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4 Gennaio, 2022
Cotarella, l'ospitalità è una tradizione di famiglia
Il Natale è la festività per eccellenza da trascorrere in famiglia e l’epifania è la conclusione di un periodo magico da celebrare al meglio.
Il COVID ha stravolto un po’ tutto, ma questo lo ha mantenuto e confermato.
Desidero quindi oggi parlarvi della Famiglia Cotarella, una istituzione nel mondo vitivinicolo ed anche dell’ospitalità in cantina.
L’esperienza della Famiglia Cotarella nasce negli anni sessanta in Umbria quasi al confine col Lazio, su quel territorio di Monterubiaglio che è esattamente tra il Trasimeno e Bolsena.
L’evoluzione da allora è costante. Siamo al 1979 quando i fratelli Renzo e Riccardo Cotarella fondano l’Azienda Vinicola Falesco a Montefiascone, nell’Alto Lazio, con l’obiettivo di recuperare gli antichi vitigni della zona.
Si prosegue a fine anni ottanta e dopo molti anni di sperimentazione e di studi sulla varietà Roscetto, inizia la produzione di Poggio dei Gelsi: una selezione che ha ridato lustro ad un territorio e ad un vino ingiustamente dimenticati.
Quasi contestualmente da un particolare clone di Merlot, prende vita il Montiano, sin dagli esordi acclamato come uno dei più grandi ed innovativi rossi italiani, distinguendosi per la notevole eleganza, per il prezioso patrimonio aromatico, per la grande concentrazione e struttura.
Solo quattro anni dopo, nel 1994 il percorso di ricerca iniziato venti anni prima attorno alla varietà Roscetto, culmina con l’avvento di Ferentano, vino che esprime appieno la potenzialità e la ricchezza di questa uva e di questo territorio.
Siamo nel 1999 e il ciclo iniziato vent’anni prima si conclude figurativamente con l’acquisizione dell’Azienda Agricola Marciliano, di circa 260 ettari, posta sulla stupenda collina a sud di Orvieto, nei comuni di Montecchio e di Baschi. Da questi vigneti provengono le uve destinate alla produzione di Marciliano e su questo territorio in Umbria è stata costruita la nuova cantina.
Ultima nata e degna di nota la sperimentazione sul Syrah che porta alla nasicta di Ogrà, vino importante, dedicato alla nonna paterna, Maria Grazia, chiamata nonna Grazia dalle nipoti ma troncato in Ogrà da tutti gli altri, così come familiarmente si usa fare in Umbria.
Per scoprire al meglio questi prodotti, la loro storia e la familiarità unica di Cotarella, nulla meglio che andare a visitare di persona e goderne appieno!
Vi aspetto!
A cura di Cristina Mascanzoni Kaiser
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30 Dicembre, 2021
Noïr: Sinfonia a quattro mani per il Palato
Una Sinfonia a quattro mani è da qui che partiamo in questo racconto, una sinfonia a quattro mani che ci ha emozionato.
Nel linguaggio dei fiori l’achillea è il simbolo delle persone solari, essenziali, belle dentro e fuori.
Un grande tavolo rotondo, un vaso e un fiore di achillea gialla come centro tavola su una tovaglia bianca che insieme alla sua ombra, ai quadri (opere d’arte) nelle pareti e alle luci perfettamente posizionate regalano un caldo benvenuto in un ristorante elegante, con un design contemporaneo: Noïr.
Siamo a Ponzano Veneto, Treviso, nel ristorante di Rocco (Santon) e Nicola (Cavallin) da cui il nome stesso Noïr, nato nel 2019, che con la passione e ricerca per il particolare vogliono creare emozioni da vivere tramite i loro piatti abbinandoli ai vini scelti dalla loro Sommelier Gaia Serafini per un perfetto “food pairing”.
Intervistiamo gli chef tra una portata e l’altra perché la curiosità è veramente tanta, i loro piatti esprimono il lato giocoso, spumeggiante e irruente di Nicola, ma anche la tranquilla persistenza e copiosa creatività di Rocco, la cui forza si racchiude in sensazioni che rimangono impresse durante tutta la sequenza di portate, persistenza che si ricorda anche nei giorni successivi.
Sette portate, dall’antipasto al dolce passando per il pre-dessert, il pane caldo e i grissini appena sfornati accompagnati da olio d’annata, burro montato ed una tisana tiepida che rinfresca le papille gustative per poi procedere alle portate successive, nulla è lasciato al caso (non descriverò alcun piatto perché è un’esperienza da vivere). I colori, i sapori, le stagioni e la sensorialità del gusto sono state rispettate tutte, esaltando in ogni piatto l’eleganza nella presentazione dei prodotti, la territorialità e la tradizione donando “sapore alla cucina”, come ci raccontano gli chef.
Attitudine, determinazione, coraggio e innovazione sono le quattro componenti di Noïr che con eleganza e design vuole dare un gusto diverso tra una portata ed un’altra, in un territorio che è più abituato a mangiare e meno a vivere emozioni e nuove esperienze…per questo la scelta di Noïr è molto coraggiosa!
Mi soffermerò in conclusione sulla sfida che ha anticipato la nostra visita, che trovate nel video in basso, in questo “teatro” d’eccezione Rocco Santon ha sfidato Giuseppe Maria Ercolino, vignaiolo giovane e talentuoso proprietario di Corvèe , una sfida alla ricerca dell’abbinamento perfetto.
Rocco e Giuseppe sono i due protagonisti della seconda puntata del nostro format: “The Perfect Pairing”.
Scoprirete nel corso della puntata come Rocco ha scelto di abbinare la punta di diamante della cantina vitivinicola Trentina: Viàch.
Questo vino è un Müller Thurgau che matura col sole del pieno mezzogiorno in una vigna che è un inno all’ingegno e alla tenacia contadina, i quattordici ettari vitati di Corvèe sono in piena Val di Cembra per un territorio fatto di terrazze di muri a secco di porfido realizzate nei secoli dai vassalli.
E’ proprio da questo piano di recupero, fatto di duro lavoro manuale che la montagna si fa vigneto: i filari di viti, fitti, seghettati, mai lineari, tramano su di essa un vestito cucito su misura.
Se vi ho incuriosito non resta che vedere come sarà andata a finire la sfida!
The Ghost Writer
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28 Dicembre, 2021
Oroscopo di fine anno… sempre bene con Lunaria a favore
L’anno si conclude sempre con i riti immancabili, quali ad esempi l’oroscopo. Cosa se non la Luna è protagonista.
Per questa analogia mi permetto oggi di proporre a voi una cantina molto particolare e ricca di fascino, oltre che di ottimo vino: Lunaria.
Siamo in Abruzzo e più precisamente ad Orsogna, alle pendici della Maiella da dove nelle belle giornate si potrebbe vedere il mare, ma resta una terra dura ed aspra, perfetta per vini di carattere.
Lunaria, in realtà non è una vera e propria cantina, ma è un brand della Cantina Cooperativa Orsogna. La particolarità di questa cantina è l’essere biologica all’85%, che ne fa il principale produttore di uva biologica in Italia. Inoltre il 35% è certificato Demeter biodinamico e Lunaria lo è in entrambe le configurazioni.
Lunaria produce diversi vini: Montepulciano d’Abruzzo, Trebbiano d’Abruzzo, Pecorino, Moscato, Malvasia Bianca, Pinot Grigio, Primitivo.
Oltre questi vi è poi il mio preferito: il Bucefalo. Si tratta di un Montepulciano le cui uve sono fatte appassire prima di essere macerate e fermentate. Il risultato è un vino dal colore rosso rubino con riflessi purpurei, al naso si sente frutta rossa, confettura di amarena e mandorla. In bocca lievemente dolce, caldo, morbido, con buona intensità e persistenza aromatica. Lo consiglio per carni rosse, fegato, selvaggina, dolci al cioccolato, formaggi con mostarde.
Infine per il brindisi di capodanno, anche qui una proposta ancestrale, lo spumante con fondo di fermentazione spontanea e senza solfiti aggiunti. Sono vini che seguono le “regole della natura” e ogni giorno maturano ed esaltano i loro pregi. “Ancestrale” è il metodo fermentativo usato dai nostri antenati: la maturazione dello spumante avviene sui propri lieviti, con un aspetto un po’ velato e opaco, in contrasto con la brillantezza e la luminosità delle bollicine a cui siamo abituati. I vini sono dotati di una spuma piacevole, non aggressiva. Lunaria li propone in varietà Malvasia, Pecorino e Pinot Grigio. Il “fondo” di fermentazione è essenziale e dona profondità, spessore e carattere al vino.
Sinceramente cominciare l’anno ingraziandosi la Luna può essere interessante, ma Orsogna ed i suoi vignaioli sono visitabili tutto l’anno.
Suggerisco quindi di visitare il sito prima di procedere e guardare quali sono i diversi progetti in essere e poi contattare Lunaria o gli altri vignaioli, davvero tutti di alto livello, per selezionare il percorso culinario e non solo che più possa aggradare.
Vi aspetto!
A cura di Cristina Mascanzoni Kaiser
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21 Dicembre, 2021
Fontanafredda è #vinosostenibile
Produttori di Barolo e dei grandi vini delle Langhe in Serralunga d’Alba, Fontanafredda non ha bisogno di grandi presentazioni essendo una delle realtà storiche più conosciute e apprezzate del panorama vinicolo nostrano.
Fondata nel 1858, oggi conta 120 ettari condotti secondo i dettami della viticoltura biologica e vede una produzione annua che rappresenta circa il 6% dell’intera denominazione Barolo (con 5 diversi cru). Lavorando su un territorio vasto che permette di garantire una qualità costante, vengono prodotti anche Barbaresco, Nebbiolo, Barbera, Dolcetto e altri rossi tipici, ma anche Arneis, Gavi, Chardonnay, Moscato, bollicine di Alta Langa Metodo Classico e Asti spumante.
Per essere sostenibili, sono molti gli aspetti da valutare in Fontanafredda il rispetto per la terra è un modo di essere e di pensare che ha portato a una nuova prospettiva, il Rinascimento Verde.
Ad aiutarmi a raccontare come viene interpretato il concetto di sostenibilità e le sue applicazioni in azienda è Andrea, il terzogenito di Oscar Farinetti. Già tempo fa ho avuto l’onore di conoscerlo, seppur solo virtualmente, in una diretta (che trovate a questo link) organizzata da Divinea per parlare di vino ed esperienze enoturistiche.
La sostenibilità per Andrea, nel senso più ampio, può essere spiegato con il concetto insegnato dai genitori, “quando si riceve qualcosa è necessario lasciarlo in condizioni migliori di come lo si è ricevuto”, e questo concetto dev’essere esteso ad ogni bene, perché la terra non è nostra e dobbiamo far si che le prossime generazioni ne possano godere come ne stiamo godendo noi.
Il nuovo vivere nel Rinascimento Verde è infatti rappresentato dal rimettere la terra al centro e non l’uomo. Partendo, come detto, dalla vigna e dal biologico inteso come stile di vita che accompagna ogni scelta quotidiana, quasi ad immedesimarsi nella pianta, nella terra, imponendo di andare oltre e di eliminare i concimi di sintesi, i diserbanti e i trattamenti sistemici.
Con Andrea ci troviamo d’accordo nel dire che il solo essere biologici e rispettosi della biodiversità sono tasselli, importanti, che fanno parte dell’essere sostenibili, ma che ne rappresentano solo un di cui.
Nel Villaggio Fontanafredda, sono state realizzate una serie di attività finalizzate all’uso razionale dell’energia, ma nolo solo, anche l’acqua viene riutilizzata in maniera consapevole l’acqua, raccolta nel lago naturale e depurata con l’aiuto del fitodepuratore presente nel villaggio, per far sì che possa essere utilizzata e riutilizzata infinite volte.
Molti altri sono gli accorgimenti per ottenere un vino #verde.
I tappi in sughero monopezzo sono raccolti nel pieno rispetto delle piante, della natura e della biodiversità. Tutti gli altri tappi utilizzati, sono di origine vegetale, riciclabili e sostenibili, tali da mantenere l’integrità dei vini e raggiungendo l’impatto ambientale con valori di emissioni di carbonio pari allo zero. Il vetro scelto per conservare vini è sano, naturale e originato con percentuali che vanno dal 40 all’80% di vetro riciclato. Per le etichette vengono utilizzate carte di origine naturale, carte riciclate e rinnovabili, ma allo stesso tempo pregiate ed eleganti. Carte che proteggono i vini durante le spedizioni e l’ambiente, combattendo la deforestazione del nostro pianeta.
Nel villaggio Fontanafredda anche la mobilità è sostenibile, con l’utilizzo di muletti elettrici e, dalla Vendemmia 2021, con l’utilizzo in vigna dei primi trattori a biometano, vera e propria innovazione per il settore. Grazie infatti alla partnership con FPT Industrial è stato possibile testare l’ultilizzo di un trattore cingolato New Holland alimentato esclusivamente a biometano, consegnato direttamente in azienda nel rispetto della filiera locale, per il lotto di 11 ettari del cru Vigna la Rosa che diverrà quindi il primo vigneto i cui vini saranno a zero emissioni e con nessun impatto sull’ambiente.
Consapevoli del ruolo essenziale che l’energia ha per lo sviluppo e la crescita nel quotidiano, l’obiettivo aziendale è di utilizzare sempre di più tecnologie innovative per ridurre al minimo i consumi e l’impatto sull’ambiente.
Dalla produzione di vino all’utilizzo di energia solare, una catena di processi virtuosi permette di rispecchiare l’essere sostenibili a 360°. In progetto vi è l’ulteriore risparmio energetico che prevede l’uso razionale dell’energia perseguito tramite un’attività di relamping (sostituzione dei corpi illuminanti) delle strutture e l’utilizzo di sensori a intelligenza artificiale per ottimizzare il consumo energetico con l’obiettivo di abbatterlo del 30%. Sempre riguardo l’energia, è in fase avanzata lo studio e la realizzazione di un impianto di cogenerazione e teleriscaldamento che verrà costruito entro il 2022.
Parlando di presente e futuro, Andrea, con grande entusiamo, mi racconta che ogni obiettivo raggiunto è un punto di partenza per migliorare continuamente, non ci si ferma mai nell’individuare soluzioni ed interventi per migliorare, e mi confida che proprio in questi giorni l’azienda ha ottenuto la certificazione Vegan per tutti i vini in prodotti a partire dall’annata corrente, la certificazione di sostenibilità Equalitas ed è in procinto di pubblicare, su base volontaria, il primo Bilancio di Sostenibilità.
Insomma una produzione di vino che, insieme all’amore per la bellezza, l’arte, la cultura e la tutela della comunità e dei collaboratori, incarna perfettamente la filosofia del #vinosostenibile che tutte le aziende dovrebbero prendere come esempio, un vero e proprio punto di riferimento per il settore.
A cura di Giuseppe Petronio
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9 Dicembre, 2021
Contratto – La favola di quando le bollicine italiane erano regine
Siamo in Piemonte, su quelle colline che vedono in lontananza il mare ligure e siamo nel 1867, l’unità d’Italia è freschissima, la capitale è Firenze e Torino ed il Piemonte si sentono defraudati e guardano alla Francia cercando di insegnare loro qualcosa.
E’ proprio allora che Giuseppe Contratto fonda la sua cantina e inizia a vinificare uve moscato provenienti dalla zona del Monferrato, producendo uno dei primi spumanti italiani rifermentati in bottiglia. Sempre in quegli anni la famiglia Contratto inizia la costruzione della storica cantina, che viene poi conclusa all’inizio del Novecento.
Dal Piemonte verso l’Italia ed il mondo, tanto che nel 1910 che i vini di Contratto iniziano a conquistare i mercati esteri divenendo sinonimo di prestigio e qualità nel mondo degli spumanti, tanto che l’azienda di Canelli diventa fornitore ufficiale del Vaticano, della casa reale belga e, nel 1913, della famiglia reale Savoia.
Arriviamo ad un anno fondamentale, il 1919 quando Contratto produce il primo spumante italiano millesimato, una scelta innovativa da parte della casa spumantistica piemontese che mira ad esaltare le caratteristiche di ogni singola annata.
Nel 1920 Contratto comincia la produzione di Vermouth e Liquori. Le tecniche di lavorazione e le ricette di allora sono rimaste pressappoco inalterate, cosicché ancora oggi si possano apprezzare i sapori di allora.
I Contratto rimangono alla guida della cantina fino al 1993, quando la famiglia Bocchino, già proprietaria dell’omonima distilleria, prende le redini dell’azienda iniziando una notevole opera di ristrutturazione della Cattedrale del Vino, della corte interna e della sala di degustazione.
Arriviamo quindi ai giorni nostri, quando Giorgio Rivetti, da sempre grande amante dello Champagne, inizia a collaborare con Bocchino, intuendo fin da subito il grande potenziale della storica casa spumantistica. Poco dopo, nel 2011, i Rivetti decidono di compiere un passo importante e acquisiscono la cantina. La filosofia e la passione che hanno reso celebre La Spinetta, si riflettono immediatamente in questo nuovo progetto.
Subito viene presa una decisione fondamentale: l’acquisizione di diversi ettari di terreno, in parte già vitati, vicino al piccolo paese di Bossolasco. Situata nella parte più alta delle Langhe, la zona di Bossolasco si presta perfettamente alla coltivazione di Pinot Noir e Chardonnay, uve impiegate nella produzione dell’Alta Langa Docg. Questo segna l’ingresso ufficiale di Contratto nel Consorzio Alta Langa, diventando un punto di riferimento per l’intera denominazione.
Nel 2014 un altro importante riconoscimento viene conferito alla cantina Contratto: la storica Cattedrale del Vino viene ufficialmente dichiarata dall’UNESCO Patrimonio dell’Umanità.
La splendida Cattedrale è stata scavata interamente a mano sotto il fianco della collina soprastante la città di Canelli. Questa si estende per circa 5.000 metri quadrati e raggiunge una profondità massima di circa 38 metri. La caratteristica marna sedimentale, ricca di tufo calcareo, favorisce il mantenimento della temperatura costante a 13 gradi.
Questo luogo suggestivo e ricco di storia è teatro dei lunghi affinamenti in bottiglia degli spumanti metodo classico Contratto. Proprio per questo motivo, la cantina può arrivare a conservare anche un milione e mezzo di bottiglie.
Raccontare attraverso un bicchiere di Alta Langa le grandi potenzialità delle colline piemontesi in tema di Metodo Classico, è questo l’obiettivo che si pone Contratto e per realizzare ciò il lavoro nei vigneti riveste un ruolo fondamentale.
“Il vino buono si fa in vigna”
Ne è convinta la famiglia Rivetti, che ogni giorno si prende cura dei vigneti al fine di portare in cantina un’uva eccezionale.
Il mio consiglio, tra tutte le alternative di questa cantina è il For England Blanc De Noir Alta Langa Docg, il mio preferito per gusto e per quel ricordo di quando le bollicine italiane erano regine nel mondo e lo Champagne faticava ad affermarsi.
A presto,
A cura di Cristina Mascanzoni Kaiser
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3 Dicembre, 2021
Cultura e Tradizioni concorrono al successo di un Vino
Completando lo sguardo curioso che non deve mancare ad un imprenditore che intende approcciare o avere successo nel mercato cinese del vino (ma alcune regole sono applicabili per ogni altro genere merceologico), continua e si conclude questo modesto vademecum con l’intento di far comprendere il ruolo e l’importanza anche dei veicoli culturali di un Paese in grado di poter incidere sulle scelte e sui gusti dei consumatori dai quali il venditore non può prescindere anche se siamo nell’epoca del 4.0, del digitale e della blockchain!
E’ infatti di fondamentale importanza il legame di fiducia che si deve instaurare tra venditore e compratore on line in Cina e perché ciò si realizzi occorre considerare i valori, lo stile di vita, principi etici e anche quelli della religione.
Un esempio che ritengo calzante, ormai studiato in tutti i corsi di marketing e comunicazione, è lo spot considerato offensivo dall’utente cinese, realizzato da Dolce & Gabbana per promuovere una nuova linea destinata alla donna. Nel video (rinvenibile anche su You Tube) veniva in risalto una donna cinese alle prese con un piatto di spaghetti, una pizza e un succulento cannolo siciliano, tutti approcciati con i chopsticks e con evidente difficoltà, se non impossibilità di essere gustati. Una voce fuori campo peggiorava poi la situazione chiedendosi, tra i tanti commenti, se il dolce non fosse troppo grande per i gusti della donna.… Insomma uno spot che i cinesi hanno ritenuto sessista e stereotipato, per altro veicolato nel web con conseguenze negative ancor più amplificate dalla viralità del messaggio, considerato offensivo delle tradizioni e dell’intelligenza di un popolo, che neppure la conferenza stampa di scuse dei due stilisti italiani ha saputo ricucire l’offesa vissuta, e che, al contrario, ha peggiorato ancor più la reputazione del brand, avendo considerato il video di scuse non efficace, né tantomeno sentito, perché non genuino o spontaneo, sia per il contenuto, che per lo sguardo fuori dalla telecamera di Stefano Dolce, come se recitasse uno slogan a memoria.
Quali gli errori commessi secondo i guru della comunicazione destinata al popolo cinese? Lo spot è considerato farcito di stereotipi che non rappresentano la Cina moderna, le voci fuori campo inducono a espliciti doppi sensi insopportabile la pretesa di insegnare come utilizzare (e se utilizzare) le bacchette per poter mangiare determinati cibi, intendendo con ciò affermare senso di superiorità degli occidentali e al contempo scarsa conoscenza della cultura cinese.
Su questo fronte, di segno opposto, una blasonata casa di moda che per sottolineare il Capodanno cinese e l’entrata del 2021, l’anno del bue, ha realizzato una borsa con stilizzate le corna dorate e i colori rossi che richiamano la circostanza, o così la Apple che ha sostituito la famosa mela con l’effige di un bue su molti dei suoi devices.
Analoga attenzione per l’utilizzo della lingua e soprattutto per la fonia o per la traduzione che se ne ricava, che impone l’impiego di professionisti specializzati per non compromettere campagne pubblicitarie errate o offensive (esempi in tal senso con le calzature Nike o la bevanda Pepsi).
Le notazioni che precedono sono la testimonianza che se anche i famosi brand incorrono in errori da cui è poi difficile riabilitarsi, se non a costo di ingenti investimenti per recuperare una credibilità compromessa, più probabile che ciò accada per strutture imprenditoriali più modeste o addirittura nuove al mercato, non dotate di esperienza o di risorse interne capaci di assicurare successo e notorietà, ma comunque tenute ad avvalersi di adeguate competenze professionali in grado di guidarle nel tentacolare mercato della vendita on line destinato al mercato cinese.
Se poi il bene oggetto della vendita e della distribuzione è il vino, maggiore dovrà essere l’attenzione per le informazioni che, partendo dall’etichetta e finendo per il gusto, devono essere veicolate e devono raggiungere il consumatore cinese, compito più difficile di quanto si immagini, posto che può essere carente una cultura enogastronomica di riferimento e che sia costosa acquisirla tramite la necessaria comparazione dei diversi prodotti.
Ed allora, per la vendita telematica del vino, in un Paese ove questo prodotto è consumato in maniera crescente e consapevole, non è più sufficiente affidarsi al “Made in Italy” che in generale è percepito come sinonimo di qualità e di affidabilità, ma è opportuno ricorrere affidarsi a precipui strumenti e tecniche in grado di far percepire al consumatore l’importanza e le ragioni di gustare una determinata qualità di vino, posto che in Cina, ad esempio, il consumo di questo prodotto non fa parte della quotidianità, ma sempre più assume valore sociale, bevuto fuori pasto, in compagnia giusta e, tra i Millenials, i quali hanno dimestichezza con i social e con le informazioni che dal web possono essere acquisite dai seguitissimi “influencer” del vino, che sono crescenti in numero e in attività di promozione, giovani anche disposti a spendere per bottiglie importanti, tanto che da tempo, il vino, anche e soprattutto quello italiano, è percepito come status symbol di lusso e di conseguenza come metro di posizione sociale.
Il trend ora illustrato dovrebbe tranquillizzare coloro che qualche tempo fa ritenevano che il vino e la sua assunzione fossero influenzate dalla natura del prodotto, che è un bene considerato ricco di emozioni e come tale dovrebbe essere vissuto e, come si dice “raccontato” avendo nel rapporto con il territorio dove cresce ed è trasformato un intenso e prezioso legame ed influenza, che costituisce un valore aggiunto non soltanto in termini qualitativi, ma anche culturali ed esperienziali.
A compiere questa sintesi e dunque a far conoscere il vino ad una platea sempre maggiore e sempre più competente, non è più sufficiente la degustazione in cantina o l’abbinamento di quello chef in determinate pietanze, appannaggio magari di un esiguo numero di consumatori, ma occorre affidarsi al mezzo elettronico che, on line, riesce con efficacia e pathos a trasmettere tutti quei contenuti che intendiamo possano qualificare e distinguere il nostro prodotto mediante gli strumenti che il web è in grado di mettere a disposizione e che non finirà mai di stupirci.
Tornerò nel prossimo appuntamento con un argomento più giuridico, ma non meno interessante (almeno spero!) che riguarderà alcuni aspetti e consigli per e-commerce del vino in Cina in modalità cross border.
Avv. Paolo Spacchetti
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2 Dicembre, 2021
Francesco Celante, l’imprenditore con le “farfalle nello stomaco”
Folgorati, innamorati, estasiati…è cosi che ci siamo sentiti quando abbiamo aperto il nostro Salotto di Vino a Francesco Celante.
Sono bastate solo un paio d’ore in un mite pomeriggio di inizio Novembre, insieme al presidente di Rotas, passate a passeggio per il suo parco naturale (nel centro di Treviso), per capire che di fronte a noi non c’era solo un lungimirante imprenditore, che ha avuto la capacità di scrivere la storia delle etichette di Vino in Italia, ma che eravamo in compagnia di un grande personaggio in grado di trasmettere con la sua dialettica l’amore e la passione per il suo lavoro.
Un viaggio che abbiamo il piacere di condividere con i nostri lettori nella video intervista che trovate al termine di questo articolo e se pensate che 17 minuti e 24 secondi siano tanti per un’intervista…beh non avete mai avuto il privilegio di parlare con Francesco.
“In futuro avremmo solo o dovremmo avere solo, persone che fanno quello che fanno per amore”
Francesco Celante e le “farfalle nello stomaco” che gli hanno permesso di innamorarsi e di far innamorare tanti del suo lavoro…le farfalle dicevamo, ma non solo nello stomaco, perché lui le ha volute anche nel suo “parco cittadino” di Treviso e le alleva con cura in ventidue diverse specie.
Francesco è trevigiano di Chiarano ed è titolare della Rotas, azienda leader di stampa di etichette per vino e non solo, guida la sua azienda da 54 anni ed 8 mesi dal maggio del 1967…una vita piena di cambiamenti ed entusiasmo ed oggi con i volumi di vendita impressionanti (400 milioni di pezzi di ottomila varietà ogni anno) è il simbolo dell’Italia che innova e che con passione supera ogni difficoltà.
Ci ha colpito molto il racconto della sua storia, di quando da giovane ha deciso che voleva prima realizzare una miniera e tirare fuori “le cose dalla terra” e poi ha pensato che la scelta migliore fosse quella di creare un allevamento di pesci, per questo grazie all’aiuto del padre ha seminato 200.000 avannotti comprando una deriva di un fiume ma purtroppo i pesci sono morti tutti in poche settimane e quindi ha capito che doveva trovare la sua strada, perché: “ …non tutti possono fare tutto!”
Da qui in poi il successo nel 1966 costruisce (esempio unico al mondo in questo settore dopo Gutenberg) la prima macchina per stampare in bobina e nel 1967 fonda Rotas.
Un cammino continuo di innovazione e ricerca per stupire e per fare la differenza con un’attenzione maniacale all’ecosostenibilità con un impegno concreto fin dal 1967.
Una voglia di innovare la sua continua come dimostra il deposito del brevetto nel 1980 per immagini e disegni 3D con questo brevetto è andato all’MIT (Massachusetts Institute of Technology) per parlare di tridimensionalità, quando contemporaneamente la musica di sentiva nelle cassette e la televisione e le radio erano gli unici mezzi di comunicazione insieme alla stampa.
Insomma non resta che ascoltare la forza di questo impressionante personaggio che come ci racconta:
“Io non sono mai soddisfatto di niente il mio obiettivo è sempre domani”
A cura della Redazione
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1 Dicembre, 2021
Riccardo Rabuffi ed il suo impegno per la valorizzazione del MADE IN ITALY
Conosco Riccardo Rabuffi da poco, da qualche mese, da quando un po’ all’improvviso si è presentato alla mia porta in compagnia di Federico Gordini per parlarmi della grande kermesse che è stata la Milano Wine Week.
Se l’abito non fa il monaco spesso sono i silenzi a parlare e chi sa ascoltare, mi ha insegnato l’esperienza, è in grado poi di agire in modo più efficace e lineare, sia nei rapporti umani che negli obiettivi che si prefigge.
Riccardo ha parlato poco, ma realizza molto. Il suo percorso di studio e lavorativo è davvero molto ricco di tappe importanti, e lo dimostra il suo recente ingresso nel consiglio direttivo della Camera di commercio Italiana per il Sud est asiatico.
Ma partiamo da più lontano, dal percorso di studio iniziato presso una scuola inglese, seguito dalla laurea in politiche e relazioni internazionali e concluso con un corso post laurea in cooperazione internazionale allo sviluppo.
Proseguiamo poi con le esperienze di lavoro, che portano Riccardo a lavorare in Ghana come country Manager per un’azienda italiana che si occupa di import export, esperienza umanamente forte, che gli lascia il segno e gli lascia un rapporto importante con il suo attuale socio, Lorenzo, conosciuto in Africa (lavorava in Croce Rossa in Congo) e ritrovato in Italia.
Tutto vero, Lorenzo lo conoscevo già da prima dell’Africa. Il fatto che fosse anche lui in africa in quel periodo è stata una bella coincidenza.
Proprio dal legame Italia-Africa che Riccardo e Lorenzo hanno vissuto sulla propria pelle parte l’avventura di Beacon, che vuole essere una società ponte fra due mondi diversi. Non si parla di semplice import-export ma di vera e propria internazionalizzazione delle realtà italiane che Beacon rappresenta e porta in West Africa. Dall’Africa al Sud Est asiatico il passo non è breve ma vien da sé dopo due anni di attività con centro a Londra, dove Riccardo e Lorenzo aprono una sede, e dopo il coinvolgimento nella grande kermesse di Expo 2015. Verso l’infinito e oltre (cit.) pare il motto che spinge Beacon, che passano dai mondi della meccanica e della produzione della carta al meraviglioso mondo del food & Beverage intuendo che in Italia, a questo settore, l’internazionalizzazione manca, quasi non si sa esattamente cosa significhi. Cosa significa internazionalizzare un’azienda italiana del settore food & beverage- chiedo ironicamente a Riccardo.
Internazionalizzare significa seminare in paesi esteri per raccogliere i risultati dell’operazione nel tempo. Non significa semplicemente vendere, significa raccontare, portare il proprio prodotto e la propria cultura oltre il proprio confine nazionale; significa creare legami, fidelizzare, far comprendere; significa realizzare eventi, attività operative, missioni imprenditoriali. Significa spendersi in prima persona per creare legami umani oltre che imprenditoriali.
Legami umani, ci vado a nozze: mi hanno sempre detto di non mescolare personale e professionale… mi sono sempre chiesta come si fa e non l’ho ancora imparato.
Comunque da Expo al Fuorisalone, alla Milano Wine Week le esperienze e le collaborazioni di Beacon continuano a maturare, ma ovviamente subiscono una battuta di arresto a causa della pandemia.”Che effetto ha avuto sulla Vostra realtà?”- chiedo a Riccardo nella nostra chiacchierata. Cosa ha confermato e cosa ha cambiato dal vostro punto di vista?”
L’estero è sempre in fissa con il Made in Italy, a quanto pare, e ciò ci rincuora. Forse la lontananza fa crescere il desiderio e appena sarà possibile i turisti stranieri torneranno in massa…in ogni caso la richiesta di prodotti italiani del mondo food e bevarage non cala assolutamente e non è calata nei due anni passati.
La pandemia ha contribuito a rendere il consumatore finale più indipendenti nelle sue scelte, soprattutto se si parla di vino. Il tempo libero forzato e l’isolamento necessario hanno spinto a informarsi direttamente e molti hanno avuto il tempo per raffinare i propri gusti e le proprie esigenze. Il virtual tasting è diventato abitudine, fornirsi direttamente dal produttore più semplice e diffusa come abitudine. Questo ha determinato poi un cambiamento anche nel settore Horeca, che deve adeguarsi se non vuole perdere clienti più esigenti, che hanno voglia di essere stupiti. Quindi vediamo una spinta, che arriva direttamente dalla base, verso il consumo e la ricerca delle produzioni particolari, di nicchia, oltre ad un forte interesse per tecniche di produzione naturali, rispettose, per vitigni autoctoni. E’ necessario ripensare al mondo del vino, al modo di comunicarlo, raccontarlo, sceglierlo, a partire dalle aziende produttrici, passando attraverso realtà come la nostra che ha il compito di trovare il giusto palcoscenico per produzioni eccellenti e che vadano incontro alle richieste attuali del mercato. Noi siamo gli interpreti, l’anello di congiunzione tra produttore e distributore, cerchiamo di trasformarci nel megafono di una serie di valori che il vino, e il vino italiano in particolare, rappresenta sui mercati stranieri. E’ un lavoro affascinante, mai uguale a sé stesso, estremamente creativo e al contempo che richiede un altissima professionalità, un continuo aggiornamento, una grande capacità di adattamento e comprensione delle culture altre, dei paesi dove vogliamo condurre i nostri clienti.
E’ una sfida culturale prima che economica e oggi sappiamo che un’azione di internazionalizzazione di un’azienda in realtà porta con sé e può aiutare l’economia di un intero territorio, più o meno direttamente. I confini si sono allargati, nonostante si sia rimasti tutti fermi e chiusi per due anni.
E’ un’occasione incredibile, un cambio di prospettive che è avvenuto in silenzio e repentinamente, una sfida stimolante. Bisogna iniziare a ragionare seguendo modelli di promozione integrata, tra produttori, anche di settori diversi, e territori. Le reti saranno la chiave di volta del cambiamento.
Ci crediamo talmente che noi stessi abbiamo creato una rete di imprese di nome PAG MILANO per fare sistema e rafforzare il nostro operato.
Torniamo indietro ora, e chiudiamo il cerchio, con il recente ingresso di Riccardo nel consiglio direttivo della Camera di commercio Italiana per il Sud est asiatico. La Camera è riconosciuta dal ministero degli esteri ed è composta da una selezione di professionisti che ricoprono sia ha un ruolo istituzionale che operativo accompagnando le aziende italiane nei percorsi di internazionalizzazione verso l’area interfacciandosi con le principali istituzioni locali e con i principali operatori economici.
Grazie a questa nomina rafforziamo enormemente la rete di relazioni nei paesi del sud-est Asia entriamo in contatto diretto con i principali Player dei paesi coinvolti garantendo quindi un ulteriore grado di affidabilità, sicurezza e finanziabilità dei percorsi di internazionalizzazione per i nostri clienti.
Quindi lasciamo prendere per mano da Beacon e lasciamoci condurre verso nuove fantastiche avventure e conquiste.
A cura di Francesca Pagnoncelli Folceri
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30 Novembre, 2021
Tenuta di Trinoro, nel sud della Toscana, la quinta essenza del rosso
Siamo in un remoto angolo della Toscana meridionale, geograficamente a sud di Perugia ed a neppure 180 chilometri da Roma. I 200 ettari dell’azienda si trovano in una zona priva di tradizione vitivinicola, all’inizio della Val d’Orcia, vicino a Sarteano, dove la Toscana si fonde con l’Umbria e il Lazio.
E’ in questo territorio dolcemente collinare che nasce Tenuta di Trinoro, nota per i suoi ricchi e complessi vini rossi da invecchiamento.
Il produttore e proprietario, Andrea Franchetti, che oggi ha anche la splendida tenuta di Passopisicaro in Sicilia e di Sancaba a San Cassiano dei Bagni, ha acquistato la proprietà negli anni 80 e ha cominciato a piantare nei primi anni 90. La sua formazione come vitivinicoltore inizia nel Bordeaux dove apprende l’importanza del terroir. A Trinoro i terreni sono argillo-calcarei e ghiaiosi molto simili a quelli della zona del St. Emilion. Solo alcuni terreni però si dimostrano adatti alla viticoltura e questi vengono recuperati dalla macchia e piantati nello stile del Bordeaux: alta densità d’impianto, sesto di un metro per un metro, con innesto di marze provenienti da vecchie proprietà del Pomerol.
I vigneti si estendono per 23 ettari su pianure e pendii esposti a sud e ad altezze che variano tra i 400 e i 620 metri. Gli impianti sono in prevalenza di Cabernet Franc e Merlot, con il Cabernet Sauvignon e Petit Verdot presenti in misura minore.
L’alta densità di impianto, il diradamento drastico dei grappoli, le basse rese, la piena maturazione fenolica e la concentrazione dei vini danno luogo a uno stile unico ed inconfondibile. I vini sono estremi nel profumo, nel colore e nel sapore, godibili da subito ma concepiti per un lunghissimo invecchiamento.
Tra tutti i suoi vini, il Tenuta di Trinoro rappresenta la massima espressione dello stile vinicolo di Andrea Franchetti. L’assemblaggio di uve di Cabernet Franc, Merlot, Cabernet Sauvignon e Petit Verdot, provenienti dalle migliori vigne, piantate sui terreni più poveri composti da detriti di roccia calcarea e argilla, varia di anno in anno in modo da interpretare al meglio l’annata in corso.
Il Tenuta di Trinoro non è frutto di una ricetta prestabilita, ma dell’ispirazione e intuito del suo produttore. Questo vino super-tuscan interpreta al meglio le caratteristiche dei suoi vitigni bordolesi e del particolare terroir presente in questo remoto angolo della Toscana. Lo stile unico di Andrea Franchetti è palese in ognuna delle sue annate. Ricchezza, concentrazione, profondità e complessità sono i capisaldi di questo stile.
A cura di Cristina Mascanzoni Kaiser
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