019, è ancora un lattante. Infatti il tannino risulta ancora aggressivo ma con una rotondità sottesa che c’è tutta. Tra un anno e mezzo sarà spettacolare ma funziona benissimo anche così. Un vino da bere subito la prima bottiglia; conservare la seconda per almeno due anni. I vini mi hanno convinto. Porto con me il Merlot e il Crasi, un Pinot Bianco che è maturato in botte per dieci mesi. Così come porto con me la certezza che questo ragazzo, e l’azienda intera, farà strada. L’augurio è che riesca, insieme a tutta la sua famiglia (allargata) a realizzare il sogno per Monte Castello di Vibio e il suo areale. Ora, dopo tutto questo, uno si chiederà: ma che diavolo c’entrano i fenicotteri? Giovanna, la moglie di Claudio amava i fenicotteri che vedeva sempre nel giardino di una villa vicino Milano. Cosi, quando hanno comprato l’azienda agricola non potendo metterci i fenicotteri, Claudio ha deciso di chiamarla così. Se non è amore questo!   Ivan Vellucci Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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14 Febbraio, 2023

Wine in Venice, una dichiarazione d’amore per il mondo del vino

Otto paesi stranieri coinvolti, Tremila duecento visitatori, Quattordici consorzi…il mondo del vino ha una nuova casa ed è Venezia grazie al debutto da record di “Wine in Venice” È stato un amore a prima vista, un tumulto di passione, un vortice di emozioni, sono queste le espressioni più corrette per descrivere la prima edizione di “Wine in Venice” organizzato da Winetales, Beacon, The Media Company Store e Venezia Unica. Per questa ragione vogliamo raccontarla, proprio nel giorno dell’amore per antonomasia: San Valentino  Un racconto a poche settimane da quando la città del doge, con le istituzioni comunali in prima fila, ha accolto  il mondo enoico con la sua inconfondibile ospitalità per tre giorni di kermesse che è andata in scena dallo scorso 28 Gennaio nelle meravigliose sale della Scuola Grande della Misericordia e del Cà Vendramin Calergi. ”Sono stati tre giorni in cui si è fatto un passo avanti concreto per scrivere il futuro del mondo del vino del nostro Paese – dichiara l’assessore al Turismo di Venezia, Simone Venturini – è quindi un orgoglio per Venezia sapere che tutto ciò sia avvenuto qui, tra le splendide sale della Scuola Grande della Misericordia e di Ca’ Vendramin Calergi. Wine in Venice ha dimostrato che, grazie a lavoro di squadra e costanza, si possono creare le condizioni per incidere in modo positivo sulle vite future di molti ed è proprio l’impegno che ci siamo assunti candidando la città a capitale mondiale della sostenibilità. Il 2023 sarà l’anno degli eventi di qualità e dell’esclusività per Venezia, con Wine in Venice abbiamo iniziato con il piede giusto”. Partiamo da un primo dato: il pubblico con una risposta sorprendente oltre 3.200 visitatori che hanno popolato le aree della manifestazione e che sono arrivati a Venezia da tutte le venti regioni italiane e da ben otto paesi stranieri tra cui gli Stati Uniti ed il Brasile. Sono stati tre giorni pieni di appuntamenti che hanno avuto come protagonista venti cantine selezionate da una giuria internazionale di diciotto esperti tra i quali: Lara Loreti, Gabriele Gorelli, Mattia Cianca, Simone Roveda, Karin Meriot e tanti altri…tutti sotto l’attenta regia del presidente di giuria Luca Ferrua, direttore di “Il Gusto” verticale food&wine del gruppo GEDI, media partner dell’evento che ha dichiarato:  “Wine in Venice è stato un bacio magico tra il vino e Venezia, un amore a prima vista che ora va costruito e reso solido come si fa con le grandi storie d’amore. Ci sono tutte le caratteristiche dai progetti comuni, alla reciproca attrazione a quel fascino da corteggiamento eterno perché come due amanti eterni Venezia e il Vino sanno sempre stupirsi. E brindare insieme” Venti cantine che hanno sfilato lungo i duecento ventiquattro metri di tappeto rosso stesi nelle maestose sale veneziane per dare luogo al primo red carpet del vino. Le discriminanti per la selezione delle venti cantine sono state: Etica, Innovazione e Sostenibilità. Le cantine con il loro modo “di fare vino”, hanno rappresenteranno la propria regione, un vero premio al duro lavoro in vigna che ogni anno (per situazioni economiche e climatiche) diventa sempre di più eroico, un vero premio perché non è stata richiesta nessuna quota di partecipazione alle cantine selezionate. Quattordici consorzi presenti alla manifestazione con Valpolicella a fare gli onori di casa ed i tredici consorzi di Ascovilo a raccontare le meravigliose realtà lombarde dall’Oltrepo Pavese alla piccola DOCG del Moscato di Scanzo. Sono state quindici le ore complessive di Masterclass nei tre giorni di manifestazione tutte “sold out” con oltre cento persone presenti per ciascun appuntamento. Un programma di masterclass impreziosito ulteriormente da tre realtà, due Venete ed una dell’Oltrepò Pavese: Valdo, Fiorotto e Bosco del Sasso. Valdo ha stupito il pubblico con un focus sul metodo classico, prodotto inusuale per la zona di produzione e decisamente sorprendente, mentre Fiorotto ha fatto “viaggiare” i presenti in un percorso tra vino e galateo. Bosco del Sasso poi ha presentato un nuovo progetto imprenditoriale in un territorio enoico in grande crescita per un’azienda che ha creato un forte legame con il territorio e la volontà di far conoscere il valore di una produzione vitivinicola rispettosa delle tradizioni ma proiettata al futuro. Una visione internazionale è arrivata da GPA Sportech, azienda che ha sostenuto la manifestazione ed ha messo in scena una ricercata verticale sui vini della Borgogna. Un altro momento di forte richiamo internazionale è stata la presenza di Uniexport Manager che ha assegnato, nel contesto veneziano, il suo premio dedicato alle migliori storie di export nel mondo, attività confermata anche per la prossima edizione.   Protagonista assoluto di questa prima edizione è stato il Consorzio di tutela del Lugana con due Masterclass “sensoriali” ed un pomeriggio dedicato ai 40 produttori per approfondire le capacità di affinamento del vitigno Turbiana, l’evento ha preso il nome di “Armonie Senza Tempo” ed è stato certamente uno dei momenti più apprezzati sia dal pubblico che dagli operatori. Gianpaolo Breda, giudice della manifestazione e presidente di AIS Veneto oltre a garantire con il suo team di sommelier la qualità nel bicchiere delle aziende selezionate, ha eseguito tre masterclass che ci hanno portato in giro per il “bel paese” in un percorso incredibile. Perché incredibile? Perché in moderazione c’è stato il più grande talento della manifestazione Alessandro Nigro Imperiale un giovane ragazzo pugliese di trentuno anni che sta facendo grande l’Italia nel mondo. “Wine in Venice è già l’evento che ha segnato la comunicazione del Vino in tutta Italia nel 2023. Vini ed ospiti d’eccezione in un contesto unico come quello del bellissimo e storico Palazzo della Misericordia. Non ci resta che aspettare impazienti il prossimo Wine in Venice 2024!” Alessandro è il miglior sommelier AIS 2022, il miglior sommelier francese 2023 ed anche Head of Sommelier del Four Seasons di Cap Ferrat in Francia. Alessandro ha presieduto tutti i momenti ufficiali della manifestazione dimostrando un’energia unica ed una competenza eccezionale con una dose di umiltà invidiabile, chapeau! Vinrà e la sua selezione di Vini sostenibili non solo ha eseguito una masterclass di grande impatto, ma ha fornito numeri tangibili e metriche di calcolo sulla sostenibilità che sicuramente saranno approfondite nelle prossime edizioni della manifestazione. Oltre al programma di masterclass, ha avuto un ruolo da protagonista il palcoscenico dedicato ai WineTalks dove si sono alternati ospiti di assoluto livello: da Roberto Cipresso a Dominga Cotarella, da Jacopo Cossater a Brunella Saccone, da Mattia Tabacco al senatore Gianmarco Centinaio, da Valentina Quattro a Luca Molinari per confrontarsi su un argomento comune: Come dovrà essere il Vino del Futuro? WineTalks condotte da: Lara Loreti, Francesca Pagnoncelli Folcieri e Laura Donadoni. WineTalks che ci hanno raccontato come il vino dovrà parlare ai consumatori attraverso: etica, innovazione e sostenibilità.                                    Tutto concluso? Assolutamente no! La manifestazione non finisce qui, anzi grazie al progetto 365 Giorni di “Wine in Venice” con TheFork vivrà sui ristoranti veneziani con la selezione di vini “Wine in Venice” ed esperienze dedicate per un percorso che ci porterà dritti al prossimo 20 gennaio 2024 quando si stenderanno di nuovo i tappeti rossi ed andrà in scena la seconda edizione di Wine in Venice.         Le dichiarazioni dei protagonisti: “Wine in Venice è un percorso iniziato quest’anno che ha portato a Venezia un nuovo modo di raccontare il vino. Abbiamo voluto riunire intorno ad un calice il “saper fare” del nostro paese concentrandoci su valori che devono essere fondanti nella nostra imprenditoria, ovvero: Etica, Innovazione e Sostenibilità. Adesso insieme a “Il Gusto” vogliamo far crescere questo progetto inserendolo dal prossimo anno anche negli altri grandi eventi veneziani come il Carnevale ed il festival del Cinema e portandolo magari anche in giro per il mondo. Vi aspettiamo a Venezia il prossimo 20 gennaio 2024!” dichiara Damiano Antonelli, Ceo di Winetales marchio di W.T. Group, azienda organizzatrice di Wine in Venice. ”Siamo molto contenti di aver creato questo progetto, una grande sfida che permette di valorizzare Venezia ed il suo DNA internazionale, un percorso iniziato quest’anno che vogliamo far crescere” dichiara Riccardo Rabuffi, Amministratore Unico  di Beacon srl azienda organizzatrice di Wine in Venice. “Sono stati mesi avvincenti e sfidanti quelli che ci hanno condotto alla prima edizione della manifestazione, siamo orgogliosi di aver portato un nuovo format nel mondo del vino con la forza di un progetto che ha come obiettivo quello di far crescere ancora questo comparto produttivo nel mondo” dichiara Alessandro Bartolini, Amministratore Unico di The Media Company Store srl, azienda organizzatrice di Wine in Venice.  “Wine in Venice, con la passione profusa dalle 20 cantine selezionate e premiate, dimostra che un altro modo di fare viticoltura esiste: il rispetto per la natura e per le persone donano un sapore nuovo al vino stesso. A noi il compito di raccontare questa straordinaria evoluzione” dichiara Lara Loreti responsabile Wine & Spirit di “Il Gusto.  Gianpaolo Breda presidente di AIS Veneto commenta cosi: “La passione, la cultura del vino e l’amore per la città più bella del mondo hanno aperto le porte a Wine in Venice, un evento che farà parlare ancora molto di sè”. AIS Veneto è pronta ad accogliere una nuova edizione con energia ed entusiasmo! “Wine in Venice si è dimostrato un evento di successo sia per l’affluenza sia per la qualità degli interventi e delle cantine premiate. Siamo felici di aver partecipato e non vediamo l’ora di lavorare insieme al progetto ‘365 Giorni di Wine in Venice con TheFork’ per portare l’eccellenza dei vini vincitori nei ristoranti di Venezia partner di TheFork che aderiranno all’iniziativa” dichiara Valentina Quattro director Italy and Spain di TheFork  Francesca Pagnoncelli Folcieri aggiunge:  “Come direttore scientifico di Wine in Venice e come produttrice quello che mi rende più felice e orgogliosa di questo evento, che siamo riusciti a realizzare è il fatto di aver dato voce a produttori che fanno scelte coraggiose tutti i giorni per necessità di coscienza, più che per qualunque altra considerazione…non ci sono fini commerciali, ma solo scelte necessarie per essere rispettosi dell’ambiente in cui viviamo e riuscire così ad avere cura della nostra terra al meglio possibile.” Christian Marchesini presidente del consorzio della Valpolicella dichiara: “Siamo stati soddisfatti della manifestazione lagunare di Wine In Venice. E’ stato un momento perfetto per fare networking con gli operatori di settore, valorizzare i vini del territorio della Valpolicella in una delle città italiane più rappresentative per il mondo Ho.Re.Ca d’eccellenza, che è poi il nostro principale target di riferimento”. Giovanna Prandini presidente di Ascovilo ha dichiarato: “Buona la prima per la proposta originale di “Wine in Venice” efficace nel rappresentare l’eccellenza del vino made in Italy con un nuovo format molto accattivante” “Una manifestazione che già è diventata importante nel panorama vinicolo italiano, ora le aspettati per il 2024 sono altissime, ma siamo sicuri che Wine in Venice non ci deluderà” dichiara Maurizio Panzironi Amministratore di GPA Sportech  “Un’emozione unica e una scelta di grande sensibilità voler premiare la sostenibilità dei vini italiani in una cornice di rara bellezza: Venezia! Wine in Venice è stata un’esperienza ricca di spunti, di nuove progettualità e di sinergiche amicizie, con un team entusiasmante che ha costruito il contenuto dell’evento prima di tutto con passione! Siamo onorati di essere nella squadra!” dichiarano Paolo Criscione e Maria Dei Svaldi di Vinrà Il presidente di Uniexport Manager, Giuseppe Vargiu ha commentano cosi: “Come Uniexportmanager siamo felici di aver partecipato a “Wine In Venice”.  Insieme ai vincitori del Premio ExportItalia e agli exportmanager convenuti a Venezia da tutta Italia abbiamo testimoniato l’importanza cruciale delle piccole aziende del vino e del food made in Italy e del portare il loro sviluppo internazionale al centro della nostra economia.” La redazione di Winetales Magazine
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10 Febbraio, 2023

Cantina Gualtieri e l'uva Fogarina

Cantina Gualtieri e l’uva Fogarina O com’è bella l’uva fogarina!
O com’è bello saperla vendemmiar
E far l’amor con la mia bella!
E far l’amore in mezzo ai prà! Diridin din din!
Diridin din din! Ora non mi prendete per matto, ma per leggere questo articolo bisognerebbe avere in mente la canzone che parla dell’uva Fogarina. Perché? Semplicemente perché se si vuole capire l’Emilia Romagna, quella della cultura gastronomica legata ai prodotti della tradizione, quella dove si mangia e si balla al ritmo delle fisarmoniche; quella dove il vino deve essere genuino, sincero, brioso e che accompagna tutto il pasto, allora quella canzone fa proprio al caso nostro. Ma nono solo per quello. Siamo a Gualtieri. Piccolo paesino in provincia di Reggio Emilia dalla quale dista poco più di 30 km. Ma dista 30 km pure da Parma. Poco più di 30 da Modena. E stessa distanza da Mantova. Insomma, siamo nel bel mezzo del Lambrusco. È qui che nasce, nel 1958, la Cantina Sociale di Gualtieri. 160 soci, 50.000 quintali di uva prodotta, circa 250 ettari vitati (due terzi a Reggio Emilia, un terzo a Mantova). Meraviglioso esempio di cantina sociale che ha resistito al tempo e alla politica.     La nostra sociale è una sociale dove la politica non si è mai toccata. Nasce come una sociale della Democrazia Cristiana in una zona dove erano tutti comunisti. Non si attaccava con nessuno. Questo uno dei motivi per cui è crescita per conto suo Chi mi parla è Giacomo Formigoni, Responsabile commerciale della cantina. Uno che ha sposato la causa del Lambrusco. Una persona che parla con pacatezza di un prodotto che meriterebbe di uscire dai luoghi comuni e spostarsi su palcoscenici diversi. Perché qui, in Emilia, i terreni sono fertili con matrice di argilla e sabbia e producono tanto. Ma produrre tanto non vuol dire e non deve dire meno qualità. Qui le persone vivono per rendere eccellenti i prodotti che hanno a disposizione. Vivono, studiano, si impegnano. Così tanto che sono anche disposte a scommetterci. Perché una cantina sociale si basa sulla scommessa di tutti. Sul lavoro di ogni singolo socio che viene pagato in funzione della qualità che produce. Questa è la filosofia della Cantina Gualtieri. C’è poco da scherzare. Anche se poi il Lambrusco invita all’allegria. Per produrlo, metodo, qualità, rigore. Quando poi a tirare le fila c’è una donna, Laura, allora tutti devono filare diritti. È un generale che tira le orecchie anche a me che faccio il commerciale La loda perché è brava Laura. Enologa. 38 anni, due figli. Unica donna che gestisce la cantina nel panorama delle cantine sociali. Ha una attenzione particolare. Ma soprattutto ordine e disciplina. Mica semplice per una cantina che è a filiera interna che produce 3 milioni di bottiglie l’anno. Una vera industria che si basa sul lavoro di tanti piccoli agricoltori tutti legati dalla maniacalità della ricerca di qualità. Da portare in bottiglia. Da portare sulle tavole. In fondo, sono loro i primi che consumano! Fare vino senza difetti è alla portata di molte cantine. Farlo invece salubre, sano e con una filiera intera, in modo corretto e migliore, è difficile Insomma, oltre a voler vendere un prodotto eccellente come lo sono tutti i prodotti emiliani deve pure essere salubre visto che le quantità che si bevono solo belle elevate! Il lambrusco è uno dei vini più venduti in Italia ma credo che una buona parte si fermi qui. Sarà perché si sposa perfettamente con i piatti di queste zone o perché gli stereotipi sono molti. O com’è bella l’uva fogarina! Certo, mettere d’accordo 160 soci non deve essere affatto semplice. Anche in questo ordine, disciplina, processi. E Laura. Se Laura dice una cosa da un punto di vista tecnico, il socio deve fare un passo indietro Ognuno ha i suoi compiti insomma e con l’obiettivo di portare valore in bottiglia lavorando accuratamente dal grappolo alla bottiglia. Prima la vendemmia dove si fa la divisione per uvaggio. Poi, da gennaio la produzione in cantina. Serve una produzione fresca perché il lambrusco deve essere così, immediato Chi l’ha detto poi che il lambrusco è dolce? Non lo deve essere per niente. Secco. Perché solo così si abbina alla tradizione emiliana. Il modo migliore per capirlo è assaggiarlo. Così inizia un vero e proprio viaggio tra i prodotti della Cantina Gualtieri. O com’è bella l’uva fogarina!
O com’è bello saperla vendemmiar
E far l’amor con la mia bella!
E far l’amore in mezzo ai prà! Diridin din din!
Diridin din din! Ecco, qui riparte la canzone. Perché da questo punto in poi inizio ad inebriarmi di ben sei prodotti che meriterebbero di essere bevuti per intero (a quel punto avrei cantato io a squarciagola però). Sei tipologie di lambrusco che sono un emblema del bere bene e sano. In compagnia. Il vino è convivialità, è allegria. È mangiare con le persone cui si vuole bene ridendo e scherzando. Cantando e ballando senza aver paura di sbagliare le parole. Non sempre un vino deve essere da meditazione. Non sempre dobbiamo far ricorso alle doti divinatorie e alle conoscenze enologiche. Alle volte, è bene lasciarsi andare e cantare l’uva fogarina. Il viaggio inizia con il Lia. Un vino che nasce da un nostro socio che eredita la vigna dal nonno e porta tutto in biologico con uvaggio Oliva al 100%. Bassa produzione per ettaro e poco colore. Per questo è un vitigno che si stava perdendo. L’etichetta poi, come tutte le altre, è tratta da un quadro di Antonio Ligabue perché era di Gualtieri Sicuramente non ha il colore impenetrabile del lambrusco poiché è rosa antico che da sull’aranciato. Luminoso. Bel calice a vedersi e che, soprattutto, non ti aspetti. Al naso ha un sentore che mi ricorda tanto il siero di mozzarella di bufala e il pane cafone che andavo a comprare con mio nonno. Poi emerge la pesca e la ciliegia. In bocca è secco, con giusta freschezza. Scorre benissimo grazie ad una verticalità che tende quindi ad aprirsi. In bocca ritrovo frutta, stavolta bella albicocca. Bassa persistenza ma va bene così. Sembra una visione femminile del lambrusco: è più fine. C’è lo zampino di Laura suppongo. Me lo immagino abbinarsi perfettamente con un antipasto emiliano a base di salumi, parmigiano e gnocco fritto. Il secondo assaggio è una Fogarina frizzante. È un semi secco per contrastare la sua devastante acidità. Importantissima la temperatura di servizio tra 8 e 10 gradi per evitare di far propendere il grado zuccherino. In etichetta la torre dell’orologio di Gualtieri a ricordare che è qui e solo qui che si fa. Dal 2017, quando è stata ripresa dopo un periodo di abbandono per via della sua indomabile acidità. Nel bicchiere c’è un bel colore rosato che vira ogni tanto verso il rubino. La fragolina emerge piacevolissima al naso. Una vera chicca da 9000 bottiglie all’anno Secco, diretto, piacione ma non ruffiano. Stupisce e stupisce molto. Uno di quei vini che una volta assaggiato berresti a taniche. Il frizzante di Fogarina è un bastardo. Perché apri la bottiglia e la finisci È proprio vero. Mi immagino questo vino in estate. Può fare solo danni vista la sua estrema bevibilità. Soprattutto, una volta che lo bevi, te lo ricordi. Mi esalta. Anche qui a mano di Laura. La recensione sul mio blog Instagram @ivan_1969. Come si fa a non cantare la canzoncina qui??? O com’è bella l’uva fogarina!
O com’è bello saperla vendemmiar
E far l’amor con la mia bella!
E far l’amore in mezzo ai prà! Andiamo oltre ma rimaniamo sulla Fogarina. Stavolta Spumante brut con metodo Martinotti lungo di 4 mesi in autoclave. C’è il rosato di Fogarina ed è bello accesso. C’è la luminosità e si sente che ha fatto maggiore affinamento. C’è la fragolina ma risulta meno ruffiano del frizzante. Si alza certamente il livello ed è bello vedere come il prodotto cambi totalmente a parità di uvaggio. Questo è più aristocratico ed elegante del precedente che risulta invece molto più immediato. Questo va capito. È il vestito bello della Fogarina. Ora ci attendono tre lambruschi di quelli scuri e Giacomo si lancia prima in un bel preambolo su quella che è la filosofia del Lambrusco. Lo ascolto con grande interesse perché sa portare per mano. Mi sembra di essere un bambino che assiste ad una spiegazione in un museo. A Reggio Emilia il lambrusco è rubino con una spuma rosea; a Parma è molto scuro e morbido; a Modena è molto secco; a Mantova colori scurissimi e gusti decisi, importanti Il primo è il Lambrusco Reggiano Il Ligabue. Mix di uve di Reggio Emilia Salamino e Maestri. Nel calice trovo una bolla fine con bella spuma. Rubino profondo. Rispettano il frizzante tipico nostro perché le persone a tavola bevono molto. Dall’antipasto al primo al secondo due tre calici li fai. Non deve essere invadente Ecco, quando metti nel calice un Lambrusco come questo che emana odori a profusione: non puoi non tuffartici dentro. Non puoi non berlo subito. Il sorso restituisce una bella pulizia di bocca. C’è un equilibrio perfetto e la persistenza diventa più ampia dei precedenti. Il retrogusto non può che essere della visciola non ancora matura. È secco e fresco e del dolciastro che c’è nell’immaginario collettivo, qui non ve ne è nemmeno l’ombra. Lo bevi senza soluzione di continuità. Sono sicuro che con il parmigiano va da Dio. L’obiettivo che ha il lambrusco sulla tavola è che deve finire la bottiglia. Deve sposare il pasto Me lo finirei io questo altrochè. Andiamo sul Lambrusco Reggiano Bucciamara. È un lambrusco che non è un lambrusco 40% Maestri, 60% Ancellotta. Una uva questa dalla polpa rossa che si usava e si usa per dare colore agli altri vini. È proprio una macchia di colore. Di quelle che se ti va sulla camicia la puoi anche buttare. La camicia intendo. C’è nel calice il profumo della mora, dei frutti di bosco, della polvere da sparo e un piccolo sentore di selvatico. Un vino che mastichi. È ampio, profondo con una persistenza che si incrementa e di molto. Qui c’è anche un tocco di sapidità. Chiudiamo con Lambrusco Mantovano Il Ferrante. Le uve mantovane come Ancellotta, Viadanese, Oliva e Maestri danno molto colore. Un colore meraviglioso che rende la spuma più ampia del Bucciamara. I sentori sono ancora più definiti con il selvatico che rimane. L’acidità è più marcata. La bolla fine senza essere invadente. Secco e duro. Deciso e determinato così da sposarsi perfettamente con cucina mantovana che è a base dolce (tortello di zucca). Insomma non posso che ringraziare Giacomo per avermi guidato per questo superlativo viaggio in Emilia. È stato un crescendo di emozioni e sensazioni. Uniche. Finalmente ho dato un volto ad una canzone ma per quanto ho bevuto, non mi resta che cantarla! O com’è bella l’uva fogarina!
O com’è bello saperla vendemmiar
E far l’amor con la mia bella!
E far l’amore in mezzo ai prà! Diridin din din!
Diridin din din!   Ivan Vellucci Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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7 Febbraio, 2023

Wine in Venice, un successo energizzante!

Wine in Venice, the place to be Così titolavamo nell’editoriale di gennaio, in un periodo di intenso lavoro per il team che ha ideato e organizzato Wine in Venice. Siamo sempre stati convinti della forza dell’idea iniziale, del concept da cui siamo partiti più di un anno fa, procedendo a braccetto con il team della magnifica location che ci ha ospitato, la Misericordia Maggiore di Venezia, verso l’edizione 1 ( o edizione 0 a seconda dei punti di vista). L’idea generatrice è stata quella di parlare di vino in modo DIVERSO, di mettere sotto i riflettori prima di tutto i produttori, (piccoli, grandi, medi, conosciuti, sconosciuti, mai sentiti…poco importa) e quei produttori che non mettono al primo piano l’apparire ma l’essere. Il vino è sostanza, il vino è espressione dell’idea che un produttore ha. Un’idea che è tanto più forte, identitaria, responsabile quanto più chi produce lo fa secondo coscienza e abbracciando, per necessità innanzitutto, i tre principi che abbiamo voluto ricercare: etica, innovazione, sostenibilità. Siamo riusciti a raccontare l’Italia attraverso il buon esempio e le buone pratiche di 20 realtà, una per regione, che hanno fatto scelte coraggiose prima che utili, scelte imposte dal cuore prima che dalla ragione. Sono questi virtuosi del nostro settore che vogliamo continuare a scoprire e a farvi scoprire, e Wine Tales Magazine continuerà anche nei mesi a venire a cavalcare l’onda anomala che Wine in Venice è riuscita a sollevare. Un successo inaspettato, una città, Venezia, che ci ha accolto e ci ha cercato e voluto fortemente, una grande affluenza di pubblico interessato che ha partecipato ad ogni momento della manifestazione: Wine Talk, Masterclass, degustazioni, premiazione. E siamo così galvanizzati da tutta questa energia positiva che siamo già pronti a partire per Wine in Venice 2024: le date fatidiche 20-23 gennaio! Tenetevi liberi Editoriale a cura di  Francesca Pagnoncelli Folcieri  
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3 Febbraio, 2023

Coos, raccontare la famiglia mettendoci la faccia

Coos, raccontare la famiglia mettendoci la faccia Quando si produce vino, quando si deve gestire una azienda e se ne deve promuovere lo sviluppo, può capitare che proprio lo sviluppo non rientri più nelle filosofie che ne hanno dettato la nascita. Capita. Lo sviluppo è un po’ come far crescere una pianta. Serve cura. Serve amore. In un mondo come il nostro servono anche i mezzi economici. Tutto fila liscio fino a quando proprio quella filosofia che ne ha dettato la nascita, viene meno. Almeno nell’animo di chi l’ha fondata. Coos. Coos è una delle famiglie storiche del Ramandolo, vino storico dei Colli Orientali del Friuli. Una famiglia che da sei generazione produce vino in quel di Nimis (Udine). Dario è la quinta generazione. Alessandro la sesta. Padre e figlio dal 2018 sono ripartiti con la loro nuova azienda: AD Coos. Un acronimo che ha le iniziali dei nomi che rappresentano le ultime due generazioni. Perché “ripartire” se si è alla sesta generazione? Dario Coos è figura importante per il Ramandolo. È lui che nel 1982 fu artefice, insieme alla cooperativa di Ramandolo (fondata dal bisnonno), del primo disciplinare. È lui che 1990 va a Roma per la creazione della DOC. Ed è sempre Dario a perorare la nascita della DOCG. Una famiglia che si trasferisce a Nimis nell’800 e inizia a produrre vino. Poi capita. Capita che l’azienda che prende il nome dalla quinta generazione dei Coos ha uno sviluppo non più compatibile con la filosofia di artigianalità che era la base del fare il vino e non c’è altra scelta che lasciar tutto. E ricominciare. Ricominciare per voler raccontare la storia della propria famiglia. Mettendoci la faccia. AD Coos dunque. Un nuovo inizio. Nell’anno domini 2018. AD. Anno domini. In fondo mio papà ed io abbiamo fatto il liceo classico. Volevamo scollegare le singole persone e raccontare la storia di famiglia. Alessandro parla dell’esperienza passata come una ferita aperta. Ancora troppo aperta per poterne parlare in maniera distaccata. Forse perché il papà ne ha risentito davvero. Ma è un friulano. Di quelli testardi e pragmatici. Di quelli che non guardano al passato per piangersi addosso ma solo al futuro verso cui andare. Avendo vissuto guerre, terremoti, perdite di figli l’insegnamento che abbiamo ricevuto è sempre stato quello di non piangersi addosso ma di guardare alle cose che portano la passione. Quanta verità in questa frase. Ma qui siamo in Friuli. Terra pesantemente devastata dalla Grande Guerra prima, dalla Seconda Guerra Mondiale poi, dal terremoto del 1976 infine. Eppure sempre risorto. Sempre con lo sguardo al futuro senza mai perdersi d’animo. Perché il domani sia sempre meglio del passato. Grazie al lavoro. Certo che c’è amarezza verso una avventura che deve aver causato al papà in primis e a lui di riflesso, tanti dispiaceri. Il nome della propria famiglia che non è più rappresentativo della propria famiglia. Ma dove non c’è tradizione, non c’è passione. Non c’è famiglia. Passione, cuore. Ci metti la faccia. Tutti gli aspetti economici passano in secondo piano. Come non credere ad Alessandro che parla con il cuore in mano. Tutto per soddisfare l’esigenza di ra ccontare la storia della sua famiglia. Di interpretarla attraverso i propri vini. Le radici che affondano nel passato non possono non essere evidenziate. Parla con tristezza del nonno Albino che non c’è più, terza generazione dei Coos. Memoria storica e ultimo vero assaggiatore di famiglia. Ora c’è solo lui, sesta generazione e il papà, quinta. Ecco perché la voglia di continuare. Pragmatismo friulano. Sincerità friulana. Onestà friulana. Umiltà friulana. Ci si sente ospiti nel vigneto e non proprietari. Alessandro ricorda sempre di più il nonno e i suoi insegnamenti: mai intervenire in vigna se questa non ne ha bisogno; le viti vecchie vanno curate e seguite; piuttosto si fanno riposare ma occorre dare continuità ai vigneti. Una filosofia che porta a sentirsi gestori della materia prima intervenendo il meno possibile al fine di mantenere gli aspetti varietali dei singoli vitigni caratterizzando l’annata. Anche prendendosi il diritto di rinunciare ad una vendemmia. La passione è quella cosa che ti fa dire a fine giornata che nonostante tutto è andata bene. Divertirsi ed essere appagati. Quanta dolcezza nelle parole di Alessandro. Due ettari e mezzo di pura passione. Una dimensione che consente di avere il controllo diretto dando continuità alla qualità e ciò che proponi. Una gestione in famiglia con l’obiettivo di non ricommettere più gli errori del passato. È bello notare che la gente assaggiando i vini si ricorda della famiglia. Vuol dire che il nome dei Coos vale ancora qualcosa. Vale la memoria. Vale il futuro. Pochi vini ma pienamente identitari del territorio. Anche se con qualche eccezione tipo il Sauvignon Blanc e il Pinot Grigio. Assaggiamo proprio il Sauvignon. Prodotto per ricercare eleganza rispetto alla ruvidità friulana. Mi piace perché al naso ritrovo semplicità ed eleganza. Semplice nei sentori di frutta e fiori. Ben definito e vino. Il sorso è coerente con il naso. Grande equilibrio e pochi contrasti. Lineare, preciso, finanche civettuolo. Fresco, sapido con finale lievemente ammandorlato a perfetto contrasto la una sensazione di morbidezza iniziale. È un vino con persistenza non elevata che abbini facilmente finendo con altrettanto facilità la bottiglia. Ci sono ovviamente gli bianchi friulani come il Friulano (che non si può ma si chiama qui Tocai) e la Ribolla Gialla e Pinot Nero. Poi ovviamente il Ramandolo e Refosco. Proprio quest’ultimo è da sempre il cavallo di battaglia di papà Dario che ne intuì il potenziale girando in lungo e largo l’Italia per capire come gestirlo al meglio. Il Refosco in queste zone matura un mese dopo arrivando dunque a surmaturazione naturale. Veniva pestato con i piedi in grandi tini chiusi poi con la ponca per la macerazione. Macerazione piuttosto lunga. È rappresentativo ripartendo dalla tradizione diventando un marchio di fabbrica. Surmaturazione in pianta con vendemmia a fine ottobre e un 20% appassito in cassettine. Struttura e corpo senza fare legno per mantenere l’acidità fondamentale per il refosco. Nonché per le tradizioni friulane. Si sente subito la frutta matura, la marasca tipica della surmaturazione. La mancanza di barrique fa emergere proprio il vitigno. Al sorso è evidente la parte surmatura che si sposa con il tannino e la freschezza rendendolo simile ad un Ripasso. Ma comunque differente. Identitario del territorio. La nota amabile utile proprio per evitare che sia troppo vegetale e spinto come i vecchi vini friulani. Ruvidità viene alleviata dalla morbidezza. Un vino che puoi bere tutti i giorni abbinandolo con facilità. Lo sorseggerei tutto. Bella continuità con la bevibilità del bianco.   Il Ramandolo (ottenuto con vendemmia tardiva che permette di contrastare perfettamente la freschezza e il tannino del Verduzzo) lo assaggio a casa seguendo il consiglio di Alessandro: ci vuole un formaggio vicino. Qualcosa di consistente. Decido di sperimentare un estremo nord contro estremo sud con un caciocavallo podolico. Dico solo che ciò che ottengo è un tripudio di sapori. Non posso che dire: stupendo. Con un tonnarello cacio&pepe? La recensione completa cliccando qui @ivan_1969. Quando il cibo e vino unisce! Parlare con Alessandro è rilassante. Lo ascolto con passione ed attenzione perché mi narra a cuore aperto della sua famiglia. Colgo una serenità di animo e una passione che raramente ho trovato. Non c’è voglia di riscatto, acredine, risentimento. L’unica forza motrice è la passione e la voglia di raccontare la storia di una famiglia. La sua. Mettendoci la faccia come continua a dire. Bellissimo davvero.   Ivan Vellucci Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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2 Febbraio, 2023

Nittardi ed il suo legame con l’arte

Nittardi ed il suo legame con l’arte Come spesso ho scritto qui nella mia rubrica, il vino è una forma d’arte a tutti gli effetti e rappresenta un concentrato di emozioni per tutti noi appassionati. Per arricchire questo concetto voglio iniziare questo articolo riportando le parole di Léon Femfert, oggi alla guida dell’azienda Nittardi fondata dai genitori Peter Femfert, gallerista d’arte con amore per il vino e per l’Italia, e Stefania Canali, storica e docente universitaria: Léon Femfert «Il vino è più di un prodotto agricolo. Dentro ciascuna bottiglia, nel vino stesso, assapori la terra da cui proviene, percepisci la forza di chi l’ha prodotto e la storia che lo ha plasmato. Per me, il vino è Cultura con la C maiuscola, come l’arte, la musica e la poesia». Nittardi si trova sulle colline tra Firenze e Siena in una posizione privilegiata a 450 metri di altezza, tra le morbide colline di San Donato, Castellina in Chianti e Panzano. La proprietà conta 160 ettari totali di cui 40 ettari vitati suddivisi in due corpi: una parte a Castellina in Chianti e una in Maremma. Nel Chianti Classico si coltivano Sangiovese, altre varietà autoctone e una piccola vigna di Merlot. In Maremma troviamo Sangiovese, Cabernet Sauvignon, Merlot, Petit Verdot, Cabernet Franc, Syrah, Vermentino, Roussanne e alcune varietà sperimentali. La tenuta Nittardi era, originariamente, una torretta utilizzata a scopo difensivo, utilizzata già nel XVI secolo e conosciuta con il nome di “Nectar Dei”. Nel corso dei secoli la struttura è passata in mano a diversi proprietari, tra cui spicca anche il grande Michelangelo Buonarroti, genio insuperabile le cui opere oggi affascinano milioni di persone. Con la loro attività vitivinicola, Peter Femfert e Stefania Canali hanno deciso di conservare in modo concreto il profondo legame tra vino, arte e cultura, che da sempre caratterizza la tenuta. La coppia, anno dopo anno, è riuscita a riportare agli antichi fasti la tenuta, reimpiantando alcuni vigneti nel 1992, aumentando i propri tenimenti espandendosi in Maremma, e chiamando come enologo il celebre Carlo Ferrini. Per mantenere ancora più stretto il legame con l’arte, ogni anno, sin dal 1981, un artista di fama internazionale realizza per il Chianti Classico “Casanuova di Nittardi” l’etichetta e la carta seta che avvolge le bottiglie, aggiungendo un ulteriore valore artistico al loro valore enologico. Per festeggiare il 40° anniversario del loro Chianti Classico “Vigna Doghessa” la famiglia Canali-Femfert ha deciso di indire un concorso artistico internazionale aperto anche ad artisti anche emergenti e di scegliere, per la vendemmia 2020, non uno ma ben sei artisti per vestire questa ricorrenza speciale e un settimo artista per il formato magnum. Il Chianti Classico Casanuova di Nittardi, con le sue etichette d’artista, nasce in prossimità della casa padronale a Castellina in Chianti e dal 2012 è espressione di una vigna particolarmente vocata, “Vigna Doghessa”: un appezzamento situato a 450 metri slm con terreni di media profondità, ricco di galestro ed alberese, che definiscono il carattere di questo Sangiovese. I filari, esposti verso il sud, godono di un microclima ideale per la produzione di vini che anno dopo anno riescono ad esprimere queste antiche terre come delle vere opere d’arte. L’edizione 2020 è frutto di un’annata “classica” che ha permesso la produzione di un Chianti Classico straordinario, complesso e ricco. L’intera produzione di Chianti Classico Casanuova di Nittardi “Vigna Doghessa” 2020 inoltre è stata suddivisa in circa 6000 casse, ciascuna con 6 bottiglie, una diversa dall’altra e tutte fasciate con la propria carta seta: una collezione nella collezione che (per chi non si accontenta di una sola bottiglia) è disponibile nelle migliori enoteche a partire da novembre scorso. La giuria del Premio Nittardi è stata composta da famosi galleristi, personalità di settore, artisti e collezionisti d’arte e tutte le opere vincitrici sono state esposte in una mostra gratuita “40 anni di vino e arte” presso la Galleria Palazzo Coveri a Firenze. L’arte è nel DNA dell’azienda infatti la casa padronale e i vigneti più prossimi sono infatti punteggiati da 45 sculture create da famose personalità e che creano un percorso artistico davvero unico: il Giardino delle Sculture. Nittardi grazie alla sua grande vocazione artistica, alla cultura e al vino riesce a quindi a trasmettere emozioni profonde, personali e uniche, non resta che degustare! A cura di Giuseppe Petronio  Mi trovi su Instagram @peppetronio Leon Femfert
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