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21 Aprile, 2023
Virna Borgogno la Signora delle Langhe
Virna Borgogno la Signora delle Langhe
Ricordo di aver conosciuto Virna Borgogno durante una serata di presentazione di vini rimanendo colpito non dalle bottiglie di Barolo che aveva sul suo tavolo quanto dal nome di un bianco “Sto fuori”. Così quando mi presento e le chiedo di questo vino lei mi risponde candidamente che la voglia di evasione l’aveva portata a creare il Timorasso. Così Virna mi ha conquistato per rimanere poi estasiato dall’assaggio dei suoi Barolo.
Virna Borgogno. Una donna che ti conquista con la sua schiettezza e con quei modi pragmatici, per certi versi fatalisti. Fiera di essere donna. Fiera di essere davvero la signora delle Langhe. Non è lei che si definisce così ma, dal mio punto di vista, è la definizione migliore che le si possa attribuire.
L’azienda che Virna gestisce insieme alla sorella Ivana ha storia non tanto remota. Il nonno e il papà scomparso da pochissimo, iniziano l’attività nel primo dopoguerra. Erano gli anni nei quali occorreva sbarcare il lunario dopo che la guerra aveva distrutto tutto. La prima necessità era guadagnarsi da vivere.
Ha iniziato come sapeva. Era più una questione di necessità economica per guadagnarsi da vivere.
Bisognava produrre e vendere. Uva e vino. Senza badare tanto alla qualità perché non era quella la priorità.
Poi, il papà trova la strada e inizia ad acquistare qualche terreno costruendo la cantina e la nuova casa dove si trasferiscono.
12 ettari di proprietà più circa 8 tra affitto e co-conduzione insieme ad altri agricoltori
Si fa così nelle Langhe dove acquistare un terreno è diventato impegnativo. Forme di questo tipo sono l’ideale.
80.000 bottiglie l’anno.
Per una azienda di Barolo non sono poche. Una parte dei nostri Barolo vanno in vendita ad imbottigliatori classici. È anche una questione di scelta. Per fare delle cose buone in bottiglia bisogna anche scartare. Vogliamo fare delle selezioni che prevedono uno scarto.
Fin qui sembra tutto nella norma. Una famiglia. Le vigne. Il salto generazionale. Una zona baciata da Dio. Sembra tutto facile no?
Ehm, non proprio. occorre fare un salto indietro nel tempo per capire bene.
Immaginatevi di essere negli anni 80. Siamo sempre a Barolo, nel pieno centro delle Langhe. Li, in quel tempo, se sei figlio di un produttore poteva essere facile farsi strada. Figlio appunto. Essere “figlia” era altra cosa. Le donne al massimo partecipavano alla vendemmia. Ma per il resto, l’essere relegate in casa era la normalità. Lodovico Borgogno aveva solo due figlie femmine, Ivana e Virna.
Siamo due femmine e papà ha avuto sempre un po’ di tristezza nel non avere avuto un maschio. Era il principio dei produttori.
Occorreva comunque pensare all’azienda e alla sua successione. Non che ci fossero problemi ma papà Lodovico aveva capito che c’era bisogno di un cambio di passo. Lui che aveva iniziato a fare vino senza tante esperienze. Lui che sapeva come trattare la vigna e l’uva ma meno il vino. Lui che faceva il vino secondo la tradizione aveva capito che serviva altro per andare avanti. Così che tra le due figlie sceglie Virna.
Si è poi accontentato puntando su di me perché avevo le caratteristiche del produttore.
Virna non è una che si improvvisa. Sa che per affermarsi, per farsi valere, per far capire come una donna sappia fare come, anzi meglio di un uomo, serva studiare. Serva essere preparati e solidi. Non basta l’esperienza che ancora non ha. Non basta essere la figlia del produttore. Lei sa che deve sentirsi solida. Non le interessa tanto dimostrare. Lei, Virna, vuole essere consapevole.
Così studia alla scuola di Enologia. Ma non basta. Si iscrive, unica donna, alla facoltà di Enologia a Torino e diventa la prima donna in Italia a conseguire la laurea. Siamo nel 91. Sembra un secolo fa e per certi versi, per la mentalità che fortunatamente c’è oggi, lo è. Bellissimo che sia cambiato tutto in trenta anni. Peccato ci sia voluto così tanto. Ma nel 91 faceva clamore la cosa. Anche se a Virna interessava poco. Per lei era solo l’inizio. Anzi, continuare ciò che stava facendo. Perché non è che da studentessa non si occupava dell’azienda.
Sono arrivata a casa un po’ più carrozzata. In quei tempi lì la presenza femminile nel campo non era sviluppata come oggi. Allora come adesso. Poche anche oggi fanno scelte enologiche di cantine.
Dopo la laurea non è che Virna ha subito la strada spianata. Il passaggio del testimone richiede tempo.
Ci sono voluti dieci anni anche se è avvenuto passo passo. Papà aveva un carattere forte ma era generoso e soprattutto pensava al futuro. Aveva già messo in pista tutti gli aspetti per avere continuità. Non si è tenuto tutto fino all’ultimo. Dal punto di vista delle scelte produttive voleva toccare con mano. Ho insistito per fare delle scelte e man mano che i vini venivano meglio, che venivano apprezzati deve aver pensato che si poteva dare spazio.
Un marito può essere di supporto ma può anche essere ingombrante. Soprattutto se è un produttore di Barbaresco. Pure bravo.
Ogni tanto papà mi diceva di farlo parlare con tuo marito.
Condividere progetti con una parte maschile forte aiuta ma allo stesso tempo relega un po’ nelle retrovie. È come se non prendessi totalmente possesso delle proprie capacità. Forse è qualcosa che arriva dalla tradizione, dalla realtà rurale.
Forse noi donne non abbiamo la consapevolezza di non poterlo fare. C’è qualcosa che arriva dalla tradizione. Vedo che c’è questo sentimento che viene da lontano che noi stesse coltiviamo.
Alla fine serve la mancanza. Perché fino a quando hai l’appoggio non decollerai mai. Ed è così, quando la vita porta ad intraprendere strade diverse, quando la separazione dal marito avviene, che Virna spicca il volo. Con il papà che iniziò a darle fiducia.
Papà non aveva studiato. Veniva da una famiglia povera e il primo aspetto era portare a casa la pagnotta. Quando si è accorto che la qualità diventava sempre più importante ha lasciato spazio. Pensare ad un diradamento in fase di produzione andava oltre l’immaginazione. In fondo venivano da un mondo diverso. Dopo la guerra.
Nel 2005, dopo circa dieci anni che ero in azienda, Virna ne prende le redini.
Fiera Virna. Veramente fiera. Di essere donna e di lavorare in questo settore. Ma senza vantarsi. Lo dice con la leggerezza e la pragmaticità che la contraddistingue.
Virna che si occupa della parte tecnica. È lei che fa le scelte enologiche. È lei che si occupa del lato commerciale.
La parte tecnica la faccio io. Non faccio più i lavori pratici come i travasi ma le scelte le faccio io. Ho due collaboratori che mi seguono per la parte pratica. Ho un appoggio esterno di un collega che viene ogni tanto. Mia sorella che si occupa della parte burocratica. Le lascio fare la roba grama.
Riconosciuto anche dal papà che diceva agli altri che i vini li faceva Virna perché lui li aveva sempre fatti come gli era stato detto di farli.
La scelta delle nuove etichette con il suo nome, Virna, impresso e che diventa un brand. Una scelta per sdoganare un cognome, Borgogno, forse troppo impegnativo. I nomi dei vini. Scelti in maniera identitaria con la voglia di essere sé stessi.
Virna consapevole che in questo campo non si abbia mai abbastanza esperienza: ogni annata è diversa, le basi di partenza sono diverse.
Io mi ritengo sempre abbastanza ignorante perché ci sono situazioni che stupiscono sia in vigna. Sono una che pensa che i vini vadano seguiti ma non cambiati. Non mi piace l’abbandono perché noi abbiamo una funzione importante. Se lo lascio lì e fa una strada sua non va bene. Serve seguirlo perché poi dopo chiediamo dei soldi.
Grande merito di Virna è aver capito le diversità che il territorio delle Langhe può offrire e come questo si identifica nel vino. Caratterizzare le singole vigne per creare qualcosa di riconoscibile.
Di partenza abbiamo dei prodotti diversi dunque puoi valutare se appiattire oppure se seguire le differenze. Abbiamo scelto di seguire le differenze perché ci sono. È molto più stimolante e stressante. Altrimenti ci si annoia.
In Virna c’è la vera voglia di far crescere il territorio. Ognuno con le sue identità. Differenti. Senza fare classifiche ma lasciando al mercato e ai produttori la valorizzazione delle zone con carattere più spiccato. Anche con sperimentazioni come quella del Timorasso, non per dimostrare qualcosa a qualcuno ma come scelta. Scegliere di essere unici e di farsi apprezzare per questo.
Sono una che non se ne frega tanto di cosa dicono gli altri. Facciamo le nostre cose.
Tante vendemmie alle spalle per Virna e tante ancora dinanzi a sé. Un futuro tutto da scrivere magari con Lorenzo, il figlio di Ivana.
Il fatto di essere zia è un bellissimo vantaggio. Lorenzo è un ragazzo in gamba con grande capacità di parlare con la gente. Perfetto da un punto di vista commerciale.
I miei figli uno è piccolo e uno si sta laureando in legge. Loro dicono che devo fare almeno altre dieci/quindici vendemmie. Papà ha lavorato fino a 87 anni. Tutti i giorni a far qualcosa. Quindi non è che mi spavento tanto. Se non ho dei problemi continuo a lavorare. È un impegno ma riempi la giornata facendo cose belle.
Una donna forte. Una di quelle con la schiena dritta che ha come unico vanto non i suoi vini ma di aver fatto gli studi di enologia, prima donna in Italia.
Il fatto di essermi preparata mi aiutata tantissimo ad affermarmi. Un po’ di preparazione ci va. Questo vorrei capissero i miei figli.
Condurre insieme alla sorella una azienda totalmente al femminile non è da sottovalutare. Affermarsi in un mondo maschilista superando i pregiudizi non deve essere stato facile per nulla. Anche sfidando tutto e tutti.
Sono una persona molto pratica. Mi fanno arrabbiare i concetti puritani sulla produzione e sulla cantina. Nella vita e nella produzione ci vanno i compromessi. Non posso fare l’uva buona senza fare i trattamenti. Bisogna raccontare le cose come stanno perché la realtà è diversa.
I vini sono come lei. Caratteriali. Forti. Unici. Vini che lasciano il segno. Che vanno aspettati, ascoltati, compresi. Ma che poi restituiscono, generosamente, tutta la loro unicità.
Spessimo mi dicono che sono vini eleganti e spesso dico che tutta l’eleganza che non ho è nei vini. L’ho messa tutta li.
Invece Virna è elegante. Di quella eleganza che è nella schiettezza, nei modi di porsi, di esaltare la propria azienda, di essere identitaria. Questo la rende una vera signora. Anzi, la Signora delle Langhe.
Ivan Vellucci
Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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19 Aprile, 2023
Una storia d’amore in Lugana: Tenuta Roveglia
Una storia d’amore in Lugana
Una grande storia d’amore quella tra Federico Zweifel e il Lago di Garda. Partito dalla Svizzera alla ricerca di un lavoro che lo soddisfacesse, il colpo di fulmine fu talmente potente da convincerlo a iniziarvi una nuova vita. Qui Federico comprò terreni e trasformò i campi, spesso abbandonati, in vigneti, rivelatisi nel tempo particolarmente adatti alla coltivazione della Turbiana, un vitigno autoctono.
L’amore per questo territorio è poi proseguito attraverso il figlio Giusto, nonno delle attuali proprietarie. All’inizio venne prodotto vino destinato solo ad amici e clienti locali, iniziando solo in seguito un vero e proprio commercio. Con gli anni, l’Azienda ha acquisito altri terreni, fino a contare ad oggi su 100 ettari di proprietà. Per rispetto alla storia di questa tenuta, il nome è stato mantenuto in “Roveglia”, dalla omonima famiglia che nel 1404 acquistò i terreni e le cascine dal monastero di San Salvatore di Brescia (oggi Santa Giulia di Brescia).
L’incontro inaspettato
Sono stata portata da un amico in visita a quest’azienda il cui nome ovviamente conoscevo, facendo parte del Consorzio Lugana e presente a Wine in Venice, di cui ho curato l’organizzazione. Durante la visita ci siamo imbattuti in Babettli Azzone, a capo dell’azienda di famiglia. Visto il mio entusiasmo, pur dovendo rientrare a casa (non proprio dietro l’angolo) si è prestata a una mini intervista di cui vi voglio riportare alcune parole.
“Non sono molte le aziende vinicole che partono dalla Svizzera per arrivare in terra di Lugana, passando per la scienza (mio padre) e portate avanti da una donna. Una fondamentale trasformazione avvenne negli anni ’80 quando, mancato mio nonno, mio padre Giovanni Felice Azzone, Professore ordinario di Patologia Generale all’Università di Padova e membro dell’Accademia Nazionale dei Lincei, prese in mano la gestione della Tenuta Roveglia. Oltretutto, cosa del tutto inusuale per un accademico sposato a una accademica.
Mio padre trasferì in questa realtà vinicola la sua passione per la ricerca ed il coraggio per l’innovazione tecnologica. La sua esperienza di scienziato, a capo di laboratori riconosciuti a livello internazionale, lo aveva sempre più convinto che i migliori risultati si ottengono soprattutto attraverso l’ascolto e il dialogo tra tutti i collaboratori .
Grazie all’esperienza indispensabile di Paolo Fabiani, oggi direttore dell’azienda e prezioso collaboratore del papà fin dall’inizio, venne dato inizio ad una revisione dei metodi produttivi e vennero introdotte nuove metodologie e sistemi più moderni di vinificazione. Considerate che all’inizio in azienda non c’era nulla. Era tutto tutto da fare e io seguivo mio padre sempre in tutto. Mi sedevo con lui e Paolo Fabiani e ascoltavo. Noi siamo una di quelle aziende che fa tutto in house, etichette, brochure, nomi dei vini. E’ stato quindi normale per me contribuire alla sua crescita fin dall’inizio. E dire la mia, non sto mai zitta. Mia madre poi ha un gusto incredibile ed innato ed è proprio da lei che ho imparato l’amore per il bello e l’equilibrio. A dire il vero, però, ogni volta che mio padre mi chiedeva di lavorare “formalmente” per Tenuta Roveglia, io rifiutavo. Volevo trovare la mia strada. Ho infatti vissuto in America, dove ho trovato il nostro primo importatore, e poi a Londra dove, anche in quel caso, ho trovato il nostro primo importatore nel Regno Unito. Quindi la Tenuta Roveglia l’ho sempre avuta nel sangue. Quando mio padre iniziò a stare poco bene, mi venne spontaneo “formalizzare” il mio ruolo e prenderne il testimone”. Un destino già scritto? Un eredità genetica? Chissà… Sta di fatto che oggi l’azienda è guidata principalmente da Babettli Azzone, di cui si percepisce chiaramente il segno e l’impronta anche negli interni della cantina nuova, i cui lavori sono quasi terminati. Babettli è comunque coadiuvata dalle sorelle Sara (che si occupa di moda e vive a Milano) e Vanessa (che è economista e vive a Boston). La Turbiana, vitigno DOC di Lugana La visita all’azienda è stata entusiasmante. Si toccavano con mano la cura degli ambienti e il taglio moderno nella cantina, che sarà anche spazio per le degustazioni estive. Nella foto si vede il moderno tavolo che, per un gioco di tagli, sarà illuminato dalla luce naturale. Tante le tipologie prodotte con un denominatore comune, la Turbiana. E’ stata creato anche un archivio, per così dire, dove riposano le vecchie annate in attesa di studiarne l’evoluzione. La degustazione: Lugana DOC ma non solo Questi i vini in degustazione. Limne, Lugana DOC, Turbiana 100% da vigneti di 25/40 anni di età. Vitis Alba, San Martino della Battaglia DOC, Tuchì (tocai friulano) 100%, proveniente dalla zona di San Martino della Battaglia a sud del Lago di Garda Vigne di Catullo, Lugana DOC Riserva, Turbiana 100% da vigneti di più di 55 anni di età. Filo di Arianna, Lugana DOC Vendemmia Tardiva, Turbiana 100% da viti con più di 55 anni d’età, uva raccolta a mano in piccole casse. In Lugana, DOC anche l’accoglienza Una menzione particolare a Diana, che con passione e competenza ci ha guidato alla scoperta dell’azienda. Non tutte le aziende hanno la lungimiranza di avere personale preparato che fa accoglienza, ma questo a mio avviso è un punto fondamentale su cui non risparmiare. E’ il loro biglietto da visita per il pubblico. Ed è di questi lavoratori la capacità di far apprezzare un vino più o meno a seconda di quanto sono bravi a coinvolgere chi vi si avvicina attraverso un avvincente storytelling e trasmettendo la loro passione. L’ultima domanda che ho fatto a Babettli Azzone riguardava i progetti futuri. “Tanti! Siamo sempre pronti a rinnovarci. L’anno prossimo abbiamo in mente di creare un giardino all’interno della corte storica dove sarà possibile fare un’esperienza sensoriale, di profumi che poi sarà possibile ritrovare nei nostri Lugana”. Tornerò di certo a vedere come sarà venuto. E a scoprire l’evoluzione del tempo di questo vitigno così particolare e versatile. Sono Claudia Riva di Sanseverino. Assaggio, degusto, scopro, curioso, provo e condivido. Seguimi su Instagram @crivads https://www.youtube.com/watch?v=RakajXgmc-E
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Grazie all’esperienza indispensabile di Paolo Fabiani, oggi direttore dell’azienda e prezioso collaboratore del papà fin dall’inizio, venne dato inizio ad una revisione dei metodi produttivi e vennero introdotte nuove metodologie e sistemi più moderni di vinificazione. Considerate che all’inizio in azienda non c’era nulla. Era tutto tutto da fare e io seguivo mio padre sempre in tutto. Mi sedevo con lui e Paolo Fabiani e ascoltavo. Noi siamo una di quelle aziende che fa tutto in house, etichette, brochure, nomi dei vini. E’ stato quindi normale per me contribuire alla sua crescita fin dall’inizio. E dire la mia, non sto mai zitta. Mia madre poi ha un gusto incredibile ed innato ed è proprio da lei che ho imparato l’amore per il bello e l’equilibrio. A dire il vero, però, ogni volta che mio padre mi chiedeva di lavorare “formalmente” per Tenuta Roveglia, io rifiutavo. Volevo trovare la mia strada. Ho infatti vissuto in America, dove ho trovato il nostro primo importatore, e poi a Londra dove, anche in quel caso, ho trovato il nostro primo importatore nel Regno Unito. Quindi la Tenuta Roveglia l’ho sempre avuta nel sangue. Quando mio padre iniziò a stare poco bene, mi venne spontaneo “formalizzare” il mio ruolo e prenderne il testimone”. Un destino già scritto? Un eredità genetica? Chissà… Sta di fatto che oggi l’azienda è guidata principalmente da Babettli Azzone, di cui si percepisce chiaramente il segno e l’impronta anche negli interni della cantina nuova, i cui lavori sono quasi terminati. Babettli è comunque coadiuvata dalle sorelle Sara (che si occupa di moda e vive a Milano) e Vanessa (che è economista e vive a Boston). La Turbiana, vitigno DOC di Lugana La visita all’azienda è stata entusiasmante. Si toccavano con mano la cura degli ambienti e il taglio moderno nella cantina, che sarà anche spazio per le degustazioni estive. Nella foto si vede il moderno tavolo che, per un gioco di tagli, sarà illuminato dalla luce naturale. Tante le tipologie prodotte con un denominatore comune, la Turbiana. E’ stata creato anche un archivio, per così dire, dove riposano le vecchie annate in attesa di studiarne l’evoluzione. La degustazione: Lugana DOC ma non solo Questi i vini in degustazione. Limne, Lugana DOC, Turbiana 100% da vigneti di 25/40 anni di età. Vitis Alba, San Martino della Battaglia DOC, Tuchì (tocai friulano) 100%, proveniente dalla zona di San Martino della Battaglia a sud del Lago di Garda Vigne di Catullo, Lugana DOC Riserva, Turbiana 100% da vigneti di più di 55 anni di età. Filo di Arianna, Lugana DOC Vendemmia Tardiva, Turbiana 100% da viti con più di 55 anni d’età, uva raccolta a mano in piccole casse. In Lugana, DOC anche l’accoglienza Una menzione particolare a Diana, che con passione e competenza ci ha guidato alla scoperta dell’azienda. Non tutte le aziende hanno la lungimiranza di avere personale preparato che fa accoglienza, ma questo a mio avviso è un punto fondamentale su cui non risparmiare. E’ il loro biglietto da visita per il pubblico. Ed è di questi lavoratori la capacità di far apprezzare un vino più o meno a seconda di quanto sono bravi a coinvolgere chi vi si avvicina attraverso un avvincente storytelling e trasmettendo la loro passione. L’ultima domanda che ho fatto a Babettli Azzone riguardava i progetti futuri. “Tanti! Siamo sempre pronti a rinnovarci. L’anno prossimo abbiamo in mente di creare un giardino all’interno della corte storica dove sarà possibile fare un’esperienza sensoriale, di profumi che poi sarà possibile ritrovare nei nostri Lugana”. Tornerò di certo a vedere come sarà venuto. E a scoprire l’evoluzione del tempo di questo vitigno così particolare e versatile. Sono Claudia Riva di Sanseverino. Assaggio, degusto, scopro, curioso, provo e condivido. Seguimi su Instagram @crivads https://www.youtube.com/watch?v=RakajXgmc-E
14 Aprile, 2023
Pian delle vette e l’orgoglio delle Alpi Bellunesi
Pian delle vette e l’orgoglio delle Alpi Bellunesi
Anche se ho vaghi ricordi della geografia studiata alle scuole medie, delle Alpi Bellunesi non ho proprio memoria. Eppure se qualcuno mi chiedesse di Cortina, non esiterei a definirla la perla delle Dolomiti. Cortina, Dolomiti, Alpi Bellunesi. Tutto qui? No, ovviamente.
Le Alpi Bellunesi sono un unicum del nostro variopinto territorio tanto da dedicarci un Parco Nazionale. Meriterebbero dunque maggiore notorietà.
Analogamente per il vino. Alzi la mano chi pensando, per il vino, alle Alpi, pensa a Belluno. Facile dire Trentino, facile dire Alto Adige. Meno Belluno. A meno che non si parli di Prosecco (e anche qui sfido ad associarlo alle Alpi).
Eppure le Alpi Bellunesi hanno tutto. Ci sono le esposizioni, il suolo, i vitigni. C’è il clima, i venti, l’umidità, l’influsso del mare. Allora è solo una questione di notorietà.
Proprio questo deve aver pensato Egidio quando, in quel di Rivergaro (Piacenza) dove lavorava, si trovava a parlare con i colleghi e nessuno conosceva le sue terre di origine. Per il vino ovviamente!
Non serve essere orgogliosi per pensare che qualcosa in più si possa fare. Impegnarsi in prima persona perché la terra dove si è nati possa avere un ruolo.
Siamo a Feltre, proprio ai piedi delle Alpi Bellunesi, nell’omonimo Parco Nazionale. 600 metri sul livello del mare. Prima della Grande Guerra qui si produceva vino per l’impero austro ungarico. Emigrazione, fillossera e indirizzo lattiero caseario delle terre generarono anni di oblio fino a quando, alla fine del secolo scorso, la Regione Veneto pensò che si dovesse rigenerare la viticultura di queste zone.
Con questi presupposti, anzi su queste basi nasce Pian Delle Vette. Una delle poche aziende nate dall’impulso della Regione Veneto verso la cultura del vino in queste aree.
Non basta un impulso però per far funzionare le cose però. Ci vuole una idea. Ci vuole imprenditorialità. Ci vuole dedizione. Oltre che tanto altro. L’azienda Pian delle Vette non gode di buona salute. Tanta produzione, qualche scelta di vitigni non proprio azzeccata. Insomma c’è da rimetterci mano.
Così, per caso, come spesso capita in queste cose, Egidio D’Incà capisce che questa che gli si presenta è l’occasione per fare veramente qualcosa per la sua terra. Da solo sarebbe impossibile. Il suo lavoro è un altro e non può certo abbandonarlo. Ha bisogno di un socio e lo trova nel modo più semplice: Walter il promotore finanziario, amico di lunga data.
Io sono un suo cliente da quando ha iniziato la sua attività negli anni 80. Poi lui ha vissuto nel paese di Mugnai dove ho vissuto anche io. Paese storico della viticultura bellunese.
È il 2016 quando Egidio e Walter si buttano letteralmente in questa iniziativa rilevando l’azienda dalla coppia trevigiana che l’aveva fondata.
Ero rientrato dall’esperienza di Rivergaro aiutando i soci nel veneto. Avevi del tempo. La passione per coltivare la terra c’era ed è venuta questa occasione e abbiamo deciso di fare il salto. Qui c’era una situazione talmente ideale per fare una buona cosa che lo stimolo è venuto fuori.
Ai due si aggiunge nel 2020 Alessandro che di mestiere fa l’istruttore sportivo e fisioterapista e che si innamora delle vigne nel periodo del Covid quando la sua attività è ferma.
Sono quelle casualità che capitano e che si possono prendere oppure no. Non avevo grandi conoscenze specifiche. Durante il lockdown era tutto chiuso e ho iniziato a dare una mano ad Egidio. Mi è piaciuto quello che si faceva qui e dalla passione è diventato un progetto, un lavoro. È il mio lavoro e un po’ alla volta ho imparato la gestione agronomica dall’agronomo e la cantina. Egidio mi sta dando nozioni sulla parte amministrativa.
Egidio, Walter, Alessandro. Tre persone prestate alla viticultura da altri ambiti. Tre persone con una idea ben precisa. Con un progetto imprenditoriale che è proprio ciò che serve perché una azienda possa funzionare davvero. Tre persone animate dall’impegno verso un territorio. Dal senso di appartenenza verso un territorio che sentono proprio.
Lo stimolo è stato il fatto che noi siamo una provincia un po’ bistrattata e quando ero in quel di Rivergaro si parlava solo di Trentino e Alto dige. Quando rientro in patria devo fare qualcosa.
Egidio sa bene come ci si debba sentire quando si vive lontano dalla propria terra natia. Quando, un po’ come a scuola, nessuno sa cosa siano le Alpi Bellunesi. Ma soprattutto nessuno le conosce quando si parla di vino.
La regione aveva fatto uno studio ampelografico dove andava a dichiarare i risultati la nostra zona era propensa per la coltivazione di vini bianchi fermi e spumanti e vini rossi dell’arco alpino. Su questa scorta sono stati piantati 8 tipologia di vitigni dell’arco alpino.
L’azienda che rilevano è piccola. Due soli ettari (poi diventati tre) coltivati con vitigni internazionali come Chardonnay, Muller Thurgau, Pinot Nero ma anche locali come Bianchetta e Teroldego
Il Teroldego viene considerato come vitigno trentino però il primo impianto è stato fatto nell’800 a Tese Valsugana
Il grosso delle vigne lo abbiamo trovato così. C’era l’impostazione del vigneto e una importante quantità di vino perché il precedente titolare non aveva uno sfogo commerciale. Siamo dovuti partire in maniera veloce. I primi due mesi abbiamo dovuto affrontare tutto. Come l’imbottigliamento. Per il vigneto abbiamo dato la svolta in funzione della nostra visione.
Infatti la svolta è nell’utilizzo anche di vitigni svizzeri come Gamaret (incrocio di Gamay e Reichensteiner), Diolinor (incrocio tra Pinot Nero e Rouge de Diolly) resistenti e di struttura: grande segno di imprenditorialità nell’utilizzare vitigni resistenti eliminando quelli poco versatili come il Traminer.
Dalla passione all’entusiasmo per portare avanti un progetto. Con ampi margini di miglioramento. Ruoli ben definiti con Alessandro che si occupa del vigneto e della vinificazione; Egidio della parte strategica, commerciale e amministrativa; Walter che fa da jolly della situazione con focus sulla parte agronomica.
Ciò che manca sono i supporti agronomici. A Feltre abbiamo una scuola agraria che si occupa di lattiero-caseario; a Conegliano fanno solo prosecco. Dunque dobbiamo andare a cercarlo in Trentino
Idee chiare, strategia altrettanto chiara, programmi per il futuro. Chiari.
Il terzetto insomma ha dato una vera svolta imprenditoriale a Pian delle Vette. Due linee di prodotto per due diverse tipologie di vini. La prima fascia costituita da selezioni di uve Pinot Nero, Teroldego, Gamaret, Diolinor, Chardonnay (questa anche in metodo classico con il Pinot Nero) e una seconda fascia di ingresso.
Abbiamo iniziato un progetto con un vicino creando una linea di entrata: frizzante, rifermentato, rosso e bianco fermo, un rosso base. Tutti base Teroldego, Merlot e Muller Thurgau.
In totale la produzione non supera le 15 mila bottiglie anche perché le rese arrivano al massimo a 50 quintali ettaro.
Da noi se vuoi fare qualità devi fare queste quantità.
Bhè con vigneti a circa 600 metri di altitudine, terreno morenico e pendenza a 35/45% di più non si può proprio fare nonostante operazioni in vigna in parte meccanizzata.
Non possiamo fare il diserbo meccanico perché ci sono terrazzamenti. Abbiamo inserito una macchina che ci fa questo lavoro ma non dovunque. Dove ci sono le scarpate più alte occorre farlo a mano.
Obiettivo manco a dirlo è diventare una azienda che sia riconosciuta per la qualità dei vini.
La qualità appunto. Ho personalmente provato il Pinot Nero 2017 (la recensione completa su @ivan_1969) e ne sono rimasto molto colpito dai coinvolgenti e complessi sentori: i frutti rossi e neri e gli aghi di pino a ricordare che siamo ai piedi delle Alpi. Poi la prugna non ancora matura, la violetta in potpurri, il pepe, la cannella, la noce moscata e l’alloro. Tanto per dimostrare di aver riposato per due anni in botte. Non può mancare il balsamico perché siamo in quota. Al sorso me ne sono innamorato. Fresco, secco, caldo, minerale con tannini quasi eleganti perché si possa bere, senza problemi, l’intero calice. Bella persistenza e chiusura di bocca elegante con la prugna che torna. Un vino mai banale, complesso e avvolgente, non morbido ma deciso. Determinato e imponente senza darsi arie. L’ho abbinato ad una tagliatella al ragù ed è stato sublime.
Qui attorno sono nate poche realtà e ancor meno fanno vinificazione. Dunque ci sarà nel futuro possibilità di ampliamento. Per la linea principale molte viti devono arrivare alla maturazione giusta.
E anche la visione del futuro sembra decisamente chiara!
Se parliamo e non facciamo niente, l’esempio per i giovani non c’è. Questo può essere un esempio per far capire che le cose si possono fare.
Egidio, Walter, Alessandro. Sono le Alpi Bellunesi ad essere orgogliosi di voi.
Ivan Vellucci
Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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12 Aprile, 2023
Il tappo a vite in Italia - Nasce un nuovo movimento: gli Svitati
Svitati a chi? – I pionieri del tappo a vite in Italia
Avete letto bene. Per la prima volta, cinque produttori tra i più premiati e conosciuti in Italia si sono riuniti per raccontare il loro modo di fare vino e soprattutto di tappare le bottiglie. Un movimento, il loro, contro i pregiudizi che spesso accompagnano questa tipologia di chiusura.
Franz Haas, Graziano Prà, Jermann, Pojer e Sandri e Walter Massa. Queste le aziende, cinque realtà d’eccellenza e pioniere del tappo a vite in Italia. Le basi del gruppo sono state poste già negli anni ’80 (quasi quattro decenni fa) quando le cinque cantine hanno iniziato a riflettere sul possibile utilizzo di tipologie di chiusure alternative. Il loro sguardo avanguardista si è poi spostato verso le nuove frontiere del vino che in quel momento già si stavano facendo largo negli Stati Uniti e in Nuova Zelanda. Sono seguiti anni di viaggi, degustazioni, confronti e giri di vite, ognuno con la propria esperienza. Mario Pojer pensò a un certo punto di “sigillare la bottiglia con la fusione del vetro come fosse una fiala per non lasciar passare l’ossigeno”. Graziano Prà ebbe invece una rivelazione ad Aspen in Colorado assaggiando un Sauvignon Blanc imbottigliato con tappo a vite e venduto a 30 dollari. Un primo segnale che il pregiudizio stava iniziando a tramontare.
Il tappo a vite
Ciò che ha portato i cinque Svitati alla scelta del tappo a vite è l’obiettivo che sta dietro al suo utilizzo. Il fine ultimo è il perfetto mantenimento di quelle qualità organolettiche del vino tanto ricercate e valorizzate dal lavoro in vigneto e in cantina. Grazie alle sue caratteristiche, questa tipologia di tappo permette infatti una micro-ossigenazione costante, preservando il vino e garantendo un’elevata omogeneità qualitativa. Questo anche nel caso di vini destinati a una lunga permanenza in bottiglia, contribuendo a un loro corertto invecchiamento.
“Siamo cinque aziende che cercano la precisione fin nei minimi dettagli. Scegliamo i vitigni che più ci rappresentano e le uve migliori e in cantina abbiamo tutto quello che ci può aiutare a produrre un vino di un’altissima qualità. Ma soprattutto abbiamo a disposizione il tappo ideale per mantenerla. Ecco perché non possiamo non approfittarne. La precisione che abbiamo sempre ricercato è, oggi, anche un atto dovuto nei confronti del pubblico e del vino”. Questo il commento all’unisono dei produttori.
Studi e sperimentazioni supportano la scelta del tappo a vite.
Il professore Fulvio Mattivi, ricercatore della Fondazione Edmund Mach di San Michele all’Adige, è intervenuto accanto al gruppo de Gli Svitati a sostegno dell’utilizzo del tappo a vite in Italia. Nel’occasione, Mattivi ha riportato le analisi dell’Australian Wine Research Institute che, già nel 1999, ha condotto le prime interessanti sperimentazioni su quattordici diverse tipologie di chiusure del vino compreso il tappo a vite. Lo studio ha dimostrato una permeabilità all’ossigeno molto più bassa di altre tipologie di chiusura e variabile a seconda del rivestimento utilizzato all’interno del tappo. “Nelle bottiglie con questa chiusura, a distanza di anni il vino dimostrava un colore ancora brillante e presentava caratteristiche organolettiche ideali. Sia per i vini rossi che per quelli bianchi, in queste degustazioni le bottiglie con tappo a vite erano uguali alle migliori bottiglie con tappo di sughero.”
Il tappo a vite diventa quindi segno di attenzione verso coloro che di questi vini si verseranno un calice, ma anche verso tutti i professionisti coinvolti nella filiera. Gli Svitati optano inoltre per questa scelta per la sua sostenibilità. La chiusura è infatti realizzata in alluminio, un materiale rispettoso anche verso l’ambiente.
Il lavoro di squadra de Gli Svitati vuole essere il punto di partenza di questo nuovo “movimento” del vino, creato da un gruppo di produttori formatosi spontaneamente. Un messaggio rivolto ad un pubblico che si dimostra sempre più consapevole, ma anche ad amici produttori – sempre più numerosi – pronti a diventare altrettanto “Svitati”.
Sono Claudia Riva di Sanseverino. Assaggio, degusto, scopro, curioso, provo e condivido. Seguimi su Instagram @crivads
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11 Aprile, 2023
Cà del Bech, ovvero la fantastica storia di un bergamasco a Milano
Con Provato per Voi vi portiamo in una bottega in via Mantova 8 a Milano.
Fabio è il bergamasco, nato in Porta Romana, girovago, poliedrico con una storia tutta da raccontare ma che è meglio vi racconti lui quando andrete a trovarlo.
Quello che racconteremo noi, qui, ora, è la sua recentissima nuova vita. Abbandonata la professione precedente cosa fa un bergamasco nell’anima e nelle vene? Se ne inventa una nuova. Fortunatamente Fabio ha fatto del suo sogno nel cassetto, della sua passione, e della sua storia familiare la sua nuova professione.
Cà del Bech ovvero la fantastica storia di un bergamasco a Milano.
Cà del Bech perchè il Bech era suo nonno, nonno materno, soprannominato così per via del suo naso “aquilino”, appunto Il Bèch, che era contadino a Casirate d’Adda e da cui Fabio ha ereditato la passione per la terra bergamasca.
Fabio conosce le Valli Bergamasche meglio delle sue tasche, le ama, le racconta, le descrive come l’eldorado della gastronomia di qualità, quella in mano a piccolissimi produttori. Fabio li conosce tutti personalmente e ogni settimana fa visita ai suoi fidati fornitori per “rubare” loro, implorandoli, poche forme di formaggi incredibili, salumi inenarrabili, e ancora miele, olio, farine, ovviamente vini e bevande di vario genere.
Oltre alle dimensioni insulse dei casari, apicoltori, vignaioli, coltivatori in genere, ciò che accomuna i gioielli da assaporare che Cà del Bech propone è l’altissima qualità. Ne consegue, come un assioma, la rarità e l’unicità di ciò che troneggia sui piccoli scaffali della bottega.
Fabio racconta
Tutto si può acquistare, ma i racconti di Fabio son la vera merce preziosa. Le storie di come ha conosciuto i vari personaggi, di come va alla conquista settimanale di perle per le nostre papille olfattive e gustative, sono a gratis. Cà del Bech ovvero la fantastica storia di un bergamasco a Milano, si diceva.
Quindi, cari milanesi, accorrete numerosi per scoprire le meraviglie che la vicina Bergamo, con la sua varietà di territori e produzioni, può donarvi. Lasciate perdere, almeno per una sera, la cucina fushion, il sushi, i piatti etnici. Dimenticate le proposte all you can eat e tornate con i piedi per terra, nella terra. Immergetevi nella terra bergamasca, fatta di gente verace e cocciuta, instancabile, incapace di mollare, attaccata alle proprie tradizioni come camosci alle rocce, paladina del gusto.
Fatelo perché gustosa deve essere la vita, faticosa, ma gustosa, come una michetta con salame, bergamasco, ça va sans dire.
Cà del Bèch, Via Mantova 8, 20135 Milano, Italy
Orari Apertura Bottega: Lunedì, Martedì, Mercoledì – Venerdì e Sabato 07.30 – 13.30 / 16.00 – 19.30
Giovedì 16.00 – 20.00 (la mattina è dedicata al setaccio delle Valli bergamasche)
+39 339 4687785
cadelbech@gmail.com
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7 Aprile, 2023
Azienda Agricola Mattè. Semplicemente Bruno e Michele
Azienda Agricola Mattè Semplicemente Bruno e Michele
Nella favola di Lev Tolstoj “i due fratelli”, il fratello maggiore è quello che si pone obiettivi ambiziosi, sfidanti e rischiosi; il fratello minore colui che tende a non perdere di vista i piccoli piaceri della vita e rimanere attaccato alle tradizioni.
Bruno e Michele di cognome fanno Mattè. Hanno 36 e 33 anni. Una famiglia alle spalle che ha sempre lavorato la terra in quel di Volano a poco più di 20 km da Trento.
Quando si ritrovano a dover gestire i pochi ettari che papà Marco aveva ricevuto dal nonno (pochi perché quando hai dieci figli devi dare un po’ ciascuno) e che non erano sufficienti per produrre vino in quantità utile per campare (negli anni 80 la quantità era l’unica unità di misura disponibile per il vino) si comportano come non ti aspetteresti da due ragazzi.
Nelle tante storie di cantine che si tramandano di padre in figlio (o figli) infatti si vede spesso uno stanco proseguire dell’attività in un mercato sempre più difficile.
Invece no. In questa storia, tutto è profondamente diverso. Siamo dinanzi a due ragazzi, Bruno e Michele che non solo sanno il fatto loro, ma hanno bene in testa il loro futuro.
La lunga chiaccherata con Bruno e Michele la sintetizzo così:
Il fondo coltivato consta di quattro ettari di proprietà e sei in affitto;
Sul fondo gravitano tre aziende tutte riconducibili a loro e sui quali si lavora insieme;
Un solo ettaro, composto dalle particelle migliori, è vitato per la cantina;
Vitigni coltivati: Marzemino, Carbernet Sauvignon, Carmenere, Nosiola per le linee base (anche se di base non si può parlare); Pinot Nero, Grigio e Chardonnay per le linee top che dovranno uscire (maggiori affinamenti ed anni alterni)
Metodi di vinificazione ricercati e non banali
Sì certo, raccontarla in questo modo è facile. Due ragazzi nati nei campi, tra le vigne del trentino che non avevano mai visto una cantina prima di entrarci da soli. Per necessità o forse solo per poter credere nelle loro idee, nel progetto, nel sogno. La voglia di creare qualcosa di diverso.
Negli anni impari, assorbi e cerchi di riportarlo nella nostra realtà. Abbiam cercato in questi tre anni di trovare una identità aziendale.
Bruno e Michele non è che non abbiano faticato per arrivare sin qui (e sin qui per loro stessa ammissione è solo l’inizio perché di strada da fare ce ne è e molta).
Anzitutto lo studio. L’istituto Agrario di San Michele all’Adige non è tanto lontano ed entrambi diventano periti agrari per poi darsi dei compiti in azienda: Bruno in vigna, Michele in cantina.
Poi la sperimentazione. È il 2007 quando iniziano a fare micro vinificazioni. Piccoli esperimenti su come si può produrre del vino in modalità diverse dal solito. Con le diverse particelle. Con diverse tecniche in cantina che vanno ad imparare curiosando in giro.
Quindi l’intuizione, il pensare che se vogliono differenziarsi in quel del Trentino ma ancor più in Italia devono offrire qualcosa di diverso. In queste terre, nelle terre che furono del nonno prima e del padre poi ci sono varietà che rappresentano il territorio, il Trentino. C’è la Nosiola e il Marzemino ad esempio. Due vitigni complicati ma unici. Poco conosciuti ma proprio per questo ancor più difficili. Occorre qualcosa di diverso sia per vincere le ostilità dei vitigni sia per farli affermare. Andare controcorrente.
Quando siam partiti ci prendevano per pazzi perché volevamo lavorare con Marzemino, Carmenere e Nosiola
Infine investono. Puoi avere anche le migliori idee del mondo ma devi investire se vuoi emergere.
Abbiamo ristrutturata la cantina, le attrezzature, la barricaia, la sala degustazione. Il 14 di agosto sono arrivati i serbatori e al 21 abbiamo iniziato la vinificazione.
Come nella favola di Tolstoj, Bruno è il fratello maggiore e forse è quello che si pone obiettivi ambiziosi. È anche l’anima commerciale dell’azienda. Michele, da fratello minore è forse quello più pacato. Che pensa a come fare il vino in una maniera innovativa. Ma sono una bella coppia e soprattutto una vera squadra.
Bruno ci tiene a dirmi che loro sono una azienda artigianale
Siamo una azienda artigiana dall’inizio alla fine. Un artigiano puro. Tutta la gestione aziendale. Non abbiamo nemmeno un agente perché giriamo noi con la macchina. Abbiamo una etichettatrice semi automatica e una imbottigliatrice manuale.
Che la famiglia Mattè sappia vinificare in zona era cosa nota. Già il papà Marco produceva bollicine con metodo classico che poi conservava in un rifugio anti areo ma, arrivare ai livelli di Bruno e Michele, proprio no!
Quando Michele mi spiega le tecniche di vinificazione (perché è lui l’enologo al quale piace lavorare da solo in cantina!) rimango esterrefatto. Celle frigorifere per la vendemmi per preservare le ossidazioni. Vasche refrigerata. Saturazione azotata e argon. Fermentazione dei rossi in tini aperti. Bianchi con fine fermentazione parte in legno e acciaio. Acini interi. Macerazioni carboniche. Tre anni di barrique. Tostature lievi.
Affiniamo tutta la nostra massa in legno. Anche la Nosiola e il rosato da Cabernet.
Ogni anno fanno prove come se la cantina fosse un laboratorio. Ogni anno è diverso e occorre provare.
Perdonate il francesismo ma l’unica parola che mi viene da dire è: minchia!
L’impressione che ho parlando con Bruno e Michele è che questi due ragazzi non solo sono preparati ma abbiano talmente bene in mente il loro percorso, sappiano perfettamente i loro punti di forza e le debolezze che quasi quasi penso mi stiano facendo una candid camera: non starò parlando con qualcuno che mi mette alla prova?
Scavando nelle persone si coglie davvero il loro spirito. La voglia di vivere la terra e la famiglia
Una famiglia che lavora. Io e mio fratello. Mia madre, mio padre. Alla vendemmia si parte al mattino. Una bella colazione alle 9. Un aperitivo prima di pranzo. Una merenda nel pomeriggio.
Una vendemmia tutta manuale ovviamente. Perché qui si crede ancora al valore dell’uomo e all’apporto che può dare alla terra. Ma anche perché il terreno è tutto marne e calcare. Se poi piove è ancora peggio.
Però poi te lo ritrovi nel prodotto finale. Il grappolo di uva che lo prendi con le mani e fai la cernita così da trovartelo in cantina sano. Questo dà ai vini grande pulizia.
Preparazione. Visione. Idee. Famiglia. Ma piedi ben piantati nel terreno dal quale nasce la vite.
Siam partiti con l’aspettativa di aumentare le bottiglie. Sono poi arrivati due anni di Covid e la vendita è iniziata nel 2022. Passi piccoli, graduali con l’idea di arrivare al massimo a 15.000 bottiglie con nicchie di produzione.
Produzioni calate per migliorare la produzione. Numeri piccoli per ricercare la qualità. Consci delle proprie possibilità, delle attrezzature, delle proprie forze utili solo per raggiungere la qualità. Il Covid è stato per loro quasi una fortuna perché con i vini in bottiglia hanno potuto osservarne l’evoluzione e il loro miglioramento.
Ora siamo fuori con la line giusta.
Quasi non vogliono venderli per l’evoluzione. Ma anche su questo sanno quanto sia importante farsi conoscere e avere il giusto riconoscimento.
Abbiamo anche un Trento doc con il quale potevamo già essere fuori ma vorremmo portarlo a 60/120 mesi.
Come se non bastasse!
Cominciamo ad assaggiare e partiamo da una vera chicca. Stoll, la Nosiola metodo Classico stabulata in legno. Il nome, un omaggio al rifugio anti areo dove papà Marco metteva il suo di metodo classico
“Sono anni difficili, bisogna tener duro. Ogni anno impariamo per migliorare. La Nosiola spumante metodo classico siamo solo noi a farla. Cerchiamo strade diverse per evitare la concorrenza.
15 mesi di lievito: non si deve eccedere perché la Nosiola può diventare semi aromatico e loro sanno che non troverebbe mercato. È una bolla che esula completamente da qualsiasi altra bolla trentina. Gli odori sono quelli freschissimi di nocciola caratteristica della Nosiola. Una nocciola i cui aromi partono dal verde della buccia (come faccio a spiegare a mio figlio l’odore della buccia della nocciola adesso? È tanto che la vede con il guscio. Lasciamo perdere che è meglio) per poi evolversi e diventare frutto. C’è una bella freschezza data dagli agrumi che spiccano. Una mineralità da pietra focaia ma, soprattutto un meraviglioso sentore di che mi ricorda la “torta della nonna” nella versione con la crema al limone.
Quando assaggio noto subito una bolla molto fine e la delicata spalla acida per nulla invasiva ottenuta grazie all’affinamento in legno e al controllo delle temperature in post fermentazione. Va quasi a chiudere sull’amarognolo. La persistenza è buona con ottimo retro olfatto che fa riemergere la frutta e, soprattutto la voglia di un altro calice. Insomma, si lascia bere volentieri. Lo abbinerei ad una pizza base mozzarella di bufala bianca o a del riso zucca e speck. Bolla convincente
La Nosiola è un vitigno molto esile da un punto di vista strutturale. Si mantiene di più nel tempo. Assaggiamo delle Nosiole di venti anni fa.
Facciamo due vendemmie sulla stessa superficie. I grappoli più verdi per la spumantizzazione; i più spargoli per la surmaturazione in vigna (almeno 15 giorni in più).
Già questo lascia intravedere una lavorazione in più per un vino bianco da Nosiola.
Quella che assaggiamo è la Nosiola Avel 2019 con un 30% di appassimento unita a fine fermentazione. Questo procedimento le dona un bel colore carico di oro. La surmaturazione si sente dai fiori di camomilla che virano verso il miele di acacia. C’è il balsamico e si sente la mentuccia. La particolarità di questo vino è data dalla frutta che qui vira sul tropicale o a pasta gialla.
In bocca c’è una secchezza importante. La spalla non è eccessiva grazie all’affinamento in legno per un 40% cosa questa che regala anche una certa rotondità e un accenno di tannino. Il finale è ancora verso l’amarognolo, caratteristica varietale che si mantiene. Bel vino anche se l’abbinamento risulta un po’ complesso. C’è bisogno di un pesce grasso come scorfano o rana pescatrice. Una anguilla, un capitone. Vino non banale non è facile. Bravi
È un vino che da quando lo abbiamo imbottigliato ad oggi è in continua evoluzione. Siam partiti con note di gelsomino esagerato e ci siamo accorti che per caratteristiche genetiche, tende a complessarsi. A distanza di sei mesi il vino è completamente diverso. Siamo usciti dopo due anni di bottiglia
Questo denota sempre di più una grande visione.
Apriamo il Rosato Fiorir de Soreie da uve Cabernet 2020.
Qui abbiamo azzardato. È un cabernet vinificato in bianco dove abbiamo una macerazione in cella frigo per una settimana con estrazione del colore. Poi in vasca per una settimana di stabulazione per far emergere i sentori e una fermentazione lunga anche due settimane. Poi in legno per 8 mesi per poi andare in bottiglia.
Scusate se è poco!
Si sentono le note semi ossidative che richiamano uno champagne anche di un certo affinamento. È un rosato fresco e complesso.
Qui abbiamo rischiato con un metodo provenzale avendo degli amici che vinificano li. Seguito la Grenache provenzale con un Cabernet proveniente da vigne esposte a nord est
Quando metto il naso nel bicchiere, mi piace molto per i sentori freschi e vivi. C’è del mirtillo, del fico, del melograno. Ricorda le caramelle balsamiche fatte con le erbe. Complessità interessante di composti di mele cotte, vaniglia. C’è la mela annurca che mia nonna ci tagliava a fettine in estate. Sono fermo all’olfazione perché è i sentori mi suscitano ricordi meravigliosi. La dimensione è così dolce e rotonda che quasi non ce la faccio a berlo.
In bocca le note ossidative emergono preponderanti. Il sentore di mela annurca me lo ritrovo in bocca ancorché molto sapido. La rotondità arriva comunque aprendosi completamente in bocca. Si sente il legno e torna quella caramella balsamica colta dal naso. La scelta di legni poco o per nulla tostati sono utili per non rendere stucchevole quello che risulta un grande vino.
Poi è il turno dei rossi.
Krea, il Marzemino. Vitigno particolarmente difficile perché germoglia precocemente e con le gelate tardive è soggetto a perdite di produzione. In cantina, se non trattato bene, tende ad andare in riduzione.
I sentori molto chiusi lo rendono di difficile impatto commerciale. Con uno studio certosino abbiamo deciso di stravolgere il marzemino. Nasce da un vigneto di 63 anni nella zona classica dello Ziresi.
Bruno ne parla con un po’ di delusione.
Ce lo hanno declassato dalla doc perché non rispetta il disciplinare. Per aspetti legati al prodotto perché non richiama la tipicità.
Già, perché quando vuoi fare qualcosa di diverso, di significativo ed unico, c’è sempre da combattere.
È un 2019, prima vendemmia. Porta in sé un 30% di uva appassita in arellario. Lavorata ad acini interi con una macerazione quasi carbonica in tini aperti. Fermentazione sulla prima massa di 15/20 giorni poi in acciaio. Dopo 45 giorni di appassimento delle altre uve si diraspano ad acini interi e fermentati. Poi tutta la massa viene ripassato sulla massa appassita lasciando il cappello sommerso. Va poi in botti extra fine di rovere leggermente tostato per avere una struttura più importante ed evitare che abbia un finale vero l’amarognolo. Va spesso travasato per evitare che vada in riduzione. Vanno anche tolti tutti i vinaccioli per evitare la nota amara.
Già così si può capire la complessità che questi due ragazzi portano in un vino. Quanto studio, quanta passione, quanto tempo ci vuole per creare qualcosa del genere. La recensione sul mio blog @ivan_1969
Colore rubino estremamente compatto. Lievi riflessi viranti verso il granato. La dolcezza si sente già al naso con note di amarena sotto spirito, fiori in potpurri. La viola è molto evidente e si amalgama molto con nel potpurri. C’è tabacco, vaniglia, chiodi di garofano. Tutte note piacevolmente dolci. La complessità olfattiva non è elevata perché il vitigno quello può offrire ma se lo si tenesse in bottiglia potrebbe esprimere ancora di più.
In bocca tannino e freschezza prevalgono. La sapidità è presente. Ti aspetteresti una maggiore rotondità che ci sarà solo tra qualche tempo. È un vino che offre una diversità tra naso e bocca meravigliando per la freschezza. Il finale ha ancora un pelino di amarognolo comunque levigatissima. Persistenza non lung. Il retro olfatto richiama gli odori del calice.
Un vino con cui pasteggiare. Non è un Marzemino croccante ma quasi masticabile che si abbina bene con carni o una tagliatella al ragù. Io lo proporrei con un pizzocchero.
Posso dire che hanno preso un marzemino e ne hanno fatto un grande vino.
Finiamo con i Cabernet Mener. Stesso vigneto del rosato vendemmiato 15 giorni dopo. 65% di Cabernet Sauvignon, 5% di Cabernet Franc e 30% di Carmenere appassito con lo stesso procedimento del Marzemino. Insomma, la lavorazione è la stessa del Krea cambiando solo un po’ la tostatura delle botti per il Carmenere.
Nel bicchiere bel rubino con colore similare al Marzemino. I sentori cambiano poiché non propriamente morbidi. Semmai più ruvidi.
Volevamo un taglio bordolese come si facevano prima in trentino senza il merlot.
Sono evidenti le note di liquirizia e cacao. Il Carmenere in surmaturazione porta il pepe verde. C’è la balsamicità che è come un marchio di fabbrica dell’azienda. Sento sottobosco e aghi di pino che richiamano le foreste. La complessità è simile al Marzemino. Interessante per la sua freschezza. Nonostante procedimenti analoghi i sentori passano dalla rotondità alla freschezza.
Il sorso evidenza coerenza tra olfatto e gusto. Grande freschezza e sapidità. Secco e caldo. Meno masticabile del Marzemino. Persistenza che si allunga rendendo l’abbinamento necessario con qualcosa di consistente tipo capriolo e cervo. Lo vedo benissimo con una polenta funghi e formaggio fuso.
Abbiamo cercato di stare in linea con il nostro territorio offrendo bassa alcolicità. Più sulla freschezza e sapidità che sul corpo.
Ecco, siamo alla fine ma vorrei non finisse mai. Perché parlare con Bruno e Michele fa solo capire quanta preparazione ci sia in persone come loro. Quanto studio. Quanta passiona. Quanta voglia di emergere.
Bravi!
Ivan Vellucci
Mi trovi su instagram : @ivan_1969
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6 Aprile, 2023
Casale dello Sparviero: forza ed eleganza in grande stile toscano
Casale dello Sparviero: forza ed eleganza in grande stile toscano
Cari amici lettori, come tutti sappiamo le degustazioni sono sempre una meravigliosa occasione per conoscere, approfondire e scoprire aspetti e realtà del nostro amato mondo del vino.
Lo scorso febbraio ho avuto il piacere di partecipare alla presentazione del libro di Armando Castagno “Castellina in Chianti – territorio, vino, persone” scritto per raccontare lo splendido territorio che accoglie poco meno di 40 produttori facenti parte dell’associazione Viticoltori di Castellina in Chianti.
In questa cornice meravigliosa ho avuto il piacere di scoprire Casale dello Sparviero che con la sua qualità ha saputo sin da subito colpirmi e farmi incuriosire.
Assolutamente non trascurabili le dimensioni dell’azienda che si colloca nell’incantevole paesaggio collinare del Chianti Classico senese, come detto siamo appunto tra i comuni di Castellina in Chianti e di Poggibonsi, e si estende complessivamente su circa 380 ettari, di cui 90 di vigneti situati ad un’altitudine ottimale per la produzione dei grandi vini toscani di qualità di circa 250 metri.
Un terroir unico rende unico il Casale dello Sparviero che grazie alla sua estensione riesce ad avere la propria produzione su suoli variegati alternando zone sabbiose a zone argillose, con la costante presenza di scheletro, un contesto variabile e valorizzato al meglio.
Una realtà che nasce 1972 per volontà dell’imprenditore padovano Olindo Andrighetti, che intuisce le potenzialità dei grandi rossi toscani delle colline del Chianti. La prima geografia della tenuta è ben diversa da quella odierna e vede al centro il nucleo di Campoperi con il bosco, i terreni adibiti a seminativo e l’oliveta che fanno da contorno alle vigne di Sangiovese.
Il 1996 rappresenta invece l’anno della svolta: la Campoperi acquisisce la tenuta confinate di Casale, che viene adibita a nuovo centro operativo e produttivo, dando vita al Casale dello Sparviero. Lo stesso anno vede inoltre un passaggio di consegne tra il padre Olindo e la figlia Ada che, con una serie di investimenti mirati, avvia un processo di rinnovamento dei vigneti e di tecnologizzazione della cantina, al fine di rendere l’azienda un’eccellenza del territorio.
L’azienda crede fortemente nel rispetto della natura e delle tradizioni, senza trascurare il tocco innovativo e il carattere internazionale: la produzione si concentra infatti su diversi cloni di Sangiovese, sul Canaiolo e Pugnitello, in continuità con la tradizione che agisce come perfetto complementare, ma nell’area all’esterno dei confini della denominazione sono stati introdotti gli internazionali Merlot e Cabernet Sauvignon, il tutto nel rispetto dell’ambiente e dei suoli con la minimizzazione degli interventi in vigna, nel tenere bassa la resa per ettaro del vigneto, nella simbiosi tra la natura e gli animali del territorio, nel profondo rispetto della biodiversità.
Forte di un credo basato sul rispetto della natura e di una profonda sinergia tra uomo e ambiente, Casale dello Sparviero dalla vendemmia 2016 ha dato il via al processo di conversione in agricoltura biologica, arrivando ad avere la vendemmia 2019 come prima a fregiarsi della certificazione e una completa produzione biologica dal 2022.
Molto legata al Casale la scelta del nome e del simbolo dell’azienda: Lo Sparviero, elegante rapace, nidifica da tempo immemore all’interno della tenuta ed in special modo all’interno delle buche pontaie del Casale stesso, dove è possibile ammirare le nidiate dei nuovi nati in primavera. Forza ed eleganza sono le caratteristiche principali di questo nobile volatile, che ben rappresentano lo stile dei vini qui prodotti e rafforzano il legame con il territorio.
Tra i vigneti presenti in azienda il più antico è quello di Paronza, le cui tracce storiche risalgono al 1169. È da qui che si ottiene la punta di diamante di Casale dello Sparviero, ovvero il Chianti Classico Gran Selezione Paronza, da suoli di argillosi, questa collina è stata individuata nel 1997 come quella destinata alla produzione dell’eccellenza aziendale.
Molte altre sono le produzioni di qualità di questa azienda: Chianti Superiore, Chianti Classico e Chianti Classico Riserva, il Bianco di Casale dello Sparviero (50% è Vermentino, la parte restante Malvasia e Trebbiano), Rosato (da uve Sangiovese) e l’IGT Toscana rosso (Sangiovese, Cabernet Sauvignon e Merlot).
Vino dallo stile inconfondibile che riescono a coniugare forza ed eleganza in pieno stile toscano, da non perdere assolutamente!
A cura di Giuseppe Petronio
Mi trovi su Instagram @peppetronio
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5 Aprile, 2023
Non solo vino: l'Aceto Balsamico
L’aceto balsamico: dalla storia alla tavola
Un po’ di storia
La storia dell’aceto si perde nella notte dei tempi con testimonianze di un procedimento simile già nel 2900 A.C. nell’Antico Egitto. Oltre un millennio dopo, sempre presso questa civiltà, si sviluppa la cottura del mosto. Ci sarebbe tantissimo da dire ma, facendo un salto in avanti a tempi più recenti, troviamo gli Estensi che, nel 1598, si trasferirono da Ferrara a Modena, portando i loro aceti. Lì, però, ne scoprirono un altro, sconosciuto ai più e prodotto nelle soffitte delle famiglie modenesi. Aveva caratteristiche completamente diverse dagli altri, con un’armonia di sapori e profumi giudicati ineguagliabili e venne quindi considerato qualitativamente superiore rispetto a quelli allora conosciuti. Nel sottotetto di una torre di Palazzo Ducale venne quindi posizionata un’acetaia, alimentata con mosto «purgato e ridotto secondo la pratica», come scrive nel 1803 Latour, subeconomo dei Beni Nazionali del Panaro durante l’occupazione francese. Nel 1747, sui registri delle cantine segrete della Corte Estense questo prodotto fu denominato per la prima volta “aceto balsamico”. Questo stesso aceto era al tempo conosciuto come “aceto del Duca”, una denominazione che incorporava nel nome un importante segno di distinzione ed eccellenza qualitativa.
Elisir per tavole raffinate
Furono proprio i duchi estensi a fare conoscere l’Aceto Balsamico in molte corti europee del loro tempo. Tra i tanti, due episodi valgono una menzione. Il primo, nel 1764, quando il Gran Cancelliere di Moscovia, Conte Michele Woronzow, inviato dalla Zarina di Russia Caterina la Grande in missione diplomatica presso le capitali europee, giunto a Modena, chiese di spedire a Mosca alcune bottigliette di Balsamico delle acetaie ducali. Il secondo nel 1792 a Francoforte, in occasione dell’incoronazione a Imperatore del Sacro Romano Impero dell’Arciduca Francesco II d’Austria, quando il Duca Ercole III d’Este ritenne che il suo secolare aceto fosse degno di essere inviato in dono all’Imperatore, ma nella modesta misura di un flacone.
Nel 1796 Napoleone Bonaparte conquista Modena, caccia gli Estensi e ne sequestra i beni, tra cui l’Acetaia Ducale, che viene venduta all’asta. Varie famiglie nobili e borghesi di Modena acquistano quindi le varie batterie, continuando la produzione e diventandone così i custodi della tradizione, nelle proprie soffitte.
Il disciplinare dell’aceto balsamico
Oggi esiste un disciplinare molto rigido che regola la produzione di Aceto Balsamico di Modena. Ad esempio, le uve devono essere native, coltivate e cresciute sul territorio di Modena. L’elenco di quelle permesse specifica Lambrusco (tutte le varietà e cloni), Ancellotta, Trebbiano (tutte le varietà e cloni), Sauvignon, Sgavetta, Berzemino e Occhio di Gatta. Esistono anche vincoli territoriali, che prevedono che l’assemblaggio delle materie prime, l’elaborazione, l’affinamento e l’invecchiamento in recipienti di legno pregiato abbiano luogo obbligatoriamente nelle province di Modena. Il prodotto finito può invece essere confezionato anche al di fuori della zona geografica di origine.
L’elaborazione dell’Aceto Balsamico di Modena avviene con il classico metodo di acetificazione tramite impiego di colonie batteriche selezionate, lenta in superficie o lenta “a truciolo”. La fase successiva è quella dell’affinamento, anch’essa svolta come la prima all’interno di barili, botti o tini o di legno pregiato quali rovere, castagno, quercia, gelso e ginepro. Il periodo minimo di affinamento è di 60 giorni, conteggiati a partire dal momento in cui le materie prime, miscelate tra loro nella giusta proporzione, sono avviate all’elaborazione. Al termine dell’affinamento, il prodotto ottenuto viene sottoposto a un esame, analitico e organolettico, affidato a un gruppo di tecnici e assaggiatori esperti. Questo è lo step da superare affinché il prodotto possa essere certificato come Aceto Balsamico di Modena.
Una volta trascorsi 60 giorni di affinamento in tini di legno, l’Aceto Balsamico di Modena può essere sottoposto a un ulteriore periodo di invecchiamento. Se questa fase si dilunga per più di tre anni, il prodotto finito potrà fregiarsi della classificazione “invecchiato”.
L’Aceto Balsamico di Modena così ottenuto può essere immesso al consumo diretto. Viene inserito in contenitori in vetro, legno, ceramica o terracotta di varie capacità, da un minimo di un quarto di litro a cinque litri. Sono ammesse anche confezioni monodose di plastica o di materiali composti, di capacità massima di 25 ml. Nel caso in cui il prodotto sia destinato a un utilizzo professionale, la capacità minima dei recipienti in vetro, legno, ceramica o terracotta è di 5 litri, che scendono a 2 nel caso il recipiente sia in plastica.
Su ogni confezione è posta la dicitura Aceto Balsamico di Modena, accompagnata dall’Indicazione Geografica Protetta.
Aceto balsamico DOP, IGP, e altre denominazioni
Soprattutto negli ultimi anni, l’aceto balsamico è diventato di gran moda e si è molto diffuso, tanto da poterlo trovare al posto dell’aceto classico su tutte le tavole, fast food e pizzerie incluse. E’ bene però sapere che ne esistono numerosi tipi e che per avere un’idea immediata ci si può regolare guardando il costo, tenendo presente che il costo medio di un Aceto Balsamico di Modena IGP al supermercato va dai 2 ai 30 euro circa per una confezione da 500 ml. Il prezzo per un buon aceto balsamico tradizionale di Modena DOP, comunque, si aggira intorno ai 50 euro per 100 ml. Riguardo l’autenticità, il modo più semplice per riconoscere un vero aceto balsamico tradizionale è fare attenzione alla bottiglia, la cui forma tipica richiama quella di una goccia, contiene sempre esattamente 100 millilitri ed è stata disegnata da Giorgetto Giugiaro. Un’eccellenza nell’eccellenza!
Tipologie e denominazioni
Condimento balsamico / Aceto balsamico / Mosto aspro / Condimento / Saba e Aceto balsamico
Qui tutto è permesso. Il prodotto ha un sapore acidulo ed è stato trattato con acido acetico. Non necessita né dell’indicazione specifica della materia prima utilizzata, né dell’uva, né del processo di produzione. Invece dell’uva, che è la prerogativa di base di un vero aceto balsamico, possono rientrare in queste categorie anche aceti balsamici di mele e altri frutti, come di barbabietole da zucchero, miele, riso, cereali e tutto ciò che può essere fermentato. Occhio alle etichette, quindi, perchè nonostante il termine “aceto balsamico” faccia generalmente riferimento al metodo di preparazione classico dell’aceto come tramandato da generazioni nella tradizione modenese, non si tratta di una denominazione protetta.
Aceto Balsamico di Modena IGP, Aceto Balsamico Tradizionale di Modena DOP (ABTM) e Aceto Balsamico Tradizionale di Reggio Emilia DOP (ABTdiRE)
Solamente i tre termini “Aceto balsamico di Modena IGP” e “Aceto Balsamico Tradizionale di Modena DOP” e “Aceto Balsamico Tradizionale di Reggio Emilia DOP” assicurano che lo standard minimo stabilito nel discpilinare del prodotto sia stato rispettato durante la produzione. Tuttavia, anche nel caso dell’Aceto Balsamico di Modena IGP si incontrano spesso prodotti industriali che, oltre al mosto d’uva, sono costituiti da aceto di vino e caramello (in etichetta spesso anche come “colorante E150d”), che permette al prodotto di ottenere il tipico colore dell’Aceto Balsamico di Modena IGP .
La differenza tra questa denominazione e quella “Aceto Balsamico Tradizionale di Modena DOP” è che quest’ultimo deve sottostare, secondo l’ultima direttiva UE, ai rigidi criteri che stabiliscono le materie prime da utilizzare e le caratteristiche fondamentali al fine dell’imbottigliamento ed etichettatura. In ultima analisi, il mosto cotto e un minimo di 12 anni sono gli unici ingredienti di un aceto balsamico tradizionale originale, questo lungo processo di affinamento ed invecchiamento essendo anche il principale motivo del prezzo elevato.
Esiste un bellissimo museo dove potere effettuare una visita guidata molto interessante. Si trova a Spilamberto e raccoglie, in una palazzina, la storia dell’Aceto Balsamico. Qui potrete anche assaggiarlo e vedere con i vostri occhi quante famiglie, personaggi e organizzazioni conosciute (Massimo Bottura, Slow Food e persino una banca locale) tengono in affinamento qui le loro batterie. Una bella idea per una gita fuori porta e per scoprire il vero Aceto Balsamico Tradizionale di Modena.
Sono Claudia Riva di Sanseverino. Assaggio, degusto, scopro, curioso, provo e condivido. Seguimi su Instagram @crivads
https://www.youtube.com/watch?v=RakajXgmc-E
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4 Aprile, 2023
Maremma, Terra del Ciliegiolo DOC e altri Ciliegioli d’Italia - Al via la prima edizione
Maremma, Terra del Ciliegiolo
Domenica 7 e lunedì 8 maggio appuntamento alla Fortezza Orsini di Sorano in provincia di Grosseto, per una rassegna senza precedenti. L’evento, al suo esordio e dedicato interamente al vitigno autoctono, si terrà il 7 e l’8 maggio alla Fortezza Orsini di Sorano (GR). Alla manifestazione ci saranno banchi d’assaggio, dove sarà possibile degustare il Ciliegiolo di Maremma DOC e di altre parti d’Italia.
Il Ciliegiolo DOC di Maremma e altri Ciliegioli d’Italia saranno presentati in una due-giorni durante la quale stampa e operatori del settore avranno la possibilità di degustare i vini delle aziende produttrici di questo speciale vitigno, che saranno a disposizione alla mescita presso banchi d’assaggio. Nella giornata di domenica, su prenotazione, è prevista una masterclass tematica.
Il Ciliegiolo, vitigno di Maremma e d’Italia
Dal colore rosso rubino con leggeri riflessi violacei e con sapore e profumo caratteristici che ricordano la frutta matura, il Ciliegiolo è un vino piacevole ed equilibrato, recentemente riscoperto e valorizzato, il cui nome è dovuto al colore dell’acino e agli aromi del vino che richiamano in modo esplicito la ciliegia. A differenza di quanto avveniva in passato, quando veniva utilizzato per il consumo diretto o per preparare vini di pronta beva ma di poca longevità (tanto che, per la maggior parte, le uve venivano vinificate in assemblaggio con altre varietà, in primis il Sangiovese), oggi è perlopiù impiegato in purezza per produrre alcuni interessantissimi vini DOC e IGT del Centro Italia.
Coltivazione
Viene coltivato in Toscana, Umbria, Marche, Lazio, Liguria e, in misura minore, in altre zone d’Italia. La maggiore diffusione del Ciliegiolo è comunque in Toscana, dove si contano circa 525 ettari, dei quali quasi il 60% è concentrato in provincia di Grosseto, dove danno vita a numerose etichette della DOC Maremma Toscana Ciliegiolo.
Il Ciliegiolo ha una forte sensibilità al terroir per cui è fondamentale piantarlo sui terreni adeguati al risultato enologico che si vuole ottenere. Da questo punto di vista, la Maremma grossetana rappresenta una delle aree più interessanti (se non la più interessante) per questa varietà. Interpretazioni importanti si trovano anche in Umbria, tra l’Orvietano e i Colli Amerini, nell’Alto Lazio e in alcune aree delle Marche.
L’iniziativa è organizzata dal Consorzio Tutela Vini Maremma Toscana e dai delegati FISAR sul territorio, con il patrocinio del Comune di Sorano.
Sono Claudia Riva di Sanseverino. Assaggio, degusto, scopro, curioso, provo e condivido. Seguimi su Instagram @crivads
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