Diario di un sommelier

A cura di Giuseppe Petronio

Appunti, consigli ed esperienze di un sommelier con una forte attenzione alla sostenibilità.

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3 Novembre, 2022

Poderi Luigi Einaudi celebra i 125 anni dalla fondazione

Parlare di Poderi Luigi Einaudi rappresenta l’occasione per ricordare la grande storia di una famiglia oltre ad essere l’occasione di parlare dei loro pregiati vini piemontesi. Einaudi è un cognome che tutti noi conosciamo ed evoca il forte legame con che la famiglia ha con la storia della politica – Luigi Einaudi fu infatti il secondo Presidente della Repubblica Italiana, il primo ad essere eletto dal Parlamento italiano, membro dell’Assemblea Costituente del nostro Paese e governatore della Banca d’Italia – con la cultura – uno dei tre figli di Luigi, Giulio, fondò la famosa omonima Casa Editrice – e quello con la musica – Ludovico, nipote di Luigi, è un compositore e pianista di fama mondiale. Dalla nascita ai nostri giorni L’attività agricola nacque grazie all’iniziativa di Luigi che nel 1897 a Dogliani, un piccolo borgo il cui nome oggi è sinonimo della Docg che ha dato lustro al Dolcetto prodotto in questa terra, compra la tenuta di San Giacomo, una villa settecentesca attorniata da vigne ancora oggi residenza privata della famiglia che accoglie lo studio del Presidente, rimasto intatto nel tempo con tutto il suo fascino. Si racconta che Luigi Einaudi non mancò mai una vendemmia, anche nei lunghi anni che trascorse a Roma per onorare tutti gli impegni istituzionali. Dopo di lui, si occupò dell’azienda il secondogenito Roberto, nato proprio a Dogliani, nella Cascina di San Giacomo. Ingegnere meccanico, avviò una promettente carriera nella siderurgia come imprenditore, dedicandosi in parallelo alla sua amata terra con impegno ed energia, fu sempre un riferimento per la famiglia e l’azienda e motore del suo rinnovamento. Alla fine degli anni ‘80 Paola, figlia di Roberto, decise di prendere in gestione i Poderi, testimone poi passato successivamente al figlio, arrivando oggi alla quarta generazione della famiglia rappresentata da Matteo Sardagna Einaudi. A lui spetta il non facile compito di portare avanti il rispetto delle tradizioni di famiglia e, con coraggio e intuizione, dare nuova concretezza al valore di un nome già emblematico nel mondo enologico, seguendo un percorso di acquisizioni dei migliori Cru nei migliori territori, Barolo in primis, con l’obiettivo di valorizzarli il più possibile. I Poderi contano attualmente 150 ettari di proprietà e diverse cascine. L’azienda, che tutt’ora mantiene a Dogliani il suo cuore storico, è cresciuta espandendosi e attraversando le Langhe in diagonale, raggiungendo Neive dopo aver toccato Barolo, Monforte d’Alba e Verduno, affiancando all’attività agricola anche l’ospitalità, con il Relais che rappresenta un’oasi di pace nel cuore del Piemonte avvalorata dalla presenza di una suggestiva piscina a forma di bottiglia bordolese davvero unica ed iconica. 125 anni di storia Proprio quest’anno Poderi Luigi Einaudi celebra il 125° anniversario della fondazione dell’azienda, una ricorrenza importante che viene festeggiata con due vini iconici dell’azienda: Dogliani e Barolo. Il Dogliani per l’occasione è stato reso protagonista insieme al linguaggio della musica: Ludovico Einaudi, cugino di Matteo, ha composto e dedicato a questo vino la sinfonia “Ascolta Dogliani” per rappresentare il viaggio emozionale nella storia dei Poderi e nella loro intima armonia. Le note di Ludovico Einaudi sono racchiuse in un QR Code impresso su tutte le retro-etichette delle bottiglie di Dogliani e Dogliani Superiore Tecc. Calice in mano, ovunque, basterà inquadrare il codice con il cellulare per dare inizio alla musica e immergersi con tutti i sensi, udito compreso, nella magia di questo territorio e di questo vino. Per il Barolo è stata invece pensata una nuova veste celebrativa: grazie alla passione di Matteo per l’arte contemporanea il nuovo Barolo Monvigliero è stato “vestito” per la sua prima annata in commercio da un’etichetta d’arte. Frutto della valorizzazione di una recente acquisizione di un vigneto di Nebbiolo, di età circa 40 anni, posto ad una altitudine di 400 metri, esposta a sud, con radici in suoli profondi, ricchi di calcare e di gesso, caratteristiche morfologiche che garantiscono la produzione di vini di grande finezza, capaci di esprimere appieno quei capisaldi della filosofia aziendale che sono l’eleganza e l’armonia. La concomitanza dell’anniversario dei 125 anni e del debutto di Barolo Monvigliero, ha mosso il desiderio di creare una bottiglia speciale, da collezione, con una etichetta disegnata dall’artista mantovano di fama internazionale Stefano Arienti. Dal suo tratto immaginifico è scaturito il profilo di un etereo cavallo, archetipo ma allo stesso tempo presenza fisica e, come tutto ai Poderi Einaudi, fortemente legato alla terra. L’opera in etichetta si intitola “Cavalli su colonne, omaggio a Giulio Romano (2021)” ed è stata creata dall’artista in 10 diverse declinazioni e sarà riprodotta sull’intera tiratura di 8500 bottiglie, mentre ad un’edizione limitata di sole 250 magnum sarà riservata una riproduzione numerata e autografata. Oltre a questi grandi vini e solo per quest’anno, tutte le bottiglie del Langhe Nebbiolo e del Langhe Barbera saranno impreziosite da un bollino “125 anni” per ricordare l’anniversario. Un grande modo per festeggiare con dei vini capaci di emozionare, fortemente legati al territorio e alla tradizione, impreziositi da elementi quali musica, cultura e arte che sanno renderli unici. Complimenti e auguri a questa nostra eccellenza italiana!  Poderi Luigi Einaudi celebra i 125 anni dalla fondazione A cura di Giuseppe Petronio 
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12 Ottobre, 2022

Villa Bogdano 1880: natura, biodiversità e vigne storiche

Siamo a Lison di Portogruaro, vicino a Venezia, tra le Alpi e il litorale Adriatico e qui sorge l’azienda Villa Bogdano 1880. Una storia legata ai fasti della Serenissima, alla fine del ‘500 sorge infatti la Villa da cui trae ispirazione il nome in etichetta, restaurata nel 1880, periodo a cui si fa risalire l’inizio certo dell’attività vitivinicola in azienda. Una tenuta secolare edificata in un luogo incontaminato, proiettato verso un futuro sostenibile che parla di natura, vita e passione. In questi luoghi fanno capolino caprioli, gufi, talpe e numerose specie di uccelli durante migrazioni, svernamento e nidificazione. Ai margini dell’azienda è presente infatti un bosco planiziale risalente al 1200 e parte integrante della tenuta, eletto dalla Comunità Europea sito di Tutela delle Biodiversità Natura 2000, con numerose specie di flora e fauna protette, dichiarato nel 2018 dal Ministero per i beni e le attività culturali area di notevole interesse pubblico. I Vigneti Dei 105 ettari a vigneto della Tenuta, tutti condotti in regime biologico, 18 ettari sono definiti storici. Le 117 viti della varietà autoctona Tocai Friulano (Lison Classico Docg) infatti risalgono addirittura a inizio ‘900: rappresentano un patrimonio unico, oggetto di studi e ricerche. Altri impianti, sempre della varietà Tocai, risalgono invece agli anni ‘40 e ’50, mentre è presente in azienda un impianto di Merlot, messo a dimora negli anni ’60. In Tenuta, con l’obiettivo primario di valorizzare le varietà autoctone, sono coltivati il Refosco dal Peduncolo Rosso, il Glera e la Malvasia, storicamente diffusa e rinomata nel territorio già ai tempi della Repubblica di Venezia. Completano la gamma alcune varietà internazionali che si sono ben adattate al nostro territorio, quali Pinot Grigio, Chardonnay, Sauvignon Blanc, Pinot Nero, Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon e Merlot I vini L’azienda segue con cura e impegno tutto il ciclo di produzione, proponendo una vasta gamma di vini, tra cui una linea di varietali in purezza, composta sia da vitigni autoctoni che internazionali, una linea composta da 3 differenti tipologie di prosecco, ed una linea composta dalle seguenti selezioni: 185 – Lison Selezione – Tocai Friulano da vigne impiantate nel 1943, con 18 mesi di affinamento, in parte in vasche di vetrocemento e in parte in barrique di rovere francese di media tostatura. Un vino che spicca per le sue doti di intensità e struttura, emblema della valorizzazione delle vigne storiche dell’azienda. 186 – Refosco Dal Peduncolo Rosso Doc Riserva – Refosco Dal Peduncolo Rosso da vigne impiantate nel 1992 che segue 12 mesi di affinamento in vasche di vetrocemento, 18 mesi in botti di rovere di media tostatura da 45 hL. 187 – Chardonnay Selezione – Chardonnay da vigne impiantate nel 2015 con fermentazione in barrique di rovere francese di media tostatura, e permanenza nelle stesse per 18 mesi. 195 – Merlot Selezione – 85% Merlot, 15% Cabernet Sauvignon – da vigne impiantate rispettivamente nel 1960 e nel 2003, segue 12 mesi di affinamento in vasche di vetrocemento e 18 mesi in botti di rovere francese di media tostatura da 45 hL. Anche questa etichetta è identitaria del patrimonio aziendale L’adesione a The Old Vine Conference Per dare risalto a questo patrimonio unico a giugno 2022 Villa Bogdano 1880 diventa nuovo sponsor di The Old Vine Conference, associazione inglese per la valorizzazione delle vigne storiche fondata da Masters of Wines come Sarah Abbott e Alun Griffiths insieme a personalità di spicco del mondo vitivinicolo. Un passo importante per la tenuta che è da sempre impegnata nel mantenimento della biodiversità e della storia vitivinicola come i suoi vigneti storici tra cui un raro esemplare di Tocai Friulano allevato a cassone padovano, tecnica risalente ancora ai frati benedettini. The Old Vine Conference è stata costituita proprio per valorizzare queste vigne creando una connessione tra le aziende, studiosi, esperti, produttori e amanti del vino, con l’obiettivo di valorizzare e far riconoscere a livello globale le vigne storiche come una nuova categoria commerciale, mettendo in condivisione le migliori pratiche e strategie di gestione delle vigne. Complimenti a Villa Bogdano per la sua capacità di rispettare il contesto naturale, favorire la biodiversità e per la sapiente valorizzazione di un patrimonio viticolo storico unico! Villa Bogdano 1880: natura, biodiversità e vigne storiche A cura di Giuseppe Petronio 
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28 Settembre, 2022

I simboli del Verdicchio: Tombolini e l’anfora verde

L’azienda Tombolini ha radici lontanissime e più di cento anni di storia: tutto nasce quando Sante, giovane fante salvatosi dalla peggior disfatta dell’esercito italiano nel 1917 a Caporetto, torna ad Ancona e sposa Nemorina Staffolani, con cui avvia l’attività di famiglia nel 1921. Da allora, dopo varie vicissitudini, la strada prosegue con figli di Sante – Giovanni e Paolo – stabilizzano e ampliano l’attività, puntando sul Verdicchio e la vinificazione in acciaio, e adottando la celebre bottiglia ad anfora insieme ai produttori dell’epoca, cavalcando il miracolo economico degli anni ’50 e ’60 ed espandendo enormemente l’attività avviata padre. In quegli anni l’anfora diventa sinonimo di Verdicchio dei Castelli di Jesi. Tra i fondatori delle DOC più importanti delle Marche, il Verdicchio dei Castelli di Jesi e il Rosso Conero, la famiglia Tombolini è stata pioniera nel valorizzare i Castelli di Jesi, rendendolo celebre anche oltre oceano. Successivamente il marchio cambia in Castelfiora e, negli anni ’90 Fulvia, figlia di Giovanni, prende in carico l’azienda innovando la storica cantina, portando a 30 gli ettari di vigna, puntando sulla qualità della materia prima prodotta dai terreni di famiglia che converte alla sostenibilità e all’agricoltura biologica. Si concentra su un solo Verdicchio, lo veste con un abito da sera “all-black”, lo distribuisce con i marchi dell’eccellenza del vino italiano. Ed è così che riporta Tombolini a New York, Monaco e Tokio. Il richiamo della terra diventa irresistibile per Carlo Paoloni, figlio di Fulvia, che nel 2013 abbandona la sua carriera di banchiere a Londra per dedicarsi all’azienda di famiglia. Inizia così un nuovo corso con Castelfiora e Doroverde, entrambi Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore che ricercano, ciascuno in modo diverso, la massima espressione di questo straordinario vitigno delle Marche divenendo i due vini di punta dell’azienda. I vini Castelfiora – Verdicchio dei Castelli di Jesi DOC Classico Superiore è un vino in cui le caratteristiche uniche del Verdicchio, in particolare la sua ineguagliata longevità tra i bianchi autoctoni d’Italia, si sposano con una intatta freschezza anche dopo lustri di affinamento in bottiglia. E’ un Verdicchio in purezza ottenuto dalle migliori uve raccolte a mano negli appezzamenti più vocati della tenuta Tombolini: vigne caratterizzate da suoli particolarmente ricchi di argilla, arenaria e sabbia che donano al contempo potenza e finezza olfattiva. La pressatura avviene da grappoli interi, con inizio di fermentazione in acciaio che prosegue in contenitori di legno. Buona parte del vino affina in barili di rovere francese per circa 10 mesi, mentre una parte passa attraverso macerazioni di diverso tipo (incluso in otri di ceramica). Doroverde – Verdicchio dei Castelli di Jesi DOC Classico Superiore è un Verdicchio in purezza prodotto con uve provenienti da vigneti di circa 20 anni piantati su suoli argillo-calcarei che donano peculiare sapidità. E’ un vino che nasce dalla ricerca di un equilibrio perfetto tra il carattere vibrante del Verdicchio e la sua eleganza, tra la tipica freschezza del vitigno e una distintiva finezza. Le uve sono selezionate a mano con raccolta in cassetta cui segue la pressatura dei grappoli interi. La vinificazione avviene al riparo dall’aria per avviare mosti integri ad una fermentazione in acciaio cui segue l’affinamento su fecce fini per circa 6 mesi, mentre una frazione termina la fermentazione in contenitori di cemento al fine di ottenere maggiore complessità e piacevolezza. Doroverde rievoca nel nome i Dori, e cioè i greci siracusani che fondarono Ancona, ma anche il colore delle campagne dei Castelli di Jesi e del Verdicchio. Anfora come opera d’architettura Il 2021 è stato l’anno del centenario dalla fondazione dell’azienda, e per questo motivo Carlo decide di lanciare la nuova Anfora Tombolini “100 anni”, nata dopo un lungo studio di design insieme all’Architetto Simonetta Doni di Firenze. Una bottiglia verde, come i riflessi del Verdicchio, elegante e slanciata come una renana, che rivisita in chiave contemporanea, con stile e leggerezza, le iconiche anfore che la famiglia ha utilizzato sin dal 1954. Una bottiglia preziosa, un oggetto di design concepito per contenere vini di grande finezza, una forma sinuosa simbolo del nuovo corso, una bottiglia gioiello creata per contenere i migliori Verdicchio dell’azienda. Ma è già nel 1972 che l’anfora è anche opera d’architettura: è in quell’anno che Giovanni Tombolini incarica un noto designer, l’architetto Luigi Massoni di Milano di sviluppare l’anfora personalizzata per il primo Verdicchio dalla sua nuova cantina di Staffolo, ovvero l’anfora Castelfiora. Nel 2021 l’azienda è quindi una delle pochissime cantine marchigiane ad avere due modelli di anfora registrati e disegnati da grandi architetti. Il ritorno all’anfora rappresenta una scelta di rottura, coraggiosa e lungimirante, per tornare orgogliosi della propria storia e rendere immediatamente riconoscibile il territorio e la denominazione nei contesti più prestigiosi del vino. Rievocare l’anfora come simbolo di vini prestigiosi e di altissima qualità, oltre ad rievocare la storia di un territorio e di un vitigno autoctono straordinario. Complimenti a Tombolini per aver valorizzato l’unicità storica ed identitaria che solo in pochi possono permettersi di avere! I simboli del Verdicchio: Tombolini e l’anfora verde A cura di Giuseppe Petronio 
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29 Luglio, 2022

Sfumature di Pinot Nero

Sfumature di Pinot Nero Il Pinot Nero è di certo uno dei principi dei vitigni internazionali e trova la sua maggiore diffusione in Francia, in particolare nella Côte D’Or, in Borgogna, e nella Champagne, dove viene principalmente spumantizzato. Questo vitigno, tra i più nobili esistenti insieme al nostro Nebbiolo, rappresenta una grande sfida per gli enologi mondiali sia per la sua difficile coltivazione e vinificazione, sia perché è un vitigno che risulta estremamente dipendente dalle caratteristiche del terroir, interpretandolo al meglio…. nel bene e nel male. In Italia è ormai presente in diverse regioni, ma trova alcune delle sue migliori espressioni alla stessa latitudine della Borgogna, una linea che passa per le nostre regioni del nord, in particolare in Trentino-Alto Adige e in Lombardia, nell’Oltrepò Pavese. L’Alto Adige è stato il primo territorio nazionale a importarlo, ed è proprio da qui che inizio a raccontarvi della prima azienda: Cantina Andriano, fondata nel 1893, è la cantina sociale più antica della regione. Alla data di fondazione furono 31 i viticoltori che decisero di compiere la scelta lungimirante, riunendo le proprie forze, di dare vita alla prima cooperativa regionale. Cantina Andriano fu tra le prime cooperative a puntare senza indugio sulla qualità: si diffuse rapidamente tra i soci una gestione mirata della produzione, con una riduzione delle rese consapevole e condivisa da tutti i viticoltori partecipanti. Ad oggi i soci conferitori sono 60 e gli ettari vitati complessivi sono 80, tutti coltivati con tecniche agronomiche che tendono alla ricerca assoluta di qualità produttiva. Importante è il territorio: Andriano è un villaggio storico in prossimità di Bolzano che si estende sul versante occidentale del fiume Adige. Situato a 285 metri slm, è caratterizzato da colline ricoperte di vigneti, frutteti e boschi, con un paesaggio disegnato da torrenti scroscianti e stagni naturali, in un connubio affascinante tra vegetazione alpina e mediterranea. I vini che derivano da questo luogo esprimono pienamente le caratteristiche di ciascun piccolo appezzamento dei tanti soci conferitori e vengono suddivisi, a seconda della provenienza, della varietà di uva e dei metodi di lavorazione. Qui a giocare un ruolo fondamentale sulla impronta aromatica e qualitativa è sicuramente il suolo calcareo che regala ai vini un’impronta minerale e sapida, con i vigneti posizionati a quote tra i 260 e i 450 metri slm. Anche il fattore climatico è fondamentale: è il massiccio del Macaion a proteggere dal freddo del nord le viti di Andriano, mentre verso Sud-Est l’ampia apertura della valle garantisce a tutti gli appezzamenti un’esposizione solare dall’alba alle prime ore del pomeriggio. Nel pomeriggio il sole cala dietro alla montagna e, nelle giornate più torride, regala un benefico refrigerio a tutti i vigneti. Da questi fattori scaturisce un microclima particolare, caratterizzato anche dai venti freschi che scendono dal massiccio, e che, nel periodo finale della maturazione delle uve, fanno più marcata l’escursione termica fra il giorno e la notte. Ad Andriano proprio il buon equilibrio fra caldo e fresco fa sì che i vigneti beneficino di una fase vegetativa più lunga, e i grappoli di una maturazione più lenta e omogenea. Le note aromatiche sono più intense, i vini più rotondi al palato e, anche per questo, la Cantina si ispira come stile di produzione ai vini della Borgogna. La vendemmia, che in media inizia dieci giorni più tardi rispetto al lato opposto della valle, si svolge esclusivamente a mano, e la qualità delle uve raccolte – favorita da una resa molto bassa, pari a circa 49 hl/ha nella media di tutti i vitigni – consente all’enologo Rudi Kofler e alla sua squadra di realizzare in pieno la filosofia vinicola della Cantina. La ricerca ad interpretare al meglio la combinazione fra la collocazione geografica, il terreno e il clima, ha permesso di promuovere, al tempo stesso, l’identità del posto e la consapevolezza della qualità di tutti gli addetti del settore, con l’obiettivo comune di produrre dei vini in grado di eccellere in complessità, precisione e struttura, con uno stile elegante, con note fruttate marcate e con la capacità di narrare nel calice la propria origine ed essere riconoscibili. Il Pinot Nero Riserva Anrar di Andriano è un punto di riferimento per il Pinot Nero. Cresce in uno degli appezzamenti di Pinot Nero più ambiti dell’Alto Adige, a circa 470 metri di quota a Pinzon, nel comune di Egna, su terreni rossastri e argillosi di roccia calcarea, con stratificazioni di pietra dolomitica bianca. Le uve utilizzate provengono da un unico vigneto con esposizione verso Sud-Sudovest, in quella che in tutto l’Alto Adige si considera la culla nobile del Pinot Nero. Il vigneto è gestito da un socio conferitore storico, sicché il Pinot è vinificato con denominazione di vigna e in quantità limitata (da 4.000 a 5.000 bottiglie). Grazie all’elevata densità d’impianto (8.000 ceppi per ettaro), la resa per ceppo è molto bassa per natura. La vendemmia si esegue esattamente nel momento della maturazione organolettica ottimale, ma senza mai oltrepassare questa soglia, in modo da conservare le caratteristiche più tipiche del Pinot. Un terzo delle uve viene poi lavorato a grappolo intero, diraspando invece gli altri due terzi. L’affinamento si svolge in botti di legno nuovo, che conferiscono al vino dei sentori leggermente fumosi. Nel calice, Anrar è un vino quanto mai vivace e manifesta chiari sentori di frutti di bosco, foglie di tè e spezie. Le sue note fruttate sono complesse e sostenute da una stimolante acidità. È un vino rosso strutturato, ma al tempo stesso elegante e persistente, da gustare pienamente anche dopo un certo invecchiamento. Si può definire un grande Pinot Nero compatto, equilibrato con morbidi tannini a grana fine, di alta quota e molto longevo. Nel 2022 Anrar 2019 è stato giudicato da una giuria internazionale, al 24° concorso nazionale del Pinot Nero, Miglior Pinot Nero d’Italia 2022. Proseguendo su altre sfumature e sempre alla stessa latitudine troviamo Cembra Cantina di Montagna. Situata nel comune di Cembra a circa 700 metri slm, nell’omonima Valle a nord-est di Trento, dove la bellezza della montagna e la viticoltura si fondono in un paesaggio di grande fascino ed equilibrio. Un’armonia tra uomo e natura che è il risultato del coraggio, della determinazione e dell’amore per il territorio dei vignaioli cembrani, che si tramandano da generazioni il sapere enologico. Sono loro che hanno costruito pietra su pietra oltre 700 km di muretti a secco per sostenere le vigne lungo la valle, bilanciando grazia artigiana e pendenze estreme. D’altro canto, quest’arte ha meritato nel 2018 il riconoscimento come bene immateriale del patrimonio mondiale dell’UNESCO. Dal 1952 Cembra Cantina di Montagna rappresenta la cantina cooperativa più alta del Trentino. Questa terra, che vanta altimetrie, clima e sottosuoli unici, ha come protagonista il porfido, da sempre chiamato dai valligiani “oro rosso” in quanto spina dorsale della valle e preziosa materia prima. La cantina conta su circa 300 ettari vitati suddivisi in piccoli appezzamenti (con una superficie media inferiore al mezzo ettaro l’uno – considerato che sono 320 i soci conferitori) per lo più adagiati sulla sponda destra dell’Avisio, il fiume che nei millenni ha inciso e plasmato la valle, per poi tuffarsi nell’Adige. Le vigne godono di una straordinaria esposizione solare grazie alla loro dislocazione prevalente a sud e sono lambite dall’Ora del Garda, corrente che soffia dolcemente tra i filari favorendo un clima asciutto, molto importante per preservare la salute delle vigne. Un’escursione termica ottimale completa il microclima e contribuisce al bouquet aromatico e alla giusta acidità dei vini. I terreni qui sono generalmente franco-sabbiosi, ricchi di sabbia e carbonati, sciolti e ben drenati, ma soprattutto, come detto, di origine porfirica. Dal 2016 infatti CEMBRA aderisce al Sistema di Qualità Nazionale Produzione Integrata (S.Q.N.P.I.) che si basa sul rispetto dell’ambiente, la tutela della salute degli agricoltori e la sostenibilità economica e dal 2022 “rinasce” e presenta una nuova linea di etichette monovitigno, al fine di valorizzare in maniera ancora più netta le uve più rappresentative del territorio, inteso come un’unica, grande area eccezionalmente vocata. I vigneti del loro Pinot Nero, che oggi è sul mercato con l’annata 2019, crescono tra i 500 e i 600 metri slm e sono raccolti in media a fine settembre-inizio ottobre. La vinificazione molto rispettosa prevede una macerazione a freddo per qualche giorno e una fermentazione in anfore Tava, piccole botti di legno aperte e serbatoi d’acciaio inox con frequenti follature per estrarre aromi e colore per circa 15 giorni. Il Pinot Nero matura poi in piccole botti di rovere francese per 12 mesi. Di colore rosso rubino intenso, al naso si esprime in tutta la sua complessità ed eleganza rivelando note di frutta nera e rossa con sfumature di liquirizia e pepe nero. Al palato è pieno e strutturato, con una vena di freschezza e morbidi tannini. Queste prime due espressioni di Pinot Nero si differenziamo quindi estremamente, per territorio, clima, esposizioni, terreni e tecniche di vinificazione. Continuando a percorrere la stessa latitudine geografica ci spostiamo in Lombardia, in una realtà che ha fatto del Pinot Nero il suo vitigno portabandiera, stiamo parlando di Conte Vistarino. Siamo nello specifico nell’Oltrepò Pavese, nel sud-ovest della regione, punto di incontro di Lombardia, Piemonte, Liguria ed Emilia Romagna, territorio con una forma a grappolo d’uva: un lato è costituito dal corso del Po, il vertice opposto, verso sud, dalla massima elevazione della provincia di Pavia che è il monte Lesima (1724 m). Il territorio è costituito per un terzo da zone pianeggianti, cui segue un’ampia zona collinare che termina a sud sull’Appennino Ligure. Dire Oltrepò Pavese significa dire Pinot Nero, ma non è sempre stato così. È stato il Conte Augusto Giorgi di Vistarino a importare dalla Francia questo nobile vitigno nella sua tenuta nel 1850 e oggi, a oltre un secolo di distanza, è la sua trisnipote Ottavia a farne l’orgoglioso stendardo per i vini dell’azienda di famiglia. Proprio nel 1865, per esempio, venne prodotto dal Conte Vistarino – insieme all’amico Carlo Gancia – il primo Spumante Secco, e per ricordarlo quella data è diventata oggi il nome dello spumante di punta dell’azienda.  Da allora la famiglia porta avanti un lavoro costante volto ad esaltare il vitigno nel rispetto del territorio e della sua vocazione. Conte Vistarino ha una superficie complessiva di 620 ettari suddivisi tra boschi, prati, seminatavi, piante arboree da legno pregiato mentre 102 ettari sono destinati a vigneto. Il vitigno maggiormente rappresentato è il Pinot Nero: Conte Vistarino coltiva una decina di cloni di questa varietà su oltre 65 ettari e la vinifica per il 50% in bianco. Oltre la metà di questo vigneto è stato reimpiantato negli ultimi 25 anni da Conte Vistarino secondo criteri di qualità dettati da un mercato che proprio alla fine degli anni ‘80 si stava trasformando; un patrimonio fondamentale che consente oggi di ottenere uva adatta a produrre grandi vini. Per i nuovi impianti di Pinot Nero, Ottavia Vistarino ha privilegiato la scelta di portainnesti e cloni (tutti importati direttamente dalla Francia) con caratteristiche produttive precise: bassa produzione, grappolo e acino piccolo e grande potenziale aromatico. I terreni sono caratterizzati da marne argillose e si presentano prevalentemente calcarei (circa il 50% della composizione dei suoli) con percentuali variabili di argilla, sabbia e limo.  Conte Vistarino conduce tutti i vigneti secondo un’agricoltura integrata a basso impatto ambientale che punta ad ottimizzare le caratteristiche naturali di ogni parcella. La geografia della Tenuta è caratterizzata da un mosaico di piccole unità sparpagliate su una superficie molto estesa e il lavoro di zonazione effettuato in azienda negli anni per ottimizzare l’interazione tra vitigno e terroir è stato davvero molto lungo e dettagliato, e continuerà nei prossimi anni fino a coprire l’intero patrimonio vitato. La cantina, puntando sempre più sul concetto di Cru, produce tre espressioni di Pinot Nero fermo, a tiratura molto limitata (sotto le 5000 bottiglie/anno) e sono Pernice, Bertone e Tavernetto. Pernice è una delle massime espressioni enologiche dell’azienda. Il vigneto dove prende forma questo Oltrepò Pavese DOC si estende per 3,5 ettari in prossimità dell’omonima cascina a 350-400 metri di altezza. Esposto a mezzogiorno, gode di una vista magnifica sulle colline circostanti. Il terreno è tendenzialmente calcareo (52%) con la presenza di argilla, sabbia e pietrisco. Luigi Veronelli nel 1961 scrisse in Vini d’Italia del “Pinot eccellente della località Pernice, in Comune di Rocca de’ Giorgi, dal bel colore rubino chiaro e dall’intenso bouquet” e ancora oggi nel bicchiere il risultato è un vino complesso ed elegante con grandi potenzialità di invecchiamento e molto apprezzato dalla critica italiana e straniera. Bertone, Pinot Nero DOC Oltrepò Pavese, prende il nome dal vigneto dove nasce. Si tratta di una parcella di Pinot Nero situata – in linea d’aria – proprio sopra a Villa Fornace. Si trova a circa 400 metri slm ed è rivolta a sud-ovest. Il terreno conta su una buona presenza franco-argillosa e una significativa percentuale di sabbia. Questo appezzamento, circondato da un fitto bosco, gode di un microclima particolare e, per le caratteristiche del clone, del terreno e dell’esposizione, è caratterizzato da un minor vigore vegetativo e da un leggero anticipo di maturazione che lo porta ad essere il primo dei cru ad esser vendemmiato. Dalla sua prima annata di produzione, vendemmia 2013, ad oggi, ha raccolto il plauso della critica per la sua armonia e profondità. Tavernetto Pinot Nero DOC Oltrepò Pavese nasce nell’omonimo vigneto di 1,7 ettari esposto a sud-sud/est. L’appezzamento si trova a 350 metri slm di altitudine e gode di un andamento vegeto-produttivo molto equilibrato e storicamente è l’ultimo tra i cru ad esser vendemmiato. Nei suoli prevale la matrice argillo-limosa con un’elevata dotazione in calcare. Tutti e tre effettuano un affinamento in barriques di rovere francese dove viene svolta la fermentazione malo-lattica la primavera successiva alla vendemmia. Un vero e proprio viaggio tra le varie espressioni del Pinot Nero alle latitudini della Borgogna. Questo nobile, elegante ed enigmatico vitigno riesce a fare innamorare gli appassionati e ad esprimere il nostro paese con diverse sfumature, con colori che virano e che riflettono le diverse tonalità dei terroir di provenienza…. impossibile non apprezzarlo! A cura di Giuseppe Petronio  Stitched Panorama Stitched Panorama Italien Südtirol Terlan Weinanbau Blauburgunder Traube Italien Suedtirol Trentino Alto Adige Etschtal Terlan Weinanbau Kellerei Terlan Keller Cantina Weinkeller
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29 Giugno, 2022

Domenico Clerico: connubio tra arte e vino di qualità

Domenico Clerico: connubio tra arte e vino di qualità Domenico Clerico rappresenta un grande nome del Barolo in Italia e nel mondo, uomo di grande personalità, che ci ha lasciati nel 2017, a cavallo tra l’artigiano e l’artista che ha rivoluzionato il concetto della viticoltura nelle Langhe, animato dalla ricerca incessante della massima qualità e dal desiderio di sperimentare per raggiungere l’eccellenza che da sempre caratterizza i suoi vini, con l’obiettivo di renderli indimenticabili. Fin dal 1976, quando Domenico Clerico prese in mano l’azienda di famiglia a Monforte d’Alba – partendo da soli tre ettari di vigneto – e decise di scommettere su un territorio ancora poco conosciuto, convinto che attraverso un lavoro meticoloso in vigna e un’attenta vinificazione si potessero ottenere risultati straordinari. Un impegno lungo e costante, contrassegnato da grande passione e competenza: così Clerico è riuscito a scrivere la storia del Barolo, affermandosi come uno dei più importanti produttori a livello mondiale. Domenico Clerico appartiene a quella generazione che ha saputo credere nel sogno di una viticoltura innovativa fondata sulla ricerca della massima qualità, in grado di far scoprire le potenzialità inespresse di un territorio e di cambiare il modo di interpretare il più famoso vino rosso piemontese. L’unione delle forze con altri vignaioli ispirati dagli stessi principi e il coraggio di guardare all’estero cogliendo dalla Francia l’innovazione del diradamento in vigna e l’utilizzo delle barrique in cantina, daranno vita ad un Barolo basato sulla ricerca della concentrazione del corpo e del frutto. Nel tempo il legame di Clerico con Monforte si espande sempre più, con nuovi appezzamenti vitati che vengono acquisiti e che rendono sempre più forte e profondo il rapporto con questo luogo di produzione del Barolo, un legame esclusivo che porta ad esaltarne le caratteristiche tanto da far diventare il Barolo “Classico” il Barolo del Comune di Monforte D’Alba, eccellenza ed espressione qualitativa del territorio. Ma la sua cantina non è solo Barolo: con l’obiettivo di mettere in luce le potenzialità del territorio di Langa, Clerico è stato un precursore nello studio del Nebbiolo, della Barbera D’Alba e del Dolcetto, il vino da cui ha iniziato a costruire il suo sogno. Domenico, per la sua instancabile voglia di sognare e di volare con l’immaginazione del fanciullo, fin da ragazzo, era stato soprannominato dal padre “Aeroplanservaj” che in dialetto piemontese significa Aeroplano Selvatico, soprannome con cui ha chiamato uno dei suoi più celebri vini, l’unico che, a differenza di tutti gli altri vini prodotti a Monforte, proviene dal comune di Serralunga D’Alba. Il legame intenso di Domenico con la terra, il lavoro instancabile tra i filari e le peculiarità dei suoi vigneti hanno costruito negli anni un patrimonio unico. Un’eredità raccolta dalla moglie Giuliana Viberti Clerico e portata avanti da un team di appassionati collaboratori guidato oggi da Oscar Arrivabene, enologo e direttore generale, nell’assoluto rispetto dell’impronta schietta e senza compromessi del suo fondatore. Clerico è stato uno spirito libero e visionario che amava cimentarsi in avventure sempre nuove, un vero e proprio artista del vino. Ed è proprio per ricordare questo tratto della sua personalità che è nato il Premio. Su queste basi è stato istituito, in collaborazione con l’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino, il Premio Domenico Clerico con l’obiettivo di aiutare i giovani artisti ad inserirsi nel circuito dell’arte contemporanea e stimolare i nuovi talenti a raccontare il connubio tra arte e vino fatto di bellezza, radici, valori e legame con il territorio. Il vino prende il nome di Arte Edizione Limitata Langhe Rosso DOC: ogni anno 2 artisti vengono selezionati per creare 10 diverse etichette che catturano l’essenza di uno dei vini più rappresentativi dell’azienda e che meglio raccontano la sua storia “Arte”, un iconico Langhe Rosso che ha fatto la storia del territorio. Gli acquirenti di questo vino-opera d’arte potranno scegliere, tra una rosa di proposte composta dalle 10 opere degli artisti vincenti, l’etichetta preferita e personalizzare così la propria bottiglia doppia magnum (chiamata anche Jeroboam, 3 Litri) di Arte realizzata in soli 300 esemplari, effettuando la scelta solo su prenotazione attraverso il sito dell’azienda. L’opera più votata di ciascun artista, che sintetizza al meglio quel connubio tra arte e vino fatto di bellezza, radici e valori, verrà permanentemente esposta in cantina. Le vincitrici della scorsa edizione sono state Eleonora Ballario e Francisca Jitaru, autrici delle 10 diverse etichette, 5 per ognuna, che raccontano la personalità dell’Arte Langhe Rosso DOC di Domenico Clerico con un tratto originale ed espressivo. Blend che si compone della struttura e del carattere da Nebbiolo (90%), morbidezza ed eleganza dalla Barbera (10%). Le uve sono vinificate separatamente per ottenere la massima espressione di entrambe le varietà, seguono poi un affinamento in barriques di rovere francese per 12 mesi per poi essere assemblate prima dell’imbottigliamento. Arte simboleggia il desiderio di sperimentare e la curiosità di cercare strade nuove ed inesplorate, senza mai dimenticare la propria provenienza, un connubio tra arte e vino di qualità che rappresenta un motivo in più per innamorarsi dei vini di Clerico! A cura di Giuseppe Petronio 
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22 Giugno, 2022

L’Etna e i suoi vini vulcanici

L’Etna e i suoi vini vulcanici Parlando di vini vulcanici il pensiero vola subito ai i vini prodotti sulle pendici dell’Etna. Prima di tutto è necessario contestualizzare il territorio: patrimonio mondiale dell’UNESCO, il Monte Etna si trova sulla costa orientale della Sicilia ed è il vulcano attivo più alto d’Europa, uno tra i più attivi del globo. Grazie a millenni di attività eruttiva, l’altezza massima del cono vulcanico oggi supera i 3300 metri di altitudine su circa 45 km di diametro di base. Tali dimensioni lo rendono il vulcano terrestre più imponente d’Europa e dell’intera area mediterranea. L’attività di ceneri ed eruzioni laviche del vulcano si sono succedute nel tempo e l’azione dell’uomo ha tenacemente sovrapposto al paesaggio lavico un paesaggio agricolo tra i più ricchi dell’isola. Qui si producono grandi vini grazie ai terreni di origine vulcanica, a volte ciottolosi e ghiaiosi, a volte sabbiosi o meglio cinerei, grazie alle grandi escursioni termiche, che arrivano anche a 25/30 gradi tra il giorno e la notte, e grazie all’altissima fertilità. Sono presenti alcuni dei vigneti più vecchi coltivati in Italia, addirittura più che centenari e ancora a piede franco, con la forma di allevamento più usata, che è anche quella più tradizionale, rappresentata dall’alberello etneo arrampicato su tutto il monte con l’aiuto delle nere terrazze di pietra lavica. È in questo territorio che vengono coltivate le uve autoctone dell’Etna: Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio per rossi, rosati e spumanti, Carricante e, in minor misura, Catarratto per i bianchi. Il Nerello Mascalese è però il principe dei vitigni a bacca rossa di questa zona, il più diffuso, ed è simbolo della viticoltura eroica del luogo e delle condizioni estreme: la pendenza dei terreni obbliga a fare tutte le operazioni in vigna manualmente. Impossibile non paragonare i risultati dei vini etnei nel calice al Barolo e il Barbaresco, entrambi derivati dal mio amato Nebbiolo, oppure al Pinot Noir di Borgogna, seppur ovviamente vi siano molte differenze per quanto riguarda i diversi terroir, hanno tratti in comune quali eleganza, limpidezza e trasparenza al calice, seguite da sapidità, calore e carattere al palato. Nerello, Nebbiolo e Pinot Noir sono vitigni che raccontano al meglio le condizioni tipiche della composizione del suolo, le escursioni termiche, le altitudini e l’esposizione, riflettono il luogo d’origine come pochi altri sanno fare. Oggi sono 133 le Contrade dell’Etna che compongono lo sfaccettato mosaico del terroir del vulcano. La stratificazione delle colate laviche, l’importante escursione termica, lo scheletro dei suoli, l’esposizione e tanti altri fattori pedoclimatici significativi imprimono sulla Contrada quei tratti di unicità e riconoscibilità tanto apprezzati dagli amanti del vino di tutto il mondo. Si potrebbero fare molti esempi di vini eccellenti provenienti da questi luoghi, ma prima di tutto occorre citare uno degli uomini che più ha contribuito alla crescita di questa zona, ovvero Andrea Franchetti. Venuto a mancare alla fine del 2021, Andrea visita la Sicilia circa 20 anni fa innamorandosi dell’Etna. Ed è proprio In questo luogo che matura la decisione di restaurare un antico baglio con cantina sulle pendici del vulcano a circa 1000 metri di altezza sopra alla piccola frazione di Passopisciaro nel comune di Castiglione di Sicilia. Il suo primo impegno è stato quello di recuperare i vigneti terrazzati abbandonati da tempo con viti vecchie di 80-100 anni, incredibile memoria del luogo, per piantarne di nuovi, mantenendo un’altissima densità di impianto di 12.000 piante per ettaro. Visionario e coraggioso, Andrea Franchetti ha contribuito alla rinascita della viticoltura sul vulcano e alla scoperta dei vini etnei da parte del mercato internazionale. Tra i risultati conseguiti sull’Etna da Franchetti anche la creazione dei vini di Contrada, sul modello dei cru di Borgogna, e l’ideazione del festival internazionale del vino ‘Le Contrade dell’Etna’. Passopisciaro pratica oggi una viticoltura “di precisione”, totalmente rispettosa della natura, contando oggi su 26 ettari di vigna piantati a Nerello Mascalese, al quale si aggiungono anche altre tipologie di uve non autoctone, come il Cesanese di Affile originario della zona intorno Roma e i francesi Petit Verdot e Chardonnay. Si producono qui nove vini differenti, di cui sei con le uve di Nerello Mascalese. Il Passorosso è un vino luminoso, prodotto da un assemblaggio di uve provenienti da vigneti situati ad altezze diverse ciascuno con un tipo diverso suolo. Dopo alcuni anni di produzione, Franchetti si è accorto che dalle uve dei diversi vigneti si ricavavano vini assai differenti l’uno dall’altro, così a partire dal 2008, ha iniziato ad imbottigliarli separatamente. Nasce così la lettura in chiave enologica del concetto di Contrada come vero e proprio cru, concetto di cui Passopisciaro ha rivendicato la primogenitura con ben cinque declinazioni conosciute come “vini delle Contrade”: Contrada C, Contrada P, Contrada G, Contrada S e Contrada R, ognuno proveniente da un vigneto posto nell’omonima Contrada, su colate laviche differenti, con diversa composizione minerale e ad altezze diverse, vere e proprie letture temporali delle eruzioni. I vini che ne derivano sono unici e di grande personalità. Nel 2007 nasce il primo vino bianco di Passopisciaro, il Guardiola, oggi Passobianco, uno Chardonnay in purezza ottenuto da viti piantate a 850-1000m s.l.m., con un profilo minerale fresco ed aromatico che ricorda i grandi bianchi della Borgogna. Completano la gamma due vini di grande prestigio: il rosso Franchetti, il vero signore dell’Etna cuvée ideata nel 2005 da Andrea Franchetti come assemblaggio di Petit Verdot e Cesanese d’Affile, un vino dal fascino magnetico che racchiude tutta la magia del vulcano e custodisce per sempre la visione del fondatore, a cui si aggiunge, a partire dal 2018, anche un vino a base di Chardonnay, Contrada PC, prodotto in edizione limitata in un piccolo appezzamento di terreno tra gli 870 e i 950 m s.l.m.. Altro grande esempio di amore per l’Etna partito dalla Toscana è rappresentato da Carlo Ferrini che, all’inizio degli anni 2000, inizia a Montalcino la storia di Giodo, nel nome un omaggio ai genitori Giovanna e Donatello, un piccolo podere che, oltre alla nuova cantina “invisibile”, perfettamente integrata nel paesaggio circostante e a una casa colonica oggi finemente ristrutturata, conta sei ettari di vigna. Una superficie non irrisoria nel prezioso mondo del Brunello, individuata dopo anni di ricerca. La prima annata è stata la 2009 e con la 2017 Giodo è arrivato alla sua nona edizione, che ha già raccolto punteggi importanti e grandi soddisfazioni. Anche Ferrini, che frequenta la Sicilia da enologo consulente da oltre venti anni, cede al fascino irresistibile dell’Etna, che lo fa innamorare. Inizia così la storia di Alberelli di Giodo, con un Nerello Mascalese in purezza, prima annata la 2016, al quale si affianca dall’annata 2020 anche un Carricante, anch’esso in purezza. Le due espressioni di Alberelli di Giodo nascono in otto piccoli appezzamenti nelle Contrade Rampante e Pietrarizzo, che, sommati, arrivano a poco più di due ettari e mezzo a quasi 1000 metri di altitudine e pochi filari di vecchie viti a piede franco. Ferrini e Franchetti sono testimoni dell’amore per i vini dell’Etna e delle eccellenze che questo luogo genera. A cura di Giuseppe Petronio 
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25 Maggio, 2022

Gruppo Meregalli: risultati e novità tra dinamicità ed esperienza

Gruppo Meregalli: risultati e novità per una delle aziende italiane che, come poche, possono vantare oltre 160 anni di vita. Ma sono ancora meno le aziende che affondano le loro radici non solo nel tempo, ma anche nella storia. Tutto ebbe inizio nel 1856 quando Giovanni Meregalli trasferì la sua osteria con mescita da Vedano a Villasanta, alle porte di Monza, e iniziò a vendere vino. Di generazione in generazione l’azienda è cresciuta fino a essere conosciuta ovunque, pur restando saldamente nelle mani della famiglia che l’ha generata. Ciò che è certo, è che quella piccola antica osteria si è trasformata in un impero. Nel 1887 l’attività si trasformò in fiaschetteria e vendita all’ingrosso, nel 1969 nasce la Meregalli Giuseppe srl. Sotto la guida del figlio Giuseppe nei primi anni 70, la Meregalli diffuse nuovi marchi e nuove tendenze, propose al grande pubblico etichette conosciute solo a pochi cultori e in pochi anni fu in grado di servire ogni angolo del paese. L’azienda è oggi più prospera che mai, rafforzata dalla presenza della quinta generazione, rappresentata da Marcello, a cui si devono le nuove iniziative e aperture delle consociate del moderno Gruppo Meregalli. Oggi Gruppo Meregalli vanta una gamma di prodotti di assoluto prestigio composta da svariate referenze di oltre 100 produttori lungo due assi portanti, vino e spirits: 2000 specialità in esclusiva sono oggi presenti nei cataloghi del Gruppo. Servizio di logistica, rapidità e velocità, assortimento, formazione, professionalità, eccellenza, queste le parole d’ordine del Gruppo. Grandi soddisfazioni emergono leggendo i fatturati 2021 (dati in milioni di euro) delle aziende del gruppo legate al settore wine, con Meregalli Wines che si attesta a circa 46, Meregalli Spirits supera i 18, Visconti43 che sfiora i 5 nonostante sia stata avviata nel 2017 e le consociate estere, Meregalli France, Suisse e Monaco, che si attestano complessivamente oltre i 6. Con immenso piacere ho avuto l’opportunità di fare una chiacchierata con Marcello. Parlando con lui traspare sin da subito la dinamicità che muove l’azienda nell’ottica del miglioramento continuo e della valorizzazione di tutte le potenzialità. Oltre alle famose Meregalli Wines e Meregalli Spirits, a regalare una grossa soddisfazione è l’ultima nata in casa Meregalli. Visconti43, realtà con filosofia ben definita, con logistica e personale dedicato, accoglie un catalogo intelligente con oltre 200 prodotti selezionati provenienti da cantine italiane e straniere a conduzione familiare, contraddistinte da lavorazioni in vigna che guardano al biologico o da particolari vinificazioni, dal posizionamento alto e con un numero di bottiglie prodotte talvolta centellinato. Colpisce come la pandemia intervenuta negli ultimi anni abbia rappresentato per il Gruppo l’opportunità per accelerare quei processi di transizione e digitalizzazione già in atto. Nel corso di questi ultimi due anni infatti si sono concretizzati alcuni sistemi digitalizzati per la gestione degli ordini, sia B2B che B2C, con gli agenti che hanno potuto mantenere il proprio ruolo concentrandosi sulla consulenza piuttosto che sulla gestione dell’ordine, e con tutto il personale tempestivamente formato all’utilizzo delle piattaforme da remoto per rispondere prontamente alla pandemia. Oltre a questo, anche a seguito di studi interni sulle lavorazioni effettuate, il periodo pandemico ha rappresentato l’impulso per attuare innovazioni al sistema logistico aziendale, dai sistemi operativi alla gestione degli ordini, passando per la riorganizzazione degli uffici. Altro passo in avanti effettuato nell’ultimo periodo è quello che ha visto l’assunzione di due figure specializzate per la parte di CRM, fidelizzando ancora di più contatti e clienti grazie alla creazione di mailing list e alla comunicazione diretta con clienti Horeca e privati. L’azienda, continua Marcello, è sempre proiettata al futuro e non mancano mai nuovi progetti. Oltre alle tante novità in distribuzione, di recente è stata acquisita una quota della cantina biodinamica 1701 in Franciacorta, con un suo ampliamento per aumentare la produzione e promuovere l’accoglienza, ed è stata creata in partnership con Joe Bastianich l’azienda vinicola friulana biologica Ronc dal Diaul. Le scelte in questo campo, che non saranno le uniche, rappresentano la volontà strategica di investire insieme ai partner di settore accompagnandoli nella crescita, ampliando relazioni e attività. Una realtà in continuo movimento che avremo sempre il piacere di seguire! Gruppo Meregalli: risultati e novità tra dinamicità ed esperienza A cura di Giuseppe Petronio 
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19 Maggio, 2022

Cantina Toblino aderisce al Progetto Impetus

Cantina Toblino aderisce al Progetto Impetus. Una cantina situata al centro dell’incantevole Valle dei Laghi, a nord del Lago di Garda ed a sud delle famose Dolomiti di Brenta e poco distante dalla città di Trento, Cantina Toblino è un nome di assoluto rilievo nel mondo del vino. Nota come storica cantina sociale, offre un’ospitalità elegante e genuina e allo stesso tempo un innovativo laboratorio a cielo aperto, dove la ricerca viticola ed enologica porta ogni giorno a realizzare vini di qualità, con una particolare attenzione per l’ambiente. Oggi l’azienda agricola Toblino coltiva i circa 40 ettari dell’antica mensa vescovile in regime biologico, mentre Cantina Toblino riceve le uve da più di 600 soci-viticoltori per un totale di oltre 850 ettari vitati. Una vera eccellenza che lavora nel pieno rispetto dell’ambiente. Gli effetti del cambiamento climatico stanno colpendo da anni il settore vitivinicolo europeo, da qui nasce l’urgenza di trovare soluzioni efficaci, che sappiano adattarsi alle nuove sfide imposte da ecosistemi in continua evoluzione. Cantina Toblino, in tale contesto, ha deciso quindi di prendere parte al progetto IMPETUS per incentivare una viticoltura lungimirante e rispettosa dell’ambiente, un progetto che affronta il tema della sostenibilità con azioni concrete per rispondere in modo efficiente ed efficace all’emergenza climatica e ambientale. Il programma lanciato dall’Unione Europea, nei prossimi quattro anni, coinvolgerà sette aree bioclimatiche: dalle coste spagnole della Catalogna, alle spiagge artiche del Troms in Norvegia, per poi passare a territori mediterranei, continentali e atlantici, fino ad arrivare alle pendici del Monte Bondone in Trentino, nella Valle dei Laghi. L’obiettivo è analizzare e proporre metodologie e tecniche adattabili in tutte le sette regioni selezionate, dando da un lato un contributo a viticoltori e agricoltori europei e fornendo dall’altro modelli di gestione del territorio agli enti e alle autorità locali. La viticoltura è una risorsa economica e culturale da preservare: per questo la Valle dei Laghi, zona vocata alla produzione di uve e vini d’eccellenza, diventa la protagonista di un progetto di studio che va a testare modelli di simulazione, governance e supporto alle decisioni, nuovi vitigni e spostamento delle aree coltivabili, gestione e valutazione integrata del rischio, attivazione del patrimonio culturale materiale e immateriale. Eurac Research, centro di ricerca con sede a Bolzano, curerà l’indagine ideando, provando e implementando soluzioni capaci di gestire in modo ottimale la risorsa più preziosa, l’acqua. Proprio questo fattore ha coinvolto due importanti partner, essenziali per la riuscita del progetto e per la gestione sana e responsabile in viticoltura dell’elemento: il Bacino imbrifero montano (BIM) Sarca-Mincio-Garda e MobyGIS, azienda trentina che si occupa di modellazione e ottimizzazione del ciclo dell’acqua. “Chi lavora quotidianamente la vigna – dichiara Carlo De Biasi, direttore generale di Cantina Toblino – nei prossimi anni dovrà compiere scelte decisive per affrontare al meglio le conseguenze del cambiamento climatico. Oggi abbiamo strumenti che ci permettono di mitigare gli effetti ambientali negativi sulla qualità di uve e vini. Possiamo fare analisi e studi di vocazionalità con strumenti all’avanguardia che permettono di sviluppare, ad esempio, la viticoltura in aree a quote altimetriche superiori alla media, al fine di preservare l’eleganza e la fragranza dei vini. Tutto questo ci permetterà nel prossimo futuro di migliorare la qualità delle uve attraverso una viticoltura innovativa, attenta, rigorosa e sostenibile”. Cantina Toblino aderisce al Progetto Impetus A cura di Giuseppe Petronio 
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22 Aprile, 2022

Lungarotti è #vinosostenibile

Nel mio percorso di racconto di vino sostenibile incontro un nuovo esempio e posso affermare con entusiasmo che Lungarotti è vinosostenibile Impossibile non aver mai sentito parlare di Lungarotti, azienda che rappresenta l’eccellenza enologica umbra, famosa per le importanti pagine scritte nella storia del vino. Ci troviamo a Torgiano, piccolo borgo rurale a pochi passi da Perugia e Assisi, nel cuore verde d’Italia, luoghi a cui sono molto legato avendo trascorso diversi anni di studi universitari proprio nella città di Perugia. Anche se molto conosciuta, è doveroso fare cenno alla storia di questa azienda. Un percorso che inizia negli anni ’60 con Giorgio Lungarotti, pioniere della moderna enologia italiana, e che prosegue oggi grazie all’impegno, la passione e la competenza dalle figlie Chiara e Teresa, mantenendo una forte impronta familiare basata sul rispetto dei valori che uniscono tradizione, storia e territorio. Occorre ricordare che fu grazie a Giorgio che, a partire dalla vendemmia 1962, anno in cui creò i suoi primi vini, Rubesco e Torre di Giano, la zona di produzione conseguì uno dei primi riconoscimenti a DOC italiani (Rosso e Bianco di Torgiano) nel 1968. Stessa importante sorte per il Rubesco Riserva Vigna Monticchio, Torgiano Rosso Riserva prodotto per la prima volta ne 1964 che divenne DOCG nel 1990. Giorgio, da sperimentatore ardito, accanto all’opera di recupero e valorizzazione dei vitigni autoctoni, procedette alla selezione e all’adattamento di nuove varietà nel territorio, seguendo e anticipando per molti aspetti le più moderne tendenze dell’enologia. Oggi Lungarotti oltre alla principale Tenuta di Torgiano, 230 ettari certificata VIVA, produce anche a Montefalco, con 20 ettari a conduzione biologica dal 2010. La certificazione di sostenibilità VIVA, come sappiamo, si basa sull’analisi di quattro indicatori previsti dal disciplinare: aria, acqua, vigneto e territorio. La Tenuta di Torgiano, nel 2018, è stata la prima ad ottenere in Umbria tale certificazione, nonché la nona in Italia, ed oggi continua ad essere certificata a seguito del recente rinnovo. I terreni aziendali sono condotti praticando una viticoltura attenta alla sostenibilità e alla biodiversità, oltre che alla valorizzazione dei vitigni autoctoni intervallati da varietà internazionali come Cabernet Sauvignon, Merlot, Chardonnay e Pinot Grigio, introdotte in Umbria da Giorgio Lungarotti sin dagli anni ’60 e ’70. In campagna è praticata una viticoltura attenta agli sprechi, puntuale e rispettosa dell’ambiente: alcune zone dei vigneti sono state mappate dall’alto con droni che hanno permesso di creare delle mappe di vigore che, interfacciandosi con trattori con guida satellitare muniti di GPS, consentono di intervenire con precisione aumentando o diminuendo la concimazione o l’apertura degli ugelli in caso di trattamento, consentendo di apportare alla pianta solo quanto a lei strettamente necessario; presenza di postazioni meteo dislocate nei vigneti che analizzano i dati climatici (temperatura dell’aria e del suolo, umidità dell’aria, pioggia, bagnatura fogliare, irradiazione solare, direzione e velocità del vento) fondamentali per la riduzione del numero dei trattamenti ai fini del controllo delle malattie delle piante, come oidio o peronospora; intelligente è la gestione delle risorse idriche, nel suolo. Sono infatti presenti dei sensori che verificano la disponibilità idrica del terreno al fine di ottimizzare la pratica dell’irrigazione di soccorso per le uve bianche. Proprio per questo impegno l’azienda è divenuta capofila del progetto MeteoWine, realizzato in collaborazione con l’Università di Perugia, per la raccolta dei dati climatici da utilizzare per l’elaborazione di modelli meteorologici. Un progetto che negli anni ha visto importanti implementazioni fino alla nascita di una Piattaforma Meteo Regionale che oggi rielabora i dati raccolti in tutta l’Umbria e costruisce modelli, con conseguenti previsioni meteo attendibili, fondamentali per elaborare un DSS (Sistema di Supporto alle Decisioni) per diminuire l’impatto dei trattamenti in agricoltura. Inoltre, nelle tenute di Torgiano e Montefalco non si utilizza il diserbo, ma si effettua un controllo meccanico delle malerbe, e la concimazione è rigorosamente organica, utilizzando il sovescio e il letame di chianina per preservare la biodiversità del terreno. Nel 2004 Lungarotti è stata scelta come cantina pilota a livello nazionale dal Ministero delle Politiche Agricole per realizzare il progetto “Energia della vite” ideato dal Centro Ricerche sulle Biomasse dell’Università di Perugia al fine di ricavare energia dagli scarti di potatura attraverso un impianto a biomasse. Molto importante è anche l’utilizzo di packaging sostenibile, nel febbraio 2021 per il Rubesco e per il Torre di Giano sono state introdotte le nuove bottiglie più leggere, già adottate in passato per quasi tutte le etichette di Lungarotti, che consentono di ridurre fino al 35% le emissioni di CO2. Importante è anche la generazione di energia per i propri consumi: nel luglio 2018 è stato installato un impianto fotovoltaico sulla copertura degli edifici aziendali che copre il 40% dei fabbisogni di energia con un risparmio di oltre 3.000 ton di CO2. Quest’ultima misura si accompagna all’efficienza nella scelta delle attrezzature, al momento di ogni un nuovo investimento infatti viene posta grande attenzione all’acquisto di attrezzature a ridotto consumo energetico. In ultimo, viene data grande importanza alla gestione del suolo, effettuando lavorazioni che evitano fenomeni di erosione o di costipazione, ed al mantenimento di boschetti naturali nei terreni aziendali che circondano i vigneti. Tantissime accortezze che si accompagnano ai piccoli gesti di comportamento quotidiano, nel risparmio energetico e nella gestione dei rifiuti. Fortissimo è quindi lo spirito che guida l’azienda all’attenzione verso la sostenibilità e la tutela dell’ambiente, con il pilastro della qualità legato a doppio filo al concetto che vede la terra come un bene ricevuto in prestito dai nostri figli, da restituire il più possibile integro ed intatto. Tutto questo impegno mette in secondo piano la qualità? Assolutamente no! Un esempio, dei tanti che si potrebbero fare, è il risultato conseguito dal Rubesco Riserva Vigna Monticchio 2016 arrivato primo nella classifica 2021 dei 100 migliori rossi italiani stilata dal mensile Gentleman. Il vino di punta di Lungarotti è risultato il migliore vino rosso italiano – ex aequo con il Bolgheri Sassicaia 2017 di Tenuta San Guido – incrociando e sommando i punteggi delle sei principali guide italiane. Oggi il Rubesco è una delle etichette umbre più famose nel mondo, orgogliosamente premiato, orgogliosamente green! Lungarotti è #vinosostenibile A cura di Giuseppe Petronio 
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