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13 Settembre, 2021

Top Tasting Piper-Heidsieck

Una Top Tasting di Champagne non è frequente e occasioni di questo tipo si colgono al volo, come quella dell’11 settembre al Vinòforum. La degustazione è stata presentata da Giovanni Lai, direttore commerciale Biondi-Santi International che distribuisce in Italia il brand. Con un linguaggio accattivante ha iniziato l’incontro raccontando la storia affascinante della maison. Fondata nel 1785, quando fu prodotta la prima cuvéè di prestige per la Regina Maria Antonietta, persegue da sempre l’obiettivo dell’altissima qualità dei suoi vini esaltando il territorio di provenienza dei vitigni. Una cuvéè di prestige, ricordiamolo, è un vino base ottenuto da una miscela perfetta di uve diverse provenienti da un cru, cioè un determinato territorio con caratteristiche particolarmente eccellenti. L’attuale Chef de Caves è Ėmilien Boutillat, subentrato al famoso Régis Camus e premiato di recente come Miglior Enologo Internazionale, che riesce a coniugare tradizione e innovazione. È importante sottolineare che la viticoltura sostenibile è applicata grazie all’abbassamento dei fitofarmaci e alla riduzione dei prodotti chimici utilizzati. Piper-Heidsieck è anche legata al mondo del cinema. Ad esempio nel 1933, fu il primo champagne che apparve in un film, “I Figli del Deserto” di Stanlio e Ollio. Inoltre è celebre la frase dell’attrice Marylin Monroe: <<Vado a letto solo con una goccia di Chanel n°5 e mi alzo con un bicchiere di Piper-Heidsieck>> ed è presente agli eventi per la consegna degli Oscar di Hollywood e al Festival di Cannes. Insomma, è una maison di grande fama e professionalità. Gli champagne degustati sono stati i seguenti: Essentiel Cuvéè Reservéè (extra brut con affinamento sui lieviti minimo di 36 mesi); Essentiel Blanc de Blancs (extra brut con affinamento sui lieviti minimo di 36 mesi); Vintage 2012 (brut con affinamento sui lieviti minimo di 5 anni); Rosè Sauvage (brut con affinamento sui lieviti minimo di 24 mesi); Rare Champagne 2008 (brut con affinamento sui lieviti di 12 anni). Tutti vini molto luminosi all’aspetto, eleganti al gusto e con un perlage molto fine e continuo. Sono prodotti che, per la loro lavorazione e per i terroir di provenienza, hanno una lunga durata nel tempo. L’Essentiel Cuvéè Reservéè (Pinot Noir, Pinot Meunier e Chardonnay) rappresenta l’essenza della maison con una grande struttura in cui emergono all’olfatto note salmastre e agrumate, seguite da un sorso fresco, sapido, equilibrato e con una lunga persistenza. L’Essentiel Blanc de Blancs è un prodotto recente ed è ottenuto dai migliori vigneti di Chardonnay della Champagne, ha note forti di pera, agrumi e frutta secca con una grande rotondità e cremosità in bocca. Il Vintage 2012 è uno splendido blend di Chardonnay e Pinot Noir coltivati soprattutto nelle Grand Cru e Premier Cru (zone dedite a vini estremamente pregiati) con sentori marcati di burro, erbe aromatiche e agrumi e un gusto vellutato e avvolgente che si prolunga lasciando sensazioni molto piacevoli. Il Rosè Sauvage (Pinot Noir di cui il 15% vinificato in rosso, Pinot Meunier e Chardonnay) ha un’unicità grazie al colore intenso, ai profumi di frutti di bosco, more e fragole, spezie e minerali e alla freschezza che emergono con incisività. Infine il Rare Champagne, cuvèè prestige, Chardonnay e Pinot Noir, imbottigliata solo 11 volte con un brand a parte rispetto al resto della linea, dotato di una forte complessità olfattiva (pera, mela gialla, mango, limone, ananas, frutta secca, iodio) e con un sorso di corpo, intenso e infinito. Top tasting veramente TOP, con un tocco di grande raffinatezza e gioia per vista, olfatto e gusto. A cura di Biancamaria Caroli
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12 Settembre, 2021

Due giorni diVini

Due giorni, quarantotto ore le prime dell’edizione 2021 del Vinòforum e si percepisce da subito che qualcosa è cambiato…finalmente si respira un aria di rinascita, di ripartenza, di voglia di tornare a condividere le emozioni che ruotano intorno ad un bicchiere di Vino. Vinòforum è tornato, dopo un altro anno pandemico da incubo e quest’anno per la sua “maggior età”  (edizione numero 18 ) vuole fare le cose in grande: 30 chef selezionati da Food&Wine La nuova area Top Tasting Roma Caffè Festival Mix&Spirit Oltre 2.500 etichette di Vino in degustazione Insomma le ore all’interno della manifestazioni trascorrono rapidamente e senza possibilità di annoiarsi. Ma facciamo un piccolo focus su questi primi due giorni. Esperienza “fuori concorso” la Top Tasting di Gaja della quale abbiamo già parlato ieri con Giuseppe Petronio, certamente sensazionale per tutti i Winelover presenti all’apertura della kermesse. Ma l’area Top Tasting anche nella seconda giornata non ha deluso con Piper-Heidsieck, la Maison di Champagne più premiata del secolo che dal 2018 è affidata ad uno degli enologi giovani più talentosi del mondo Emilien Boutillat. Nicola Tinto Prudente storico conduttore di Decanter su RadioDue e di  “Mica Pizza e Fichi” su La7, ha animato la prima giornata presentando il suo libro “Il Collo di Bottiglia”…ma di questo parleremo nei prossimi giorni con Clara Maria Iachini. Menzione d’obbligo per Mix&Spirits l’area griffata dal barman Massimo D’Addezio, dedicata al mondo della miscelazione per costruire una perfetta Carta dei Cocktail, un passaggio lo merita senza dubbio. Tra gli espositori si sono messi in luce certamente “I Vini Buoni d’Italia” da loro puoi entrare e passare dalla Valle d’Aosta alla Sicilia senza mai perdere di vista la qualità. Tappa obbligatoria allo stand della “DSR Italian Food” perché non si può rinunciare ai salumi di questo distributore DA PROVARE!  Nella giornata di ieri da registrare l’invasione social di “Roma Caput Vinum”  che tra reel e post hanno dato un tocco di brio ed interazione alla manifestazione…un evento organizzato da VersamiAncora, vi consigliamo di farci un salto per assaggiare Eraldo Dentici ed il suo Esimio. Insomma le prime 48 ore sono andate molto bene ed hanno perfettamente corrisposto le parole del CEO di Vinòforum, Emiliano De Venuti: Vino, grande cucina ed eccellenze sono gli asset su cui si muove la manifestazione” A cura della Redazione
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11 Settembre, 2021

Nati per stare insieme

Settembre mese ricco di eventi legati al mondo del vino. Tra questi raccontiamo “Nati per stare insieme” perché, come si evince già dal titolo dell’evento, è il risultato di una doppia collaborazione, di una sinergia importante che proseguirà anche nei mesi a venire, tra Consorzio Grana Padano e Ascovilo, Associazione dei Consorzi di Tutela dei Vini Lombardi. Nel contesto di Casa Nervesa, location elegante zona Porta venezia a Milano, un tunnel buio accoglie il visitatore il cui sguardo è catturato dalle bottiglie di tutti i vini lombardi illuminate, quasi a voler simboleggiare la necessità di una rinascita, che deve inevitabilmente passare attraverso la valorizzazione di ciò che davvero conta, ciò che non è prescindibile: la terra e i suoi frutti. Utile sottolineare per l’ennesima volta la vera sfida del nostro presente e prossimo futuro: la salvezza del pianeta per la sopravvivenza del genere umano. E la salvezza del pianeta e del genere umano passa inevitabilmente dalla cura della terra. Cura quotidiana, quella che chi con la terra lavora non può mai dimenticare, perché solo una terra curata offre i suoi frutti. Questa sinergia pertanto sa di manifesto etico e culturale per il futuro: il cibo di qualità con il vino di qualità, di una regione importante come la Lombardia che vuole andare oltre all’etichetta di regione del design e della moda, di polo produttivo e di capitale del settore terziario, tornando alla concretezza delle produzioni agricole. La Lombardia pone l’accento su altre sue importanti risorse, anche quelle paesaggistiche e enogastronomiche, che sappiamo essere oggi un forte motore economico, che devono fare da volano ad una nuova coscienza e una nuova economia. Una coscienza che ci porti a scegliere consapevolmente la qualità delle materie prime e dei prodotti che portiamo sulla nostra tavola, perché, praticamente sempre, ciò che è molto buono è anche molto sano e prodotto eticamente. E per arrivare a questo risultato, come giustamente ha sottolineato il Presidente del Grana Padano Renato Zaghini durante l’inaugurazione, si deve fare informazione. Un’informazione corretta verso il consumatore finale, che passa necessariamente dall’etichetta, che sia puntuale e non generalista, perché la conoscenza genera consapevolezza e porta alla libertà di scelta. La Lombardia del vino, raccontata dalla Presidente di Ascovilo Giovanna Prandini, è un insieme di piccole e medie realtà, nella maggior parte dei casi a conduzione familiare, e vederle riunite in quest’occasione fa davvero ben sperare per il futuro enologico lombardo. Ben tredici Consorzi del Vino lombardi presenti ieri all’inaugurazione, i vari Presidenti pronti ad aprirsi al futuro e ad un lavoro che, se fatto insieme, può portare a risultati strabilianti. Questo evento, primo di una serie, con la semplice formula di abbinamento tra le diverse stagionatura di Grana Padano e i vini lombardi in grado di valorizzarne appieno il gusto, consente anche, con una serie di masterclass dedicate, di avvicinare il pubblico all’intero panorama della produzione enologica lombarda. Mostra, evento degustazione e una serie di masterclass per un obiettivo comune a molte realtà lombarde. L’importante è sempre crederci, crederci tutti, e remare nella stessa direzione. A Cura della redazione di WinetalesMagazine 
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11 Settembre, 2021

Top tasting Gaja - Vinòforum

Ci sono degustazioni che lasciano un segno indelebile e rappresentano l’esperienza, il ricordo nel tempo: questo è il caso della top tasting Gaja di Vinòforum. Gaja è di fama mondiale, tre tenute, la prima e storica in Piemonte con 100 ettari di vigneti nel comune di Barbaresco, in gran parte cru e vecchie vigne di età fino ad 80 anni, ed in Toscana con 27 ettari a Montalcino (Pieve S. Restituta) e 120 ettari a Bolgheri (Ca’ Marcanda). L’azienda è oggetto del desiderio di molti, anzi, tutti i winelovers e, per scelta, non è presente sui social e non ha nessun tipo di strategia di comunicazione tramite i mezzi convenzionali, se non in occasioni di winetasting come questa. Altissimo il valore della famiglia, con tutti i componenti operativi e dedicati completamente all’azienda. A rappresentare l’azienda e condurre la degustazione c’è Rossana Gaja, figlia di Angelo e Lucia. Il percorso degustativo si è concentrato sulla produzione piemontese, il racconto, intenso, interessante e pieno di competenza, è partito dalla descrizione del territorio e dell’evoluzione dei suoli nel tempo con la descrizione delle diverse caratteristiche del territorio di Barbaresco e Barolo, con i differenti vini che ne derivano sulla base della compattezza e composizione dei terreni. A colpirmi molto è stato il focus sul cambiamento climatico, con le misure prese in considerazione dall’azienda per combattere gli effetti delle variazioni metereologiche tramite studio, consulenza scientifica ed universitaria, metodi naturali e biologici. Massima la tutela della vigna e della biodiversità con inerbimento, piantumazioni che crescono e vengono piegate lungo i filari per proteggere il terreno dal ruscellamento dell’acqua, coltivazione di favino e leguminose per il sovescio, ma anche orzo e senape, ad esempio, con l’obiettivo di aumentare la componente organica e favorire la depurazione naturale dei terreni. Apicoltura nel vigneto e produzione di miele per garantire la biodiversità, introduzione della tecnica della confusione sessuale per i parassiti come la tignola e insetti come le coccinelle per combattere in modo naturale parassiti e cocciniglia. Compostaggio e utilizzo di letame proveniente da sole vacche lattifere che non assumono antibiotici che, altrimenti, andrebbero nel terreno, con predigestione del letame ad opera di lombrichi selezionati. Insomma tanta attenzione, ricerca e cura. In degustazione: Gaja Barbaresco 2018; Gaja Costa Russi Barbaresco 2014; Gaja Sperrs Barolo 2013; Gaja Gaia & Rey 2016 Chardonnay Langhe DOP. Sono vini da aspettare nei calici, da far acclimatare e aprire, ma non deludono affatto, sono poesia e pura espressione del Nebbiolo con le sue affascinanti sfumature. Il Barbaresco 2018 è elegante, complesso ed equilibrato, si snoda tra fragolina di bosco selvatica, viola, radice di liquirizia verde, spezie e minerali, con freschezza minerale ed un tannino che invoca ancora del tempo per essere levigato, ma che resta comunque finemente legato. Costa Russi ’14 è elegante, strutturato, frutti di bosco, mora, con terziari ben definiti di tabacco e cuoio, grande volume in bocca con dimensione che parla di un vino godibile oggi ma che potrebbe essere bevuto tra parecchi anni, grazie all’ampia freschezza che porta con sé. Barolo Sperrs ’13 parla la lingua del grande vino, molto più opulento e grasso al naso rispetto ai Barbaresco, ha grande potenza nei profumi senza avere invadenza balsamica, visciola, goudron, liquirizia, grafite, sorso compatto e trama tannica fitta e già pronta, ma anche qui sembra di avere difronte un vino con potenziale di invecchiamento eccellente. Infine, con sorpresa che viene assolutamente giustificata dopo l’assaggio, lo Chardonnay, servito dopo la successione dei grandi rossi: tiene assolutamente il confronto essendo vinificato e affinato per 8 mesi in barriques. Uno Chardonnay che racconta il territorio, con grande naso che porta subito sulla complessità della nocciola, mandorla tostata, tartufo bianco, con sullo sfondo una nota dolce, fiori d’arancio e camomilla. Al sorso è di grande avvolgenza e cremosità, ricco, sapido e di lunghissima persistenza. Possiamo dire che la novità di questa edizione di Vinòforum, la top tasting, ha già regalato a noi appassionati di vino l’opportunità e l’esperienza memorabile che non potrà essere mai dimenticata. A cura di Giuseppe Petronio
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10 Settembre, 2021

Roma Caput Vinum

Non è per niente facile, anche se lo sembrerebbe, spendere due parole introduttive sulla città di Roma, tutto potrebbe risultare banale e scontato, dinanzi alla grandezza stessa della città eterna, quindi non lo farò, 11 e 12 settembre mi aspetta una fantastica Wine Experience in compagnia di tanti amici e colleghi. Michela Donati e Manuela Pascucci, amiche nella vita e sommelier per passione, sono le organizzatrici della prima Wine Experience della Capitale in concomitanza del più importante evento vinicolo del centro Italia: Vinòforum, la capitale chiama, ventidue influencer, wineblogger e giornalisti rispondono da tutta Italia. La passione e la l’amore per la propria terra spingono Michela e Manuela, rispettivamente sommelier qualificata e giornalista, a promuovere una zona poco conosciuta ed ingiustamente poco valorizzata, rispetto alle solite blasonate, famose in tutto il mondo, muovendo i primi passi con la pagina Instagram @uncalicepercinque, un progetto di cinque winelover laziali che periodicamente parlano dei vini della loro regione. Nasce successivamente il blog di Mimmiwinelover, dove vengono recensiti principalmente i vini laziali, sui social è un continuo tamtam di condivisioni, dirette con i produttori e nascono le “Lazio Blind” virtuali, degustazioni on line effettuate sotto pandemia, per poi arrivare al primo tanto atteso evento in presenza per promuovere e far conoscere la propria terra e i suoi deliziosi vini. Quale migliore location se non quella della capitale? Il Vinòforum ci ospiterà all’interno della manifestazione dove andremo a degustare le principali cantine laziali, fino a visite organizzate nell’Azienda Agricola Terre del Veio e Tenuta Santi Apostoli, passando per suggestivi ed immancabili scorci nella città cosmopolita per eccellenza ricca di storia e architettura, stratificata ovunque volgiamo il nostro sguardo, dall’impero romano ai nostri giorni. Tutto questo sarà possibile grazie all’impegno di Michela e Manuela, alla disponibilità delle cantine, ma soprattutto alla partecipazione di Vinòforum, Enoteca Vyta, Maisoinette farnese e Casa Campo de’ fiori, che ospiteranno gli invitati in questi due lunghi giorni di esperienze culturali/enoiche nella capitale, restate sintonizzati perché non mancherò di raccontarvi queste fantastiche esperienze che mi aspettano. Cantine partecipanti: Terre del Veio, Tenuta Santi Apostoli, De Sanctis, Tellenae – Manfredi Stramacci, Vini Raimondo, Eredi dei Papi, Fra i Monti, Cantina Morichelli, Artico, Matteo Ceracchi, Donato Giangirolami, Muscari Tomajoli, Pietra Pinta, Le Macchie, Parvus Ager A cura di Clara Maria Iachini
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7 Settembre, 2021

Chateau Roubine - Il vino Templare al femminile

Tra l’Estérel e la Sainte-Baume, tra ulivi e lavanda, tra Verdon e il Mediterraneo, tra le Alpi e Sainte-Victoire si trova quella che fu una delle magioni Templari ed oggi è uno straordinario sito e superbo vigneto, composto da ben tredici vitigni e dotato di un drenaggio naturale, idealmente orientamento est/ovest con terreno argilloso-calcareo avendo quindi condizioni favorevoli alla produzione di vini di alta qualità. La proprietà oggi si estende su 130 ettari, di cui 72 ettari vitati, oltre che di un Mas, l’affascinante casa colonica rurale composta di un appartamento familiare, due monolocali e una sala ricevimenti che può ospitare fino a 50 persone, circondata da un giardino mediterraneo e da un bacino romano, accoglie gli ospiti tutto l’anno per un perfetto ritorno alla natura in un ambiente unico ed eccezionale. La storia di Château Roubine è sempre stata legata a quella della Provenza. Già nell’antichità in questo punto correva la strada romana detta Julienne che attraversava l’attuale vigneto. Conosciuto fin dall’inizio del XIV secolo, Château Roubine era di proprietà dell’Ordine dei Templari ed ancora oggi lo stemma templare ripercorre la storia della tenuta: il Drago, animale simbolo di Draguignan e il Leone, animale simbolo di Lorgues protetto dai raggi del sole provenzale. La proprietà cambia nei secoli sino a vedere l’acquisto nel 1994 da parte di Valérie Rousselle del Var, originaria di St Tropez, che ha portato la tenuta in una nuova pagina della sua storia. Nel 1955 Château Roubine è stata una delle 23 cantine riconosciute per decreto come “Cru Classé” delle Côtes de Provence e nella costante preoccupazione per l’armonia con la natura, l’agricoltura sostenibile è al centro di questa azienda vinicola. I vitigni di Château Roubine sono: la Mourvèdre: Uno dei più antichi coltivati in terra provenzale dal XVI secolo. Emana aromi fruttati caratterizzati da frutti di bosco (more) o frutti rossi (fragole, lamponi). Ricco di tannino, dona un vino filante con note di pepe e spezie. Il Syrah: Uno dei più anziani al mondo, viene dalla Persia (Shiraz). Sviluppando toni violacei, la sua originalità lo rende uno dei vitigni qualitativi. Può sviluppare aromi di viola, spezie e gariga. Il Cinsault: Considerato uno dei vecchi vitigni del Midi, è generoso, poco acido e poco alcolico. Lavorato a bassa resa, offre un vino pregiato e spesso costituisce la base dei rosati provenzali. La Clairette: Un antichissimo vitigno provenzale produce poco ma i suoi chicchi oblunghi regalano vini aromatici e profumati. Il Cabernet Sauvignon ed il Semillon Nel corso delle stagioni, Château Roubine ospita diverse visite per vedere e vivere il ciclo della vite, a scoprire i gesti essenziali e i contrasti climatici che offrono le qualità di un vero terroir. Le visite e le degustazioni sono fattibili previa prenotazione a info@chateauroubine.com ed ogni evento vedrà protagonisti la storia, i vitigni e le particolarità di Château Roubine che verranno presentate dalla terrazza della cantina con vista panoramica su tutti i 72 ettari di vigneto in un unico pezzo. Sarà poi possibile immegersi nel mondo della produzione varcando le porte private della cantina e scoprire i segreti di lavorazione dei Classés Crus seguendo il percorso delle uve, dall’accoglienza alla vinificazione, fino alla messa in bottiglia. Infine, una degustazione commentata dei nostri Crus Classés, AOC Côtes de Provence. Una tappa da non mancare per chi anche solo transita tra Costa Azzurra e Provenza A cura di Cristina Mascanzoni Kaiser
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6 Settembre, 2021

D’amore, di nonne e di cosa c’è dietro una storia di vino

Come è semplice immaginarsi intorno a un tavolo. Sono immagini che sembrano essere stampate nel nostro Dna. Per le feste. Per un primo appuntamento. Per un incontro di affari. Andiamo a farci un caffè. Beviamoci una birra. Mangiamo una cosa veloce, così ci raccontiamo un po’. Così semplice, da immaginarsi, da non riuscire invece a pensare a cos’altro si potrebbe fare se non sedersi a un tavolo, o a un tavolino, o su un prato per un picnic quando dobbiamo festeggiare qualcosa, quando vogliamo passare del tempo di qualità con una persona. Qualità. Probabilmente è questa la parola che ci diversifica dal resto dei Paesi del mondo, dove la convivialità forse è un contorno della vita e non la portata principale. Mia nonna era abituata a prepararsi molto presto il caffè, all’alba, perché doveva poi mettersi ai fornelli per preparare da mangiare per la famiglia. E già verso la tarda mattinata era possibile sentire il profumo del ragù o quello del pesce nel forno. In Italia la qualità della tavola non è una questione di gourmet, ma di cuore, di amore. Preparare qualcosa garantendo la sua qualità significa metterci il bene, l’anima; significa mettersi all’opera per la sola soddisfazione dell’altro. Ed è per questo che l’Italia è il paese del vino (siamo il maggior esportatore mondiale oltre che quello più competitivo del mondo): perché un calice di vino non è mai scelto a caso, perché arriva dalla produzione di qualcuno che con tutta probabilità ha fatto sacrifici enormi per le sue vigne, spesso facendo scelte azzardate e tutto per cosa?, per questo, per quella qualità che in Italia, lo ripetiamo, significa amore. Ed è per questo che definire WineTales un Magazine sul vino lo ritengo sbagliato o comunque riduttivo: perché qui si parla di amore, di cura, di scelte. Come quella della nonna che sceglieva di alzarsi presto per preparare il pranzo. Come quella di un vecchio zio che, sulla tavola, appoggia una bottiglia di vino fatta in casa che, ammettiamolo, non è poi così buona, eppure ha quel gusto di affetto che lo fa apparire di livello superiore. L’amore per l’amore: forse è questo che c’è dietro a una storia di vino. Ed è questo che vogliamo, ogni giorno, raccontarvi. Il Direttore Editoriale  Sabrina Falanga 
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4 Settembre, 2021

La nuova frontiera del Saliturismo

Una giornata estiva dovrebbe essere sempre conclusa con un buon aperitivo, in un luogo suggestivo, dove il sole e l’ambiente circostante sono i protagonisti di tramonti indimenticabili. Siamo a Marsala, in Sicilia, e più precisamente nelle Saline Ettore Infersa, nel locale SEI- Mamma Caura. I proprietari, Caroline e Antonio, mi accompagnano durante una degustazione di Marsala vergine delle Cantine Florio e di pane cunzatu (e non solo…!)  tra la brezza marina e la vista dei mulini. Le saline Ettore Infersa oltre a rappresentare un luogo di produzione IGP per la raccolta a mano del sale, sono anche turismo, Caroline ci racconta del “Saliturismo”, la realizzazione di tour, diversi per ogni esigenza, per visitare e passeggiare tra i laboratori naturali, la visita al mulino o per trascorrere una giornata da Salinaio con stivali e pala in mano. Altri percorsi sono dedicati alla visita dell’Isola Lunga per una gita turistica nella riserva naturale, o ancora la chicca che aggiunge stupore ad un mondo non a tutti noto è la possibilità di soggiornare nel Salt Resort dell’Isola Lunga, una struttura dedicata al benessere ed al relax, in cui ritroviamo anche prodotti cosmetici a base di sale. Il nome Sei- Mamma Caura ha un significato ben preciso, il magma caldo, che si forma prima della precipitazione del sale ed è composto da solfati e carbonati creando un vero e proprio ecosistema naturale. Le vasche saline sono il laboratorio naturale, nelle quali è possibile osservare la cristallizzazione del sale ed il lavoro costante del Salinaio che sposta il prodotto finito da una vasca all’altra per poi prelevarlo definitivamente. I mulini a sei pale, parte suggestiva di questa fotografia, uno dei quali è illuminato anche la sera, peccato per gli altri, sono certa che anche questi ultimi brilleranno durante la notte prossimamente. Un’attenzione particolare al menù: i piatti sono stati studiati per ritrovare una sinergia costante tra i prodotti tipici della terra e del mare, focalizzando l’attenzione alla presenza del Fior di Sale e al Marsala: PANE CUNZATO con olio, sale marino, pomodoro, origano, acciughe e cacio cavallo; perfetto con un bicchiere di marsala vergine. RISOTTO “ROSA DI SALINA” con calamari, fumetto di pesce, profumi delle saline, salicornia e fior di sale; una sorpresa per il palato. COZZE SCOPPIATE AL MARSALA; esperienza stellare. Il Barman, Vito, si diverte inoltre a ideare cocktail a base di marsala e fior di sale per non lasciare nulla al caso. Il mio preferito è l’americano del salinaio, la cui presentazione ricorda i cumuli di sale con al di sotto le vasche di produzione (eccellete, provatelo!). Sei- Mamma Caura, si presenta solo all’esterno, in cui la parte ristorante è ben delineata per lasciare spazio alla calma dovuta che richiede una cena; mentre tavoli e sedie più alti propri di un aperitivo nella restante parte del terrazzo. Un’aiuola di aromi grande e ben pensate per design e profumi, che il barman nei suoi drink e lo chef in cucina utilizzano nelle loro creazioni. Un aspetto negativo di questo locale è la mancanza di uno spazio interno utilizzabile durante le stagioni più fredde, essendo una riserva naturale nulla è facilmente realizzabile. Prezzo: da 25 a 40 euro The Ghost Writer 
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2 Settembre, 2021

Il "Bosco dei Medici", il vigneto sacro

Produrre del vino sappiamo bene che sia un’arte, produrlo in certe zone lo è ancora di più. Il mio viaggio continua in Campania, insieme ai miei amici di #autoctonocampano per il press tour vesuviano. Arrivo in una caldissima giornata di agosto, nella cantina Bosco dei Medici, nel cuore di Pompei, non ci crederete ma a due passi dal Santuario della Beata Vergine Maria del Santo Rosario, proprio a ridosso degli scavi archeologici, iniziano delle bellissime vigne, che inglobano a tratti parti di resti archeologici. Proprio un paio di giorni prima della mia visita, è stata scoperta, effettuando dei lavori nel vigneto, una tomba particolarissima con una camera per l’inumazione in un periodo in cui nella città, i corpi venivano incenerati, una pratica simile alla cremazione dei nostri giorni, trovati dipinti alle pareti di piante verdi su uno sfondo blu, con il corpo del defunto parzialmente mummificato, notizia che è finita su tutti i giornali, vi lascio un approfondimento del ritrovamento qui Sembra incredibile passeggiare tra queste viti a piede franco, Piedirosso, la Falanghina e il Caprettone, tutti vitigni autoctoni, ormai ho perso il conto di quanti ce ne siano in Campania e ogni volta mi stupisco di quanti ce ne siano. Giuseppe il titolare della cantina racconta da cosa derivi il nome Caprettone, sono presenti diverse storie popolari, la più attendibile pare sia quella che dica che appunto il grappolo di questa vite assomigli alla barba di una capra e da qui il nome del vitigno. Nonostante la giornata torrida, non mi pesa passeggiare in vigna, poco prima di arrivare a Pompei, ho visitato con la guida Yuri Buono, noto esperto di cultura e storia del territorio, nonché di vino e l’enologo Vincenzo Mercurio, le vigne che sono fuori città proprio sulle pendici del Vesuvio, a Terzigno, su un bel terreno, scuro come la pece e fumante a tratti, dal gran caldo che fa, allevamento a pergola misto, perché una volta si piantava così, ci spiegano minuziosamente la storia, la vendemmia e la vinificazione, mi riparo sotto alle pergole da cui bramo un po’ d’ombra, proprio come fanno i grappoli stessi. Il nome della cantina e dell’omonimo resort che sorge in centro a Pompei, come da assonanza, deriva dalla famiglia nobile Toscana di Luigi De Medici di Ottajano, primo ministro del Regno di Napoli che nel 1567 aveva acquisito terreni affidando al nipote Giuseppe il compito di trasformarla in una zona vocata per la produzione di vini eccellenti in una zona dove già gli antichi greci, sfidarono la natura e piantarono le primi viti tanto da dare uve di alta qualità, tanto da essere decantati e celebrati da poeti e scrittori ai tempi degli antichi romani. La cantina è una meraviglia, come tutto il resto della struttura, curato nei minimi dettagli, dagli esterni, fino a dentro la bottaia, vi accomodiamo sotto un pergolato in una lunga tavolata, è giunta l’ora dopo tanto parlare e narrare di toccare con mano, anzi con bocca, i prodotti di questa magica ed esoterica terra, dal cibo al vino. I piatti sono cucinati deliziosamente con i loro prodotti, di alta qualità e soprattutto piatti che valorizzano la tradizione ed il territorio, iniziamo le danze con una verticale di diverse annate di Pompeii Bianco IGT Vesuviano in purezza, dove emerge tutta la sapidità del posto, erbe e agrumi e una nota persistente di idrocarburo. Chiudiamo il cerchio con altri vini di degustazione: Lavaflava Caprettone e Falanghina denominato Lacryma Christi. Lavarubra Piedirosso e Aglianico Lacryma Christi rosso DOC Pompeii Piedirosso rosso IGT Vesuviano Sotto quella pergola, si celebra la cultura, il convivio, ci scambiamo opinioni e considerazioni sui vini, ma soprattutto ci sentiamo uniti in uno dei riti più belli esistano, condividere la tavola. Bosco dei Medici è una cantina da visitare almeno una volta nella vita, ma se doveste fare il bis è anche meglio. A cura di Clara Maria Iachini 
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