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15 Aprile, 2022
La bolla bianca
La bolla bianca immersa nella calda Puglia: Alberobello.
Ci troviamo nel tacco dello stivale italiano, pieno di tradizione, cultura e vino. Noi di Wine tales non possiamo che provare a raccontare una delle esperienze in giro per il territorio.
Si sa, in Italia, non ci sono luoghi senza una storia, anche Alberobello, così bianca e affascinante, si lascia guardare e ci sorprende ad ogni passo, piena di sali e scendi e gradini mal tagliati.
Il nome Alberobello deriva da silva alboris belli, con il significato di “bosco dell’albero della guerra”, sembra che nel XVI secolo fu dato inizio ad una prima antropizzazione della selva che successivamente diede il via all’urbanizzazione di quest’area con la costruzione di un agglomerato di piccole case.
I trulli, case basse e bianche, furono costruite con pietra calcarea, facilmente reperibile, senza malta come ordinato dal conte Girolamo II per evitare il pagamento dei tributi.
Ed è proprio in centro ad Alberobello, nel corso principale, vicinissimi alla cattedrale dei Santi Cosma e Damiano, in uno dei trulli si legge Amore & Vino.
Amore perché è la passione che trasforma le idee in fatti, una bottega che per cento anni, la SALUMERIA, è sempre stata aperta al pubblico, gente del luogo ma ovviamente anche turisti, oggi diventa la locanda per gustare un aperitivo, un pranzo o una cena.
Vino, perché la Puglia è un’altra regione italiana piena di prodotti tradizionali, di cantine e produttori che con amore coltivano i loro vigneti e fanno emergere quanto di autoctono possa dare la loro terra, dal Primitivo al Negramaro per finire al Nero di Troia.
“Il vino aggiunge un sorriso all’amicizia e una scintilla all’amore!”, è così che, Valerio, proprietario di questa enogastronomia, Amore & Vino, ci accoglie un lunedì sera quando gli altri locali in un periodo di bassa stagione sono quasi tutti chiusi.
Un posto dove gustare prodotti tipici della zona, dai salumi ai formaggi, dalle conserve artigianali di verdure ai nobili taralli, qualche piatto tipico del giorno come fave e cicoria ed una scelta importante di vino. Dimenticavo, non sono riuscita a testare i dolci, le porzioni abbondanti mi hanno fermato.
La locanda, ha anche dei tavoli e può accogliere circa 20-25 persone, non male!
Come sempre non ci siamo tirati indietro nella degustazione di un ottimo Primitivo
Prezzo: da 20 a 25 euro
The Ghost Writer
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14 Aprile, 2022
Degustazioni d'Arte
Il migliore abbinamento con l’Arte è un buon vino, afferma convinto Giorgio Fipaldini, autore di Degustazioni d’Arte, un libro “che si pone come intento quello di distillare piacere”. E se il lettore è un wine lover, e per giunta amante dell’arte – classica o contemporanea, non importa – l’alchimia è assicurata.
Racconta Fipaldini:
“Fin dai tempi in cui ero studente dell’Accademia di Brera avevo un desiderio: sedermi comodamente di fronte al Guernica di Pablo Picasso con un calice di vino. Immaginavo di provare quella sinestesia, invocata da molti artisti, nel degustare un’opera d’Arte; come si fa con il vino: osservando, sentendo e assaporando”.
Il volume, edito da Tapook, realizza su carta questo desiderio: a dieci opere d’arte – trasversali per epoca, genere e corrente – vengono abbinati dalla sommelier Marta Curtarello altrettanti vini, cercando le affinità tra opera e vino, o tra artista e viticoltore. Il tutto raccontando l’opera in modo originale e non accademico (anche grazie alle illustrazioni di Andy Pen) e presentando il vino con linguaggio ben lontano dai tecnicismi delle schede di degustazione. Perché quello che emergono, e uniscono, sono le Storie.
Guernica di Picasso (1937), il quadro simbolo degli orrori della guerra, scaturito da tre giorni di disegno furioso e ininterrotto, viene abbinato a una vicenda di viticultura eroica in senso lato, nel contemporaneo scenario di conflitti in Medio-Oriente. Il Bargylus Rouge, del Domaine Bargylus, è un Grand Vin de Syrie, blend di syrah, cabernet sauvignon e merlot; le uve provengono da vigneti spesso bombardati, che nei momenti più drammatici del conflitto dalla Siria dovevano essere portate (anche in taxi!) in Libano per la vinificazione, dopo rischiosissime vendemmie gestite via telefono da Beirut.
Di tutt’altro tenore le suggestioni che portano ad abbinare l’Autoritratto nella Bugatti verde di Tamara de Lempicka (1929) a una bottiglia di Bollinger R.D.: due icone di eleganza, bellezza e audacia, al femminile.
“Lo Champagne lo bevo quando sono contenta e quando sono triste. Talvolta lo bevo quando sono sola. Quando ho compagnia lo considero obbligatorio. Lo sorseggio quando non ho fame e lo bevo quando ne ho. Altrimenti non lo tocco, a meno che non abbia sete”.
Così parlava Madame Lily Bollinger, donna indipendente e moderna quanto la pittrice di origini polacche, anche lei portatrice di una sana passione per lo champagne.
Altro esempio della eno-divagazione di Fipaldini nella storia dell’Arte, è un abbinamento nel segno della provocazione. Nel 1917 Marcel Duchamp elevava un prosaico orinatoio a opera d’arte: la Fontaine era un oggetto ready-made, ovvero una “scultura già fatta” che sovvertiva come gesto concettuale l’idea stessa di genesi artistica. Con un gioco di parole post dadaista, Benoit Delorme produce in Borgogna un pinot nero biologico etichettato come Orga(ni)sme Cult(ur)e(l) concepito secondo un ideale di naturalezza senza compromessi, come un organismo vivo, sociale e culturale.
Evitando di spoilerare i successivi abbinamenti, lascio al lettore la curiosità di scoprire quali suggestioni enoiche scaturiscano da artisti, loro sì inabbinabili tra loro, come Banksy, Artemisia Gentileschi, Van Gogh, Amedeo Modigliani o Marina Abramović.
Degustazioni d’Arte è una lettura godibilissima, intrigante, inconsciamente sfidante perché stimola il lettore-wine lover a immaginare il proprio abbinamento ideale. Non è questione di cultura o di talento, ma di risonanze, di libere associazioni emotive, memorie uniche e personali. Motivo per cui ognuno può, in base al proprio sentire individuale, generare infiniti abbinamenti, per contrasto o concordanza, sempre plausibili: Guernica può chiamare l’irruenza di un sagrantino esattamente come la carezza consolatoria di un picolit. Questo libro ha il pregio di svelare l’esistenza di una nuova categoria di analisi sensoriale, vero terreno comune tra vino e arte: la persistenza emotiva. E visto che un calice tira l’altro, e un quadro, in un museo, spinge alla vista del successivo, anche questo libro reclama un seguito: è di prossima uscita il secondo volume.
A cura di Katrin Cosseta
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12 Aprile, 2022
Il Villaggio Narrante – Dove i sogni e le esperienze prendono vita
Il Villaggio Narrante – Dove i sogni e le esperienze prendono vita.
Torniamo a parlare di Fontanafredda sotto un altro punto di vista dopo aver approfondito con Giuseppe Petronio il lato sostenibile dell’azienda.
La primavera è la stagione migliore per riscoprire la voglia di muoversi, fare passeggiate e farlo in posti immersivi ed olistici, ricchi di cultura. La cultura a mio parere è di diversi tipi e tra questi la storia unita alla conoscenza e consapevolezza della qualità dell’enogastronomia.
Cosa dunque meglio del Piemonte? Delle Langhe e di quel mondo sabaudo e nobile nella terra e nell’animo di chi lo vive da sempre?
Ci troviamo a Serralunga d’Alba ed è qui che nasce grazie ad Emanuele Alberto un micromondo, che unisce un’azienda vitivinicola, il suo territorio e i luoghi che raccontano la vita di 250 persone, con la scuola, la chiesa, il tabaccaio, il panettiere e un circolo ricreativo, per circa 160 anni.
Il tutto avviene con 13 piccoli racconti per ridare vita al borgo storico alla scoperta degli oltre 160 anni di storia, dove ogni scorcio, ogni pianta ed ogni edificio sono narrati per tutti coloro che entrano a far visita.
Personalmente ci tengo a soffermare la vostra attenzione su quella nobiltà che davvero un tempo fondò il tutto ed in particolare parlarvi di Fontanafredda.
Fontanafredda fu infatti acquistata nel 1858 da Vittorio Emanuele II (futuro primo Re d’Italia) e donata a Rosa Vercellana (la Bela Rosin). E’ quindi una storia d’amore da cui nacquero Maria Vittoria e l’Emanuele Alberto, che come dicevo sopra fondò l’azienda vitivinicola. Oggi con 120 ettari certificati a biologico, Fontanafredda è produttore dei grandi vini delle Langhe che dimorano nelle cantine ottocentesche: un luogo tutto da scoprire tra aneddoti della famiglia reale e curiose abitudini del Re, in cui ammirare la maestosità delle grandi botti di rovere, che rivelano come Fontanafredda sia diventata un’icona del Barolo in tutto il mondo.
Oltre a Fontanafredda nel Villaggio Narrante troviamo anche la cantina Casa E. di Mirafiore. Di 20 anni più recente, fondata nel 1878, Emanuele Alberto Guerrieri conte di Mirafiore, figlio del primo Re d’Italia, realizza una cantina da sempre pioniera e che esprime la vera tradizione enologica delle Langhe. Dal 2018 è un’azienda Agricola Biologica con i suoi terreni nella sottozona di Barolo e Fontanafredda e produce vini esclusivamente da vigneti di proprietà, come due dei migliori cru del Barolo DOCG, Lazzarito e Paiagallo.
Per i gourmet, inoltre, questo territorio è davvero unico e non poteva quindi mancare un ristorante che da solo vale il viaggio e l’esperienza. Vi parlo di Guido ristorante. Ristorante stellato, ospitato nella Villa Reale del Villaggio Narrante e gestito da Piero e Ugo, la seconda generazione degli Alciati, che portano avanti le idee dei genitori, adattandole ai tempi senza mai abbandonare la volontà di offrire ai clienti un’esperienza unica che ricolleghi ad un preciso luogo e a sapori unici. Per chi cerca la semplicità, invece, l’osteria Disguido può splendidamente essere una tappa d’autore.
Infine se dopo tanta degustazione vi volete fermare a dormire ci sono ben 2 hotel all’interno del Villaggio: L’Hotel Le case dei Conti Mirafiore, da cui si vedono gli splendidi vigneti e la Foresteria delle Vigne, che sorge sul “vivaio”, ovvero laddove si coltivavano le barbatelle per le vigne.
Insomma, il Villaggio Narrante, offre una delle più interessanti esperienze olistiche d’Italia.
Un posto da visitare, da gustare e da scoprire.
Al prossimo martedì!
Cristina
Itinerari DiVini è una rubrica a cura di Cristina Mascanzoni Kaiser
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5 Aprile, 2022
L’Abruzzo e le sue eccellenze Emidio Pepe
Emidio Pepe – L’Abruzzo e le sue eccellenze enogastronomiche in cui il vino è protagonista
Siamo in Abruzzo, nella sua parte settentrionale, in quella terra che separa l mare Adriatico e il Gran Sasso dall’altro. E’ in questo microclima perfetto per le viti che troviamo la realtà di Emidio Pepe, molto più di una cantina vinicola.
La storia della Emidio Pepe inizia nel 1964, quando il fondatore, omonimo, dopo aver affiancato suo padre e, soprattutto, suo nonno che faceva vino a casa Pepe sin dal 1899 apre l’azienda agricola.
Il successo si deve anzitutto al terroir, a Torano Nuovo, un luogo in cui i terreni ricchi di argilla che drenano l’acqua, la posizione dei vigneti esposti a un grande arco solare, la grande escursione termica tra giorno e notte che aiuta le uve a riempirsi di zuccheri e il vento costante previene batteri e malattie.
Contestualmente viene la lungimiranza in quanto Emidio Pepe, prima di chiunque altro ha creduto nelle grandissime potenzialità del Trebbiano e del Montepulciano d’Abruzzo e ha dedicato tutte le sue energie a questi due vitigni autoctoni, provandone la capacità d’invecchiamento e facendoli conoscere al mondo intero.
Terzo aspetto che si trova in ognuno dei prodotti e delle esperienze che si possono vivere nella realtà Emidio Pepe, la tradizione e la famiglia.
Ancora oggi non vengono utilizzati prodotti chimici, anche negli anni e nelle condizioni più difficili. Nessun lievito selezionato per iniziare la fermentazione alcolica e nessun enzima aggiunto per incoraggiare la genesi dei profumi. Solo prodotti naturali come cristalli di rame, zolfo e preparati biodinamici vengono utilizzati, sia in vigna che in cantina; ed altrettanto non sono mai cambiati il metodo di vinificazione, ancora oggi infatti non vengono utilizzate macchine.
L’azienda agricola Pepe conta quindici ettari che si estendono in piccoli appezzamenti tutti attorno la cantina. La maggior parte dei vigneti è ancora coltivata con l’antico sistema della Pergola.
Questo non solo per rispettare la tradizione ma perché convinti che trattare le uve con delicatezza e manualità sia il modo migliore per raggiungere un livello di qualità e precisione più elevato.
Emidio Pepe e la sua famiglia sono giustamente orgogliosi dei propri territori e si sono organizzati per accogliere tutti coloro che desiderano immergersi in questa eccellenza enogastronomica, realizzando un esclusivo bio-resort con i criteri più aggiornati di eco-sostenibilità.
Ovviamente un’ospitalità d’eccellenza non poteva esimersi da un ristorante e dalle sue opportunità di degustazione, realizzate con prodotti provenienti dall’orto biodinamico situato tra i vigneti.
Il Ristoro di Campagna ospita quindi cene di degustazione con diverse annate di Trebbiano e Montepulciano d’Abruzzo per scoprire i vini insieme alla cucina tradizionale abruzzese.
Quando avrete avuto l’occasione di vivere un’esperienza totalizzante come quella che avrete l’opportunità di sperimentere da Emidio Pepe, scoprirete di voler portare a casa un pezzo di territorio, per farlo mi permetto di consigliarvi di portare con voi non solo i vini, ma anche l’ Olio Extra Vergine, realizzato con varietà autoctone abruzzesi: Frantoio, Leccino e Tortiglione. Le olive vengono raccolte manualmente e spremute a freddo in un vicino frantoio. Il raccolto è portato al frantoio il giorno stesso per mantenere il livello di acidità e preservarne intatta la qualità. Dopo un breve periodo di decantazione, l’olio extravergine di oliva viene imbottigliato in bottiglie 500 ml.
Ed, infine, non potete non prendere la Pasta; il risultato di un nuovo progetto: un campo di grano di un antica varietà chiamata “Senatore Cappelli”, cresce fino a due metri di altezza le cui rese sono molto basse. Viene coltivato secondo i principi dell’agricoltura biodinamica, il grano intero viene macinato in un mulino a pietra per conservare tutte le proprietà nutritive, la pasta è poi trafilata al bronzo ed essiccata per almeno sei giorni a basse temperature.
Al prossimo martedì!
Cristina
Itinerari DiVini è una rubrica a cura di Cristina Mascanzoni Kaiser
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2 Aprile, 2022
Vinifera, dalla parte del vignaiolo
Vinifera, dalla parte del vignaiolo. Quella Vinifera? Vinifera la mostra mercato dei vini artigianali dell’arco alpino alla Fiera di Trento, intendi? Quella dello scorso 26 e 27 Marzo? E ci mancherebbe altro non fosse dalla parte del vignaiolo!
Al tempo, al tempo. Invoco la suppositio materialis: volevo solo intendere che ho visto Vinifera dall’altra parte dello stand, per l’occasione ospite operoso – mescente vini, affabulandone secondo capacità e vezzo, soccorrente il vignaiolo in alcune necessità pratiche connesse all’evento – di Le Driadi Slow Farm, illuminato vignaiolo in Capetaglio di Palazzago – BG.
VINIFERA 2022, TRENTO
Un’occasione così… buttala via. Partenza ore 05:50 AM dalla natia Brianza velenosa, omaggio silenzioso nel transito alla bergamasca lecchese, rendez-vous a un parcheggio in città bassa verso le ore 06:50 con Big Luciano Chenet – sagace demiurgo del motore primo Gabriella Lady G – ecco a voi Le Driadi pittata in quattro parole.
La macchina abbastanza carica di bottiglie e attrezzi per lo stand, il caffè da strozzini a EUR 1.20 in Autogrill, l’ingresso in Trento, la Fiera, l’accoglienza puntuale e precisa. Si scarica la macchina e si monta lo stand: alle ore 09:30 circa è tutto, o quasi, a posto; la fiera inizia alle 11:00 – c’è tempo di fare un giro.
La carta dei valori
Virgoletto gli intenti dell’evento: “Vinifera 2022 sarà la quarta edizione della Mostra Mercato dei vini artigianali dell’arco alpino. Uno spazio di condivisione, educazione, convivialità per scoprire produttori artigianali alpini scelti con cura da Associazione Centrifuga. Una selezione ispirata dalla capacità di far esprimere un territorio attraverso il vino e dalle relazioni umane che ci hanno fatto innamorare di questi produttori.”
Condivisione, educazione, convivialità: la Rivoluzione Francese non è mai morta. Ed in effetti questa carta dei valori ha indirizzato gli spiriti e le gesta per tutte e due le giornate. Posso confermarlo: io c’ero. Ne abbiamo stappate, svuotate, dissanguate, narrate usque ad supermentulam, assaggiate e riassaggiate di bottiglie, perché in fondo“non si sa mai, l’ho appena aperta”.
Sponsor tecnici, quelli veri, da ringraziare: i volontari dell’evento, che hanno riassortito periodicamente lo stand procurando acqua per lavare i bicchieri dei visitatori e svuotando lo sputavino d’ordinanza; hanno anche procurato quel ghiaccio così necessario al servizio dei bianchi e dei vini mossi – pensando che vi erano in fiera più di 100 produttori… chissà in che quantità.
Ancora, il provvidenziale salumiere con i suoi panini di segale dall’imbottitura insindacabilmente secondo disponibilità di giornata: con un solo panino reggevi tutta la giornata, fin verso le 19:00.
Il fascino dello stand
Ma il bello era lo stand, questo banchetto due metri per uno circa con bottiglie per le cinque etichette, cartoline promo, qualche testimonianza sul territorio dell’azienda, gli attrezzi del mestiere, alle spalle la vela-bandiera dell’espositore. Tutto qui.
DETTAGLIO DELLO STAND LE DRIADI
Desolato quando ignorato, isola felice quando visitato. Alla faccia di quelli che pensano che uno sia il solo artefice della propria fortuna. Qui la fortuna ci ha mandato tanti, tanti, appassionati: adepti di Dioniso a vari livelli, dignità e grado. Ognuno ha avuto il bicchiere sciacquato, l’assaggio del vino secondo preferenza, il racconto del vignaiolo, ascolto e risposta alle sue domande, empatia non già etilicamente fine a se stessa, ma espressione di gratitudine e meraviglia per il tempo e la preferenza accordataci.
VISITATRICI
Assieme con loro è pure capitato qualche, inevitabile, mercante nel tempio: sopportato pazientemente anche quest’ultimo.
Negli intermezzi, le visite più o meno diplomatiche (direi proprio meno, qui si sentono tutti membri di una parte comune) agli stand degli altri produttori, assaggi e assaggini, gli scambi bottiglia, le perle di saggezza pratica vicendevolmente sciorinate qua e là e ponderosamente raccolte e messe agli atti.
LA PONDERATA FELICITA’
Flashback
Qualche cammeo: l’accorata ricerca del ghiaccio all’inizio del primo giorno – in transito, ultima notizia nota, da Sommacampagna, roba che il colonnello Buendia si sarebbe poi ricordato fino alla fine; le quattro visitatrici unite dall’Est giunte in gruppo – due dalla Russia, una dalla Bielorussia e una dall’Ucraina – a testimoniarci che le guerre moderne non sono mai guerre di popoli;
MARGHERITA, ANTROPOLOGA E NELL’OCCASIONE FOTOGRAFA
l’antropofotografa Margherita che ha immortalato, nel gesto del sommelier che presenta la bottiglia, una bottiglia ormai felicemente vuota: come dire, ecco la fenomenologia di @bottigliadissanguata.
DAL PROFILO INSTAGRAM DI VINIFERA
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1 Aprile, 2022
Be Brave Be Human
Be Brave Be Human
Non passa giorno senza che le nubi di questo presente così assurdo e incerto non turbino la serenità di un cielo che poche volte è stato a lungo così sereno e povero di cumuli piovosi.
L’aridità della terra sembra rispecchiare, in toto, l’aridità di questi tempi.
Servirebbe silenzio e riflessione, invece le voci che si levano a giudicare, commentare, analizzare, sono così forti e gracchianti che danno noia, disturbano orecchie e mente, creano disordine, sgomento, paura.
Servirebbe rispetto, invece pare che ogni importante conquista sociale, umana, libertaria, sia costantemente minacciata, verbalmente e nei fatti quotidiani…
Fantascienza, non scienza. Siamo protagonisti di un’unica terribile mondiale pellicola cinematografica in cui la trama è un insieme rutilante, delirante, caotico dei più terribili immaginari fantascientifici degli ultimi decenni…
Ci si rivede in matrix, in strange days, in alien…prima o poi la farsa umana si concluderà nello stile “Il Pianeta della Scimmie” se così fosse non ci si dovrebbe stupire più che tanto.
Nonostante ciò il mondo sembra continuare per le strade che conosce, quelle relazionali, comunicative, pubblicitarie.
Nell’universo vino riprendono le tradizionali kermesse, che si vogliono presentare al meglio del loro meglio e che si pubblicizzano con slogan altisonanti, toni che si avvicinano allo stile da propaganda tipico della prima metà del secolo scorso.
Il mondo è cambiato. Non tornerà quello di prima.
Noi siamo cambiati, o dovremo necessariamente cambiare, non torneremo quelli di prima.
Le vicende avvicendatesi sono decisamente troppe per pensare che non abbiano lasciato il segno. Non pioveranno rane, forse. Non si scateneranno le cavallette, forse.
Ma illudersi che il sogno capitalista degli anni ‘80 possa ri-materializzarsi è pura illusione.
Prendere nota di ciò che è già cambiato, adattarsi, scegliere la fluidità – tanto ironicamente raccomandata da Enrico Lucci ultimamente – potrebbe essere una via.
Be brave: essere coraggiosi, il meglio o peggio di noi emerge in situazioni di instabilità, di incertezza, di insicurezza. E di incertezze, soprattutto emotive, ne abbiamo accumulate, ne stiamo vivendo, ci dovremo convivere a lungo, forse.
Be Human: unico modo per non soccombere al nulla che avanza. Anche in questo caso la cinematografia ci aiuta. Il bene e il male, il lato oscuro, le tenebre, mr. hyde, hulk, tutto dentro di noi, tutto da affrontare, da combattere per uscire dalla caverna migliori.
Non ci sono più alibi, non ci si può più nascondere.
In sostanza credo che ognuno di noi abbia un unico grande dovere: cercare l’uomo (per par conditio anche la donna). Proprio come Diogene di Sinope ( basta leggere la sua storia per capire che era una mente modernissima), che secondo il mito si chiuse in una botte – e questo lo lega al mondo del vino di cui amiamo tanto trattare – con una lanterna accesa alla ricerca della vera essenza della propria natura e di quella umana in generale.
Ripartire da qui è necessario, forse non sufficiente.
Francesca Pagnoncelli Folceri
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28 Marzo, 2022
Quattro stagioni alla Trattoria Visconti: Festa di Primavera
Si parte per le Quattro Stagioni alla Trattoria Visconti: ecco com’è andata la recente Festa di Primavera, convivio che vedeva ospite speciale l’oste, recentemente promossosi a emerito, Maurizio Vaninetti da Morbegno.
ALL’INGRESSO DELLA TRATTORIA
Prima di infelicitarvi – italiano certo tentativo, ma storicamente ben attestato: scippato infatti ad Alessandro Barbero in una lettura sulla Prima guerra Mondiale – troppo con riferimenti a Vivaldi, prendiamola da un altro punto di vista.
TRATTORIA VISCONTI
L’eccellenza umana
Giusto una diecina di anni fa, nel 2011, due serissimi professori di filosofia americani, Hubert Dreyfus e Sean Dorrance Kelly se ne sono usciti con un bel libro dal titolo All Things Shining. Reading the Western Classics to Find Meaning in a Secular Age.
Bel libro e di dimensioni ancora umane (meno di 250 pagine in tutto nell’edizione italiana, impreziosita dalla prefazione di Gianni Vattimo). Ma perché ricordarne il titolo in inglese e non quello della versione italiana Ogni cosa risplende. I classici e il senso dell’esistenza ? Perché quello originale spiega ben di più dove si vada a parare.
I nostri autori si occupano di fenomenologia ed esistenzialismo: due filosofi (come li appellerebbe il Filosofo Schopenhauer) da università, di questo ce ne faremo certo schopenaueriana ragione.
Il bel libro ha come tema quale il miglior modo di vivere e di cosa sia fatta l’eccellenza umana: roba grossa.
Maieutica a stelle e strisce
In un testo di filosofia l’importante non è il punto di arrivo (tanto dopo ogni uber-filosofo viene sempre un altro uber-filosofo), ma il percorso che segue.
E in Ogni cosa risplende l’utilizzo dei classici a testimonianza e illustrazione del cammino del pensiero occidentale fino al suo contemporaneo degrado attuale – sospeso tra nichilismo e ritorno a ottusi fondamentalismi – è illuminante.
Insomma, una pars destruens davvero interessante.
Ad essere invece un po’ deboluccia, invece, non è tanto la maieutica proposta a resipiscenza del degrado – abbastanza suggestiva (non entro nei dettagli altrimenti non soffrirete come il sottoscritto – comunque poco – a leggere il testo fino alla fine) ma la fenomenologia antropologica individuata ad illustrazione.
Che gli americani necessitino – come suggerito – del grande evento sportivo per recuperare una qualche briciola di esperienza del senso del sacro è, temo, indice di un rinnovato stato di adolescenza, talvolta inquieta, di un grande popolo.
Se però la questione si risolve in termini di ritornare a provare sentimenti di meraviglia e gratitudine a fronte ad accadimenti dipendenti solo in parte dalla nostra volontà… beh allora niente di meglio di una visita alla Trattoria Visconti.
Festa di Primavera, 21 Marzo
Occasioni propizie? Quante ne vuoi. La settimana scorsa, 21 Marzo, alla Trattoria Visconti di Ambivere, la Festa di Primavera appunto: cena a quattro mani con special guest il Maurizio Vaninetti, storico cuoco dell’Osteria del Crotto di Morbegno.
FESTA DI PRIMAVERA 2022 – MENU’
Attenzione: se lo chiami chef lui ti ricorda che chef è un barbarismo che indica colui che comanda senza però obbligo di azione; preferisce essere visto come oste: già solo questo posizionamento è da applausi a scena ancora aperta.
Quattro mani? Figura meramente retorica: qui c’è un brain trust in azione. Assieme al Vaninetti, l’intellighenzia di Fiorella e Roberto in cucina, la poiesi organizzativa di Giorgio e, nel caso, l’insospettabile afflato di cosmopolitismo panlombardo nella scelta dei vini in abbinamento a cura di Daniele.
TRATTORIA VISCONTI, FIORELLA
Abbinamenti quindi con l’intervento ex-machina di Claudia Crippa herself, che porta le sue meditate espressioni della denominazione Igt Terre Lariane della Az.Agricola La Costa.
Ehi, ma nemmeno i giornalisti del principali quotidiani sportivi usano toni così encomiastici verso le squadre di calcio i cui tifosi costituiscono lo zoccolo duro del seguito della testata.
Ma quando ci vuole ci vuole, vecchio mio.
La perfezione artigiana
È un menù degustazione che traguarda la Primavera, tema svolto con la consueta titanica ricerca della perfezione artigiana nell’interpretazione (quella che, da un imprevedibile punto in poi gli umani riconoscono come arte).
È ciò che contraddistingue la cifra formale della Trattoria, la cura appassionata del dettaglio senza uscire dai binari della fenomenologia da trattoria così come in genere riconosciuta.
Del resto anche l’altrimenti invincibile gigante Anteo, se staccato dalla madre terra, perde i suoi poteri e viene così sconfitto facilmente da Ercole: guai a perdere contatto con l’essenza del piolismo – qui truly berghem-style.
L’entrée è quindi la prima insalata di campo con l’uovo sodo: in Valtellina l’olio era merce forestiera, si condiva con qualcosa di grasso secondo disponibilità: in questo caso, c’è del guanciale croccante.
Madeleine: Madrid 1982
FLAN DI ASPARAGI, BRIGANTE BIANCO
Per antipasto, flan di asparagi (e lunghe julienne di asparagi a movimentare la presentazione del piatto) appoggiato su uno specchio di orobicissimo crema di stracchino all’antica: mostrami Narciso depurato da ogni narcisismo.
Il bilanciamento tra i sapori, non voglio sapere quanto tentativi sia costato ma li è valsi tutti, è da urlo – non da urlo di quadro di Munch, piuttosto da goal dell’azzurro Tardelli – qui scatta il ricordo – nella finale mondiale 1982.
Entrée e antipasto vengono abbinati a Brigante Bianco, uvaggio di Chardonnay e Incrocio Manzoni bianco con una piccola frazione del vitigno autoctono Verdese: floreale di profumo, fresco e sapido al palato, persistente senza essere invasivo.
All’ombra del campanile
Per primo, gnocchi strangolapreti (e nessuno ne faccia motto di spirito con parroco della chiesa del paese, per carità). La Trattoria si trova giusto all’ombra del campanile – un punto di riferimento vecchia maniera per rintracciarla. E gli gnocchi? Ah sì, con germogli dl luppolo selvatico (qui chiamato loertis) e crema di borragine.
STRANGOLAPRETI E LOERTIS, dettaglio
Nel bicchiere, il prezioso riesling renano Solesta, fermentato in acciaio e affinato in acacia: per andare d’accordo con il loertis ci vuole una personalità ben adeguata.
SOLESTA, RIESLING RENANO
Intermezzo con gli ospiti
Ad intermezzo, qualche parola dell’oste prezioso ospite, in sintesi con la cucina, sul menù presentato e in proprio sul significato di fare trattoria e di averla fatta negli ultimi trent’anni. Poi la parola passa al vignaiolo che descrive l’azienda, il territorio e approfondisce sui vini abbinati.
CLAUDIA, DANIELE, MAURIZIO, ROBERTO
Seguono a ripresa della cena degli involtini di coste ripieni di carne e la polenta di mais rosso rostrato di Ambivere. Se gli involtini fossero stati realizzati con la verza si sarebbe trattato dei tipici nosècc (o capù a seconda di quale paese della zona capiti).
NOSECC IN FOGLIA DI COSTA
(a Milano un qualche genialino del marketing li avrebbe tosto battezzati nosècc sbagliati: e avremmo dovuto tutti esteriormente plaudire e portare pazienza nell’intimo per questa scontata boutade)
Torniamo alle cose serie: Roberto conferma sì che il ripieno continua a essere composto da carni bianche e rosse come nei nosècc di verza, ma che le percentuali sono cambiate per adattarsi al diverso sapore della foglia di costa che lo riveste.
LA COSTA, SAN GIOBBE
In abbinamento, il pinot nero San Giobbe, dal più bel vigneto dell’azienda: qui comunque la giri vincono tutti. Impeccabile.
E che dolce!
FRAGOLE E BAVARESE
Al dolce è la volta dell’insalata di fragole, la marmellatina di scorza d’arancia, la bavarese alla vaniglia servita in tazza e decorata da vaniglia candita. In questo caso l’abbinamento con il passito rosso Càlido è reso cogente dalla relativa gioventù del passito stesso – di recentissimo imbottigliamento.
le fragole in dettaglio
Passito che conserva ancora la freschezza necessaria ad equalizzare (in metafora musicale) la frutta e la bavarese senza sovrastarle.
Fuori programma a richiesta
INCREDIBOLL, METODO CLASSICO DI RIESLING RENANO
Finisce qui, ma non ancora. Su richiesta lo (elle-o) stappo fuori programma di Incrediboll, l’ultima etichetta realizzata da La Costa, spumante metodo classico di riesling renano: se non è caso per ulteriore meraviglia e gratitudine questo, io non saprei altro.
Questa è la Festa di Primavera alla Trattoria Visconti: le stagioni sono quattro, si parte benissimo, le altre ci attendono.
Da questo ennesimo felice serialismo elegiaco di Magnosolo, alla prossima.
p.s.: sono tenuto a ricordarvi, per la quarta volta in questo testo, che si è parlato della Festa di Primavera alla Trattoria Visconti (e con questo anche il SEO è contento).
Leggi
25 Marzo, 2022
Vino in anfora: non chiamatela moda!
Non chiamatela moda! Le anfore, originarie della Georgia dove sono chiamate Qvevri, sono state utilizzate per secoli per la vinificazione, il trasporto e la conservazione del nostro amato vino e rappresentano il più antico recipiente utilizzato e poi diffuso in Italia dai greci e dagli etruschi.
Senza dilungarci troppo sulla ricostruzione storica e sulle loro evoluzioni, quello che sappiamo oggi è che alcuni pionieri della vinificazione hanno fatto parlare molto dei risultati ottenuti tramite il loro utilizzo e così si sono succeduti negli ultimi anni diversi produttori che hanno saputo valorizzare l’utilizzo dell’anfora moderna e cogliere la potenzialità delle nuove tecnologie a disposizione.
Ma quali sono le principali caratteristiche delle anfore moderne? Le anfore hanno una porosità paragonabile a quella del legno che permette la necessaria micro ossigenazione, utile per favorire l’evoluzione del vino e donargli struttura ed armonia, senza però modificare la composizione organolettica del liquido e senza fornire i tipici sentori del legno e della sua tostatura, rispettando e valorizzando le caratteristiche dell’uva nella sua pienezza.
Altre caratteristiche delle anfore moderne sono:
l’estrema possibilità di pulizia e lavabilità, non assorbono infatti nessuna particella del liquido che viene in esse contenuto, minimizzando quindi anche la possibilità di avere effetti indesiderati come ad esempio la proliferazione batterica;
l’alta coibentazione e la grande capacità di mantenere una temperatura costante;
la lunga durata e quindi una maggiore possibilità di riutilizzo nel tempo;
le forme, che permettono moti convettivi continui che tendono a mantenere in sospensione ed agitazione continua le fecce, con una naturale movimentazione che si può assimilare a una sorta di batonnage continuo;
infine, in alcuni casi, il design.
Ecco le versioni di anfora moderna maggiormente utilizzate:
anfora in ceramica: impasto ceramico cotto ad altissima temperatura, il caso principe su tutti quello del produttore Tava, in Trentino, che ha saputo reinventare l’attività di famiglia fiutando la giusta nicchia di mercato puntando su ricerca e qualità, con successo ormai consolidato e mondiale;
anfora di cocciopesto: miscela di laterizi macinati, sabbia, legante cementizio, scarti lapidei, acqua, fibre di canapa e di cotone, che ripercorre quella tecnica utilizzata dagli antichi romani per creare le strade secondarie a partire dagli scarti. Su tutti l’esempio dell’azienda Drunk Turtle di Pisa;
anfora in grès Clayver: anfora che prende il nome dall’azienda ligure che le produce, un contenitore ceramico studiato espressamente per Ia vinificazione, frutto di un lungo lavoro di ricerca e sperimentazione.
Alcune aziende hanno già portato avanti alcuni progetti, certamente non più solo esperimenti o iniziative secondarie:
Tenuta di Ghizzano, dopo un periodo di ricerca e sperimentazione, ha scelto i vasi vinari in Cocciopesto Drunk Turtle e in terracotta Tava per dare forma ad un nuovo progetto, Mimesi, concretizzato per ora in un primo Sangiovese in purezza DOC Terre di Pisa e un Vermentino in purezza IGT Costa Toscana. L’azienda, sulle morbide Colline Pisane a sud-est di Pisa e a circa 30 chilometri dal Mar Tirreno, segue i dettami dell’agricoltura biodinamica dal 2006. I vini Mimesi sono in perfetta linea con la filosofia dell’azienda: nati da vigne storiche, attraverso il recupero di metodi antichi riproposti in chiave moderna, e dopo un duro lavoro, hanno raggiunto una forte identità territoriale. Il Sangiovese matura per 14 mesi nel vaso vinario “Drunk Turtle” e il Vermentino trascorre 4 mesi in anfora di Terracotta Tava sulle fecce fini.
Altra famosa azienda toscana, questa volta in Maremma, che ha scelto di utilizzare l’anfora, è Fattoria Le Pupille da cui nasce il vino omonimo, Le Pupille, 100% Syrah in edizione limitata, prodotto in circa 3.000 bottiglie per la prima annata, la 2015 e 4.700 bottiglie per la seconda annata, la 2016. Un vino che racconta una storia di duplicità: due sono le creatrici del vino (Elisabetta Geppetti e sua figlia Clara Gentili), due le vigne da cui nascono le sue uve, due le tecniche di vinificazione utilizzate. Le uve ricche di aromi e tannini delicati e dolci della Vigna del Palo sono vinificate in tonneaux aperti da 500 litri. Quelle provenienti dalla Vigna di Pian di Fiora, contraddistinte da una particolare florealità e una fitta trama tannica, preservano queste caratteristiche grazie alla vinificazione in orci di terracotta. Il blend ottenuto dall’unione delle due masse matura per circa 10-12 mesi in piccoli legni francesi da 300 litri di primo e secondo passaggio per poi affinare in bottiglia per altri 20 mesi circa.
Altro esempio, questa volta più “speciale”, è quello di Cantina Kaltern (ve ne ho parlato qui) dove l’appassionato e competente enologo Andrea Moser utilizza le anfore contemporanee Clayver, per il suo Project XXX, nome che deriva da eXplore – eXperiment – eXclusive e identifica vini innovativi, unici, creati in edizione limitata. I primi vini prodotti sono un Pinot Grigio (“Mashed” – 666 bottiglie), che deve la propria struttura e il suo colore inconfondibile alle due settimane di macerazione nell’uovo di ceramica, mentre il secondo vino del Project XXX è un Cabernet Sauvignon Riserva (“One by One”) imbottigliato solo in bottiglie Magnum (150 bottiglie). Gli acini d’uva che hanno dato origine a questo vino, diraspati a mano uno per uno hanno infine fermentato e macerato in Tonneau. Entrambi i vini non sono stati filtrati.
Ultimo esempio, quello di Podere Casaccia, progetto più recente che prende vita ad Anghiari, vicino Arezzo e il confine tra Toscana e Umbria. Il vino, BEBA 99, un blend di uve toscane (Sangiovese, canaiolo nero, colorino, aleatico, ciliegiolo) da vigne vecchie storiche poste in altitudine di 460 metri, riportate alla luce produttiva da Paola De Blasi e realizzato, anche in questo caso, insieme all’enologo Andrea Moser. Dopo le prime vinificazioni in legno, dall’annata 2020 è vinificato e fatto maturare in Anfora Tava testimoniando, rispetto alla parallela e precedente vinificazione in legno, tutta l’espressività storica del blend di uve toscane provenienti da vigne vecchie permettendo loro di esprimere tutte le proprie caratteristiche senza le modifiche indotte dal legno. Una scommessa di due amici enologi che, intrecciando tecnica e sentimento, hanno portato avanti la loro idea per tirare fuori l’anima di viti storiche.
Molto bello anche il significato del nome, BEBA è il soprannome della nonna di Paola che in corrispondenza della prima vinificazione ha compiuto 99 anni.
Le anfore permettono quindi di avere una maggiore pulizia al naso ed al palato, esaltando la naturalezza del vitigno. Ciascun vino è frutto della volontà di un produttore, di un enologo, di un cantiniere oltre che della peculiarità del vitigno, del terreno, del microclima e di fattori esterni come ad esempio l’andamento meteorologico dell’annata. Non esiste certo una ricetta unica e predefinita, ed è forse per questo che ci si innamora di questo mondo. Quello che è certo è che la tendenza all’utilizzo di queste anfore moderne crescerà sempre più e farà esprimere sempre meglio i vitigni, esaltandone le caratteristiche. Prepariamoci quindi a vederle sempre più spesso durante le nostre visite in cantina e a goderne i risultati nei nostri calici!
A cura di Giuseppe Petronio
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24 Marzo, 2022
Golosaria di vini lombardi in rivista
Dici Golosaria e già ci siamo capiti: il divertimento è assicurato. Due giornate a tema vini, il 19 Marzo – vini di Lombardia e (forecoming) il 23 Aprile – vini Emilia Romagna; siamo ben stati alla prima, una golosaria di vini lombardi in parata: comodo arrivarci con i mezzi, Milano MM1 Lotto (Rossa e Lilla), pochi metri per via Masaccio, Hotel Melià.
Il banco accoglienza all’ingresso, il controllo del Green Pass, organizzazione impeccabile. Si salgono le scale, al primo piano si recupera il bicchiere d’ordinanza: un salone sulla destra, una sala più raccolta sulla sinistra. Avanti, siàm pronti: giornata di assaggi liberi e di lezioni tematiche mirate (le chiamano masterclass) a cura degli ospiti.
OSPITANO I DUE GOLOSARI, THEMSELVES
Un girone di respiro dantesco
A proposito di golosi, Dante a guardia di quel girone ci mette Cerbero con le sue tre teste: qui parimenti il patrocinio è triplice: oltre a Golosaria – quelli della guida ilGolosario – Gatti & Massobrio themselves insomma, c’è l’occhio vigile di Ascovilo (Associazione Consorzi Tutela Vini Lombardi a Docg, Doc e Igt) e il supporto di Grana Padano – in fondo l’unico sapore che manca al vino è proprio l’umami.
GRANA PADANO A GOLOSARIA
Cenno pedante di geografia dei vini lombardi
Dell’Associazione Ascovilo partecipano parecchi consorzi vini lombardi, in particolare sono rappresentate quattro delle cinque denominazioni d’eccellenza, le DOCG regionali (da Nord a Sud, Valtellina Superiore e Sforzato di Valtellina, Moscato di Scanzo e Oltrepò Pavese Metodo Classico, manca solo la DOCG Franciacorta e poi il parterre de rois può ben dirsi completo): dai vari Nebbioli delle Alpi, alle Terre Lariane, ai tagli bordolesi della Valcalepio, ai vini del Garda fin giù alla culla pavese del Pinot Nero e all’insospettabile mineralità di certi Lambruschi Mantovani. La varietà ampelografica è impressionante – ve n’è per tutti i gusti.
VINI LOMBARDI, STELLE CADENTI NEI BICCHIERI
Certo in questi lidi l’assaggiatore appena appena accorto non cercherà del Prosecco: il vitigno Glera non è infatti autorizzato alla coltivazione in Lombardia. Qui per l’aperitivo, o anche poi per tutto il pasto, si stappa spumante Metodo Classico (Oltrepò, Franciacorta) o Pinot Nero spumantizzato in autoclave, Metodo Martinotti (oppure puoi anche lanciarti in qualcosa di alternativo, vedi dopo).
Vino e i suoi fratelli
Oltre ai vignaioli, espongono e propongono bocconcini prelibati produttori a selezione ilGolosario.
SALUMI MARCO D’OGGIONO, APPROVATI DA ILGOLOSARIO
Che dite, vi sarà da fidarsi? Certo che sì. Ecco salumieri, panificatori e coltivatori di riso; riso che, come è tradizionalmente noto, nasce e nell’acqua ma deve annegare nel vino – per poi risorgere nel risotto: siamo a Milano, perbacco, tu prova a toglierci il risotto alla milanese e poi vedrai se non ti si parranno innanzi altre Cinque Giornate.
Attenzione quindi a recenti riscoperte di varietà come il Riso Lomello, riso lungo A incrocio tra la Razza 77 (a granello grosso e cristallino) e l’Agostano (a taglia bassa e ciclo vegetativo corto), sviluppato a cavallo tra la fine degli anni ’40 e l’inizio degli anni ’50, varietà coltivata solo nei terreni comunali di Lomello, Mede e Semiana e indicata per i risotti, appunto.
AZ.AGR. SANTA MARIA – RISO LOMELLO
All’assaggio, all’assaggio!
Il banco assaggio del produttore è sempre isola felice di prelibatezza, di chiacchiera, in qualche fortunato caso di assaggio più o meno in anteprima di nuova annata o di etichetta, se si vuole si acquista, altrimenti ci si rivede in cantina: la stagione delle visite è appena iniziata.
Tre etichette per raccontarle tutte.
Se già nell’Eneide si citavano Euro, Noto ed Africo dimenticandosi degli altri, beh qui se ne tace di una schiera, almeno, e nella quale certo di meravigliosi. Però per chi come il sottoscritto il vino lo assaggia bevendolo… dopo tre bicchieri cala il sipario sullo spirito geometrico, e con il solo esprit de finesse caro a Biagio Pascal, in questi casi, il rischio di finirne in dionisiaca maniera è tale da poterci scommettere sopra. Il che (il dionisiaco finale) tacita temporaneamente una discreta quantità di problemi esistenziali ma non è metodo atto ad una comunicazione almeno tentativamente oggettivabile, ahimè. Contentatevi di tre etichette, insomma.
Otten, trebbiano raccolto tardivamente e baciato dalla nobile muffa
Produttore della DOC Capriano da colle, finita la Franciacorta e alle porte di Brescia, leggermente a sud, l’azienda agricola San Michele, nelle annate favorevoli raccoglie tardivamente il trebbiano, dopo la metà di Ottobre, lasciando che la vigna venga nel frattempo visitata dalla muffa nobile, Botrytis Cinerea, impreziosendone il raccolto. Il risultato è Otten:3, fermentato in acciaio, affinato in vasche di cemento e poi in bottiglia, acido e salino, importante – dicono abbinarlo con il risotto alla milanese, secondo me volevano intendere quello con l’ossobuco o la variante monzese, quella con la salsiccia, più strutturate. Sottoscrivo comunque: il naufragàr m’è dolce.
DA VENDEMMIA TARDIVA
Tribàle, bianco rifermentato in bottiglia col fondo
Dalla vicina collina di Pontida, tra Bergamo e Lecco, l’Az.Agricola Tosca vini bio propone il suo ultimo (o penultimo, da loro l’inventiva non manca) bianco: etichetta Tribàle, rifermentato in bottiglia col suo fondo – che puoi lasciar posare o rimescolare per godertelo, da uve Chardonnay, Riesling Renano e Solaris: i nostri padri all’osteria prima di pranzo usavano chiedere Pinot frizzante, ai nostri figli lasciamo eredità ben sagacemente sviluppate.
TOSCA TRIBàLE, RIFERMENTATO COL FONDO
L’inedito: appena imbottigliato Albaron, Pinot Nero Riserva Ca del Gè
Il Pinot Nero vinificato in rosso, fermo: croce e delizia del vignaiolo. Qui dall’Az.Agr Ca del Gè, Montalto Pavese, alla terza generazione di vignaioli, un appena imbottigliato e nemmeno etichettato inedito Albaron (si chiama così), riserva affinata in botte media. Assaggiato si rivela – e ci mancherebbe – giovanissimo, per non dire ancora acerbo, ma i profumi e la discrezione dei tannini fanno già pensare con soddisfazione a un prossimo giòvin signore.
UNO DEI PRIMI ASSAGGI PUBBLICI DI ALBARON, CA del Gè
What’s next
Il 23 Aprile la seconda giornata, dedicata all’Emilia Romagna: Si faccia spazio a Lambrusco, Sangiovese e poi… stupiteci ancor di più, mi raccomando. Presenti produttori e l’Enoteca Regionale dell’Emilia Romagna, con altre lezioni tematiche intonate. Secondo fortuna, mi troverete là.
Da Bottigliadissanguata, assaggiatore bevente, passo e chiudo. Alla prossima.
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