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11 Marzo, 2022

Impara l'arte e mettila da parte

Impara l’arte e mettila da parte, recita un vecchio proverbio e siamo d’accordo…”ma ci vuole anche chi te la insegna!” dico io! E dopo averla imparata qualcuno che ti aiuti a metterla in pratica. Questo è stato il primo pensiero che mi è venuto in mente quando ho visitato questa realtà. Faccio un piccolo passo indietro… La pandemia con le sue restrizioni mi ha “regalato” tempo e curiosità per esplorare il territorio della mia regione e cioè l’Emilia Romagna. Attratta, devo essere sincera, dalla bellezza delle etichette, un giorno ho prenotato una visita alla Cantina Bergianti che si trova a Carpi e che fa parte dell’Azienda Agricola Terrevive. Fin dal principio l’Azienda ha adottato il metodo Biodinamico convinta che il rispetto per l’ambiente, la biodiversità e il benessere dell’uomo siano alla base di un’agricoltura sostenibile. 2013 la prima annata di produzione. La cura del prodotto avviene già in vigna dove vengono utilizzate tecniche come il sovescio e l’utilizzo di preparati biodinamici. L’intento è portare in cantina uve sane affinché non si debba intervenire in nessun modo sui processi naturali di evoluzione. Non si usano lieviti selezionati o filtrazioni, e qui “l’enologo è visto un pò come un medico di base: siamo tutti contenti che ci sia, ma lo chiamiamo raramente”. Insomma si fa prevenzione! Vengono prodotti prevalentemente lambruschi metodo classico e rifermentati poiché la zona è fortemente vocata al Sorbara e Salamino, oltre a due bianchi fermi prodotti con Malvasia, Moscato, Trebbiano di Modena e Grechetto gentile. Incontro Gianluca che con entusiasmo e pazienza mi racconta anche di un sogno che va molto al di là della produzione enologica e di un bel prodotto. E’ lui infatti l’ideatore della cooperativa che si occupa di progetti di formazione (“insegna l’arte”) ed inserimento lavorativo (e mettila in pratica) per persone svantaggiate, con la finalità di promuovere e diffondere un’ agricoltura sociale. Oggi sono 6 le persone inviate dai servizi sociali del territorio in Azienda. “L’idea ci è venuta dopo 4 anni di attività con persone svantaggiate vedendo che con il tempo acquisivano una buona autonomia di campo nelle operazioni in vigna. La cosa bella e stimolante per loro è che hanno la possibilità di seguire per intero un processo produttivo, dalla potatura fino alla vendemmia” mi ha raccontato Gianluca. I ragazzi vendemmiano tutti insieme e rigorosamente a mano e sono fiera di avere in minima parte partecipato anche io alla raccolta. Ho potuto vedere da vicino l’impegno e la passione di questo gruppo diventato ormai una famiglia e di come ci si aiuti, e ci si sostenga reciprocamente in queste giornate di fatica e condivisione stretta del tempo. E siccome sono una romantica convinta e credo che il bene porti al bene, nel frattempo con il passa parola si è fatta avanti anche Ecor Natura che con la Fondazione Prosolidar di Modena sta finanziando tutti i loro progetti. Le etichette e le botti in cemento sono state realizzate da artisti locali a cui è stata data libertà assoluta di rappresentazione con la raccomandazione di farsi ispirare dalle sole emozioni che il vino assegnato avrebbero suscitato. Un’ultima curiosità: in azienda viene amorevolmente custodita una vigna di 60 anni circa, considerata un museo. Un tradizionale tendone chiamato Bellussi, ad oggi rimane l’unica forma di allevamento di pianura che rientra nella definizione di viticoltura eroica. Oggi sono una rarità nel nostro territorio, tanto da essere considerati dei vigneti museo. A cura di Claudia Riva    “The Voice of Blogger” è una rubrica di Winetales Magazine coordinata da Stefano Franzoni
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10 Marzo, 2022

Si scrive вино si legge Vino...sia in Russo sia in Ucraino

Si scrive вино, si legge Vino. Sia in russo sia in ucraino. Il vino è unione, costruzione, fratellanza. Come insegna il Vino della Pace: una bella storia di pacifismo enoico. Philippe Daverio diceva che il vino è il vero elemento unificatore dell’Europa, dal momento che l’unica parola con radice linguistica comune tra i vari Paesi è proprio VINO: Wine, Wein, Vin, Vinho, Wijn e, appunto вино. Ecco perché è giusto e bello affidare a una bottiglia di vino un messaggio di pace, in un momento tragico in cui assurdi venti di guerra soffiano da est verso Europa. A dire il vero è un messaggio universale, valido a qualsiasi latitudine, perché il vino è una delle migliori espressioni dello spirito e dell’abilità del genere umano: è sforzo collettivo, cura, sacrificio, armonia, piacere, cultura. L’esatto opposto della guerra, insomma. Lo sanno bene in Friuli, nel goriziano non a caso terra di confine, dove nel 1983 nasce la Vigna del Mondo. Si tratta di un progetto di fratellanza umana, amorevolmente custodito dai soci della Cantina Produttori Cormòns, che hanno messo a dimora centinaia e centinaia di vitigni provenienti da ogni continente: oggi è una delle più belle collezioni varietali del mondo intero, (comprensiva di oltre 800 varietà da 60 Paesi). Nel 1985 la prima vendemmia, da cui origina il Vino della Pace, un bianco che definire multivarietale è a dir poco riduttivo. L’etichetta recita: “Un vino simbolo e portatore di Pace. Lo compongono, con armonia, i vitigni dei cinque Continenti pazientemente raccolti in un vigneto che, unico al Mondo, rappresenta non solo la fiducia, ma unisce, nel vino, tutte le esperienze e conferma la solidarietà di questa epoca”. Le prime bottiglie il 9 aprile del 1986 vengono inviate come messaggio di pace a numerosi Capi di Stato civili e religiosi. Il messaggio è potenziato dall’immediatezza e dalla forza comunicativa dell’arte, visto che le tre etichette d’esordio sono firmate da nomi di fama internazionale quali Arnaldo Pomodoro, Enrico Baj, Zoran Music. Da quel momento, ogni anno il miracolo di unire pace, arte e vino ai massimi livelli si arricchisce di testimonial (e destinatari, papi compresi) d’eccezione. Le etichette delle annate successive sono create da artisti di assoluto rilievo, tra cui Minguzzi, Fiume, Consagra, Manzù, Sassu, Fini, Vedova, Botero, Rauschenberg, Pistoletto, Spoerri, Treccani, Isgrò, Mitoraj, Nespolo, Tadini, Ceroli. Anche Dario Fo e Yoko Ono illustrano il loro messaggio di pace, contribuendo ad arricchire una galleria d’arte sui generis in cui le bottiglie-opere diventano presto oggetti da collezionismo. Forse anche per non disperdere lo spirito simbolico iniziale, la produzione subisce una battuta d’arresto, per riprendere nel 2017 (l’etichetta è dello stilista Roberto Capucci) con un assemblaggio di varietà autoctone e il supporto a progetti solidali di prossimità territoriale. Non si può definire il Vino della Pace un vino di moda, anche se è assurto negli anni passati a fenomeno quasi di costume, ma certamente il messaggio di cui è portatore permane di una perenne attualità. Vorremmo che la pace, quella sì, fosse di moda, sempre e ovunque. Verrebbe da parafrasare il celebre invito pronunciato da Ronald Reagan a Berlino nel 1987 “Mr. Gorbachev, tear down this wall!”: Mr. Putin, drink this wine! A cura di Katrin Cosseta 
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Regno Unito UK Arrow Right Top Bg

9 Marzo, 2022

Mercato UK #Nonostantetutto 

Con questo articolo intendo fornire qualche spunto sul mercato del Regno Unito UK nel tentativo di decifrarne i recenti segnali e di interpretarne alcune nuove dinamiche operative. Diversi miei colleghi nella redazione di WineTales Magazine hanno utilizzato delle appropriate citazioni cinematografiche per introdurre o sostenere i propri pezzi. Trovo questo metodo calzante e funzionale. Ho quindi deciso di utilizzare anche io una citazione cinematografica per fornire una suggestione ai poliedrici fruitori del nostro Magazine.  Il film che ho scelto è: “Lemony Snicket – Una serie di sfortunati eventi” lascio a voi lettori di InternazionalMENTE il divertente esercizio di associare i personaggi e le vicende del film ai vari soggetti e alle diverse situazioni della recente scena Inglese, soprattutto nell’ambito del commercio e delle relazioni internazionali. Il titolo del film ci è infatti sufficiente a introdurre un primo concetto molto importante.  A partire dal giugno 2016, momento in cui il “Sì” ha decretato l’esito referendario su Brexit, si sono susseguiti una serie di eventi che hanno contribuito a mettere in crisi il cosiddetto “Sistema Paese Britannico”. Cito solamente i più significativi: l’inaspettato esito del referendum su Brexit, la complicata gestione degli 11 mesi del “Periodo di Transizione”, le difficoltà nel preparare gli attori economici inglesi ai cambi operativi per la gestione del proprio “everyday business”, lo scoppio della pandemia globale di Covid-19 nelle sue diverse ondate e in ultimo le recentissime e dirompenti  evoluzioni geo-politiche. Solo la metà di questi fattori potrebbero garantire materiale importante a un qualsiasi sceneggiatore di disaster movies. A questi fattori si aggiunge poi una difficoltà oggettiva ad avere dei dati attendibili che possano fedelmente rispecchiare gli andamenti reali dei flussi commerciali tra EU e UK fornendo agli operatori economici degli strumenti validi su cui basare le proprie decisioni.  Diversi osservatori comparano i primi mesi del 2022 allo stesso periodo del 2018 considerandolo l’ultimo “anno normale” e consegnando di fatto il 2019 / 2020 all’oblio statistico. Altri registrano, giustamente, degli scostamenti dovuti a un riassetto delle dinamiche operative legate ai flussi logistici che restituiscono degli scenari, relativi alla performance del vino italiano in UK, meno brillanti di quanto non siano in realtà.  A seguito di questa “Serie di sfortunati eventi”, le certezze sono poche, ma ci sono. Tra le principali, la costanza della domanda relativa al vino e ai prodotti alimentari italiani. Altro elemento fondamentale è l’evoluzione della figura dell’importatore. Non solo come soggetto necessario per far arrivare il prodotto nel Paese, ma come “garante”, insieme ad un serio operatore logistico, della corretta applicazione della procedura di importazione. Sulla spinta di questi eventi traumatici, l’importatore evolve diventando sempre più un player non solo necessario ma funzionale a un sano e proficuo processo di internazionalizzazione nel Paese. Oltre a espletare le necessarie burocrazie, egli diventa fornitore di un servizio puntuale per garantire, anche a quei clienti che prima di Brexit riuscivano a importare in autonomia, consegne efficienti, disponibilità di stock e piani di rifornimento tarati sulle nuove tempistiche procedurali.  I piccoli Wine Merchants che lavoravano principalmente con groupage da varie cantine Italiane, hanno subito un aumento di costi e una complicazione burocratica non indifferente. Ecco quindi che in soccorso arrivano triangolazioni commerciali o nuovi corridoi logistici. A questo aggiungiamo il ritorno in auge dei magazzini in sospensione accisa, una logistica distributiva capillare, meglio se “Lean” e magari la possibilità di lavorare con un importatore che serva parallelamente il B2C e il B2B.  Il mercato del Regno Unito UK si conferma uno dei mercati principali per il nostro vino. Un mercato che resiste e si modifica #Nonostantetutto. Sono indubbiamente cambiate le regole del gioco. L’invito alle cantine italiane, soprattutto le medio piccole, è quello di studiare queste nuove regole, farle proprie e imparare a integrarle nel proprio modello di business, ma soprattutto di non smettere di giocare… A cura di Riccardo Rabuffi
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8 Marzo, 2022

La Sardegna e le chicche nascoste della Marmilla

Chiudete gli occhi e andiamo a Su’Entu per raccontarvi le chicche nascoste della Marmilla, vi porto in Sardegna più precisamente a Sanluri sulla direttrice che congiunge Cagliari ad Oristano. Poche regioni d’Italia e del Mondo possono regalare al tempo stesso una unità profonda di visione delle cose ed al contempo sfaccettature tanto differenti come la Sardegna. Ci troviamo in una terra forte, vigorosa, come le sue persone e le famiglie che da sempre la vivono traendo il meglio di cosa può offrire. Su’Entu, che signfica “il vento” in Sardo, è una realtà relativamente nuova se si guarda al fatto che i primi vitigni sono stati impiantati nel 2009, la prima vendemmia è del 2012 e i due vini iconici della cantina Su’aro e Su’diterra hanno visto la luce nel 2013. Tuttavia, la famiglia Pilloni che ha reso possibile tutto ciò ha profonde radici sarde e da generazioni il collegamento con la terra non si è mai perso. Oggi la cantina è guidata da Valeria, Roberta e Nicola Pilloni e grazie all’amore e alla professionalità dei proprietari e del team, oggi Su’entu produce ed esporta in tutto il mondo. I terreni calcareo argillosi della Marmilla su cui sorgono le vigne hanno richiesto un decennio di grande lavoro, ma la bellezza dei luoghi e il caratteristico vento che li accarezza sono stati un incentivo e una grande fonte di ispirazione. La cantina dispone di 80 ettari di superficie di cui attualmente 32 coltivati a vite, secondo un’agricoltura sostenibile sia dal punto di vista ambientale che sociale. Le viti sono sia bianche sia rosse con, tra gli altri uvaggi, il Vermentino, il Nasco, il Bovale ed il Cannonau. Oggi la cantina relizza bianchi, rosati, rossi e bollicine, personalmente suggerisco di non andare via da Su’Entu senza prima aver degustato il Su’diterra. A proposito di visite e degustazioni, ritengo che Su’Entu sia una meta che ben rispecchia lo spirito di Itinerari DiVini in quanto  la cantina stessa è stata progettata per accogliere i visitatori e guidarli in un viaggio attraverso la genesi dei vini, i sapori e le tradizioni della terra di Marmilla. In particolare 4 percorsi di degustazione sono offerti al cliente così che possa valutare quanto tempo può dedicare a questo piacere e cosa desidera approfondire. Infine, la cantina è anche strutturata per ospitare eventi e cene. Credo davvero che con l’avvicinarsi della S. Pasqua una tappa in Sardegna possa essere un qualcosa di unico e quindi, Vi Aspetto! Cristina   A cura di Cristina Mascanzoni Kaiser
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6 Marzo, 2022

Cichéti in Alta Brianza

Cichéti e piccola cucina: dove si descrive la proposta per una cena d’arguta, diversamente ignorante soddisfazione a cura di una trattoria alquanto nascosta nell’Alta Brianza (comasca) attraverso un pajo d’occhiali rossi presi a prestito da quell’antico precettore di Alessandro il Macedone… come si chiamava? Ecco, sì, Aristotele. POLENTINA E GRàS PISTàA Le quattro cause, ipse dixit Prendiamola così, alla lontana: all’inizio della sua Nuova Storia della Filosofia Occidentale, Sir Anthony Kenny invoca nientemeno che l’uber-filosofo dell’antichità Aristotele a sua volta in veste di storico della filosofia, attraverso la di lui teoria delle quattro cause. Lo stagirita, infatti, riteneva l’indagine scientifica avesse a che fare soprattutto con le cause per le quali le cose accadono, e che queste cause fossero poi di (soli) quattro tipi: la causa materiale, la causa efficiente, la causa formale e la causa finale. Ipse dixit, l’ha detto lui. Che Aristotele intendesse catalogare i filosofi venuti prima di lui a suoi utili gregari intestandoli a una delle prime tre cause e di vincere la volata per la corsa riservandosi il diritto di definirsi campione della quarta e per lui definitiva causa finale è cosa che assai poco interessa, in fondo la storia della filosofia non sarà poi avara di sistematizzatori che si porranno a termine ultimo e all’apparenza insuperabile dello sviluppo del pensiero… vabbé: torniamo alle cause. SALSICCIA COTTA NEL BARBERA Quattro cause al ristorante Il Kenny, non riesco a ben realizzare quanto serio o ironico nel caso – ma immagino si sia divertito un bel po’ a scriverne – il Kenny, dicevo, per fortuna ci spiega cosa s’intenda per tipo di causa con un esempio finalmente in tema. Lo riporto così come l’ho trovato: la sua chiarezza e cogenza restano insuperabili, metto solo qualche mia parola tra parentesi. Per chiarire, sia pure un po’ rozzamente (che diamine, siamo pur sempre in un testo di filosofia), che cosa Aristotele avesse in mente in proposito (delle cause), pensiamo a quanto segue: quando Alfredo cucina un risotto, le cause materiali del risotto sono gli ingredianti che occorrono nella preparazione, la causa efficiente è il cuoco stesso (Alfredo), la ricetta è la causa formale, e la soddisfazione del cliente del suo ristorante è la causa finale. Analisi “scientifica” della cenetta His fretus, ora si tratta solo di applicare questo modello di riferimento al prossimo pranzetto, o alla prossima cenetta: che l’indagine possa dirsi scientifica è piuttosto in quel senso già così ben intuito e poeticamente descritto da Francesco Guccini nella sua divertentissima I Fichi: La canzone, vi sarete resi conto che è di grande serietà e di grande impegno. È una canzone scientifico-morale e in questa strofa io vado a spiegare le prove scientifiche della beneficità del fico per gli esseri umani.
Eccoci quindi alla Trattoria San Biagio (Sàn Biàs), di Parzano, frazione di Orsenigo, provincia di Como (Brianza comasca). Per arrivarci prendi la ex stada provinciale che da Arosio porta a Canzo e confida nel tuo navigatore GPS: un paio di cartelli che la menzionano vi sono, ma solo quasi in vista del traguardo. La sala del bar, la due salette interne, la veranda quando fa bello: i tavoli non sono poi molti. Il mio preferito è all’ingresso sulla sinistra, quando non ne faccio uso, ve lo concedo davvero volentieri. L’arredo è da fine anni 70, dove Reagan e la Thatcher qui non sono mai visti, e forse non sono mai nemmeno esistiti e di certo la decadente stagione dei bimbiminkia non è mai cominciata. Il piano della trattoria Conducono le danze lo chef Danilo ai fornelli e Anita, la padrona di casa. Per chi, e con una certa ragione, abbia a temere un certo registro virato sull’algido dell’ospitalità altobrianzola… si rassicuri: qui vige un benevolo medèn àgan, giusto mezzo – fin dall’impronta solerti e affettuosi, sempre astenuti dal piacioneggiare. L’attenzione della trattoria è da lungi orientata al farsi conoscere attraverso le proprie opere: in tempi non sospetti, l’iniziativa del Giovedì Pop (poi della Serata Pop) permetteva – si confida prima o poi vederla riproposta – di fare felici incursioni verso cucine vuoi di tradizione locale, vuoi da culture forestiere nel formato essenziale piatto più bicchiere di serata, con la carta sempre disponibile. Prerequisito soddisfatto la fantasia e l’applicazione dello chef, in grado di spaziare tra i generi sempre conservando nel piatto l’impronta della sua educatissima mano: non ne sbaglia una. LAVAGNA DEI CICHéTI E DEI PIATTI DI SERATA Lo spirito del tempo è però il tentativo di ritorno a una nuova normalità postpandemica, dove i timori nell’uscir di casa sono ancora parecchi: la soluzione proposta è quella del piattino che invoglia: benvenuti quindi i cichéti (gli stuzzichini celebri nelle osterie popolari di Venezia, i bàcari) benvenuta la piccola cucina (carta ridotta a pochi piatti), spazio al bicchier di vino, alle chiacchiere consolatorie da scampato pericolo. I cichéti di serata e Franciacorta Alla lavagna la disponibilità della serata, sul foglio di carta la lista vini. Da consumato rulebreaker (fa più figo di rompiscatole), quasi abusando della pazienza della casa, ho chiesto cortesemente l’applicazione del diritto di tappo: con benevolenza, appunto, tale consuetudine non mi è stata negata. Pregustando i cichéti mi sono portato dietro un mio caro Franciacorta; si andava verso preparazioni gioiose, comunque ben studiate: ho scelto quindi un vino biologico, senza solfiti aggiunti, garrulo, impegnativo quanto basta. Etichetta Simbiotico, cantina Villa Crespia. È andata benissimo. FRANCIACORTA SIMBIOTICO BIO, VILLA CRESPIA Dei chichèti, è la volta delle sarde in saòr, della polentina con gràs pistàa, delle salsiccette cotte nel barbera, della testina di vitella: ricca la jam session, pregna di sapori decisi e ben educati, ai quali il Simbiotico suggerisce un’armonizzazione seconda, da sperimentare direttamente sul palato. TESTINA DI VITELLA Dolcetto e vino passito Per dolce, poi, due biscotti di pan meino (cifra del minimalismo pasticcero lombardo, da provare e da provare a fare in casa) con un bicchiere di passito: in trattoria hanno ancora una bottiglia di Càlido, il passito da moscato rosso della brianzolissima (lecchese) Azienda Agricola La Costa. PASSITO CàLIDO, La COSTA Ah, però: dal produttore è dato per esaurito (dichiarava comunque 900 bottiglie da 0.375 lt, meno di 350 litri in tutto) – godiamocelo adesso, in attesa del prossimo nuovo imbottigliamento. L’accostamento (e tè dài) è di quelli giusti. BISCOTTI DI PAN MEINO In sintesi: abbiamo delle materie prime di qualità, lo chef dalla mano fatata, alcune delle meglio proustiane ricette della tradizione e infine dalla cenetta se ne esce rallegrati, contenti e soddisfatti. A voler di più, si rischia d’irritare il dio. Alla prossima fotocenetta, sempre a cura del vostro cialtrosaccente consapevole @magnosolo. p.s.: in un post di @magnosolo ricordarsi di Alessandro Magno fa quasi cliché. p.p.s.: quando il nerd un cicinìn s’indigna. Come far contento il SEO? basta ripetersi pedissequamente: Cichéti in Alta Brianza / Cichéti in Alta Brianza / Cichéti in Alta Brianza. Se allunghi il testo devi ripeterti once more: Cichéti in Alta Brianza. La decadenza continua.
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5 Marzo, 2022

La festa della potatura a Montecatini Terme

La festa della potatura a Montecatini Terme ospiterà  vini naturali e una selezione di produttori che hanno scelto di “uscire dal coro”, saranno i protagonisti della due giorni di degustazioni in calendario domenica 6 e lunedì 7 marzo a Montecatini Terme. L’evento sarà ospitato nella prestigiosa location dell’Hotel Tuscani Inn e vedrà la partecipazione di oltre 20 produttori provenienti da diverse località d’Italia. Non solo vino, alla manifestazione saranno presenti, infatti, anche operatori nel campo del cibo di qualità. Un’iniziativa che nasce come estensione degli incontri tra piccoli vignaioli che negli anni si sono intensificati con l’obiettivo di confrontare le loro opinioni nel campo della viticoltura e dell’enologia. Scambi di idee che hanno fatto emergere la personalità il pensiero, la filosofia e il modo di essere di personaggi con un cuore e un’anima che vanno ben oltre la produzione di una bottiglia di vino. E giorno dopo giorno i promotori di questi incontri hanno visto nascere attorno a sé un gruppo estemporaneo di persone, i “Gottari”, che hanno, a loro volta, sposato questo modo di intendere la viticoltura. Da qui la “Festa della Potatura”, un evento mirato a far conoscere e degustare i vini dei produttori: l’occasione per confrontarsi con un pubblico di appassionati e di operatori del settore enogastronomico. GLI ORGANIZZATORI Azienda Agricola Pulcini Manuel, produttore della provincia di Lucca, ideatore dell’evento, particolarmente attento all’etica sulle vinificazioni naturali e al recupero di vigneti abbandonati. Matteo Circella, premiato come miglior sommelier d’Italia 2021 dalla Guida Michelin. Andrea Sala, titolare di That’s Wine, affermata azienda di distribuzione di vini naturali e di terra, presente con una selezione di vini esteri. Hotel Tuscany Inn di Montecatini che ha partecipato all’organizzazione e fornito i servizi di logistica. IL PROGRAMMA Le degustazioni si terranno domenica 6 e lunedì 7 marzo, dalle 10.00 alle 18.00. Nella giornata di domenica, aperta anche al pubblico, è previsto alle 16.30 lo spettacolo di musica elettronica con il Dj romano Riccardo Deep Friso, artista musicale nel panorama underground della musica elettronica. Alle 19.30 i produttori e i loro accompagnatori potranno partecipare alla tavola rotonda condotta dal sommelier Matteo Circella presso il ristorante della struttura. Un’interessante occasione di confronto e condivisione di idee e proposte. La giornata di lunedì sarà riservata prevalentemente agli operatori del settore enogastronomico. LA CENA Domenica sera, alle 20.00, a conclusione di un’intensa giornata di degustazioni e incontri, i produttori si ritroveranno di nuovo per apprezzare il menù Tosco-Lombardo proposto dallo chef Marco Mori della Vineria Morris di Erba, in provincia di Como. Un locale dove la buona tavola si coniuga con lo spirito dell’Oste, capace con la sua brigata di proporre e rivisitare i piatti della tradizione. Imperdibile punto di riferimento per chi ama la genuinità del buon cibo e di vini che raccontano il lavoro e la dedizione di produttori, in un ambiente autentico come il padrone di casa. I PARTECIPANTI WINE Rocco di Carpeneto (Carpeneto AL) Arnaldo Rossi (Cortona AR) Il Farneto (Castellarano RE) Cantina Gigli (Borgo a Mozzano LU) Le colline del sole (Cinigiano GR) Simone Pulcini (Frascati RM) Calogero Caruana (Montallegro AG) Eraldo Dentici (Casale PG) Manuel Pulcini (Lucca LU) Fattoria di Camiliano (Capannori LU) Tenuta Lenzini (Gragnano LU) Podere Concori (Gallicano LU) Podere di Rosa (Lucca LU) Tenuta l’armonia (Bernuffi VI) I Forestieri (Roccatederighi GR) Giorgia Grande (Sesta Godano SP) L’insolente (Micheletti VR) Terra della luna (Ortonovo SP) Stanzaterrena (Passopisciaro CT) Fattoria Kappa (Castellina Marittima PI) Casa dal diavolo (Castiglione Chiavarese GE) FOOD Azienda Agricola Luca Varini (San Quirico LU) OLIVICOLA La Dispensa (Lamporecchio PT) CASEARIA DISTRIBUZIONI PARTECIPANTI That’s Wine di Andrea Sala (Selezione di Vini Esteri) Gitana Wines (Proposta di Vini Esteri e produttori in presenza) QUANDO E DOVE Domenica 6 e Lunedì 7 marzo – Montecatini Terme Hotel Tuscany Inn – Via Cividale 86/E Vi aspettiamo! A Cura di Clara Maria Iachini 
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2 Marzo, 2022

Un Feudo ricco di storia e magia

Carissimi lettori di itinerari divini oggi desidero portarvi in Sicilia in un Feudo ricco di storia ed in particolare in Val di Noto nei Feudi del Pisciotto. La primavera è alle porte e con essa è giusto cominciare a pensare alle prossime vacanze, siano esse lunghe oppure fatte di una “scappata” di qualche giorno da trascorrere in concomitanza delle festività Pasquali o di Aprile/Maggio. Al proposito oggi desidero portarvi in Sicilia ed in particolare in Val di Noto nei Feudi del Pisciotto. I Feudi del Pisciotto sono una fantastica congiunzione di passato e modernità, ricca di coccole che rappresentano il vero lusso. Questo wine relais sorge nel Val di Noto, una posizione unica per scoprire e godere delle bellezze della Sicilia sud-orientale. Mare, città d’arte, siti archeologici, tutto raggiungibile in macchina attraverso un paesaggio che racconta lo spirito più autentico della Sicilia. Ricavato dal restauro di un antico baglio del 1700, Feudi del Pisciotto si sviluppa all’interno di una tenuta di circa 150 ettari complessivi, dove il passato e le tradizioni sposano il presente e il comfort, in un’armoniosa convivenza che rende speciale ogni spazio del wine resort in un Feudo ricco di storia. La struttura dispone di camere e suite ricavate nella parte abitabile dell’antico palmento, al quale oggi è stata collegata anche una moderna cantina capace di produrre vini che esaltano il terroir, perseguendo gli insegnamenti di Giacomo Tachis, enologo italiano di chiara fama. La struttura dispone anche di piscina con pool bar, ristorante, area benessere e una terrazza panoramica sul grande vigneto di oltre 44 ettari. Siamo nel cuore della DOCG Cerasuolo di Vittoria, dove si realizzano vini pluripremiati in tutto il mondo, come il Nero d’Avola Versace indicato da Wine Spectator fra i migliori 100 vini al mondo. Tra i vini dei Feudi, desidero in particolare portare la vostra attenzione sull’Eterno, pinot nero in purezza e Grand Vin della cantina, il simbolo della qualità dei progetti enologici di Feudi del Pisciotto e del suo impegno per il sociale. La cantina di Feudi del Pisciotto, infatti, coniuga il rispetto per la tradizione e la natura con le più moderne tecnologie producendo circa 400.000 bottiglie suddivise in 16 etichette. A Feudi del Pisciotto il matrimonio tra antico e moderno si celebra anche riprendendo l’antico processo di vinificazione che prevedeva la sola forza di gravità come strumento per la movimentazione del mosto. Infatti, le uve raccolte a mano in vigna, dopo ulteriore cernita e diraspatura, vengono fatte scivolare per forza di gravità nei tini in Cantina, risparmiando energia e limitando le emissioni di anidride carbonica ma soprattutto evitando il deterioramento della qualità della materia prima che invece si verificherebbe utilizzando le pompe enologiche per il movimento dell’uva. Le esperienze realizzabili ai Feudi del Pisciotto sono dunque molteplici e mi permetto di suggerirvi di andare sul sito di Feudi del Pisciotto e scegliere cosa più si addice al vostro desiderio. Vi aspetto in Val di Noto! A cura di Cristina Mascanzoni Kaiser
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28 Febbraio, 2022

Mettete del vino nei vostri cannoni

Un mese è passato dal primo editoriale dell’anno, e tutto è cambiato, sconvolto, stravolto. Mettete del vino nei vostri cannoni è il nostro invito ottimistico perché, si sa, il vino aiuta. In pochi giorni siamo stati risucchiati in un buco nero che ci riporta al passato più angosciante della recente storia europea. Il silenzio è d’obbligo per non banalizzare a parole una situazione che lacera l’anima. Non possiamo voltarci da nessuna parte questa volta: il conflitto è qui, è nostro, è dentro il nostro mondo, la nostra cultura, il nostro credo. Riporta in auge decenni di storia recente terribili che si pensava non tornassero mai più. Ma l’uomo è fallace, l’uomo dimentica, “l’evoluzione inciampa” come dice Gabbani. Sono i valori e i sentimenti sbagliati coltivati per decenni che ci riportano qui, indietro, improvvisamente e ineluttabilmente. Sono l’individualismo, la filosofia del mors tua vita mea, il coltivare il proprio orto, i principi che hanno dominato anche nella nostra sfera, ad aver segnato il loro tempo e a dimostrarsi esauriti, consumati, morti. Nell’universo vino in molti abbiamo sofferto di questa incapacità di agire insieme per un bene comune. La chiusura mentale, il vedere avversari e concorrenti ovunque, si è rivelata assolutamente inefficace in questi due anni di pandemia durante i quali solo chi ha osato, creato, reinventato, mettendosi in dubbio, mettendosi in rete con altri, aprendosi a nuove idee e al confronto, si è salvato anche la salute mentale. Questo progetto editoriale è nato davvero dalla necessità di far arrivare il vino a tutti ed ha unito persone intorno alla passione del vino. Tutto è partito con lunghe e chiacchierate su Clubhouse, e la reciproca conoscenza si è costruita nei mesi parlando, discutendo di temi di comune interesse, confrontando posizioni in modo intenso, vivace, costruttivo e rispettoso degli altri. Siamo nati sapendo poco gli uni degli altri, senza mai incontrarci fisicamente, uniti dallo stesso amore per il vino e per la verità nel mondo del vino. E nonostante Clubhouse sia lentamente svuotato le relazioni costruite su quella piattaforma sono ancora vive e attive e si sono trasformate, in diversi modi, in reali collaborazioni prima umane che lavorative. E’ nata una nuova rubrica a totale appannaggio dei wineblogger Così cosa è successo nel mese scorso? Con un articolo uscito a firma di Stefano Franzoni, noto wineblogger – anche sommelier AIS per inciso- che coraggiosamente si è prestato alla realizzazione di questo ponte tra due mondi, abbiamo deciso di aprire il mondo della scrittura e del nostro magazine anche a loro, a questa categoria di comunicatori. Avremo quindi uno spazio dedicato alle loro riflessioni e scoperte, al loro modo di approcciare e comunicare il nostro mondo enoico. I blogger, in generale, sono stati aspramente criticati e guardati dall’alto in basso dal consolidato mondo del giornalismo tradizionale, dei classici strumenti di comunicazione su carta. Li si è accusati di superficialità, di inettitudine, di non reale conoscenza dei temi di cui si fanno portavoce. Al contrario, i blogger sono portatori di aria fresca, di nuovi approcci e punti di vista, e sono capaci di fare arrivare un messaggio, un contenuto, ovunque nel mondo in pochissimo tempo. Come in ogni settore, mondo, ambiente, c’è chi ci marcia, che chi ci lavora così seriamente da riuscire ad influenzare intere categorie di appassionati – orrendo il termine consumatori –  o forse semplicemente ad informarle, quindi renderle più coscienti e conoscenti relativamente all’universo vino. Hanno fatto cultura quindi. Lo hanno fatto forse in modo più immediato, sicuramente in modo poco condizionato da dinamiche di servilismo tipiche invece del consolidato sistema comunicativo tradizionale. Da ora in poi pertanto su Wine Tales magazine troverete la rubrica “the Voice of blogger”, uno spazio dedicato alla messa per iscritto delle mille ispirazioni, visite, conoscenze, approfondimenti che i bloggers, per passione o per professione, riescono a raccogliere. Essere blogger per davvero richiede tempo, preparazione, conoscenza, capacità di comunicazione, dote di sintesi, anche qualche dimestichezza con l’improvvisazione, la recitazione. Spesso i post sono collage di video, dietro ai quali sta una mini regia, una strategia di comunicazione, una cifra stilistica. Ecco una cifra stilistica. Sbagliato sottovalutare il potere di tutto ciò. E noi non cadiamo in questo errore. Anche perchè l’altro nostro credo è la collaborazione, il lavoro di gruppo, il rispetto di ogni individualità, delle ricchezze che chi è sulla nostra lunghezza d’onda può portare. Nessun giudizio aprioristico. Nessuna malata idea che l’altro rovina, danneggia, impoverisce il nostro giardino. Non sono parole scontate, e se trasformate il tema centrale di questo editoriale spostando il soggetto del discorso dal vino alle persone, riuscite ad intuire come vorremmo che fosse il mondo di oggi, dopo due anni di pandemia. Mettete del vino – buono – nei vostri cannoni. Francesca Pagnoncelli Folceri 
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26 Febbraio, 2022

Il piolismo ci salverà

Qui si parla di osteria e di trattoria di prossimità, s’introduce un tema “il piolismo ci salverà” come pretesto per la narrazione di un bel pranzetto; si citano poi alcuni noti piatti tipici piemontesi e finalmente anche un vino piemontese, il Ruchè, forse un po’ meno noto: portate pazienza, con un po’ di pazienza ci arriviamo. Iniziamo dal Piolismo. Certo, per i tifosi dell’A.C.Milan il Piolismo è la (recente) fede cieca, illimitata et adorante nel verbo calcistico così come professato in perfetto understatement dall’allenatore Stefano Pioli, come prima di lui sono stati il Sarrismo o il Cholismo, insomma; ma qui si viene per almanaccare sul mangiare, non per fingersi commissari tecnici nel guardare giocare al pallone: il livello di coinvolgimento richiesto è maggiore, in fondo Feuerbach viene ricordato per quell’aforisma-tormentone “l’uomo è ciò che mangia”, mica – e mi si conceda licenza per l’evidente falso storico – per esser stato supertifoso di una qualche squadra di calcio. Nei dizionari del dialetto piemontese di fine ottocento – sul sito internet archive.org se ne trovano, eccome, il termine “piola” significa “accetta” – una piccola ascia – o “persona poco intelligente”; per ricollegare questa parola ad un’osteria bisogna quindi ricorrere ad un prestito-calco dal francese piaule, piôle, la taverna, a sua volta dal francese antico pier “bere” (occhio che se però metto “piolle” nel traduttore di Google questo mi risponde “piccone”… e si ritorna in zona accetta). La stagione della piola Ricreazione finita, torniamo alle cose: la piola è l’osteria/trattoria piemontese: arredi a patchwork, menù alla lavagna, vini alla mescita, piatti dalla fortunatissima tradizione locale diligentemente attualizzati vuoi per fattura, vuoi per presentazione, prezzi sostenibili anche alla terza settimana del mese (ovvero quando con il salario si studia su come ad arrivare alla quarta). Sembrerebbe un programma più indicato per tipi alla Heinz l’Autoriductoren, sembrerebbe: invece si presta a interpretazioni di tale meditata autenticità ed eleganza concettuale da far eleggere il paradigma del piolismo, dell’osteria di prossimità, a messaggio di speranza per tutti i golosi ormai cronici pessimisti nella ragione, seppur forse ancora tiepidamente ottimisti nella volontà: “il piolismo ci salverà”. A Torino in San Salvario, a esserci posto, andiamo da Barbagusto: troveremo di tutto questo, e in abbondanza, e ne resteremo affascinati. Barbagusto, in San Salvario BARBAGUSTO, PIOLA IN SAN SALVARIO, TORINO Domina l’ingresso il bancone da bar, con antipasti in vetrina e bottiglie esibite per l’evocazione dell’assaggio e a memorabilia del loro compiuto destino; bancone come dogana inflessibile, ma benevola, tra la cucina ed il servizio in sala. Pochi i tavoli, da aver prenotato anzitempo. Il menù? Eccolo lì, alla lavagna. Il Ruchè di Castigliole Monferrato, DOCG DOCG RUCHè DI CASTIGLIOLE MONFERRATO Antipasto, un piatto, il dolcetto. Un bicchiere di vino: restiamo in regione, e ci mancherebbe altro: il Ruchè del Monferrato vitigno autoctono allevato nel Monferrato astigiano, da terreni calcarei, asciutti e assolati. Aveva perso interesse, ma dagli anni Sessanta è cominciata la sua rinnovata ascesa: DOC dal 1987, DOCG (Ruchè di Castigliole Monferrato) dal 2010. Appena superata, nel 2021, la barriera del milione di bottiglie, a cinque bicchieri la bottiglia… insomma è un vino piuttosto di nicchia, ma se non siete pigri fate in tempo ad assaggiarlo. Antipasti piemontesi misti ANTIPASTI PIEMONTESI MISTI Nel piolismo resta molto difficile derogare dagli antipasti misti, in quello torinese solitamente arrivano tutti assieme nel vassojo: questa volta le acciughe, i tomini con i due bagnetti rosso e verde, la salsiccietta cruda, la carne (qui un meno consueto lonzino) tonnata, la battuta di fassone, l’insalata russa, le verdure, i carciofi sott’olio. Ineccepibile, tutto ineccepibile, ghiotto fin dalla vista. Agnolotti al ragù AGNOLOTTI, RAGù DI BARBERA E SALSICCIA DI BRA Segue il main course, qui gli agnolotti con ragù di barbera e salsiccia di Bra: la nota acida del vino equalizza ed esalta l’impianto dolce della pasta ripiena e della carne del ragù. Scrivo giusto due note prima di perdermi nel piatto e di riprendere coscienza a scarpetta compiuta. Ed ora prendiamo cappello BONET, DOLCE TIPICO PIEMONTESE Il dolce: inevitabile il bunet (scritto anche bonet ma pronunziato comunque bunèt): indovinatissimo minotauro tra budino e creme caramel, agli amaretti. Si prende da ultimo, prima di terminare il pranzo o la cena: a cappello di tutto il resto, così come da ultimo si indossa il cappello prima di uscire (questa l’ho rubata da Wikipedìa). Nella declinazione barbagustosa è squisito, eccelso, fenomenale, roba che le maddalene proustiane possono solo accompagnare. Alla fine ALLA FINE, IL PIATTO PARLA La soddisfazione del palato e la piacevolezza dell’ambientazione vanno a braccetto: sarà che son piolista, ma Barbagusto, questo tema, lo svolge in eccellenza e lo studiato understatement della rappresentazione ne contribuisce ulteriormente al fascino. Bravi, bravissimi tutti, forse davvero di questo passo “Il piolismo ci salverà”. Arrivederci, secondo fortuna, al prossimo pranzetto, così come fotoassaggiato da @magnosolo, il vostro mangiatore resipiscente.
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